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In preda al panico

In preda al panico
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Consegna prevista Aprile 2023

Margherita è una quattordicenne che ha iniziato il liceo e si è caricata di tutti i drammi che la società moderna impone ai ragazzi: ravvisa serie difficoltà di adattamento con la scuola, non si uniforma ai canoni imposti dalla società e si sente perennemente inadatta facendo fatica a socializzare. Tutto questo ha forti ripercussioni in tema di autostima e non solo, il culmine è raggiunto da quello che per lei è come un fulmine a ciel sereno: il suo primo attacco di panico.
Incontra però Beatrice, la ragazza che le dà ripetizioni, ma le lezioni con lei non sono soltanto quelle sui libri, bensì si tratta di vere e proprie lezioni di vita. Con lei, Margherita si apre e anche quella società all’apparenza un po’ opprimente assume sembianze diverse, forse proprio grazie a Beatrice, Margherita riesce ad uscire da un vortice di emozioni negative e impara a controllare il panico, che un po’ come una brutta giornata alla fine passa e cede il posto al cielo sereno e all’aria di cambiamento.

Perché ho scritto questo libro?

Tutto è cominciato quando una mia amica, anche ragazza delle ripetizioni, mi ha convinta a scrivere le sensazioni che provavo a scuola. Era più facile metterle per iscritto che parlarne. Per me era un modo per fare fronte a quei problemi di cui raccontavo e che sembravano insormontabili. Oggi, a distanza di due anni da quando ho terminato il libro, aggiungerei che non è stato scritto solo per me, ma per chiunque avesse bisogno di imparare ad aprirsi di chiedere aiuto quando è necessario.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

IL MIO PRIMO GIORNO DA LICEALE

È il 10 settembre, sono le sette e mezza e papà mi sta pregando da dieci minuti di scendere dal letto. In realtà è dalle sei che mi giro e rigiro tra le lenzuola pensando a cosa accadrà oggi.

«Margherita ci sei?»

Non rispondo.

Vorrei restare ancora qui sdraiata nella mia camera, quasi come se, varcando la porta non mi sentissi più sicura.

« Dai è tardi!!»

Mi metto seduta pensando che un’altra magica estate è volata via. Se fossi stata ancora in Liguria sarei corsa sul balcone a guardare se il mare fosse mosso o calmo, adesso però, l’unica corsa che posso fare è dalla camera al bagno per prepararmi e cambiarmi. I vestiti li ho appoggiati sulla scrivania ieri sera, ma devo ammettere che è da agosto che ho in mente cosa indossare: t-shirt azzurra, felpa con la zip e jeans a vita alta.

Sono pronta.
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Chissà, sono pronta? penso tra me e me. Alla fine non sono molto diversa dagli altri giorni, anche se oggi è il giorno. Sto già pensando troppo e papà, puntuale come un orologio svizzero, non manca l’occasione per ricordarmi di non fare tardi e mi riporta con i piedi per terra. «Guarda che vai bene così, non è il caso di passare la mattina davanti allo specchio! Ho appena finito di preparare la colazione, potresti venire a tavola?».

Noto compiaciuta che mamma è più in ritardo di me: che novità!

«Sbrigati ti prego!» le strillo dalla cucina.

Sono emozionata. E poi tra poche ore vedrò Chiara, la mia nuova compagna di classe. Ho una vaga idea di quale possa essere il suo viso, l’ho vista su Instagram e ci siamo messaggiate molto nell’ultimo mese. Spero di riconoscerla ed evitare le mie solite figuracce, almeno il primo giorno di scuola. Capisco che se voglio mettere quel filo di mascara è meglio correre.

«Non hai bisogno di truccarti, vai bene così» prova a convincermi papà per la fretta, ma io prontamente lo zittisco e continuo in questo arduo tentativo. Il trucco non è mai stato il mio forte. Guardandomi allo specchio mi spunta un sorriso e noto di essere ancora abbronzata: sul naso ho quel leggero rossore della scottatura che sta lentamente sparendo e le poche lentiggini che mi compaiono d’estate ci sono ancora tutte. Nella fretta trovo il tempo per lamentarmi di mia sorella Giulia che inizia la scuola un giorno dopo di me; quasi come ripicca vado in camera nostra e trovandola ancora mezza addormentata nel letto, accendo la luce per farle un dispetto e svegliarla. Si arrabbia giusto un pochino.

«Che palle Margherita, non puoi andare a scuola ed evitare di stressarmi alle sette?!».

Rido. Alla fine riesco a strapparle un bacio sulla guancia ed esco soddisfatta con lo zainetto in spalla. Urlo a mamma di sbrigarsi, mentre papà, invece, mi raggiunge in corridoio e con aria fiera, strappandomi a sua volta un bacio, mi sussurra: «Buon primo giorno di liceo topina!».

