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Piccoli casi (casini)

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Gizzo è condannato a trascorrere tutta la vita in carcere. Durante la detenzione, conosce Vendel, il suo anziano compagno di cella, che in punto di morte ripete un solo nome: Peppina. Quando Gizzo scopre che la donna, il cui vero nome è Penelope, è la nipote di Vendel, fa in modo che venga a conoscenza della storia del nonno, coinvolto in loschi affari che lo hanno costretto ad allontanarsi dalla sua famiglia, e che le venga consegnata una cartelletta contenente un manoscritto, alcune vecchie fotografie e un ventaglio a forma di margherita su cui c’è un’unica scritta (o almeno così pare): Prova a capirmi. Spetterà a Penelope fare ordine nei ricordi e nella storia del nonno. 

PROLOGO

«Tu non mi conosci e io non ti conosco. Ho saputo di te quando morì tuo nonno, sette anni fa. Ci ho messo un po’ a trovarti. Il fatto è che fare le cose quando sei dentro è più difficile. Credimi, un vero casino! Ora ti prego di starmi a sentire, perché abbiamo poco tempo.
«Qui mi chiamano Gizzo. Il nome che avevo fuori non importa, tanto là non ci torno più. Entro ed esco di galera da quando avevo tredici anni. La prima volta fu quando feci un sorriso nella pancia del mio patrigno… con una lama. Il bastardo massacrava di botte mia madre. Io i suoi calci e le sue cinghiate ormai non li sentivo più. Una notte tornò a casa ubriaco; piuttosto che buttarsi sul divano andò in camera di mia sorella. La sentii piangere e lamentarsi piano, il figlio di puttana le mise una mano sulla bocca. Presi un coltello in cucina e lo ficcai nella pancia del porco. Purtroppo, non morì; mia madre si prese paura e non lo denunciò.

