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Quando le lacrime si confondono con la pioggia

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Consegna prevista Dicembre 2024
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Bellezza creatività personalità: prerogative rare che regalano una vita in discesa a una giovane stylist che veste, asseconda, deride e guadagna grazie alle insicurezze delle star più influenti al mondo. La strada verso la felicità è a portata di mano.
Così sembrerebbe.
Ma qualcosa non va nell’esistenza di Penelope, completamente assuefatta ad ogni tipo di droga che butta giù con molto alcol, senza controllo, perché una mente che non pensa ne guadagna in salute, e la sua ha bisogno di cancellare un intero passato.
Questa è la sua vita quando un Moleskine, trovato per caso in metropolitana, scuote le sue certezze facendola vacillare e la spinge a leggerne il contenuto, conoscendo Emma e stralci della sua vita attraverso le parole scritte in questo diario.
Il viaggio inizia adesso, un viaggio di sola andata e senza fermate intermedie.
Nulla sarà come prima nelle loro vite, ma neanche nelle vostre dopo averle conosciute.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro in anni di forti cambiamenti nella mia vita. I personaggi sono nati spontaneamente, di riflesso ad un carico emotivo che aveva necessità di essere esplorato diventando la voce narrante di questo romanzo. La gestazione è stata lunga, e non mi sono mai separata da queste pagine scrivendo ovunque io andassi. È diventato un’appendice alla mia quotidianità, una certezza, la mia terapia. Il viaggio si è concluso con la parola “fine”… forse.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

La cornice è gotica, di un altro secolo: immortalata tra il chiaro e lo scuro al centro di una

Polaroid in bianco e nero.

Pioggia battente sullo sfondo.

Una figura esile, ma non fragile imprigionata lì, splendida.

Penelope: così bella da non sembrare reale.

La protagonista di uno schizzo cyborg disegnata a carboncino da un folle.

Perfetta in ogni dettaglio, armoniosa nei movimenti e maledettamente sensuale.

Ancheggia ritmicamente sopra tacchi a stiletto completamente sradicata dal suo contesto.

Arrabbiata.

Vittima delle circostanze si guarda intorno inorridita.

Non avrebbe dovuto trovarsi in quel posto.
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Quella stessa mattina si alza con un doppio cerchio alla testa.

Penelope ha partecipato alla première di un film ospite di una delle tante facoltose clienti e c’è andata giù pesante con tutto. Rantolando nel suo kimono nero di seta ancora sdraiata a letto toglie la mascherina dagli occhi gonfi e intorpiditi: troppa luce per lei, così allunga la mano e inforca gli occhiali scuri abbandonati sul comodino ore fa.

Il suo incubo maledetto l’ha risvegliata in malo modo e la paura si fagocita la stanchezza.

Non dorme più.

Faticosamente a piedi nudi raggiunge la cucina e fruga nella dispensa alla ricerca di qualcosa di potente nella sua farmacia: ansiolitici, eccitanti, snellenti, sonniferi, antiemetici, lubrificanti vaginali, preservativi, fiori di Bach, vibratori a pile, cocaina, vitamine, probiotici, antidepressivi, purghe e tanto altro.

Abusa molto del chimico per non provare alcun dolore, quindi svita un paio di tubetti, versa un quantitativo casuale di pasticche sul palmo della mano e le ingoia con un sorso di champagne caldo, dimenticato sul tavolo la sera prima.

La scena si ripete uguale ad ogni risveglio cambiando solo qualche particolare come il colore della vestaglia, il numero delle compresse e l’ora in cui si rianima.

Percepisce un qualcosa di atipico nella stanza che non riesce ad ignorare come fa di solito. Pepe si avvicina ai vetri quasi ipnotizzata con un’espressione stupita simile ad un sorriso, che le illumina il volto per una frazione di secondo: le grandi finestre del loft riflettono la luce, ed il calore del sole entra di prepotenza nel salone.

L’idillio viene interrotto bruscamente dal telefono, e il nome sul display dà il titolo alla prima grana della giornata:

«Mi sta tutto malissimo, si vede la pancia e poi i colori…».

Il monologo scandito dalle urla isteriche si diffonde nella stanza grazie al vivavoce del cellulare. Terminato lo sfogo da narcisista pazza, Penelope riesce ad intervenire:

«Dammi il tempo di organizzarmi e arrivo! Ora rilassati, bevi una cosa. Ci penso io a te, tesoro mio!»

Gli ingranaggi nel cervello lavorano alacremente per individuare, nelle ultime collezioni arrivate, almeno sei outfit da presentare alla cliente, mentre cammina verso l’ascensore interno.

