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Consegna prevista Agosto 2024
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Luca Piano, un ragazzino di sedici quasi diciassette anni, si ritrova, a vivere in quella piccola porzione di vita che ti fa sentire di essere “né carne, né pesce”. Ed è questo che è Luca Piano. Ancora non abbastanza grande, ma non più troppo piccolo. Luca Piano racconta quel che sente e ciò che vive, nella dimensione estiva. L’estate infatti, è la stagione della: Sospensione. Ed è così che Luca si sente: Sospeso. Una metafora, quindi, l’estate. Un momento per “diventare grandi” attraverso i pensieri e i passaggi che compie il protagonista, cercando, in qualche modo, a suo modo, di uscire dal guscio. La voce narrante è quella di Luca, che si racconta in maniera spontanea, diretta, senza filtri, in un viaggio dove succede poco o niente, come del resto è la vita. Niente di straordinario, ma al contempo nulla di ordinario. Attraverso la “banalità” di un’esistenza, che non vuole stupire o sorprendere, ma solamente costringere al ragionamento. Ognuno di noi, può essere Luca Piano.

Perché ho scritto questo libro?

Era estate, quando ho deciso di creare il personaggio di Luca Piano. L’estate è la stagione della: Sospensione. E Luca Piano non poteva non essere raccontato proprio durante questa stagione, che costringe al ragionamento, alla riflessione, portando ad una crescita emotiva alla conclusione della stagione estiva. Una metafora, quindi, è l’estate. Un momento per “diventare grandi”, attraverso i pensieri e i passaggi che compie il protagonista, cercando, a modo suo, di uscire dal guscio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

  1. Né carne, né pesce.

Sedici anni, quasi diciassette. Sono in quella striscia di terra in cui chi già ha conquistato il suo terreno, definisce come “non sei né carne, né pesce.” I miei amici penso si debbano sentire come mi sento anch’io. Solo che loro non me lo dicono. Forse certe cose, certe sensazioni ed ebollizioni del cuore, non vanno raccontate, solo ascoltate e vissute, stando dentro la nostra pelle. Da lì, non escono. Eppure, a me piacerebbe parlarne. Anche solo con qualcuno. I miei genitori, quando mi sorprendono triste, o pensieroso, o svogliato, mi danno del pigro. Non fanno lo sforzo di capire che mi passa per la testa. Che cos’è che mi tormenta. Cosa c’è a scorrermi su e giù tra i vasi sanguigni senza darmi tregua. “Luca, sei in quella terra di mezzo, né carne né pesce, vedrai che passerà.”

Si limitano a dirmi. Loro già hanno valicato questo mio confine e si godono il panorama che c’è dall’altra parte. E io, mi convinco, come mi dicono loro, che tutto questo passerà e che anche io un giorno, passata la tormenta, mi godrò il panorama con le mani ai fianchi e il respiro calmo, pacato. Magari allora sarò anche sposato. Magari avrò un lavoro che mi farà stare bene. Una casa tutta mia. In città o magari in campagna. Con un cane che scorrazza in giardino ad attendere un biscotto per scodinzolare allegro fino al prossimo biscotto che io gli darò e lui riceverà ringraziandomi con altri colpi di coda. Mi metto a pensare che i cani, gli animali, sanno come essere felici. Non si mettono a rimuginare su come raggiungere ciò che vogliono o che desiderano. Lo afferrano. Si mettono tra i denti quel biscotto. Lo mordono e poi, ti mostrano la loro felicità a colpi di coda, sbattendotela in faccia. Ma poi mi dico, è un bene pensare di vivere così? Come un cane? Io certo non ci riuscirei. Dovrei svegliarmi una mattina nel mio letto con muso e zampe per saperlo, ma se la mia anima rimanesse la stessa dentro a quel sacco di pelo, comunque non riuscirei a scodinzolare ignorando il fatto che non sono “né carne né pesce”. A scuola i miei compagni ridono. Ridono sempre.

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Si divertono. E pensano poco. O raramente. Hanno sulle spalle zaini riempiti di niente. E le ragazze hanno il rossetto già a sporcarle le labbra. E io mi domando, perché? Vogliono forse che qualcuno glielo sbavi? Glielo strappi via di lì? E poi per cosa?

A sedici anni, quasi diciassette, tutto il mondo sembra ancora in costruzione. Ancora tutto da costruire. Solo fondamenta. Anche un po’ ammaccate. Il mondo interiore da dover prima disegnare su carta, progettarlo e poi mettersi a lavoro. Mentre il mondo degli adulti è lì, sta davanti ai nostri occhi e già risplende. E mi dico, anche loro saranno dovuti necessariamente passare per la fase di progettazione, calcolo e poi costruzione. Eppure, sembra che a loro le cose vadano così bene.