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«Mi mandarono in una comunità per ragazzini. Ma io là ci stavo da schifo e scappavo. Ogni volta mi pigliavano, mi riportavano là e io scappavo ancora.
«A quindici anni rubai un’auto per venderla a pezzi. Mi beccarono a un posto di blocco e mi spedirono in un riformatorio. Quando uscii, entrai nel giro della coca. Gli affari andavano bene, in un paio d’anni ero diventato qualcuno nell’organizzazione. Mi ero fatto pure la ra-gazza. Poi, in una retata, la polizia trovò cinque chili di roba nel sottofondo del mio armadio. Feci cinque anni dentro per traffico di stupefacenti. Uscii sei mesi prima per buona condotta. Ormai ero fuori dal giro e la mia ragazza se n’era andata.
«Feci una rapina in banca con due tipi che conoscevo. Un colpo facile, ero d’accordo con la guardia. Ma andò a finire male. Ci rimase secco un poliziotto in borghese e ci andò di mezzo anche un bambi-no. Il giudice mi dette venticinque anni senza condizionale. Nessuna attenuante visti i miei precedenti, nessuno sconto di pena perché non feci gli altri nomi dei complici. Perché Gizzo non parla con gli sbirri, Gizzo non collabora, non è una spia di merda. Dentro ammazzai uno del primo raggio perché voleva che fossi la sua puttana. A quel punto, o lui o me. Ergastolo. Non avevo ancora compiuto trent’anni quando mi dissero che non sarei mai più uscito da questo buco; ti giuro, mi sembrò d’impazzire!
«Fu allora che conobbi tuo nonno. Stavo nella squadra di pulizie al primo piano. Siccome i carcerati non possono entrare negli uffici e nella sala delle guardie, noi pulivamo solo il corridoio e la biblioteca. Tuo nonno se ne stava seduto tutto il tempo vicino alla finestra, in fondo alla sala lettura. Ci vedeva poco, aveva bisogno della luce del giorno per leggere bene con quegli occhiali rattoppati. Ricordo che sul tavolo non c’era lo spazio neppure per un temperino. Era pieno di libri, giornali e fogli scritti a mano.
«Un giorno passai lo straccio dei pavimenti lì vicino; quando si ac-corse di me, lui si alzò in piedi e mi lasciò passare. “Rispetto per i lavoratori!” mi disse e si levò gli occhiali. Le parole di quel vecchio mi spiazzarono; mi regalarono la dignità che non ho mai portato sulle spalle. Proprio non me l’aspettavo, mi venne da ridere dopo tanti anni. Così scambiammo qualche battuta.
«Passavo di lì tutti i giorni e lui aveva sempre una bella parola per me o anche solo un saluto. Tuo nonno mi stava simpatico, così m’interessai a lui. Venni a sapere che scontava la pena nella cella nove del terzo raggio, insieme a un rapinatore tossico e a un pappone che aveva picchiato a sangue un cliente.
«Non seppi mai perché era finito in carcere. Un giorno che era in vena di parlare mi confessò: “È più facile fidarsi di una vipera; almeno sai con chi hai a che fare e che può mordere!”.
«Non lo vidi per tre giorni di seguito. Mi sembrò un fatto strano. Dissero che era finito in infermeria.
«Un secondino mi doveva un favore. Riuscii a scambiare il turno con uno della squadra del secondo piano e gli feci visita. Era conciato male: aveva dei lividi sul collo, un occhio nero chiuso da un pugno, la bocca spaccata da un taglio, il braccio ingessato e una flebo attaccata a quello sano. Alle guardie disse che era scivolato e caduto dalle scale. Invece era stato il tossico. Quel pezzo di fango andò fuori di testa perché gli era sparita la roba dalla cella. Era in paranoia e in crisi d’astinenza. Schiumava e sbatteva la testa al muro. Lo misero in isolamento sotto tranquillanti. Dette la colpa a tuo nonno e promise che gliel’avrebbe fatta pagare.
«Dopo un mese, la direzione fece ristrutturare le celle del raggio tre e divisero i detenuti in quelle del nostro.
«Lui capitò proprio nella mia e ne fui felice. Quel vecchio si accontentava di poco, era gentile, ma soprattutto si faceva gli affari suoi e, quando poteva, stava alla larga dai casini. Mi regalava le mele e le arance della mensa. “Fanno bene più a te che a me” mi diceva. Nelle pause in cortile o alla sera in branda mi raccontava storie bellissime, dei suoi viaggi, delle cose che leggeva sui giornali e sui libri. Ogni volta mi chiedeva che ne pensassi.
«Devi sapere che non è mai fottuto a nessuno di quello che penso io. Lui per me era come un padre. Una volta gli domandai se avesse una famiglia, ma mi disse che era solo.
«Parlammo molto in quel periodo. Se si può dire, fu l’anno di galera più bello per me. Quel vecchio credeva nelle mie capacità, non mi giudicava, non pensava che io fossi spazzatura da bruciare sulla strada. Mi fece venire la voglia di leggere, di studiare, m’insegnò anche un poco d’inglese. Grazie a lui passai l’esame di terza media. Ti domanderai che se ne fa un ergastolano della terza media: proprio niente. Da che mi sono diplomato non mi sputo più allo specchio quando mi lavo la faccia la mattina. Appena posso leggo un libro, anche solo il giornale. Quando non pulisco i pavimenti, passo le giornate in biblioteca. Fatico un poco a leggere, non sono tanto sciolto con le parole scritte. Mi sforzo di capire e seguo il suo consiglio: mi faccio un’opinione, non bevo tutto come le bestie. È il mio modo di evadere da qui con la schiena dritta e gli occhi puliti. Lo faccio per lui.
«Tuo nonno passò gli ultimi giorni della sua vita steso sulla brandina, per tutto il tempo. Teneva mal di pancia, dolori allo stomaco che non lo facevano stare in piedi e neppure riposare. Le medicine dell’infermeria valevano poco. Non mangiava più, vomitava anche l’acqua. Poi peggiorò. Faceva fatica a respirare, perse lucidità. Io ero preso dagli spiriti, preoccupatissimo! Quella notte mi chiamò con un filo di voce: “Gizzo, figlio mio, vieni qui”. Per ascoltare misi l’orecchio attaccato alla sua bocca: “Capolinea. Ultima fermata, si scende. Fai il bravo e continua a studiare. Promesso?”. Non mi uscì un fiato, ma feci di sì con la testa. Parlò a fatica perché non sopportava il dolore.
“Tra poco sarà finita, mi fai un favore? Trova la mia Peppina e dille che le voglio tanto bene!” disse piano. Poi chiuse gli occhi per un po’. Era consumato dai crampi. “Ammoremio, sposa mia, ecco ti rivedo finalmente…”
«Furono le sue ultime parole prima di entrare in coma. Morì due giorni dopo in ospedale, solo come un cane.
«Non ci capivo niente. Chi era Peppina? Ma quale “sposa mia”? Non teneva famiglia! Pensai che non ci stesse più con la testa. A volte capita ai vecchi. Forse parlò a caso per il dolore fortissimo.
«Capii tutto quando le guardie mi ordinarono di sistemare la sua brandina per fare posto a un altro detenuto. Dopo una settimana, venni a sapere che l’avevano ammazzato con il veleno per topi. Era stato il tossico. Per sua fortuna, qualcuno in direzione gli voleva bene: trasferirono quel pezzo di merda in una comunità per disintossicarsi. Altrimenti mi avrebbero dato il secondo ergastolo.
«Perché ti dico queste cose? Non lo so neppure io. Era giusto farti conoscere la verità. Penso. Forse per farti capire chi sono diventato grazie a tuo nonno; l’unico padre che mi ha voluto veramente bene. Purtroppo, l’ho conosciuto qui dentro per un caso e per poco tempo. Troppo poco… ma non lo dimenticherò mai!
«Comunque, stai tranquilla, io da te non voglio niente. Diciamo che sono qui per pagare il mio debito con lui. Quando esci, passa dal posto di guardia all’ingresso e chiedi della guardia De Nicola. Ha una cosa per te.
«Ora ti lascio che è tardi. Qui abbiamo finito; torno in cella. È stato un piacere conoscerti! Non tornare, non farti più vedere da queste parti.»

