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Portami a vedere il cielo

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“La bolla è scoppiata, ma noi siamo ancora integri. Possiamo affrontare la vita”.
Marica ha diciotto anni e durante la sua adolescenza non si è mai curata delle conseguenze delle sue azioni, ma una mattina si trova dinanzi una scelta che la conduce verso un destino che non credeva più contemplato. Il destino si chiama Edoardo. I due liceali, sempre stati abili a respingere il sentimento che li unisce e incapaci a tenersi vicini, comprendono che il loro passato ora è divenuto presente. Non è solo il ritorno di Edoardo a sconvolgere la vita di Marica, ma anche i cambiamenti all’interno della famiglia. Marica si ritrova con i sentimenti vicini al cuore e il timore di soffrire nuovamente lo sente vicino, ma la paura di non vivere esageratamente tanto la spaventa ugualmente. Portami a vedere il cielo narra la vita così come la conosciamo: una catena di eventi non calcolati, ma che conducono a nostra sorpresa esattamente dove siamo destinati ad arrivare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro con l’intento di divulgare il messaggio che non importa quanti siano i dirupi di fronte ai quali ci ritroviamo a saltare, l’importante è saltare. Anche se non possediamo delle ali dietro la schiena noi siamo in grado di volare. Questo è proprio quello che fa Marica, la protagonista del romanzo: nonostante le avversità lei continua a saltare, sbagliando e imparando. A volte è proprio grazie agli sbagli che impariamo a conoscerci davvero.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Avete presente le bolle? Le bolle di sapone in particolare.

Ovunque voi siate immaginate di trovarvi soli, al centro di un luogo a voi familiare.

In pochi istanti vi sollevate, vedendo il terreno distante dai vostri piedi.

State volando, siete nella vostra bolla.

Vi sentite più leggeri, gioiosi ed estranei alle piccolezze del mondo che per tanto vi hanno influenzato.

Non è fantastica quella sensazione di quiete che ci attraversa il cuore, la mente e ci rende liberi?

Lontani dai pensieri che ci opprimono e offuscano il futuro che tanto sogniamo, ma che mai potremo avere.

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A questo servono le bolle, le nostre bolle, per evadere e fuggire dalle paure che ci tormentano.

Il problema si pone quando anche esse si arrendono rompendosi in un secondo,

perché non tutto è eterno e non sempre fuggire è la scelta più saggia.

Ci ritroviamo a scendere veloce, più velocemente di come siamo saliti, tocchiamo la terra e apriamo gli occhi.

La bolla è scoppiata, ma noi siamo ancora integri.

Possiamo affrontare la vita.

Quella mattina realizzai che la mia bolla si era rotta.

Erano le sette e la sveglia suonò, così la spensi.

Suonò un'altra volta e decisi di spegnere il telefono.

Quella mattina decisi che non sarei andata a scuola, scelsi di restare nel letto, sotto le coperte tra i fazzoletti sporchi della sera prima.

Avevo gli occhi chiusi e non volevo aprirli, sapevo che se li avessi aperti lo avrei visto e non ero pronta ad accettare quello che mi stava accadendo.

Mi girai dall'altro lato del letto e uno spiraglio di luce mi colpì il viso.

Cominciai a sentire i primi rumori delle macchine provenire dalla strada,

così pensai che fossero più o meno le sette perché alle sette solitamente a Roma, ancora non vi è tanto baccano, le persone sono ancora abbastanza assonnate per immettersi nelle discussioni stradali e l'unico fastidio che sanno provocare è lo schiamazzo della marmitta dei lori veicoli.

Mia madre bussò alla porta.

“Marica spero che tu ti sia alzata dal letto o faremo tardi.”

“Non farò tardi per niente perché oggi a scuola non ci metto piede!”

Le urlai singhiozzando e lei non rispose.

Ha sempre capito quando fosse il momento di parlarmi e capì che quello non lo era.

Non volevo parlare con nessuno che non fosse lui e lui non c'era più.