Sì, hanno le bollette da pagare. Cosa che ancora non mi riguarda. Hanno i calcoli e i conti da far tornare e quadrare a fine mese. Hanno la macchina da rimpinzare di benzina altrimenti quella si fermerebbe in mezzo al traffico e lì sarebbe un macello. Ma poi, hanno la domenica per riposarsi. Fare colazione prendendosi il caffè. Leggere il giornale come se fosse qualcosa di davvero importante. Preparare il pranzo o portare fuori la famiglia in un agriturismo e rientrare alticci e pregustarsi la pennichella per poi svegliarsi con un filo di bava sul cuscino. Accendersi una sigaretta, assieme accendere l’abat-jour e leggersi un libro fino ad ora di cena. E poi tivù fino all’ora di spegnere tutte le luci di casa e mettersi a dormire.

Che altro possono aspettarsi loro dalla vita?

Tutto sembra quiete. Niente può provocare una bufera, una tormenta nelle loro vite. E a me? In me è prevista una tormenta? Un mare in burrasca o uno tsunami? Una sera, mentre leggevo Céline, papà ha bussato tre volte la porta della mia stanza. Quando i rintocchi sono tre e non uno o due, indica la volontà di lasciarmi nel cuscino e sotto le coperte qualche parola importante con la quale mi addormenterò pensieroso e su cui rifletterò per i giorni a venire. “Luca, che leggi?” – “Céline.” – sospira, come ad indicare che, è bello che io legga, ma mai che mi vedesse leggere qualcosa di scuola, e non sempre e solo libri di interesse e piacere personale. Io penso che la cultura ce la costruiamo ed intessiamo noi, la scuola è solo una bussola, ci da gli strumenti, ma poi siamo noi a decidere e condurre il gioco, poi prosegue – “Ti sta piacendo il libro?” – Sì, mi piace ovviamente. Leggere chi della vita sembra averne capito più di me, un ragazzino di sedici anni quasi diciassette, certo che mi piace. Mi sembra di crescere più in fretta e se non più in fretta, almeno meglio. –

“Come stai?” – che domanda difficile. Ogni giorno rispondiamo a questa domanda così banale, che lo è diventata tale per lo scarso peso con cui viene snocciolata e con la quale si da una risposta molto approssimativa perché già in partenza capiamo che nessuno davvero voglia sapere come ce la passiamo e come realmente ci sentiamo. – “Bene.. sto bene. Perché?” – papà sospira ancora. Segue con lo sguardo il mio movimento, di piegare un orecchio della pagina e chiudere il romanzo appoggiandolo sul lato destro del letto. – “Anche io ho avuto la tua età. So come ti senti e so che forse non ne vuoi nemmeno parlare, ma sono qui quando ti andrà.” – abbozza un sorriso, che ha tutto tranne il sentore di trasmettermi serenità. – “Papà, pensi che qualcosa di bello per me ci sarà o sarà sempre così? Piatto ed indefinito, senza senso apparente?” – mi esce senza controllo. Chissà da quanto tempo mi si annidava questo pensiero nel petto e nello stomaco. – sospira, mi smuove appena il ciuffetto di capelli, – “So che ora ti riesce difficile pensare al tempo come un tuo alleato, ma vedrai che le cose cambieranno. Dirti di avere pazienza so che non ti piacerà, perché alla tua età la pazienza non è contemplata, è una fase in cui questa parola nemmeno è stata inventata, perciò quel che ti posso dire è che, se tutti gli adulti che hanno già vissuto tre quarti della loro vita, desiderano più d’ogni altra cosa al mondo, tornare indietro, magari ad avere sedici, diciassette anni, vorrà dire che qualcosa di bello nella tua età c’è. Non solo questo non sapere chi si è, questo non lo saprai mai, anche quando sarei con la barba bianca e gli occhi stanchi, ma perché stai ancora in attesa senza crederci troppo per paura di illuderti o di procurarti delusioni, ma qualcosa sai che sta lì ad attenderti. Abbiamo un tot di cartucce nella nostra esistenza, e tu le stai ancora aspettando. Arriveranno e te le giocherai al meglio che puoi. Starai male e soffrirai quando sbaglierai, ma sarà un vero privilegio godersi la sofferenza senza affogarla, non commettere l’errore di reprimerla, perché quella è la carezza della vita che ti permette di comportarti meglio. E poi, ricorda che se ora sei mare calmo, hai ancora uno tsunami che sta lì lì, pronto per travolgerti. Lasciati travolgere, e sorridi quando l’onda ti travolgerà. Lì non sarai più né carne né pesce. Sarai un essere umano, un uomo, e starai vivendo. Poi ci sono i rimpianti alla mia età, ma quando l’onda ti vuole affogare, tu lascia che faccia, perché è quella che ti terrà in vita per il resto dei tuoi giorni. Sarà il tuo ricordo. Il tuo nascondiglio. Il tuo posto preferito. E sarà solo tuo. Nessuno potrà portartelo via. Nessuno. Vivitelo.” – mi arruffa ancora il ciuffo, mi da la buonanotte strizzando un occhio e arrivato all’uscio della porta, – “Luca, piano, piano. Come ti dice sempre mamma. Aspetta la tua onda. Non avere fretta ma non stare nemmeno fermo. Fai sempre qualcosa, così sarai sorpreso… quando lei arriverà. – chiude la porta e se ne va. -Avrei voluto chiedere, “lei chi?”, me già immaginavo l’espressione di mio padre farmi eco come a dirmi, “Lei, la vita. Di che stavamo parlando testa dura!”. – così non dico niente.