2022-03-03

Aggiornamento

Abbiamo raggiunto le duecento prenotazioni del libro! Grazie di cuore a tutti! La cosa incredibile per me e' che questo ambizioso obiettivo e' stato centrato in meno di due settimane dall'inizio della campagna di crowdfunding. Ho indubbiamente avuto un grandissimo supporto dagli amici, dai parenti, da tutti i ragazzi del movimento degli Amici del Sidamo e da quanti mi conoscono. Sono commosso e grato per questo atto di enorme fiducia nei miei confronti, addirittura e' stato al buio per molte persone che non mi conoscono; questo e' impensabile per un esordiente della scrittura come me. Mi impegnerò a non disattendere tanta generosità. Ancora grazie e buona lettura! Oreste

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    In ogni testo si trova il cuore di chi lo scrive…qui ho avuto riscontro che, chi ha voluto regalarci queste righe, di cuore ne ha tanto!
    Insieme a tanta voglia di donarlo e condividere con chi lo legge tante emozioni, sperimentando capacità e risorse. Grazie!

  2. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di scoprire di più di questi piccoli casi (casini)!

  3. (proprietario verificato)

    Quando una storia serve a garantire altre mille storie di vita, vale la pena investirci. Comprare Piccoli Casi permette di leggere la trama di una vita, sostenendo un’associazione che si occupa di garantire una storia da raccontare a moltissime vite. Sono felice di aver contribuito a sostenere questa causa.

  4. (proprietario verificato)

    Ho comprato il libro perché credo che sia una bellissima iniziativa, un modo nuovo per sostenere un’associazione. Appena ho fatto il pagamento ho ricevuto la bozza non editata. Non vedo l’ora che mi arrivi anche il libro cartaceo!

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Oreste Angelo Zamboni
È nato a Monza nel 1966, è cresciuto nella periferia industriale milanese e ora vive e lavora in Brianza. Collabora attivamente con l’associazione di volontariato In Missione Amici del Sidamo che opera in Etiopia per sostenere i bambini e i giovani delle realtà locali. Si autodefinisce lettore precoce e scrittore tardivo. Piccoli casi (casini) è il suo primo libro pubblicato.
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