Erano giorni che le urla di mia madre non mi sfioravano più l'orgoglio,

l'odore sporco della metro non mi infastidiva come al solito e dei bei voti a scuola iniziai a infischiarmene.

Non avrei mai pensato che un rapporto potesse trasformarsi in ossessione, dolore e fatica.

Perché amare qualcuno richiede tanta energia? E perché nel ricevere amore si fatica il doppio?

Non me lo spiegavo, avrei voluto strapparmi via la pelle, prendere il cuore e lanciarlo lontano, non volevo più soffrire, volevo mettere fine al mio dolore, ma non potevo perché non dipende da noi ma dal dolore stesso.

Decide lui quando abbandonarci.

Io di aspettare non ne potevo più.

Presi coraggio e mi alzai, uscii dalla camera con una mano sul volto, chiusi la porta e andai in cucina. Sul davanzale, vicino ai fornelli, c'era una scatola piena di cialde di caffè, ne feci uno doppio con due cucchiaini di zucchero.

Uscii in balcone e accesi una sigaretta.

Dal balcone della cucina riuscivo a vedere Villa Borghese immersa nella pace e

mi rilassa osservarla priva di ogni essere dotato di due gambe.

La sigaretta si consumava lenta e il sole mi baciava appena le guance che in un secondo diventarono rosse.

Abbassai lo sguardo e con una mano mi toccai la pancia poi con la bocca aspirai bruscamente dal filtro e buttai fuori.

Tossii due volte e poi piansi.

Rialzai la testa e spensi la sigaretta.

Mi appoggiai al tavolo, dovevo ragionare e prendere coraggio o almeno trovarlo prima.

Non si trattava di una stupidaggine, era una questione seria.

Parlavo ad alta voce, a casa erano usciti tutti.

Andavo avanti e indietro lungo il corridoio che univa la porta d'ingresso e la cucina; avevo i capelli scompigliati, ma mai quanto i pensieri quelli erano un nodo da sciogliere.

“Stronzo” dicevo ogni cinque parole.

“Sono una stupida.”, ogni due frasi.

I miei diciotto anni mi avevano regalato l'idiota idea che potevo agire come volevo, senza pensare alle conseguenze.

Sono state tante le cavolate che ho fatto, ma quella le superava tutte.

Purtroppo quando c'è di mezzo il cuore tutto ci sembra insensatamente possibile e forse è giusto che sia così, perché certe sensazioni le percepiamo nel momento stesso in cui le viviamo e non ha senso rovinare quell'attimo per pensare al futuro.

Io ho agito così non pensando alle conseguenze, vivendo secondo per secondo.

Il problema è che il futuro esiste e arriva velocemente.

“Lo faccio.”, ho pensato.

” Si, è il momento, lo devo fare. Ora o mai più.”

Cominciai a bere tre bicchieri d'acqua tutti di seguito, corsi verso la camera e mi fermai.

Esitai qualche secondo, ci stavo ripensando.

“Al diavolo.”, esclamai.

Aprii la porta ed era lì.

Non avrei mai pensato che una scatoletta bianca rettangolare potesse mettermi tanta ansia. La aprii e lo presi.

Fu strano averlo tra le mani e mi fece ancora più strano sapere che fosse mio.

Respirai e andai in bagno, abbassai i pantaloni, le mutande, mi poggiai sulla tazza del water e attesi.

In quel momento cominciai a pensare alla mia vita e a come sarebbe cambiata.

La porta del bagno era aperta e vedevo l'orologio appeso al muro del corridoio,

segnava le nove e cinque.

Mancava un minuto.

Un minuto dopo lo avrei saputo.

Tremavo.

Nove e sei.

La bolla esplose

Una sera di estate, alcuni mesi prima, andai con due mie amiche a una festa di compleanno, neanche volevo andarci, forse sarei dovuta rimanere a casa.

Indossavo dei pantaloncini neri aderenti sul sedere con una camicia trasparente che lo copriva appena.