Me ne rimango a letto. Mi viene da sorridere perché penso che mio padre invece mi capisca. Sa benissimo, con estrema esattezza, forse più di quanto possa saperne io, cosa mi si agita in pancia. “L’onda…” è così che l’ha chiamata, e con questo pensiero che mi girovaga nella testa, spengo la luce del comodino, dove riposa la lettura di Céline e mi metto a dormire. E se ho fortuna, a sognare. Ho sedici anni quasi diciassette e i sogni non durano per sempre.

  1. Dove siamo?

La voce di mamma che strilla dall’altra stanza mi intima di buttarmi giù dal letto.

Oggi inizio il turno da cameriere. È la prima volta che ho un lavoro. L’ha trovato mamma.

Lei trova tutto. Persino le occasioni. «Occasioni» – è come le chiama lei. Questa, è un’occasione. Splendida- ci ha anche aggiunto poi, per convincermi che fosse una buona idea. Le scuole sono chiuse. E io ho davanti tre mesi, prima di rimboccarmi le maniche e appesantirmi la schiena con i libri per affrontare l’ultimo anno di liceo. Vado allo scientifico, ma io avrei voluto fare il classico. Altra idea di mamma. In terza media, con in mano il diploma, ha snocciolato orgogliosa il

suo -Luca, è un’occasione lo scientifico. – e così, per tre anni ho cercato di barcamenarmi in tutte le materie che contenessero una somma, sottrazione, addizione, x e y. In letteratura, eccellevo. In storia, anche. Filosofia, pure. Con i compiti di fisica il mio professore e anche mio padre, erano sempre sul punto di esplodere in un pianto a dirotto. Ed io con loro. Mamma, ad ogni 2 e 3 che portavo a casa, si limitava a ripetermi -Luca, è un’occasione. Vedrai che piano piano i risultati arriveranno. -. Per tre mesi, non ci dovrò più pensare. Al contrario dovrò interessarmi di spremute d’arancia, cornetti, caffè, cappuccino con o senza schiuma, macchiatone, lungo o corto. Ed imparare la cordialità anche se davanti mi si dovesse parare un energumeno ignorante ed ineducato. Il bar si trova tra la chiesetta che capeggia l’intera piazza e la farmacia. Di fronte un’osteria e un tabacchino. Scendo dal letto, non faccio colazione, infilo i pantaloncini corti, scarpe, una maglietta trovata per terra e lavandomi il viso come un gatto in fretta e furia, me ne scappo al mio primo giorno di lavoro. A quest’ora la vita sembra ancora sospesa. Come nascosta sotto ad una campana di vetro per tenere lontano tutte le occasioni, gli incontri e le opportunità. La farmacia Lemmi ha la serranda abbassata. L’osteria riecheggia il ricordo delle ore passate a bere e cantare mezzi alticci. Il tabaccaio sta dormendo senza preoccuparsi di tutte gli assetati di nicotina. Parcheggio la bicicletta affianco alla chiesa. Mi avvicino al bar intimorito, e mi accorgo che le luci sono spente, la serranda abbassata ed un foglio bianco scritto a penna avvisa che -oggi siamo chiusi-. Perfetto mi dico, mamma e le sue occasioni, mi ha mandato al mio primo giorno di lavoro nel giorno di chiusura. Non sono arrabbiato. Al contrario un senso di sollievo mi si concentra all’altezza dell’ombelico, e un sorriso mi scappa via, mio malgrado. Non torno subito a casa per infilarmi nel letto a riprendere i sogni lasciati lì in sospeso. Inforco la bicicletta e mi faccio un giro. Imbocco una stradina a cui non avevo mai fatto caso. Sterrata che finisce con una striscia di acqua stagnante ed un cavallo chiuso in un recinto che mangia erba e al mio saluto mi guarda perplesso, come a dirmi -Ma è l’alba amico, che ci fai qui? – Mi guardo intorno, assieme al fare disincantato del cavallo e mi dico, – ma che posto è mai questo, dove siamo? – a rispondermi cicale e uccellini stanchi della notte e del silenzio. Faccio spallucce e dallo zainetto estraggo il mio libro di Céline. Trovo la pagina con l’orecchietta, mi siedo a gambe incrociate sull’erba accanto a MusoLungo e leggo un po’. -È il mio posto questo. Passerò l’estate qui. – mi metto a pensare, piombando nel mondo del mio romanzo per l’intera estate.

-Chissà quanti libri leggero, qui. Chissà. –

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Cristina Leone Rossi
È nata nel 1998 a Venezia, da qualche anno vive a Roma. Si è diplomata al liceo delle scienze umane e oggi è iscritta al DAMS, Università di cinema di Roma Tre. Ha frequentato un’accademia di recitazione per inseguire la carriera di attrice, ma poi ha capito che più che interpretare la vita preferisce raccontarla. Essere una scrittrice è per lei un privilegio e farà tutto il necessario per continuare a farlo. “Dopo?” è il suo secondo romanzo dopo “Non trovo più parole” (2021, bookabook).
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