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Piccoli casi (casini)

Piccoli casi (casini)
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Consegna prevista Novembre 2022
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Un uomo comune viene privato della libertà e non può più camminare per strada o parlare apertamente. È anche costretto a rinnegare la propria famiglia e a guardare il cielo solo dalla finestra. Per prudenza nasconde la sua vecchia vita in una cartelletta di cartone.
Gizzo è un ergastolano e viene in possesso della cartelletta per caso, ma ha un debito da pagare. Chiede un incontro a una sconosciuta e le racconta tutto, le dà la cartelletta. Anche lei ha un vecchio debito che vuole assolutamente saldare. Cosa contiene la cartelletta? A chi spetta quell’eredità?

Perché ho scritto questo libro?

Sono stato un assetato lettore fino a cinquant’anni. Poi ho voluto capire come si stava dall’altra parte… non è poi così male! Non sapevo cosa scrivere, come dare inchiostro ai miei pensieri; alla fine ho deciso di partire da qualcosa che pensavo di conoscere: me stesso. Non è stato facile, ma ho dato tutto, forse anche troppo, ho perso pezzi lungo il tragitto e chissà se un giorno li ritroverò. Lettura e scrittura: voglio tenermi in piedi su questo binario ancora per un po’.

ANTEPRIMA NON EDITATA

«…Perché ti dico queste cose? Non lo so neppure io. Era giusto farti conoscere la verità. Penso. Forse per farti capire chi sono diventato grazie a tuo nonno; l’unico padre che mi ha voluto veramente bene. Purtroppo, l’ho conosciuto qui dentro per un caso e per poco tempo. Troppo poco… ma non lo dimenticherò mai!

Comunque, stai tranquilla, io da te non voglio niente. Diciamo che sono qui per pagare il mio debito con lui. Quando esci, passa dal posto di guardia all’ingresso e chiedi della guardia De Nicola. Ha una cosa per te.

Ora ti lascio che è tardi. Qui abbiamo finito; torno in cella. È stato un piacere conoscerti! Non tornare, non farti più vedere da queste parti»

«Gizzo, ti ho disubbidito. Mi avevi chiesto di non tornare. Ho pensato che ti dovessi una spiegazione, per l’amicizia con mio nonno. Se tu sei qui, l’argomento t’interessa.

Gli amici mi chiamano Penny, viene da Penelope, come quella che tesseva la tela nell’Odissea.

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Mia madre ha raccontato tutto, non appena ho mostrato il contenuto della cartelletta che tu mi affidasti un anno fa.

Nonno fu accusato di bancarotta fraudolenta, frode finanziaria, falso in bilancio, associazione di stampo mafioso, riciclaggio di denaro del narcotraffico, estorsione, aggiotaggio sui prezzi dei farmaci. Era estraneo ai fatti e all’oscuro di tutto, ma firmò sulla fiducia i bilanci e i documenti societari falsi, compilati da un commercialista compiacente. Lo incastrarono.

Nel 2030 fu condannato dalla Cassazione in via definitiva a diciott’anni di carcere.

La condanna mandò in rovina la nostra famiglia.

Vissi la mia vita, fino a quando il tuo amico non mi rintracciò.

Nella cartelletta ho trovato un suo manoscritto che risale a una trentina d’anni fa, insieme a un ventaglio di carta, alcune filastrocche assurde, vecchie fotografie, qualche mio disegno e anche uno di mamma. Non è un diario e neppure un romanzo; è una raccolta di pensieri, di storie surreali, di ricordi di viaggi all’estero e di piccoli racconti talvolta autobiografici senza un filo conduttore. L’ha steso con la stessa leggerezza che usava per parlare, senza prendersi troppo sul serio. Spesso il cuore di nonno si fa pesante, in certi momenti, mentre scrive non trattiene le lacrime. Altre volte si arrabbia, denuncia, o scherza e ci accarezza con affetto tra le pagine.

Il manoscritto non fu mai stampato e non saprei dire se lui ne avesse l’intenzione. Nel tentativo di farne una raccolta in un unico volume, ho cercato di mettere i brani in sequenza per avere un minimo filo logico, ma senza riuscirci. Stavo per riporre tutto in un baule in soffitta e mi è capitato tra le mani il ventaglio. Quando è aperto riproduce una margherita con grandi petali bianchi, nel cui centro giallo c’è una scritta: ‘Prova a capirmi’.