«Grazie daddolo!»

Provo sempre un leggero fastidio ogni volta che mi chiama “topina” … insomma, l’età del ciuccio e del biberon l’ho superata da un pezzo. Però devo riconoscere che anche se poche, le dolci parole di papà mi danno sempre un gran conforto.

Sono le otto e io e mamma siamo partite con la macchina da qualche minuto. Ho deciso di sedermi sul sedile posteriore per poter pensare al “grande giorno”. Il mio primo pensiero va subito a Virgi che probabilmente sarà ancora a casa. Questo è il primo anno che passiamo distanti: dall’asilo è sempre stata la mia vicina di banco e compagna di primi giorni, oggi invece non sarà così. Mi viene da sorridere pensando a come andrà il suo.

Proprio in quell’istante mi arrivano alcuni messaggi di augurio per un buon primo giorno da parte di parenti e amici. Ho alcune amiche più grandi che mi rassicurano, assicurandomi che andrà tutto bene, credo a loro e sono contenta che si siano ricordate di me. Eugenia, per esempio, ha frequentato il mio stesso liceo e per due anni non ho fatto altro che chiederle se secondo lei sarebbe stata la scelta giusta per riuscire a conciliare scuola e pattinaggio; lei ha sopportato tutte le mie paranoie del caso aiutandomi nella scelta.

«Come mai sei di poche parole stamattina?» domanda mamma, «non è da te» aggiunge.

«Nulla, sarà la classica agitazione da primo giorno di liceo!»

«Evitiamo per oggi i soliti drammi, non ce n’è proprio bisogno!»

«Okay.» rispondo quasi scocciata.

Il viaggio in macchina sembra un po’ più lungo del solito, guardo fuori dal finestrino scorrere i mille palazzi e per la prima volta mi rendo conto di quanto è grande la città se paragonata al mio piccolo paese. Sono sempre stata abituata a viaggi brevi per raggiungere la scuola e di certo non ho mai dovuto attraversare la città. Ecco che quando siamo quasi arrivate davanti alla scuola mi arriva un messaggio da Chiara

“Sono dentro, tu?”.

“Arrivo tra 5 minuti” le rispondo.

Oggi ci sarà la riunione di presentazione in aula magna e poi lo smistamento nelle varie classi e successivamente gli insegnanti parleranno ai genitori. Stiamo camminando sul marciapiede, vedo molta gente in giro, anche se sono solo le nove, non sono abituata. Pullman, macchine e molti ragazzi con lo zaino in spalla si dirigono sicuri di loro verso la scuola. Prima o poi anche io saprò muovermi sui pullman senza perdermi. Entriamo e nell’ingresso noto con piacere di non essere l’ultima, penso per un attimo alla scuola media che mi sembrava un edificio grandissimo, guardo il liceo e capisco di essere un po’ spaesata. Mi ripeto che è tutto normale, sono curiosa di vedere i volti dei miei nuovi compagni. Continuo a camminare e seguo mamma che, a quanto pare, ha ricevuto indicazioni da una bidella.

L’aula magna è piena di ragazzi con i genitori. Ci sediamo in un posto libero tra le prime file, ascoltiamo il discorso di apertura del preside che a sua volta lascia il posto agli insegnati. Gli argomenti sono più o meno uguali a quelli che erano stati esposti all’open day, ammetto di aver ascoltato circa una parola ogni cento. Finalmente dopo un po’ di attesa passano allo smistamento degli alunni. Sono nella sezione A e perciò so che verrò chiamata tra i primi. Dover passare davanti a tutti fino ad arrivare di fronte a quella specie di palco mi mette un po’ in soggezione, menomale che sono in terza fila e non ho molta strada da fare. Studio attentamente il percorso di tutti, così da saper fare lo stesso senza dare nell’occhio.

«Ti voglio bene tesoro, in bocca a lupo!» mamma mi abbraccia.

«Anche io, crepi!» le sussurro dandole un bacio e appena sento il mio nome procedo in fila con gli altri.

Non guardo praticamente nessuno e appena arrivo mi giro verso Chiara che a sua volta si era voltata verso di me. Ci sorridiamo timidamente, dalle foto i suoi capelli sembravano più corti e noto anche che è più o meno alta quanto me.

«Ciao!»

«Ciao» ripeto.

Lei è la prima della fila, io sono leggermente più indietro, entrambe sorridiamo e non appena la classe è al completo ci dirigiamo verso l’uscita salutando i genitori. Ci mettiamo in fila vicine e iniziamo a chiacchierare quasi come se ci conoscessimo da sempre. Sono felice di non aver fatto brutte figure e di averla subito riconosciuta.

