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Quando la luce si spegne

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La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Novembre 2024
Bozze disponibili

New York, 1973. Se Miles Grant è diventato un gangster non è per tradizione di famiglia: cresciuto in un anonimo palazzo di un anonimo quartiere, avrebbe potuto percorrere mille altre strade, tutte più semplici, tutte più banali. Eppure, una cosa è certa: essere uno qualunque non fa per Miles.
Astro nascente della malavita, Miles controlla New York in quel dopoguerra fatto di libertà, novità e corruzione che sono gli anni Settanta. Insieme ai suoi uomini si muove nella notte, dove le leggi non contano, ma chi conta può dettare legge.
Come Miles ci sono altri che pretendono il trono e non sono di certo gentiluomini: non chiedono, prendono e basta. Quando un nuovo volto arriva in città, il cerchio si stringe. Amore, morte e tradimenti conducono Miles a trovare complici inaspettati, tra cui la misteriosa Ophelia. Sotto il peso del potere, Miles Grant deve decidere se il suo regno sarà fatto di conquiste o di perdite irrimediabili.

Perché ho scritto questo libro?

New York negli anni Settanta, chi non avrebbe voluto viverci? Ho iniziato a scrivere questo libro per gioco e senza che me ne accorgessi è diventato il mio più grande alleato, legandomi per sempre ai suoi protagonisti. Questo romanzo nasce dalla sua ambientazione: è il fratello americano di Mick Jagger, il figlio delle canzoni dei Deep Purple e il cugino di città dei Soprano.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Esiste un orario, un momento, un minuto della notte in cui il cielo si fa più scuro, raggiunge la sfumatura più simile al nero, diventa una coperta di angosciosa pece fredda. Perché sì, è anche il punto in cui le temperature sono più basse e il silenzio si fa più assordante. La città dorme – o finge di dormire – e tutto è così tetro e soffocante che diventa quasi esaltante, eccitante.

O almeno per lui era così.

L’istante più buio, più freddo e più silenzioso della notte era il suo preferito, quello che gli faceva rizzare i peli sulle braccia e che lo spronava ad uscire di casa per svolgere il proprio lavoro. Era come se fosse l’unico essere vivente a respirare quell’aria scura, il re della città. E lui, effettivamente, era il re. Apparteneva a New York e New York apparteneva a lui, era una relazione reciproca che favoriva entrambi. E a lui piaceva, piaceva davvero tanto.

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Quando spense il motore della Cadillac Eldorado decappottabile, anche se per l’occasione si era deciso a chiudere la capote visto come stava piovendo, piombò proprio in quel suo momento preferito della notte. La strada era sgombra, delle sirene giungevano lontane e l’unico rumore era quello delle gocce di pioggia sul parabrezza.

Sospirò. Si passò la mano destra tra i capelli un po’ umidicci. Gli anelli lucidi gli si incastrarono in qualche ciocca scura. Prese il cappello nero dal sedile del passeggero, la Magnum dal cruscotto e aprì la portiera.

Il vento gli sferzò sul volto e agitò il bordo della giacca che ancora non aveva chiuso.

Attraversò in pochi passi la strada e in meno di un secondo fu di fronte alla casa di Thomas Morelli.

Il caro buon vecchio Tom.

Si guardò indietro. Controllò che l’isolato fosse ancora deserto, giusto per scrupolo, ma essendo una zona residenziale non c’era proprio anima viva. Tutte le famiglie di quel quartiere se ne stavano a dormire a luci spente, ignare di quello che stava per succedere e di chi avevano come vicino. O forse lo sapevano e avevano deciso di ignorarlo, ma quella era un’altra torbida faccenda.

La casa di Thomas era a tre piani, bianca, un porticato sul davanti che dava su una piccola striscia di giardino. L’erba era bagnata e aveva reso umidi i mocassini neri di cuoio che l’avevano appena attraversata.

Prese i guanti dalla tasca posteriore dei pantaloni del completo e li indossò con calma, dando le spalle alla porta. Guardò la strada, le abitazioni a destra e a sinistra, la lucente Cadillac che lo aspettava lì davanti come un cane fedele.

Finalmente si voltò. Rilassò le spalle.

Con una gomitata ruppe il vetro della porta. Lo spaccò in mille pezzi con un rumore secco, seguito poi dal tintinnare delle schegge sul pavimento. Si scrollò di dosso quello che gli era rimasto sul braccio e poi aprì girando il pomello dall’interno.

Era dentro.

Tutte le luci erano spente e sembrava che quel frantumarsi di vetri non avesse destato l’attenzione di coloro che vivevano lì.