Ci ho messo più di un mese per scoprire che i petali nascondevano parole scritte con il latte. Tipico gioco del nonno-bambino che mi ricordo! Mio zio ha suggerito di avvicinare il ventaglio a una fonte di calore: sono apparsi i titoli delle strane filastrocche, legate a loro volta agli argomenti del manoscritto. Finalmente ho trovato il nesso, il ventaglio è la chiave d’accesso dello scritto.

La stesura terminò nel 2021, un periodo molto buio per la nostra famiglia. Mia nonna lottava ferocemente contro il cancro, di cui morì a fine maggio dello stesso anno. Erano gli anni in cui ci fu la pandemia del virus e tutti quei morti nel mondo.

Qualcuno di quei racconti mi riguarda direttamente: lui donò il mio volto alla fantasia di qualche storia surreale, anche quando non avevo l’età della parola. In quello scritto ho ritrovato il nonno dei miei cinque anni, esattamente come lo percepivo da piccola. Era un bambino della mia età, entrambi godemmo della nostra infanzia. Nonno mi allacciava il casco per andare in bici, soffiava le bolle di sapone e giocava a palla con me in giardino. Mi insegnò a fare i tuffi a bomba in piscina. Mi aiutava a comporre i puzzle, c’era quando inventavo le vite delle bambole o montavo le costruzioni. Filmava col cellulare quando io e nonna facevamo ballare il pollo nudo, prima di fargli un bagno nella pentola destinata al brodo. Rideva a crepapelle quando guardavamo i cartoni animati. Era lo stesso nonno scherzoso che mi presentò Jean Baptiste, il mio amico robot che puliva la piscina sott’acqua. Lui inventava storie strampalate, stropicciava parole e suoni senza senso spacciandoli per realtà. Masticava come un cammello per farmi ridere e mi permetteva di scalare la sua altezza per consolarmi ogni volta che piangevo. Mi manca tantissimo. Ora che so come sono andate le cose, ho un’opinione diversa su ciò che mi lega a lui. Gli perdono la lontananza di tutti quegli anni e le difficoltà che abbiamo incontrato a causa sua. Sono convinta che lui mi abbia voluto bene, anche quando non era così evidente.

Tsunami

Prendo in mano il vasetto della marmellata di arance, mi scivola, lo riprendo al volo, mi scivola ancora, rimbalza sul bordo della tazza e poi schizza via lontano da me, atterrando a più riprese sul tavolo della cucina.

Vivo la scena a rallentatore, assisto incredulo al bombardamento della scodella colma di caffelatte: uno tsunami marroncino sta per abbattersi sulla terraferma della tovaglia, sulla montagna della mia polo rosa e sul mare azzurro dei miei pantaloni.

So che m’incazzerò, ma non ora, perché non è il momento dei sentimenti; mi godo qualche istante di vuoto sospendendo il giudizio, attendendo il risultato finale di quella piccola catastrofe. Qualcuno mi imita, sta immobile di fronte a me, cercando di indovinare il numero dei morti e dei feriti che conteremo sul luogo del disastro.

Come immaginavo: il caffelatte tracima dalla diga ad arco della tazza con una furia inaspettata, un nuovo Vajont in miniatura. Ho l’occasione estetica di sorprendermi della bellezza di quel movimento, pura arte cinetica scaturita dal caos. Ma non ho il tempo di goderne a lungo, la vergogna di quand’ero bambino spinge sulla pancia la rabbia di adulto; ho perso familiarità con i cataclismi di quel genere.

Il rancore è strumentale, è il mio modo di specchiarmi in un rimprovero, che non arriva più da mio padre, ma da me stesso. Mi do dello stupido rimanendo in silenzio. Al posto delle parole lancio oggetti sul tavolo, con enfasi, per azzittire ogni possibile commento retorico del mio unico testimone.

Visito il luogo della sciagura: terraferma, montagna e mare sono contaminati dall’onda anomala marrone, ci sono detriti che galleggiano ovunque. Corro a cambiarmi i vestiti. L’urgenza e la preoccupazione di smacchiarli ha preso il posto della rabbia, dell’impotenza e del dolore per le perdite subite.

