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Quelle domeniche al Bilicoe

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Lo sport, qualsiasi sport, è sempre una scuola di vita. Impegno e dedizione si uniscono a momenti vissuti in sintonia con i compagni e ad avventure che lasciano una scia di ricordi indelebili. Quella raccontata da Maurizio è una storia lunga vent’anni, fatta di partite, allenamenti, ricordi e aneddoti. Dalla rincorsa alla Prima categoria nei campetti della Sardegna al coronamento del suo sogno: giocare in quella che fin da ragazzino è sempre stata la sua squadra del cuore. Perché, in fondo, nello sport come nella vita, si tratta di questo: crescere e inseguire un sogno.

Nessuno ci ha avvisato che la nostalgia è il prezzo da pagare per i bei momenti.

(Mario Benedetti)

UN DERBY DEL CUORE

Intorno alla fine degli anni Ottanta, a Villagrande Strisaili, paese dell’alta Ogliastra che ha dato i natali ai miei genitori, c’era una squadra di calcio composta da giocatori tostissimi. Io a quell’epoca frequentavo i primi anni del liceo, vivevo a più di cento chilometri dall’Ogliastra e seguivo le gesta di quella gloriosa compagine dalle pagine sportive dell’Unione Sarda.
Quando scrivo che si trattava di una squadra tosta, basti pensare che fu proprio in quegli anni che la Polisportiva Villagrande conquistò, per la prima volta nella sua storia, la promozione in Prima categoria, sotto la guida di un giovane Antonello Staffa nella duplice veste di allenatore e giocatore. E fu in una di quelle stagioni che inanellò una fantastica serie di ben diciassette risultati utili consecutivi.
Erano ancora i tempi di quando la vittoria garantiva solamente due punti e la maggior parte di quelle diciassette giornate senza sconfitte si concluse certamente con dei pareggi, ma questo dato la diceva lunga su quanto fosse difficile avere la meglio su quella squadra, che ai miei occhi di ragazzino pareva composta da veri e propri gladiatori.
Oltre al fatto di annoverare tra le sue file una serie di elementi dotati di fisico imponente, la caratteristica che più contraddistingueva quel Villagrande era il suo incredibile spirito competitivo, una garra da fare invidia agli uruguaiani più agguerriti.