Passai l'intera serata a guardarmi intorno cercando qualcosa che suscitasse il mio interesse, volevo stravolgere, ma nessuno era in grado di attirare la mia attenzione.

Volevo qualcuno che mi smontasse il cervello liberandolo dalle mie convinzioni, dalle mie paure e dai miei pensieri.

Volevo capovolgere la mia vita e volevo che qualcuno la capovolgesse insieme a me.

Nell'ultimo anno fui avvolta da un cerchio da cui difficilmente se ne esce: la monotonia. Le giornate non sapevano di niente, tutto si muoveva, ma io restavo ferma come se niente influenzasse le mie scelte, tutto mancava di follia e di voglie sfrenate che durante l'adolescenza non dovrebbero mancare mai.

Avevo fiducia in quell'estate, la mia prima estate da maggiorenne.

Azzurra era la mia migliore amica fin dai tempi delle scuole medie. Ne avevo avute di amicizie, ma la sua complicità era qualcosa di prezioso, era una di quelle cose che quando le hai non puoi fartele scappare perchè senza ti sentiresti persa.

Lei era così, era la spalla su cui appoggiarmi dopo un pianto o una brutta sbronza, era il mio punto fermo, perchè quando tutto cadeva e non avevo niente a cui appoggiarmi, pensavo a lei e sapevo che non sarei mai stata sola.

Eravamo alla festa insieme e lei era già al secondo cocktail, cominciava a vedere i tavoli muoversi e parlare a vanvera.

Gioia, la quale non ha mai toccato un bicchiere che contenesse alcol, le teneva la borsa.

“Questa volta lo uccido.”, disse.

“Chi ?”, le chiesi.

“Samuele, chi altro? Doveva arrivare un'ora fa, tocca sempre a me fare la figura dell'idiota, questa volta lo distruggo.”

Samuele e Gioia erano una coppia da più di un anno, Gioia ha sempre detto o fatto la cosa giusta nella loro relazione, o almeno da come lei ne parlava sembrava così.

Io non avevo mai avuto una storia seria perciò non ero esperta di alcune dinamiche.

Gioia non ha mai voluto farmi pesare il fatto che non avessi un ragazzo e lei quando voleva ti faceva pesare ogni cosa.

Era brava ad attirare le persone, a renderle succubi, da un lato questo suo modo di fare mi piaceva, mi divertiva, ma dall'altro mi intimoriva, perchè a volte pensavo di essere solo una delle tante che la seguivano.

“Tranquilla, vedrai che adesso arriva.”, cercai di rassicurarla mentre in lontananza lo vidi arrivare e non si trattava di Samuele.

“Buonasera ragazze come state?”, esordì così Gianmarco, il suo migliore amico.

“Io bene, il tuo amico tra poco starà molto male.”, gli rispose Gioia.

Abbassai la testa e cominciai a ridere, poi quando alzai lo sguardo vidi i suoi occhi posati su di me, sul mio sorriso sbadato.

Samuele arrivò poco dopo, Gioia con disinvoltura fece finta che non ci fosse e andammo al tavolo dopo aver recuperato Azzurra che ci stava provando con il barista.

Il caso volle che quella sera io e lui fossimo vicini.

Mi prendeva in giro sulla mia statura bassa e su quanto poco reggessi l'alcol.

Mi faceva ridere, sarei stata ore ad ascoltarlo, a guardarlo spostarsi il lungo ciuffo nero che una volta su due gli copriva il volto.

Incerto mi sfiorava il braccio con l'intento di prendermi, ma non ci riusciva.

Dopo il terzo e il quarto tentativo ci riuscì, sentii prendermi la mano.

Mi invitò a ballare, io sorrisi e allora gliela strinsi più forte.

In qualche modo già mi apparteneva.

Ero ubriaca non di alcol, ma di follia e di emozioni che stavo cercando da mesi.