Scesa al piano inferiore digita la combinazione ed entra nel suo regno: l’atelier, dove prende un paio di custodie e parte alla ricerca dei modelli prescelti chiamando il corriere di fiducia per la spedizione.

Pepe imballa i capi, le calzature, i gioielli e un kit contenente il necessario per riparazioni d’emergenza.

Il fattorino, sempre lo stesso, si prende cura della preziosa merce conoscendo bene la Signora, le sue esigenze e le laute mance elargite se tutto viene consegnato a destinazione, in tempo utile, senza alcun danno agli imballi.

A differenza dei suoi colleghi, lei non ha stagisti o collaboratori.

Un tempo se ne serviva, ma la derubavano e chiacchieravano troppo raccontando dettagli dell’atelier, della sua persona, perché questo lavoro richiede discrezione sopra ogni cosa, precisione, intuito quanto basta, la bacchetta magica per risolvere guai o capricci dell’ultimo minuto e una dose smisurata di pazienza: in alcuni periodi dell’anno la quantità di cose da fare è impressionante, ma ha iniziato sola e non le dispiace rimanerci.

Torna nel loft e le resta giusto il tempo per la scelta d’abito prima dell’arrivo di Manuel, l’unico sopravvissuto alla mattanza della mietitrice: truccatore, parrucchiere personale di Penelope e all’occorrenza giullare di corte per deliziare “la regina”.

Il mal di testa non le dà tregua, e nel momento in cui ingoia qualcosa di più potente suona il campanello.

Presa totalmente dall’ansia del poco tempo a disposizione infila il vestito, biancheria intima esclusa, e tre, due, uno:

«Ma ciao! Come stai? Io malissimo, dormito niente! Guarda che occhiaie! Sembro uno zombie…ho sognato una cosa stranissima: ero in una stanza buia…», e Pepe abbozza una mezza smorfia paragonabile ad un sorriso staccando momentaneamente l’audio, perché non le interessa ascoltare.

Finalmente Manuel riprende fiato, e solo in quella frazione di silenzio lei rammenta di non aver chiamato l’autista. Ora è troppo tardi, anche per lei.

Riflette, a malincuore, su quale sia l’alternativa meno opprimente tra un sudicio taxi e la rivoltante metropolitana, mentre accende la televisione per confondere le parole a raffica del truccatore, come spilli nella testa, con qualsiasi altro suono meno acuto.

ULTIMA ORA: “Roma bloccata da un inaspettato assembramento di partecipanti alla manifestazione. Centro storico congestionato e traffico deviato per permettere il deflusso lungo i cordoni della polizia”.

Inizia malissimo questo giorno.

Conclusa la sessione di restauro, il fido Manuel si avvia per anticiparla dalla cliente.

Dopo mezz’ora anche lei scende in strada con passo deciso, la tisana drenante in una mano, l’ombrello nell’altra, completamente avvolta dalla solita aura nera.

Ogni spazio calpestabile è occupato da persone armate di megafoni con cui scandiscono slogan, striscioni, bandiere e camion malandati con casse gigantesche che librano nell’aria musica assordante.

La puzza di umanità la invade completamente.

Accelera il passo per imboccare al più presto la scalinata della metropolitana, mentre a fatica raggiunge l’entrata.

Un misto di urina stantia, profumi dozzinali mescolati a sudore invadono prepotentemente le sue narici: la nausea sale colpendola fino a farla barcollare, ma non si azzarda a toccare le pareti di un colore indefinibile e ripiega sul mancorrente solo per non svenire rischiando di capitolare rovinosamente a terra.

Penelope sosta davanti alla biglietteria automatica, non passando inosservata a ladruncoli pronti a derubarla. Quando il primo si avvicina troppo lei si gira di scatto ruggendo:

«Se ti avvicini ancora ti spezzo un braccio!»

Lo scippatore in erba sorpreso fa dietrofront in cerca di una vittima meno aggressiva e sveglia, mentre la donna raggiunge la pensilina.

Il look della giornata è “total black” in netto contrasto con i suoi amati gioielli eccentrici e vistosi.

Tutti si voltano al suo passaggio senza sperare di poter incrociare lo sguardo: occhi grigio mare in tempesta, freddi, sempre protetti dai grandi occhiali scuri.

Detesta il contatto umano, che evita in ogni modo, e il solo sfiorare inavvertitamente qualcuno le fa venire un brivido lungo tutta la schiena. È stata vivisezionata dalla vita, usata come cavia per testare la soglia massima di sofferenza possibile ed ora non ha più nulla per nessuno, si è spenta.

La maggior parte delle donne farebbe carte false per vestire i suoi panni anche solo per un giorno, perché lei è la stylist delle star.