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Avevo potuto ammirare dei piccoli assaggi di quella garra durante vacanze estive, nel corso dei tornei di calcetto che a quel tempo si tenevano nella piazza Sennorigàu e in Pùsti Crèsia.
Come già scritto, erano gli anni Ottanta, quelli delle vasche su e giù per il corso a cercare di incrociare lo sguardo della ragazzina che ti piaceva, gli anni di Raf che si chiedeva cosa sarebbe stato di quegli anni, gli anni in cui Vasco faceva ancora canzoni decenti, gli anni dell’esplosione dei Tazenda, gli anni in cui nella panchina del Cagliari sedeva Claudio Ranieri, gli anni delle pizzette al taglio di Cinto, dei formidabili fratelli Carruana che facevano rientro dal Belgio e davano spettacolo con le loro giocate d’alta classe (correva voce che Gian-paolo giocasse addirittura nella serie A belga di calcetto). Erano gli anni di Toto Murru presidente di qualsivoglia associazione presente in paese.
Io trascorrevo a Villagrande solo i mesi estivi, nei quali quei ret-tangoli di gioco si trasformavano in vere e proprie arene da combattimento. La piazza Sennorigàu in quelle occasioni veniva avvolta da una rete altissima che aveva il duplice scopo di preservare l’integrità delle finestre circostanti dalle pallonate e quello di evitare di perdere troppi palloni negli orti o nelle fitte sterpaglie che si sviluppavano nella zona sottostante, sul lato che si affaccia verso il mare.
Sul far della sera, i gladiatori della Polisportiva Villagrande si dava-no battaglia a pochi passi da me, bastava sedersi sulla ringhiera ai bordi del campetto per godersi quello spettacolo. La squadra che andava per la maggiore era l’A.R.C.I., nella quale militava lo zoccolo duro della Polisportiva, con i fratelli Mariano e Ale Orrù, Sergio e Fernando Mereu, Sandro Scudu, Gianpietro Melis e soprattutto il bomber Tore Peddiu, colui che con ben ventinove reti aveva dato un decisivo contributo alla storica promozione in Prima categoria nella stagione 1987/88.
Ricordo che nell’estate del 1988 fu proiettato, proprio in piazza Sennorigàu, un nebuloso filmato che riportava le fasi salienti della vittoriosa trasferta a Castiadas, nell’ultima giornata di quel campio-nato. Ricordo che in quelle notti estive le strade e le piazze era sem-pre gremite di gente, che si respirava aria di festa anche per piccole cose. Quel giorno guardai il filmato della partita mentre mangiavo delle patatine fritte affogate nel ketchup comprate in una bancarella e saporitissime, come difficilmente lo sono dopo che hai passato i quindici anni.
Nel corso degli anni a venire avrei ascoltato innumerevoli volte i racconti di quella celebre trasferta di Castiadas, alla quale si diceva avessero preso parte almeno duecento villagrandesi, stipati in svariate decine di automobili e in un pullman noleggiato per l’occasione, a formare un serpentone gioioso e festante, diretto cento chilometri a sud. A mano a mano che il tempo passava, ogni volta che ascoltavo il racconto, il numero dei tifosi presenti aumentava di qualche centinaio.
Mi piaceva ascoltare la narrazione di quelle vicende, che già dopo pochi anni avevano assunto i contorni del mito. Sapevo comunque che la partita di Castiadas era stata una specie di passerella finale, perché il Castiadas nell’ultima giornata era ormai salvo e non aveva perciò nulla da chiedere al campionato. La contesa decisiva fu quella giocata qualche settimana prima, in casa del temibile Perdasdefogu, con il quale c’era stato un testa a testa trascinatosi per tutta la stagione.
Il Perdas era una squadra molto ostica e di grande tradizione calcistica, che tra l’altro poteva sempre contare su vari elementi esterni che transitavano per la base militare. Tra le loro fila, in quegli anni cominciava a sbocciare un appena ventenne Alfredo Pappalardo che, nonostante la giovane età, era già dotato di un fisico molto prestante e di una furbizia degna di un veterano di lungo corso. Era proprio lui a costituire il principale ostacolo tra il Villagrande e la promozione. Quando in quel 1988 ci fu lo scontro diretto tra le due contendenti, il Villagrande occupava la prima posizione, mentre il Perdas gli mordeva le caviglie, distanziato di un solo punto. A Perdas era quindi obbligatorio non perdere.
Lo sapeva bene quella volpe di mister Antonello Staffa, che in quell’occasione diede prova di quel proverbiale pragmatismo che negli anni a venire avrebbe contraddistinto tutta la sua carriera da allenatore, affidando la marcatura del giovane Pappalardo al difensore più ruvido presente in rosa: Gianni Zunini.