Alle tre abbandonammo i nostri amici alla festa, lui prese la macchina e cantammo fin sotto il mio palazzo.

Risi così tanto da non accorgermi della sua mano intrecciata alla mia e solo quando entrai nel portone e mi staccai, sentii un leggero vuoto farsi strada nello stomaco.

Ci baciammo per la prima volta a luglio.

Fu una delle estati più calde degli ultimi anni e nonostante ciò quel giorno piovve.

La macchina era calda e la pioggia fitta la colpiva senza interruzioni.

Due settimane dopo ci fidanzammo e giuro non c'era mattina in cui non mi svegliavo cercando il suo buongiorno, aprire gli occhi e leggere i suoi messaggi mi riempivano il cuore ancora prima di alzarmi dal letto.

Ad agosto abbiamo fatto l'amore.

Ricordo l'agitazione nei miei occhi e nei suoi movimenti, i nostri corpi erano uniti come pezzi di un puzzle dal sudore e dall'emozione che mi penetrò l'anima.

Solitamente lo facevamo da me perché lui la casa non l'aveva mai libera e nessuno dei due ha mai voluto presentare l'altro alla propria famiglia.

I giorni freddi, tristi e malinconici mutavano in qualcosa di bello con lui al mio fianco.

Sentivo di provare qualcosa di forte e questo fu un grande problema.

Poco dopo cominciarono le disattenzioni e le prime litigate, le uscite con i musi e le mani che a malapena si sfioravano, senza accorgerci che come ci eravamo uniti, ci stavamo allontanando, senza una ragione o un perchè.

Un sabato, poco dopo che iniziò la scuola, litigammo urlandoci contro le nostre paure, facendo uscire gli spettri che ci tormentavano.

Mi riportò a casa e non lo abbracciai, né lo baciai e mai avrei pensato che non l'avrei più rivisto.

Lui sparì.

Ci eravamo persi tra parole non dette e gesti mai compresi.

Avevo ancora il suo profumo addosso e quando dimenticai che odore avesse capii che lo avevo perso per sempre.

Iniziai a pensare che forse tutto ciò che io avevo vissuto per mesi, lui non lo aveva minimamente sentito e questo mi fece stare male perché quando facevamo l'amore, quando lui era dentro di me, diceva di amarmi.

Gianmarco entrò nella mia vita inaspettatamente senza farmi rendere conto che più passavano i giorni, più mi stavo innamorando.

Era diventato la mia bolla, il mio rifugio in cui evadere dalle giornate grigie.

Quando mi lasciò sola con mille domande la fece esplodere e in un certo senso esplosi anche io.

Alzai la testa e lo misi nuovamente a un millimetro dai miei occhi.

Non volevo crederci.

Chinai il capo in mezzo alle ginocchia e con le mutande abbassate iniziai a piangere.

Misi la schiena contro il muro e con le mani strinsi forte i capelli, cercai in tutti i modi di scappare, ma il mio corpo non fluttuava nell'aria e i miei piedi erano incollati a terra.

Volevo la mia bolla, dove era finita?

Smisi di piangere e mi alzai.

Pensai che nella vita avevo affrontato discussioni, delusioni e sconfitte da sola senza l'appoggio di nessuno.

A volte senza le mie stesse amiche.

Quella volta capii che niente era diverso, era uguale alle altre volte.

C 'ero io e basta e come sempre ne sarei uscita, non avrei sprecato la mia felicità per uno stronzo qualsiasi.

Avrei trovato una soluzione.

Con il volto davanti allo specchio sorrisi, mi asciugai gli occhi e tornai in camera.

Cominciai a mettere in ordine i panni e a rifare il letto.

La pulizia e l'ordine mi aiutavano a schiarire le idee.

Dopo un po’ mi fermai, posai lo sguardo sul test che usciva appena dal secchio del bagno e pensai che la domanda era una, anche se complessa, ma era quella.

“Lo voglio davvero?”.

No io non lo volevo.

