Esistono legami che sfuggono alle definizioni più comode. Non hanno bisogno di promesse solenni né di grandi dichiarazioni, eppure resistono al tempo, alle distanze, ai cambiamenti inevitabili della vita. L’amicizia tra un uomo e una donna è uno di questi legami: spesso fraintesa, talvolta messa in discussione, quasi sempre raccontata attraverso stereotipi che ne riducono la complessità.
Questo libro nasce dal desiderio di restituire dignità e profondità ad un rapporto che può essere semplice e straordinario allo stesso tempo. Un’amicizia costruita sull’ascolto, sulla fiducia, sulla libertà, sulla stima, di essere sé stessi senza maschere. Un luogo sicuro in cui le differenze non dividono, ma arricchiscono; in cui il confronto non è scontro, ma crescita.
Tra queste pagine si snoda la storia di due persone, che si incontrano casualmente, in una circostanza inconsueta e che successivamente scelgono di “camminare” fianco a fianco, senza possedersi, senza definirsi attraverso aspettative
Perché ho scritto questo libro?
Ho deciso di scrivere questo libro perché sentivo il bisogno di dare voce a ciò che ho vissuto, di trasformare il dolore in parole, e i ricordi in qualcosa che potesse restare. Non è stato facile. Ogni pagina è stata un ritorno, ogni riga un’emozione rivissuta. Ma dentro questa storia c’è amore, amicizia, affetto. Sensazioni che nemmeno il tempo o la perdita possono cancellare. Ho scritto per non dimenticare, ma anche per andare avanti, perché la vita, nonostante tutto, continua.
ANTEPRIMA NON EDITATA
“C’era rispetto per il passato, per gli amori vissuti, per i ricordi ancora vivi”
Non c’è mai un momento preciso in cui qualcosa ha inizio. A volte è solo un click, un messaggio inviato per sbaglio, un numero digitato con un po’ di curiosità e un po’ di noia. Capita spesso, tra persone che non si sono mai viste, ma che sfogliando i meandri di qualche social, ci si vede in viso attraverso foto e post, e con timore magari si manda qualche messaggio, un complimento e anche qualche commento sotto la pubblicazione. In gergo “il mondo virtuale” funziona così, qui in questo libro la prima vera conoscenza di Luisa e Diego avviene attraverso un incontro reale, causale, inaspettato, in un giorno qualsiasi e in un ora mattutina e solo dopo inizia, un frammento della loro vita, attraverso periodiche e lunghe chat, possiamo definirlo “un percorso inverso”.
Luisa e Diego, hanno vissuto nello stesso borgo, uno di quei posti dove a tutt’oggi parte è rimasto come era moltissimi anni fa, dove passeggiando per le viuzze e cortili, riesci ad avere quella sensazione di pace e di tranquillità, dove ancora oggi si respirano i sapori e l’atmosfera di un tempo, inermi custodi di un passato che continua a vivere negli sguardi e nei silenzi. Qui il presente cammina piano, quasi in punta di piedi, come per non disturbare le storie che si annidano tra le crepe dei muri e nei nomi sussurrati a mezza voce. È in questi luoghi che la memoria prende forma, intrecciando destini, e dove ogni ritorno somiglia a una promessa mantenuta. Luisa, dopo avere trascorso insieme al marito Franco un periodo distante dal proprio paese, decise di ritornare da sola, quasi senza farsi notare. Camminava lentamente, come se conoscesse già ogni pietra, ogni ombra proiettata dai balconi. Non tornava lì da anni, eppure nulla le sembrò davvero estraneo: l’aria aveva lo stesso odore, un miscuglio di pane caldo e intonaco umido, capace di riaprire ricordi che credeva sepolti, si fermò al centro del cortile, ascoltando il silenzio, e capì che quel luogo l’aveva aspettata più a lungo di quanto avesse mai fatto chiunque altro. Luisa appoggiò la mano al muro scrostato, sentendone il freddo sotto le dita, quel gesto, semplice e istintivo, le riportò alla mente un’estate lontana, quando correva in quel cortile senza pensieri, con le ginocchia sbucciate e le risate che rimbalzavano da una finestra all’altra. Ora il cortile era più piccolo, o forse era lei a essere cambiata, fece qualche passo in avanti, riconoscendo una porta verde appena socchiusa. Era lì che abitava la signora Rosa, o almeno così diceva il ricordo, con il suo grembiule sempre infarinato e le parole gentili mai sprecate. Ora, in piedi sulla soglia, Luisa capì che partire non era stato difficile. Difficile era stato tutto il resto.
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“Luisa, all’epoca era partita per motivi professionali insieme al marito Franco, un’offerta di lavoro arrivata all’improvviso, da un’altra regione, una possibilità che non sembrava poter essere rifiutata. Luisa e Franco avevano fatto le valigie in fretta, convinti che si trattasse solo di un cambiamento, non di un “addio”. All’inizio le promesse erano state molte: tornare spesso, non perdere i contatti, gli amici cari, lasciare una finestra aperta sul passato. Ma il lavoro aveva preteso spazio, tempo, silenzi sempre più lunghi e così le stagioni avevano cominciato a scorrere senza di lei, nel cortile, nelle viuzze, nelle vite rimaste indietro”.