Tra le macerie, mentre procedono i soccorsi e la ricostruzione, chiedo a me stesso: “E se io fossi quel moscerino posato sulla tovaglia?”.

Santi

Quella mattina del sette dicembre ero in coda in farmacia con la ricetta in mano, aspettando il mio turno. Dovevo ritirare due scatole di pastiglie per la pressione di Guido. Lei mi attendeva in auto, stava cercando l’orsetto di peluche di Penelope sotto i sedili. Evidentemente l’orso sapeva giocare a nascondino. Davanti a me, stazionava una giacca a vento bianca e gonfia di piumino, contenente un uomo sui sessantacinque infreddolito che indossava il cappello e le muffole di lana dello stesso colore: l’omino della Michelin del gommista. A un certo punto, l’anziano si girò e incominciò a parlare come se mi conoscesse da sempre: «Ogge è sànt Ambbroggio?»

«Sì, sette dicembre…» risposi imbarazzato.

«E chi fosse ‘stu sànt Ambbroggio? C’à fatt ‘e buono?»

«È un santo famoso, vescovo di Milano, un dottore della Chiesa antica!» risposi con orgoglio.

«‘n tantecchia friddo… ‘nu sànto pulentone!»

«Non saprei dire» finsi di capire per non offendere.

«Aggia spiegà nu fatto: ajeremmatina, je e muglierema facimme ‘a spassiata n’tuorn a’ cattredral… a’ casa ro’ Signore ‘e Milano. ‘Na sciòscia ‘ntuppecò ‘int ‘a ciappetta e tummiò. Puverella! Nisciun p’a via c‘a succurrette! “Milàn col coeur in man”!» citò con un improbabile accento milanese.

«Sì, però un po’ è vero!» riconobbi il detto meneghino.

«Mberità, vuie tenite o’ core, ma nun lo sapite ausà! Invece, nuie simme larghe ‘e vocca e stritte ‘e mane»

«Non son sicuro di aver capito…»

«Autocritica! Larghe ‘e vocca e stritte ‘e mane. ‘O dice sempe cainàtomo. Casertan, critichìsso e ’mmeriuso! Sì, ma a me’ ‘a na recchia me trase e a chell’ata m’a jesce! Comunque, sànt Ambbroggio… nu santariello. Sentite a ‘me: “a sant viecchie nun s’appicciano chiù lampe!”»

Guardai l’orologio dietro il bancone e controllai il mio da polso: non era rotto, erano passati solo tre minuti!

«Tenete prèssa? Prego, favurite!» fece il gesto di farmi passare. «Fretta? Per carità, non si preoccupi!» lo rassicurai. La fila si allungò di un’altra mezza dozzina di clienti.

«Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria!» esclamò l’omino bianco a gran voce, rivolgendosi all’ultimo arrivato «Uè Ciccillo!»

«Uè Pascàle!»

«So’ asciute ‘e statue ‘e San Gennaro! E comme si venuto ccá?»

«Ch’e cavalle ‘e San Francische!»

«Nun pazzià Cicci’! N’copp ‘a toppa… overamente?»

«Sicur Pascà, aggia fatto ‘na giratina!»

«Cu chisto friddo? Gesù, chìste só nùmmere!» si mise una mano sulla guancia sottolineando lo stupore.

«Pure tu n’ta speziarìa, Pascà?»

«Meh, tengo ‘e palummelle annanz all’uocchie. ‘O mièdec, ca è nu poco sciasciariello, penz’ ca je nun song malato ma ‘n tanticchie pucuntruso. Dicette ‘e me piglià ‘o n’guiento da guàllera. Scostumato… E tu, Cicci’, puorte novità?»

«Una Pascà. Bella assaje: stong addeventanne papanonno ‘e Cuncetta!»

«Io me faccio ‘a Croce c’a mano ‘a smerza! Cuncetta è ‘na peccerella!»

«C’agg ‘a fà, Pascà… quanno duie vonno, cincuciento nun ponno. Mo nun fà chello ca nun sape niénte ‘e san Biàggio…eh!»

«Nun sacce niente! Lo giur n’copp ‘a capa ‘e gnorama!»

«Stramòrta, Pascà!»

«Cicci’, però quaccusella ‘a putivi dicere a Cuncetta!»

«“Vire ‘e cammenà adderitto!” – dicette ‘o rancio ‘a figlia – jamme Pascà, nun putivo campà figliema comm ‘a capa de pezze!»