Chiamai Azzurra, solo lei avrebbe potuto capirmi.

Erano le due e mezza del pomeriggio, la scuola era appena finita e al telefono non riuscii a celare le mie emozioni.

La vidi arrivare dal balcone di casa e prima che si avvicinasse al palazzo le aprii il portone.

Ci sedemmo sul divano e glielo dissi.

Le dissi che ero incinta.

Lei rimase scioccata, mi chiese se fossi sicura, io annuii.

Mi prese la mano e disse:

“Questa la superiamo insieme”.

Dopo chiamammo la ginecologa da cui Azzurra si era fatta visitare mesi prima.

Presi un appuntamento per il giorno dopo.

Quando terminò la telefonata io e Azzurra ci guardammo, si asciugò una lacrima e mi abbracciò nuovamente.

“Dovrei essere io quella in lacrime non tu, amica mia”.

Il giorno seguente dopo la scuola mi incamminai verso la clinica.

Ero sola davanti al portone.

Feci un lungo sospiro e feci suonare il terzo a sinistra. Dopo alcuni secondi, “tac”, si aprì.

Presi le scale, tre rampe.

La sala era piuttosto grande, mi sedetti su una poltrona in un angolo e con le braccia sulle ginocchia e la testa chinata aspettai.

In quella sala c'era un via vai di donne, alcune molto giovani, sui trent'anni,

altre sui cinquanta passati.

Mi chiamò una signora in camice, con dei capelli biondi a caschetto, era la ginecologa.

Con lei parlai a lungo della questione e mi indicò i rischi e le alternative,

tra cui continuare la gravidanza e mandare il bambino in adozione o abortire.

“No io voglio abortire.”, le dissi.

Superato il quesito su aborto o non aborto, affrontammo il prossimo passo, ovvero decidere con quale tipo di operazione procedere.

Io non pensavo ci fossero due tipi di aborti, la mia espressione fu alquanto sbigottita.

La dottoressa sorrise e mi illustrò l'aborto chirurgico e farmacologico. Per dieci minuti parlammo di entrambi e decisi di procedere con il primo.

“Non devi sentirti in colpa, tu sei libera di scegliere, è un tuo diritto, sappilo”, mi disse, mentre compilava il modulo per compiere l'intervento.

Non risposi, girai la testa.

“Bene questo lo dovrai presentare per l'intervento in ospedale”, mi porse il modulo e lo presi, poi aggiunse: “Per legge devi aspettare sette giorni prima di operarti, sono giorni in cui puoi riflettere riguardo la tua decisione”.

“La ringrazio, ma non credo di cambiare idea”.

Le strinsi la mano e uscii dallo studio.

I giorni a seguire furono pessimi.

La notte non riuscivo a dormire, mi rigiravo in continuazione nel letto, pensando se quella fosse la scelta giusta o se fosse l'ennesima delle mie cazzate.

La mia lista di scelte sbagliate era ormai completa.

Ero in piena crisi adolescenziale, pensavo di essere cambiata insieme a Gianmarco, ma ero sempre quella ragazza.

Quella che la sera in discoteca si ubriacava e di nuovo quella che il giorno dopo si pentiva delle pessime scelte.

Io sapevo di non essere solo quella ragazza.

Io avevo tante qualità, ma il problema era non riuscire a esprimere quelle tante cose che mi appartenevano.

Ero solo quella che vedevano gli altri.

L'unica nota positiva di quei giorni fu che mia madre sarebbe tornata a casa da un viaggio il giorno stesso del mio intervento.

In quel modo avrei potuto nasconderle quello che stavo per fare, poiché sarebbe tornata la sera tardi.

Dieci giorni dopo mi trovavo in ospedale.

“Marica Ferrante venga”.

Ci siamo, pensai.

Mi alzai dalla sedia e seguii l'infermiera che mi scortò nella stanza, c'era un lungo lettino, mi fece distendere e iniziò l'attesa.

Il medico che mi operò era alto e aveva gli occhi scuri.