La signora Rosa si fece da parte per lasciarla entrare. «Sei dimagrita», disse, come se gli anni trascorsi potessero essere ridotti ad una semplice osservazione detta a bassa voce, Luisa accennò un sorriso. Avrebbe voluto risponderle “no”, era solo il peso delle cose non dette ad averle scavato il viso. Si sedettero una di fronte all’altra, al tavolo di formica segnato dal tempo, la cucina era rimasta uguale: le tende leggere, il calendario fermo a un mese lontano, una radio spenta che sembrava in attesa di essere riaccesa. Il caffè borbottava sul fornello, come se anche lui riconoscesse quel ritorno, «e Franco tuo marito?» chiese la donna, senza alzare lo sguardo. «È rimasto su per motivi di lavoro», io mi sono presa un paio di giorni per venire a trovare i miei genitori, i miei amici e ricordare i luoghi della mia infanzia e ho colto naturalmente l’occasione per venire da te Rosa, rispose Luisa. Non aggiunse altro. Bevvero in silenzio. Fu allora che Luisa capì che il vero motivo del suo ritorno non era il lavoro, né la nostalgia: era la necessità di guardare in faccia ciò che aveva lasciato, e decidere, finalmente, se restare o andare via un’altra volta cercando di trovare la giusta soluzione per la professione del marito, con la speranza di ritornare per sempre nel borgo dove avevano vissuto i momenti più felici sin da piccoli. Salutò la zia Rosa con un abbraccio lungo, trattenuto, di quelli che dicono più di quanto le parole riescano a fare, sulla soglia si voltò un’ultima volta, come se quel gesto potesse imprimere nella memoria ogni dettaglio di quella stanza rimasta uguale al passato. Nel cortile l’aria era cambiata. La luce del pomeriggio sembrava più fredda, e ogni passo si faceva più pesante. Luisa capì che lasciare non era solo uscire da una casa, ma accettare il peso di ciò che non sarebbe più tornato com’era.
Luisa e Franco si amavano tanto, e non passava un minuto che i pensieri anche lontani non si intrecciassero. Quando una donna e un uomo si amano, l’amore non è possesso né bisogno. È riconoscimento. È sapere che l’altro esiste anche lontano da sé, e continuare a sceglierlo senza la certezza di essere scelti ogni giorno. Amarsi significa camminare insieme, anche quando la vita costringe a procedere a distanza, fidandosi del filo invisibile che tiene uniti più di qualunque presenza. L’Amore è fatto di gesti minimi, di rispetto, di silenzi che non fanno paura. Tiene uniti senza stringere, lascia andare senza spezzarsi. Quando una donna e un uomo si amano davvero, non cercano di colmare ogni distanza, ma imparano ad abitarla. Sanno che l’amore non vive solo nella vicinanza, ma nella fiducia che resiste anche quando l’altro non c’è. Ed è in quella fiducia fragile, ostinata, quotidiana che l’amore trova la sua forma più matura. Luisa, rimase alcuni giorni, poi per motivi di lavoro dovette rientrare al nord e ricongiungersi con il marito, il quale nonostante le numerose richieste inoltrate agli indirizzi preposti per il trasferimento, non aveva avuto nessuna risposta positiva.
Il riscontro arrivò in un pomeriggio qualunque, di quelli che non promettono nulla. Una mail breve, poche righe asciutte, eppure capaci di sciogliere in un istante tutta la tensione accumulata nei mesi precedenti. Luisa e suo marito rimasero a fissare lo schermo senza muoversi, come se i corpi avessero bisogno di tempo per raggiungere la mente. Il trasferimento di Franco, finalmente era stato concesso. Non fu un’esplosione di gioia, come avevano immaginato tante volte, ma un sollievo profondo, quasi stanco. La certezza, finalmente, di poter smettere di aspettare. Luisa, il mattino dopo, andò dal suo datore di lavoro, presentando le dimissioni.
La nuova sistemazione nel loro paese natio prese forma lentamente, come fanno le decisioni importanti. Non era solo un ritorno, ma un progetto, un’idea semplice e tenace: costruire una casetta tutta loro. La immaginavano con ampi spazi, circondata di verde, accogliente, funzionale, un camino, con le finestre aperte sul silenzio. Non cercava grandezze né promesse solenni, solo un luogo che sapesse di casa, di partenze finite e di radici finalmente scelte. In quel pensiero c’era più futuro che nostalgia, per la prima volta dopo anni, capirono che non stavano tornando indietro: stavano ricominciando.
Ma, purtroppo la felicità della nuova rinascita, le nuove abitudini, l’incontro con i vecchi amici, con i parenti durò poco. Durante delle visite presso ospedali e studi medici, scoprirono che Franco era affetto di una malattia difficilmente curabile. Tutti gli sforzi, i sacrifici, le gioie di un nuovo cambiamento e di una definitiva sistemazione, il progetto e la realizzazione del loro nido oramai completato, sfumò in un attimo dopo la brutta notizia. Dopo anni di cure, viaggi, medicine e sofferenze Franco volò in paradiso, lasciando il dolore a Luisa e ai suoi tre gioiellini, un maschietto e due femminucce e tanto stupore a tutta quella gente che lo voleva veramente bene. Franco era una persona mite, sorridente, disponibile, umile la sua professione era anche quella di aiutare quasi giornalmente le persone in difficoltà; era dedito alla famiglia, quando usciva lo faceva per pochi minuti, ma il suo desiderio era sempre quello di andare in giro con Luisa e quando era possibile anche con i propri figli. Decidevano tutto insieme, dagli acquisti importanti, all’organizzazione di viaggi. La sua indole era quella di legare con tutti, e capiva quando qualcuno era in difficoltà. Gli amici gli volevano bene, era sottilmente umoristico e credeva tanto alla fedeltà, alla stima, all’amicizia vera. Aveva tutti i valori che una persona possa avere e che purtroppo oggi, queste persone sono diventate “mosche bianche”.
Nunzia Longhitano (proprietario verificato)
Coinvolgente…. la lettura della Sinossi cattura l’attenzione per la descrizione nei particolari…..