Quasi racconta la storia di un amore importante e di ciò che resta quando quel legame, dopo anni, arriva al suo punto di rottura.
La protagonista si trova a fare i conti con la fine di una relazione che aveva immaginato come definitiva, con il vuoto lasciato da una persona che era diventata casa, abitudine e futuro. Attraverso ricordi, domande e momenti di riflessione, ripercorre ciò che è stato: l’inizio, la complicità, le promesse, ma anche le difficoltà e le ferite che hanno portato due persone che si amavano a perdersi.
È un viaggio dentro il dolore della separazione, ma anche dentro la riscoperta di sé. Perché a volte perdere qualcuno non significa soltanto imparare a vivere senza di lui, ma ritrovare la persona che eravamo prima di dimenticarci di noi stessi.
Quasi è una storia sull’amore, sulla mancanza e su quel confine sottile tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che avevamo immaginato sarebbe durato per sempre.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto Quasi perché questa storia viveva dentro di me e sentivo il bisogno di darle una voce. È nato dal desiderio di raccontare ciò che spesso non sappiamo spiegare: cosa succede quando perdiamo una persona che non era solo un amore, ma una parte della nostra vita e del nostro futuro immaginato.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 18: Quello che resta
Mi dispiace per tutto il male che ci siamo fatti.
Non quello detto per ferire e basta.
Quello che è uscito quando non sapevamo più come amarci senza farci male.
Mi dispiace per i silenzi troppo lunghi.
Per le parole dette male.
Per i momenti in cui ci siamo guardati e non ci siamo più capiti.
Eppure, sotto tutto questo…
C’è sempre stato altro.
Un bene immenso.
Di quelli che non si costruiscono facilmente.
Di quelli che non si spiegano bene nemmeno adesso.
E io lo so.
So che nonostante tutto quello che è successo,
nonostante come è finita,
nonostante le ferite…
quello che ho provato per te era vero.
E lo è ancora in un modo diverso, più silenzioso, ma reale.
E forse è questo che resta alla fine:
non solo il dolore di come siamo finiti,
ma anche il ricordo di quanto siamo stati importanti.
E ci sono giorni in cui non riesco a decidere cosa pesa di più.
Se quello che ci siamo fatti male…
O quello che ci siamo voluti bene.
Perché stanno ancora insieme dentro di me.
Non si sono separati.
E questa è la cosa che non riesco a sistemare.
Il fatto che tu possa essere stato entrambe le cose.
Quello che mi ha fatto sorridere fino a stare male dalle risate.
E quello che mi ha fatto stare male fino a non riconoscermi più.
Eppure…
Anche così, non riesco a ridurti a una sola versione.
Non ci riesco proprio.
Perché non saresti vero.
E allora resto qui, con tutto.
Con quello che è stato bello.
E con quello che ha fatto male.
Tutto insieme.
Non ti ho mai davvero cancellato.
Nemmeno nei giorni in cui avrei dovuto farlo per stare meglio.
Perché non è così che funziona con le persone che ti hanno abitato dentro.
Non le togli.
Le sposti.
E a volte nemmeno del tutto.
Tu sei rimasto in un posto preciso.
Non al centro.
Non davanti a tutto.
Ma nemmeno lontano abbastanza da diventare niente.
E io ci passo accanto ogni tanto.
Senza fermarmi sempre.
Senza guardare troppo a lungo.
Ma so che sei lì.
E questo basta.
Non ti scrivo più.
Non perché non mi venga voglia.
Ma perché ho imparato cosa succede dopo.
Quel momento in cui inizi a digitare qualcosa che sembra innocuo…
E poi diventa troppo.
Troppo personale.
Troppo vero.
Troppo per essere ignorato se restasse lì.
E allora cancello.
Sempre.
E non è orgoglio.
È solo il modo che ho trovato per non tornare sempre allo stesso punto.
Perché conosco già quel punto.