«Masculo o femmena?»

«Masculo!»

«Che cuntentezza, Cicci’!»

«’A speranza ca nun addeventasse ricchione!»

«Aglie, fravàglie e fattura ca nun quaglie! Nun fa’ ‘a seccia, Cicci’!»

Capivo poco, quasi niente. Intuivo la potenza comunicativa di quella lingua del popolo, parlata ad alta voce e senza vergogna, i primi giorni di dicembre, al sole cocente della Brianza. I dialoghi veloci tra i conoscenti si svolgevano a un metro di distanza l’uno dall’altro. Probabilmente si sentivano al sicuro da orecchie indiscrete per via di quel linguaggio criptato, ripieno di santi e parabole, immagini e modi di dire che tradivano la cultura popolare in odore di salsedine, panni stesi tra i palazzi e profumo della passata di pomodori. L’ultimo arrivato era più giovane, sulla cinquantina, brizzolato, con un sorriso aperto e candido. Non mi parve usare un tono di riguardo verso l’anziano come segno di rispetto. Anzi, sembravano due vicini di pianerottolo di un palazzo popolare.

«Pascà, ie saput ‘e don Vicienz? Requie e schiatta in pace!»

«Cicci’, ‘a vita è ‘n’arrapruta ‘e cosce e na n’zerrata ‘e casce! ‘A madama senza naso ‘n puort ‘a grazia a nisciuno…»

«Veramente. Mannaggia ‘a Marina… e pure ’a livella! E dimme, Totonno sta buono?»

«Fratem’ tene ‘e riavol p’e capille!»

«Uanem! Pascà, che è succiesso?»

«’O iénnero è na mola fraceta, Cicci’. Nu pappalasagne. Va truanne ‘o cocco ammunnàto e buono, ‘o guaglione voglia ‘e faticà nun ne tène. Ce vò nu core!»

«Totonno n’felice… tutt‘a faméglia n’cuoll!»

«Cicci’, e Mimma toie comme sta?»

«Essa sta bbona, Pascà. Mo sta currenno pe’ campusante, santuari e chiesie.»

«Nientemeno! Quànno ‘o cùlo se fa pesànte ce ne iàmmo pe’ sànte!»

«E bonanotte ‘e sunature!»

Improvvisamente, con un gesto cospirativo della mano, l’anziano chiese al più giovane di avvicinarsi. Abbassò il tono della conversazione a quasi un sussurro: «Guard là Cicci’, ‘a sessore Loiacono. Paisàno tuie!» indicò il terzo uomo della fila.

«Mannaggia a isso, c’a mise ‘a lengua dinto ‘o pulito! Sta tutto ‘o juorno a parlà taliano comm ‘e prufessure: “architettura, urbanistica, piano regolatore, mezzi di trasporto a impatto zero…” vo’ fa’ o’ politicuso e tene ‘a zeppola ‘mmocca. Gabbasanti… E voglia ‘e mettere rum, chi nasce strunze nun po’ addiventà babbà!»

«Quanno nun site scarparo, pecché rumpite ‘o cacchio a ‘e semmenzelle?»

«Overamente Pascà! N’adda accattà tutte e‘ medecine!»

«Cicci’ nun te incazzà! Sient’ ammè: si ‘o Signore nun perdona a 77, 78, e 79, là ci appènne ‘e pummarole! E po’, arricuordate ca chi vo’ campà felice, vere ‘o stuorto e nun adda dicere…»

Stettero in silenzio per qualche secondo, fissando malamente l’oggetto della discussione, che era impegnato a ritirare i farmaci al bancone. Suonò il telefono del cinquantenne: «Pronto? Cuncé, ch’è stato? ‘E doglie ‘a papà? Arrivo sùbbeto! Pascà, aggia i’!»

«Va’ Cicci’, ‘a Maronna t’accumpagne!»

L’uomo sparì zigzagando tra i clienti, ci mancò poco che andò a sbattere contro la porta a vetri automatica. L’omino bianco lo accompagnò con lo sguardo e poi tornò a guardare le persone davanti a sé. Mancava solo una cliente prima del suo turno: una vecchietta indecisa non si ricordava la marca dello sciroppo per la tosse e stava facendo ammattire il farmacista a furia di risposte incerte.