«La scuola è gigante…» sussurro.

«Ho paura di perdermi!» ammette un po’ tesa.

«Abbiamo cinque anni per esplorare ogni angolo di questa scuola». Ridiamo, Sembra molto simile a me e come me anche lei mostra un po’ di agitazione. Dopo qualche rampa di scale raggiungiamo la nostra classe che si trova nell’ampliamento, mi piace tantissimo! Io e Chiara, nel frattempo, siamo riuscite a prendere l’ultima fila sulla sinistra. Mi sembra tutto bellissimo! Le pareti gialle ricoprono tre quarti dell’aula, la nostra parte invece è ricoperta da finestre. Le poche ore di scuola passano tra le presentazioni di noi ragazzi e degli insegnanti. Tocca a me raccontarmi e nel discorso viene fuori che abito in un paesino sperduto in provincia di Asti, Valfenera. Questo dettaglio lascia tutti a bocca aperta e la curiosità porta a domandarmi perché io abbia deciso di frequentare una scuola a Torino, essendo non proprio così vicino. La risposta è molto semplice in realtà, mia mamma lavora a Torino e, quindi, non era un grosso problema lo spostamento fino al capoluogo. Tra me e me penso anche al fattore comodità e non riesco a trattenere un sorriso.

Nell’intervallo la classe sembra già parecchio unita, anche se il mio solito problema è che non ricordo i nomi di alcune persone e ho il terrore di fare una delle mie figure confondendole. Mi consola il fatto di aver tempo per imparare i nomi di tutti. Appena rientrati in classe, la confidenza con i compagni sembra già essere migliorata, iniziamo a fare discorsi senza senso e a ridere tantissimo. Suona la campanella, che segna la fine del primo di tanti altri giorni di scuola. Gli studenti si dirigono accompagnati dagli insegnanti verso l’uscita. Penso a quanta gente vedrò da oggi in avanti e quante persone conoscerò.

«Sono contenta di averti conosciuta» ammette Chiara con voce serena.

«Anche io, mi ha fatto davvero piacere conoscerti di persona!». Sul volto di entrambe appare un sorriso.

Arriviamo al fondo delle scale e alcuni tra i compagni mi chiedono di aggregarmi a loro in metro per il ritorno.

«Grazie ma a momenti arriverà mio papà a prendermi, ci vediamo domani!»

«Ciao Marghe, a domani!».

Sono davvero soddisfatta del primo giorno di scuola, la classe mi sembra a posto, sembrano tutti simpatici. All’improvviso mi squilla il telefono, è papà «Tra pochi minuti sono davanti a scuola tesoro, sei già uscita?»

«Sì sì papà, ti sto aspettando qui davanti all’ingresso, ci vediamo tra poco».

Nei minuti di attesa mando un messaggio a Virgi e le racconto del mio primo giorno di scuola, le dico di Chiara che è davvero una ragazza molto simile a me e mi piacerebbe presentargliela un giorno; le racconto della scuola, di quanto sia bello oltrepassare il ponte per raggiungere l’ampliamento e le descrivo una mia compagna che ha attirato la mia attenzione, alla quale tuttavia non ho ancora rivolto la parola. Questa ragazza è molto alta e i suoi capelli sono corti, riccioli e viola, motivo per cui li ho fissati tutte le ore essendosi seduta in prima fila: mi era parsa davvero, davvero bizzarra! Le chiedo infine di chiamarmi appena avrà terminato, perché sono molto desiderosa di sapere come ha trascorso la sua giornata.

Mi mancherà, sono certa che l’intervallo non sarà lo stesso senza di lei, i suoi mille evidenziatori che finivano sempre sul mio banco e io che per dispetto li disperdevo ovunque nell’aula, poter parlarle di tutto la mattina sullo scuolabus e tenerle il posto accanto a me, le nostre foto la mattina presto e i pomeriggi passati a studiare insieme.

Chissà se riusciremo a vederci lo stesso. Sono un po’ preoccupata. É proprio in quell’istante che papà, sulla sua 500 bianca con il finestrino abbassato, accosta vicino al marciapiede della scuola e con aria divertita e incuriosita mi domanda «Allora topolina? Come è andato il primo giorno di liceo?»

«Ti prego papà, smettila di chiamarmi così, non ho più due anni!»