Si mise a frugare un po’ ovunque. Camminava per le stanze con gli occhi che ormai si erano abituati al buio. Le pupille leggermente dilatate e le iridi verdi che brillavano nell’oscurità come quelle di un gatto.

Non un rumore lo circondava, non un fiatare.

Si sfilò la Magnum da dietro la schiena e la impugnò con la mano destra, lungo il fianco, mentre avanzava per il corridoio. Oltrepassò la cucina e raggiunse il salotto. Era stato lì un paio di volte, si ricordava la disposizione delle poltrone, il divano, il tappeto persiano che era stato importato e personalizzato appositamente per quella famiglia, e poi il caminetto addossato alla parete. Ovviamente era spento, ma sopra c’era un grande specchio che rifletteva la luce delle finestre.

Lui si intravide per un momento. Un passo e l’ombra scomparve subito.

Si sedette su una poltrona, accavallò le gambe e strofinò per un secondo la mano sinistra sul morbido bracciolo color salmone. Il tessuto era così soffice da poter essere la pelliccia di qualche animale estinto.

Lanciò un’occhiata attorno a sé, ancora una volta, e ormai stanco di aspettare con un gesto repentino fece cadere il vaso che stava sul tavolino accanto a dove si era accomodato. Quello sbatté violentemente contro il pavimento e si frantumò in un numero inverosimile di pezzi, bricioli che rappresentavano i vari colori che appena un secondo prima avevano formato una decorazione raffinata.

Una luce si accese, al secondo piano.

Finalmente.

Udì qualche movimento.

Tolse il cappello che aveva ancora in testa e lo appoggiò esattamente dove prima riposava il vaso. Quando risollevò lo sguardo, i suoi profondi occhi verdi incrociarono una figura scura che stava scendendo le scale, brancolando nel buio.

Sorrise appena, divertito, rendendosi conto che si trattava proprio di Thomas Morelli. In una mano stringeva una mazza da baseball.

Thomas accese la luce e finalmente si accorse dell’intruso. La sua bocca si spalancò per la sorpresa e sembrò tirare un sospiro di sollievo.

«Oh, cazzo» sbuffò l’uomo, quasi ridendo. Abbassò la mazza e riprese a scendere le scale, con più tranquillità, in piccoli balzi. «Miles! Mi hai fatto prendere un colpo, cazzo!»

E Miles, ancora seduto comodamente sulla poltrona di Morelli, le gambe lunghe accavallate, una mano sul bracciolo e l’altra che si rigirava la Magnum tra le dita, sorrise. I denti bianchi nell’ombra sembravano quelli dello Stregatto. Distolse lo sguardo, per poi inumidirsi le labbra con la lingua in un gesto lento.

«Tom, Tom, Tom» esordì, in tranquillità.

«Ma che ci fai qui? Ma che ore sono?» lo interruppe l’altro, estremamente confuso.

Era evidente che ci fosse qualcosa che non andava, Miles non si sarebbe mai scomodato per entrare in casa sua di soppiatto in una notte qualsiasi per andare a salutarlo, per cui doveva essere successo qualcosa. Thomas si passò una mano tra i capelli scompigliati e giunse nel salotto, dopo aver sceso anche l’ultimo gradino. Le sue ciabatte di pelo di visone lo stavano tenendo al caldo, ma quando incrociò lo sguardo del boss rabbrividì lo stesso.

Miles si mise in piedi, anche se lo fece con una tale lentezza tanto che avrebbe potuto essere una scena a rallentatore. La sua altezza divenne evidente. Ostentare la propria autorità era la sua attività preferita.

Si sistemò la giacca e rialzò lo sguardo. «Speravo mi potessi dare qualche delucidazione, Thomas» affermò.

L’altro sollevò le sopracciglia, sempre più turbato. «Su cosa?»

«Harlem» rispose Miles, con ovvietà. «Non ti dice niente?»

Thomas scosse appena la testa, gli occhi sgranati.

Miles sorrise, divertito. Stare lì a fissare quell’ometto lo faceva ridere. Gli italiani lo facevano ridere. Vantavano grandi organizzazioni, grandi crimini, grandi poteri, e poi lui se ne ritrovava davanti a migliaia ed era capitato poche volte, per non dire mai, che non si mettesse a ridere. Morelli non faceva eccezione che pelato, baffi scuri e folti sul labbro superiore, lo guardava mezzo addormentato stretto nel suo pigiama scoordinato, niente vestaglia e niente dignità. Poteva quasi percepire la sua ansia, l’agitazione che gli stava iniziando ad attanagliare il petto rendendogli il respiro affannoso.

Miles era come un leone pronto ad azzannare la preda.