Ha lavorato a testa bassa occupando ossessivamente ogni minuto della nuova vita per distruggere i ricordi dedicando anima e corpo alla sua trasformazione, solo per arrivare nella nicchia degli dei dove l’essenziale è apparire per sentirsi solamente una bella carcassa vuota.

Finalmente ecco la metropolitana e Penelope cerca un posto a sedere, il più isolato possibile al riparo dalle persone stendendo un fazzoletto sul seggiolino prima di sedersi. Con riluttanza appoggia l’ombrello di Chanel accanto al sedile, e dalla borsa tenuta in grembo prende gli auricolari per estraniarsi totalmente chiudendo gli occhi per un istante.

Prima fermata, frenata e l’ombrello scivola sotto la seduta. Fa una smorfia di disappunto e si china per prenderlo toccando con i guanti di cashmere qualcosa simile ad un pacchetto. Ritrae la mano quasi spaventata e facendo finta di nulla lo appoggia dov’era continuando il viaggio verso il capolinea. La musica seppur alta, non riesce a distoglierla dai pensieri: pochi, confusi ed annebbiati dai farmaci, che rimbalzano dentro la testa e scendono nello stomaco completamente vuoto.

Penelope è stanca, ma non è solo quello.

Fuori continua a piovere, lo si sente nell’aria: la mandria disorganizzata che sale ad ogni sosta puzza di cane bagnato e lei detesta questo odore pungente.

Ovviamente, in questo orrendo viaggio non poteva mancare l’uomo che cerca di attirare la sua attenzione, e non appena i loro sguardi entrano in collisione lui ne approfitta:

«Scusa se ti disturbo, ma non ci siamo già incontrati nei tuoi sogni?», domanda lo sconosciuto con il sorrisetto ammiccante di chi compensa la sfrontatezza con la mancanza di bellezza e stile.

Pepe toglie gli auricolari e risponde con tono secco:

«Non ricordo mai cosa sogno» reinserendo la musica nelle orecchie.

Il sorriso del piacione si smorza e coda in mezzo alle gambe va verso l’uscita, mentre la metro rallenta con un sussulto.

Spinta in avanti rovescia tutto il contenuto della borsa sui piedi.

Con la finezza che la contraddistingue, quasi impassibile raccoglie gli oggetti fuoriusciti con una certa foga per evitare il contagio da pavimento lurido afferrando per primo il suo prezioso tablet finito sotto il sedile.

Senza alcuna ulteriore interruzione arriva alla sua fermata salendo le scale in fretta per tornare a respirare aria pulita mentre cerca di aprire l’ombrello, anche se la pioggia battente ha già macchiato gli stivali in nabuk che sono da buttare.

Si accosta ad un cestino e lancia i guanti contaminati e per riparare al danno della pioggia sulle calzature va in un negozio di sua conoscenza, perché non ci si può presentare con qualcosa di brutto e sporco. Entrata nella boutique ne indossa subito un paio, mentre le altre cinque se le fa recapitare all’atelier.

Adesso è favolosa: un’ultima controllata a trucco, capelli, una nuvola di Chanel n°5, e sale nella suite sfoggiando il suo sorriso numero quattordici, con baci e abbracci stilizzati e automatici.

Questa è una parte molto importante, perché deve vendere un’immagine vincente con impressa la sua firma, oltre ad agghindare chi non ha la minima idea di cosa sia chic, innovativo o semplicemente coordinato.

Manuel ha terminato il make-up e l’acconciatura, adesso manca solamente il suo tocco.

Dopo un’ora di prove estenuanti, rese meno noiose solo dallo champagne a fiumi, si è raggiunto l’Eldorado stilistico: risultato sofferto, ma spettacolare con un abito a strascico avorio di seta, sandali neri con inserti d’oro, copri spalla con diamanti, pochette vintage e gioielli dalla collezione privata della stylist.

Divinamente ubriaca, scortata dalle guardie del corpo, la cliente barcolla un po’, nessuno se ne accorge vista l’andatura lenta di una sposa che attraversa la navata. L’input al suo cervello è dato dal bagliore intermittente prodotto dai fotografi fuori dall’hotel, che la ridestano dal torpore sfoggiando uno sfavillante sorriso.

Concluso il lavoro, Pepe può dedicare tempo ad amarsi con lo shopping, perché stasera deve partecipare ad una sfilata, e non ha nulla da indossare fra i trenta metri quadrati di cabina-armadio.

Il taxi l’attende sotto l’albergo diretto verso l’unico amore della sua vita: “Chanel”, perversione da sempre di cui non può fare a meno.

«Buongiorno signora Penelope», ma non risponde, perché una volta dentro raggiunge uno stato di trance appagata dall’eleganza dei modelli appesi in gradazione cromatica, con le nicchie allestite da pochi accessori coordinati, così essenziali: un orgasmo per gli occhi.