«Una piccola topolina sta crescendo…»

«Papà!» tento di urlare in modo serio, ma inutilmente siccome entrambi scoppiamo in una risata profonda. «È andata molto bene oggi, la classe sembra si stia davvero unendo molto, anche se è solo il primo giorno. Chiara è una ragazza simpatica con cui mi trovo a mio agio e mi ha fatto piacere essere seduta accanto a lei, mentre gli altri compagni mi sembrano a posto e una ha persino i capelli viola», dico eccitata.

«Mi sembra di aver capito che questa scuola ti piaccia, sono contento, l’hai già detto a mamma?»

«Adesso la chiamo ma le racconto tutto stasera a cena».

Siamo quasi a casa e anche mamma è contenta che io mi sia trovata bene e ha, come suo solito, preteso che a cena io le racconti tutto per filo e per segno.

Il resto del pomeriggio lo passo ad organizzare i quaderni delle varie materie e come ogni volta a inizio anno mi riprometto di provare ad essere un pochino più ordinata, consapevole che tanto quest’anno, come gli altri, il secondo mese di scuola (se non prima) i fogli a quadretti saranno mischiati con quelli a righe e le penne avranno già perso tutti i tappi. Non cedo a questo pensiero e inizio ad inserire i divisori nel quaderno di italiano mentre parlo al telefono con Virgi che, dopo avermi confessato che le sono mancata oggi, non perde l’occasione per ricordarmi che sono sempre stata disordinata e che di conseguenza le mie buone intenzioni sono a dir poco inutili.

Verso le otto siamo tutti seduti a tavola davanti a un piatto con bistecca impanata e melone come contorno. Tutto questo mi ricorda l’estate. Racconto di nuovo la mia giornata, soffermandomi su ogni singolo dettaglio, mi sembrano contenti e persino Giulia ascolta interessata.

Terminata la cena, decido di andare in camera per scegliere i vestiti da indossare il giorno dopo. Non sono neanche le dieci ma sono davvero stanca e desidero solo andare a dormire, mamma e papà vengono fino in camera a dare la buonanotte e non appena chiudono la porta della stanza, spengo la luce che c’è sul comodino e immagino ciò che accadrà domani.

Prenderò il pullman da sola per la prima volta e mi sento un pochino agitata, spero di non perdermi e di riuscire ad arrivare a scuola in orario. Immagino a quante esperienze condividerò con i miei nuovi compagni e quanto crescerò durante il primo anno al liceo.

Sarà un anno fantastico … almeno spero!

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Matteo Vanacore

    la capacità di esprimere le proprie emozioni, positive e negative che siano, credo abbia il potenziale per migliorare la nostra condizione inizialmente soggettivamente e successivamente collettivamente, credo si debbano incoraggiare i giovani a osservare, comprendere e soprattutto esprimere anche questi aspetti che tanto vengono valutati con superficialità nella società moderna.
    ci vuole molto coraggio per esprimere queste parti di se stessi al mondo quindi complimenti Isa per aver messo da parte le tue paure per esprimere qualcosa che può essere d’aiuto ad altre persone.

  2. Ciao, questo libro sarà bellissimo, sono molto orgogliosa della mia amica

  3. Martina Ellena

    Il libro ‘In preda al panico’, di Isabella Pirocca, scrittrice giovanissina, narra la storia di una quattordicenne e dei suoi incontri con l’ansia.
    Ritengo che la tematica sia di grande attualità essendo che, ad oggi, molti giovani soffrono di attacchi di panico causati dall’evolversi del contesto storico in cui viviamo.
    Credo, a prima facie, che la lettura sia semplice e scorrevole. Mi permetto di affermare che il libro ha la potenzialità di ispirare i ragazzi di oggi a superare momenti di difficoltà ma anche gli adulti/genitori che faticano a comprendere gli stati emotivi dei loro figli. E chissà se da una singola esperienza qualcun altro può trarne un’utilità o semplicemente una riflessione. Complementi Isabella.

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Isabella Pirocca
ISABELLA PIROCCA è nata a Torino nel 2004. Dopo un breve periodo in una cittadina in provincia di Torino si trasferisce in un paese in provincia di Asti, dove frequenta l’asilo e le scuole elementari.
Per ciò che concerne le scuole medie, si reca a Montà d’Alba in provincia di Cuneo e infine, alle superiori, inizia a studiare al Liceo Classico a Torino, dove tuttora è iscritta.
Nonostante tutti questi spostamenti, fin da piccola pratica molte attività sportive, le piacciono senza dubbio, ma non fanno per lei, preferisce scrivere: legge molto e inventa storie che tiene per lo più per sé. Finché, durante il secondo anno di liceo non inizia a scrivere la sua storia, creando un suo Alter Ego, Margherita, e per la prima volta si cimenta nel mondo dell’editoria che tanto la incuriosisce.
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