Lo intravidi qualche ora prima dell'intervento, dopo che il personale mi sottopose ad alcune analisi per verificare che fosse tutto apposto.

“Allora Marica, come stai?”, aveva la voce rauca.

“Potrei stare meglio.”, non ero di grandi risate in quel periodo.

Si tolse la mascherina. Aveva i denti bianchissimi.

“Marica è normale che tu ti senta così, non preoccuparti, sei con qualcuno?”

Scossi la testa.

“Andrà tutto bene, tranquilla.”

Quando mi svegliai, mi sentivo spaesata.

Due infermiere entrarono e fecero ulteriori analisi, poco dopo mi portarono thè e biscotti.

Ero stanca, triste e dentro me c'era un grande senso di vuoto, lessi che sarebbe stato normale provare quella sensazione.

Fu come se mi fosse stata strappata una parte del mio corpo, non mi sentivo me stessa, ero incompleta.

Ma incompleta di cosa ?

Presi il telefono e vidi i messaggi di Azzurra, nei quali mi aveva avvisato che non sarebbe potuta venire a prendermi.

Non le diedi importanza.

Dovevo realizzare quanto accaduto e riprendermi prima di rivedere mia madre.

Non sospettò niente, fui molto brava a nascondere la questione a lei che in un modo o nell'altro ha voluto sempre intromettersi nella mia vita.

In quel momento pensai che avrei voluto tanto tenere la sua mano un minuto prima di addormentarmi su quel lettino.

Tornò il medico dai denti luccicosi.

Disse che l'operazione era andata bene ed entro due ore mi avrebbero dimessa.

Mi alzai dal lettino e nuda, con solo il camice che mi copriva il corpo, mi specchiai.

In quel momento pensai che l'unica cosa giusta da fare era convincermi che quella fosse la scelta giusta.

Non potevo più tornare indietro.

Passarono due ore e chiesi all'infermiera se potessi andare a casa.

“Si aspettami e ti porto il foglio cara.”

Sorrisi e nel mentre mi preparai.

Ammetto che un po’ ci rimasi male, volevo Azzurra lì con me, sentivo di aver bisogno di lei e non capivo perché non fosse riuscita a venire.

“Ecco a te, firma e non ci vedrai più.”, sorridendo l'infermiera mi diede il foglio delle dimissioni.

“Grazie siete stati tutti gentilissimi.”, firmai e andai verso l'uscita.

“Ah cara!”, disse rincorrendomi.

Mi voltai subito e le andai incontro.

“Un ragazzo ha chiesto di te, non so come si chiami, è dalle tre e mezza che aspetta”.

Sorrisi.

“No sicuramente si sbaglia nessuno sa che…”.

Rimasi senza fiato per qualche secondo appena lo vidi con le 97 ai piedi e il giacchetto verde militare.

Non era possibile.

Edoardo era lì e il mio cuore si fermò.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Elisa Fiorentino
Elisa Fiorentino ha ventitré anni e abita a Grottaferrata in provincia di Roma. Ha ottenuto il diploma di scuola secondaria di secondo grado presso il Liceo Scientifico nell'anno 2019. Successivamente si è iscritta alla facoltà di Scienze e Tecniche del Servizio Sociale, presso l'Università di Roma: La Sapienza.
Ha svolto il Tirocinio curriculare all'interno dell'Ufficio Reddito di Cittadinanza del Municipio VII di Roma Capitale. A marzo 2023 ha conseguito la laurea triennale in Scienze e Tecniche del Servizio Sociale, con la discussione della tesi:'' Il Reddito di Cittadinanza: opportunità e vincoli per i servizi sociali''. Attualmente è scritta alla laurea magistrale in Progettazione e Valutazione dei Servizi Sociali presso l'Università di Roma: La Sapienza. "Scrivere è come fuoriuscire dall'acqua e tornare a respirare, Portami a vedere il cielo è il mio primo romanzo".
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