La sua giornata mediamente ha solo sfumature di grigi e neri, e per questo la stylist deve essere abbracciata e coccolata da un dosaggio minimo quotidiano di bellezza.

Fa il suo giro con calma gustando tutti i dettagli di ogni capo, la pregia fattura, i tessuti che scivolano tra le dita e…lo stramaledetto telefono!

Evaporato il momento magico fa segno ad una qualsiasi addetta alla vendita di avvicinarsi indicando col dito gli abiti scelti. Si sposta verso i tavoli in cristallo dove la direttrice ha già preparato i vassoi di velluto nero con i gioielli.

La dinamica della vendita con la signora Penelope, e ogni suo gesto sono un qualcosa che la referente dell’atelier conosce bene tramandando le istruzioni alle sue sottoposte: «La signora non gradisce essere disturbata in alcun modo nella sua permanenza. Se lei fa un cenno è solo per chiedere informazioni o usarvi come grucce umane. In caso contrario è sufficiente il saluto all’entrata e all’uscita».

Le parole della responsabile non lasciano spazio all’immaginazione delle commesse, che si adeguano al diktat imposto preparando le custodie per le creazioni e le scatole contenenti gioielli in assoluto silenzio.

Pepe, ancora al telefono, apre la borsa per prendere una sigaretta, abbozza il sorriso numero sei, ed esce senza salutare. Il taxi chiamato dalla responsabile colmo di pacchi l’attende fuori con lo sportello aperto, e lei spegne il mozzicone per terra con la punta dello stivale salendo in macchina.

Arrivata a destinazione scende dall’auto, sale nel loft esausta e con il monologo di questa donna logorroica finalmente in vivavoce, abbandonata su una mensola, cammina verso gli acquisti sistemati dal portiere sopra il tavolo dando un’occhiata alla posta della giornata, i quotidiani, le riviste messe in ordine da Guendalina.

Penelope metodica.

Terminata la telefonata fa partire simultaneamente la musica rompendo il silenzio che la turba parecchio, mentre lancia sul divano chilometrico la borsa, che cade rovesciando tutto il contenuto tra i cuscini ed il pavimento:

«Che palle! Maledette borse senza cerniera!», e in ginocchio raccoglie tutto quello che trova per terra risbattendolo dentro infuriata, ma preso il tablet scorge una macchia nera rettangolare scivolata sul pavimento:

«E quello che diavolo è?»

In un secondo si ritrova ancora dentro la metropolitana e istintivamente si porta la mano alla bocca sgranando gli occhi per lo stupore, perché nella fretta di riprendere i suoi averi ha inavvertitamente infilato nella borsa anche il pacchetto che c’era sotto il sedile ed eccolo qua:

«È così sudicio! Non voglio nemmeno toccarlo!» sbotta continuando a fare smorfie di ribrezzo.

Deve toglierlo da lì e gettarlo, quindi afferra un lembo di una maglia come protezione tra le dita e quello schifo accelerando il passo verso la spazzatura, schiaccia il pedale, ma quasi dentro al secchio si apre l’involucro da un lato.

Penelope si blocca perché ora ha due scelte: ignorare o assecondare la curiosità.

La tachicardia procurata da questa scelta vince dieci a zero sulla repulsione, così stende la maglia sul tavolo di marmo nero della cucina e lo snoda stampandosi sulla faccia un’espressione d’incredulità man mano che scosta il foulard:

«Pazzesco!».

2024-03-21

Aggiornamento

https://www.newwhitebear.net/2024/03/20/il-libro-di-low/
2024-03-06

Aggiornamento

https://ognunohailsuopantoufle2.wordpress.com/2024/03/06/il-libro-di-simona-zilio-quando-le-lacrime-si-confondono-con-la-pioggia/
2024-02-23

Aggiornamento

https://nemesys3.blog/2024/02/23/il-libro-di-simona/
2024-02-24

Aggiornamento

https://ameraviglia.com/2024/02/24/w-i-sogni-e-il-talento/

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Simona Zilio
Sono nata quarantasette estati fa in provincia di Torino, dove ho vissuto per un quarto di secolo. Cresciuta negli anni '90 respirando ribellione, fantasia e protesta ho assorbito cultura e musica molto differenti dalla maggior parte dei miei coetanei. Le mie più grandi passioni sono la musica che mi salva l'anima, i libri con cui ho un rapporto emozionale forte. Con la scrittura è tutta un'altra storia: respiro perché scrivo, e non ne posso fare a meno.
Da vent'anni vivo nella bassa Parmense, in campagna con la mia famiglia di bipedi e quadrupedi.
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