E so che se ci arrivo, poi è difficile uscire.
Quindi resto prima.
Fermo prima.
Anche quando una parte di me vorrebbe ancora parlarti.
Non ti cerco più, ma questo non significa che non mi torni in mente.
Succede nei momenti più stupidi.
Quando non sto pensando a niente di importante.
E all’improvviso qualcosa ti richiama dentro.
Non in modo chiaro.
Non con forza.
Solo abbastanza da farti fermare un attimo.
E poi passa.
Come tutto quello che ormai passa senza fare rumore.
E io continuo quello che sto facendo.
Ma c’è sempre un secondo in cui non sono completamente lì.
Perché una parte di me è ancora occupata da te.
Non è che non vada avanti.
Vado avanti.
Faccio le cose, esco, rispondo, vivo.
Solo che non tutto di me è andato nello stesso posto.
Una parte è rimasta indietro.
Non bloccata.
Non ferma per sempre.
Solo… non del tutto allineata al resto.
E a volte lo sento chiaramente.
Quando rido e poi mi accorgo che mi è venuto naturale pensarti.
Quando parlo e per mezzo secondo mi manca una risposta che avresti dato tu.
E non lo dico a nessuno.
Non perché sia un segreto.
Ma perché non saprei come spiegarlo senza semplificarlo troppo.
E non è semplice.
Non lo è mai stato.
E poi ci sono quei giorni strani in cui non succede niente di nuovo, ma sembra comunque tutto diverso.
Non per quello che accade fuori.
Ma per come lo sento io.
Come se qualcosa dentro si fosse spostato di pochissimo.
Abbastanza da farmi guardare le stesse cose in modo diverso.
E in quei giorni tu non sei un pensiero continuo.
Sei più… un’ombra precisa.
Non pesante.
Non invadente.
Solo presente nel modo in cui certe cose non smettono di appartenerti davvero.
E io ci convivo così.
Senza farci troppo caso quando posso.
E accorgendomene subito quando non posso evitarlo.
Non ti cerco più nei gesti degli altri.
Non confronto più tutto con te come facevo all’inizio.
E questo, per un po’, mi ha fatto credere che stessi davvero andando avanti.
Poi però ho capito una cosa diversa.
Non è che ti sto lasciando andare.
È che ho smesso di misurare tutto su di te.
E non è la stessa cosa.
Perché tu non sei sparito dal mio modo di sentire.
Hai solo smesso di essere il riferimento di tutto il resto.
E questo cambia il modo in cui vivo le cose.
Non le rende più leggere.
Solo meno legate a te.
A volte mi chiedo se ti rendi conto di quanto spazio hai avuto dentro di me.
Non lo spazio romantico, quello che si dice facilmente.
Parlo di quello vero.
Quello che cambia il modo in cui vivi le giornate.
Quello che entra nelle abitudini, nei pensieri automatici, nelle cose piccole.
Tu eri lì dentro così tanto
Che quando sei andato via non è rimasto solo il vuoto.
È rimasto il segno della tua forma.
E io ho dovuto imparare a vivere senza riempirlo subito.
Senza sostituirlo.
Senza fingere che non ci fosse stato niente.
Solo… conviverci.
E certe volte ci riesco meglio.
Altre no.
Ci penso spesso a quanto ci siamo amati male a un certo punto.
Non poco.
Male.
Come se l’amore bastasse da solo a sistemare tutto il resto.
E invece continuavamo a ferirci proprio perché tenevamo troppo l’uno all’altra.
Tu avevi le tue paure.
Io avevo le mie.
E in mezzo ci siamo finiti noi.
Quella versione di noi che all’inizio rideva per niente,
che riusciva a stare bene anche nelle cose più semplici.
A volte mi manca più quella complicità del resto.
Quel sentirti casa senza dover spiegare niente.
Perché è difficile trovare qualcuno con cui il silenzio non pesa.
E con te, all’inizio, non pesava mai.
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