«Guagliò, me sto abbuffanno ‘a guallera. Ogge me pare ‘e fà ‘a vìsita ‘e sant’Elisabetta!» esclamò impaziente rovistando nelle tasche con un’ansia «’A ro’ stanne? Mannaggia a me…». La ricerca si fece affannosa. Dalle tasche spuntò di tutto: banconote in un ferma-soldi con il logo del Napoli calcio, due ricette mediche, un portamonete di finta pelle, un fazzoletto di stoffa a scacchi, la schedina del Lotto, un mazzo di chiavi completo di cornetto rosso, due stuzzicadenti semiusati, un bottone di madreperla e un santino di San Gennaro. «Sànta Lucìa mìa, ccá te véco!» disse trionfante. Inforcò gli occhiali da lettura appena riesumati.

«Credo che tocchi a Lei…» gli dissi.

«Eh? Ah, gràzie assàje!» mi sorrise. Appoggiò le ricette sul bancone: «Tengh ‘e ricètte, dottò!» disse al farmacista.

«Controllo in magazzino la disponibilità dei farmaci»

«Jamme, facimmo ‘na cosa ‘e juorn!»

Il farmacista sparì dietro lo scaffale. Pochi minuti dopo, reggeva in mano tre scatolette e le depositò in bella vista sul bancone: «Questi sono della prima ricetta. Il farmaco della seconda ricetta sarà disponibile solo a fine mese. Questo farmaco è identico per molecola e per dosi, ma il Servizio Sanitario Nazionale non lo passa. Costa trentadue euro e cinquanta centesimi a flacone.»

«’O santo guappone: ccá i pezze e ccá ‘o sapone!»

L’anziano pagò il conto dei farmaci a testa bassa, raccolse il sacchetto ecologico delle medicine e sparì in silenzio oltre la porta automatica della farmacia, portandosi appresso tutti i santi… a parte Sant’Ambrogio ovviamente!

2022-03-03

Aggiornamento

Abbiamo raggiunto le duecento prenotazioni del libro! Grazie di cuore a tutti! La cosa incredibile per me e' che questo ambizioso obiettivo e' stato centrato in meno di due settimane dall'inizio della campagna di crowdfunding. Ho indubbiamente avuto un grandissimo supporto dagli amici, dai parenti, da tutti i ragazzi del movimento degli Amici del Sidamo e da quanti mi conoscono. Sono commosso e grato per questo atto di enorme fiducia nei miei confronti, addirittura e' stato al buio per molte persone che non mi conoscono; questo e' impensabile per un esordiente della scrittura come me. Mi impegnerò a non disattendere tanta generosità. Ancora grazie e buona lettura! Oreste

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di scoprire di più di questi piccoli casi (casini)!

  2. (proprietario verificato)

    Quando una storia serve a garantire altre mille storie di vita, vale la pena investirci. Comprare Piccoli Casi permette di leggere la trama di una vita, sostenendo un’associazione che si occupa di garantire una storia da raccontare a moltissime vite. Sono felice di aver contribuito a sostenere questa causa.

  3. (proprietario verificato)

    Ho comprato il libro perché credo che sia una bellissima iniziativa, un modo nuovo per sostenere un’associazione. Appena ho fatto il pagamento ho ricevuto la bozza non editata. Non vedo l’ora che mi arrivi anche il libro cartaceo!

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Oreste Angelo Zamboni
Ho cinquantasei anni e provengo da una città della periferia industriale al nord. Ho due figli grandi e una nipotina che adoro. Mia moglie non c’è più, è andata avanti a vedere come si sta “dall'altra parte”.
Svolgo un ruolo tecnico in una grande azienda multinazionale. Da molti anni sostengo attivamente un’associazione di volontariato “In Missione Amici del Sidamo” che opera in Etiopia promuovendo i bambini e i giovani nelle realtà locali. Cerco di mantenere il mio orizzonte più ampio possibile.
Scrivere è una passione che ho sempre coltivato privatamente, anche durante i trent'anni di matrimonio, vissuti col piede sull'acceleratore e alla velocità di mia moglie. Lei mi suggerì di condividere ciò che scrivo e custodisco intimamente. Forse è il momento di accontentarla, forse è arrivato il momento di affrontare la prossima catastrofe con un sorriso. So che è poco, ma è il mio tanto.
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