Non voleva azzannarlo, o almeno sperava di poterlo evitare.

«Sarò più preciso» riprese. Iniziò a camminare lentamente per la stanza, infilò la mano sinistra in tasca. La quantità di foto sul caminetto era imbarazzante. «Uno dei miei carichi, quello nel deposito sotto le case popolari della centocinquantunesima, è stato ripulito».

La sua voce era calma, piatta, le sue pause erano regolari come i respiri, ma era chiaro che si stesse trattenendo. Fremeva, esigeva una spiegazione.

«Qualcuno ha ben pensato di mettere tutto sottosopra. Qualcuno ha preso i cento panetti di white lady. Sai quanto valgono cento panetti, Tom? Sono tre milioni di dollari che sono usciti dalle mie tasche e dieci che non potrò guadagnare» si interruppe un attimo, osservò una foto prendendola dalla cornice. Ritraeva i due figli di Morelli.

Sollevò lo sguardo sull’uomo che lo stava ancora fissando a qualche metro di distanza.

«Sono stato abbastanza chiaro?» chiese.

Thomas annuì vigorosamente, perché ora iniziava a capire. La paura scorreva nelle sue vene come fosse stato alcol durante il proibizionismo.

«Allora ti rifarò la domanda» sbuffò Miles. «Ne sai qualcosa di Harlem?»

2024-03-20

Aggiornamento

Grazie al vostro incredibile sostegno, abbiamo raggiunto e superato il traguardo di 200 preordini! Grazie a questo traguardo, "Quando la luce si spegne" sarà pubblicato e distribuito in tutte le librerie. Senza di voi non sarebbe stato possibile, grazie per ogni singolo preordine!

Poiché la nostra campagna di crowdfunding continuerà fino alla fine di aprile, si apre ora il nostro secondo obiettivo: raggiungere 250 copie preordinate. Grazie ancora a tutti voi per il sostegno, la fiducia e l'entusiasmo. Non vedo l'ora di condividere questa storia con voi.
2024-02-26

Aggiornamento

Si è tenuta la prima, primissima presentazione di “Quando la luce si spegne”. Abbiamo parlato del significato del titolo, dei protagonisti e del loro mondo, dello studio che c’è dietro l’ambientazione di un libro e di quell’unico personaggio femminile che spicca tra gli altri. Questo romanzo è con me da più di tre anni, e non potrebbe essere più emozionante poterlo condividere con chi ha voglia di ascoltare. Mancano ormai le ultime cinquanta copie, il traguardo è vicinissimo! Grazie a tutti coloro che hanno acquistato e supportato la campagna. Ci saranno presto novità!
2024-02-25

Evento

Assago Domenica 25 febbraio, si terrà la prima, primissima presentazione di "Quando la luce si spegne"! Assago (MI), ore 18:00. In via Roma 22, chiacchiereremo davanti ad un aperitivo, in collaborazione con Cooperativa del Popolo di Assago. L'autrice Cristina Romanelli modererà la presentazione, si parlerà di protagonisti grigi, del mio processo di scrittura e del futuro di questo thriller. Sarà anche possibile pre-ordinare ad un prezzo speciale. Vi aspetto!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Libro che ho amato sin dalle prime righe, personaggi intriganti, misteriosi e una storia che ti prende e non ti lascia più!
    Lo stile narrativo acuto, scorrevole e “ricco” ti accompagna in una lettura che ti trasporta e incolla fino all’ultima riga

  2. (proprietario verificato)

    Miles è capace di uccidere ma anche di preoccuparsi per un amico. Conosce il potere ma anche la fragilità. L’autrice fa entrare il lettore nella storia di Miles in punta di piedi per poi coinvolgerlo nel ritmo appassionato delle sue vicende. Le preziose descrizioni della città di New York, di alcuni scorci e dei suoi locali fanno vivere al lettore la profonda suggestione della City that never Sleeps.

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Lucia Panzavolta
Lucia Panzavolta è una giovane autrice di venticinque anni, di cui dodici dedicati alla scrittura.
Nata nel 1999 a Faenza, ha studiato comunicazione a Verona per poi trasferirsi a Milano, dove attualmente lavora come digital specialist. La scrittura è sempre stata una costante. Nel 2017 ha dato il via alla sua carriera di scrittrice pubblicando il suo primo thriller, mentre negli anni successivi ha partecipato ad alcuni contest letterari nelle categorie thriller e young adult. Oltre alla scrittura e alla comunicazione, è un'appassionata viaggiatrice, desiderosa di esplorare nuovi luoghi in tutto il mondo da cui trarre ispirazione.
Lucia Panzavolta on Instagram
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