Non si può dire che i piedi di Gianni fossero dotati di un tocco vel-lutato, ma aveva badilate di grinta e un fisico roccioso adatto per le circostanze. Tra le altre cose, il compito che gli era stato affidato non prevedeva che intervenisse in alcun modo nella gestione della palla. Doveva semplicemente stare inchiodato a Pappalardo e, come direbbero i commentatori televisivi odierni, far sì che costui non fosse della partita.
L’incontro che andò in scena nell’arena di Su Pruineddu era sentitissimo da entrambe le parti, non solo per la posta in gioco, ma anche perché la compagine ospitante aveva il dente avvelenato per via del-la sconfitta subita nel girone d’andata, dalla quale erano rimaste delle ruggini, per così dire, da “limare”. Temendo che l’esasperato agonismo dei contendenti potesse estendersi al pubblico, furono allertate le forze dell’ordine e si vociferò persino di agenti in borghese che si mescolarono tra la folla.
Il pubblico pagante si contò in circa mille unità, delle quali almeno quattrocento provenienti da Villagrande, per un incasso record di ben due milioni di lire. Le due tifoserie furono separate da un cordone creato dalle forze di polizia, ma alla fine dei conti la partita fu piuttosto noiosa e si concluse con un pareggio a reti inviolate.
La spietata marcatura di Gianni, che mise in ombra il forte centravanti di casa, entrò di diritto nella leggenda dei racconti da bar e contribuì a tenere il Perdas a distanza di sicurezza. Entrambe le squadre vinsero tutte le rimanenti partite e quindi il distacco di un punto rimase invariato fino alla fine. Fu così che il Villagrande otten-ne il tanto agognato salto di categoria. Il Perdas concluse quel campionato al secondo posto ma fu comunque ripescato in Prima categoria nel corso dell’estate.
Qualcuno disse che i veri vincitori quel giorno furono i baristi di Foghesu, poiché il pubblico ospite invase letteralmente i vari locali per festeggiare il punto guadagnato. Il villagrandese è fatto così, sa sempre trovare un buon pretesto per bere una birra fresca in compagnia.
Sulle ali dell’entusiasmo di quella trionfale cavalcata, la dirigenza villagrandese pensò bene di battere il ferro finché era caldo e negli anni successivi si attrezzò per mettere in piedi una formazione in grado di tentare addirittura il salto in Promozione.
Per un bizzarro gioco del destino, nelle ultime due annate precedenti al mio trasferimento in Ogliastra, il Villagrande fu inserito proprio nel girone barbaricino dove stava anche la Bittese, cosicché io potei gustarmi il mio personale “derby del cuore” tra la squadra di Bitti – mio paese natale che mi aveva fatto esordire nel calcio giovanile – e quella che sognavo sarebbe diventata la mia squadra nel futuro.
Nella stagione 1990/91 la Bittese era una società che stava gettando le basi di quella squadra che nel giro di pochi anni avrebbe raggiunto il campionato di Eccellenza e conquistato la Coppa Italia regionale. In quella stagione giunse terza in un campionato vinto dal Lanusei del bomber Aldo Pistis, ma ottenne ugualmente la Promozione, in quanto proprio quell’anno fu creato il campionato di Eccellenza; per questo, in via del tutto eccezionale, a salire furono le prime quattro di ogni girone di Prima categoria, anziché le prime due come avveniva di solito.
Per il Villagrande fu un’occasione mancata, di quelle da mangiarsi le mani. In quell’anno, infatti, sulla sua panchina sedeva Tonino Soru, detto “Il mago”, un allenatore dalle idee moderne che portò con sé il fenomenale trio di nuoresi composto da Moledda, Cosseddu e Tore Nieddu. I primi due erano difensori di notevole spessore tecnico, il terzo un fantasista che secondo le leggende metropolitane era dotato di un talento del livello, nientemeno, di quello di Gianfranco Zola.
Sugli spalti, a Bitti, nel giorno che si scontrarono Bittese e Villagrande, non si faceva che parlare di questo Tore Nieddu. Io lo vidi giocare solo quella volta, ma compresi chiaramente che si trattava di un giocatore di categoria superiore. In ogni caso, la partita finì 1-1 e a segnare per il Villa non fu il tanto atteso Tore Nieddu, sempre accerchiato da almeno tre avversari, bensì Luigi Zuddas, terzino di Lanusei trapiantato a Villagrande, giocatore di rara intelligenza tattica e con la dinamite nei piedi.
Per la Bittese, segnò invece il mitico Bachisio Ruiu, formidabile attaccante, un mix tra Schillaci e Gianluca Vialli, che nel corso degli anni avrebbe superato abbondantemente le duecento reti tra Prima categoria ed Eccellenza.
La Bittese salì di categoria e il Villagrande incappò invece in due annate al di sotto delle aspettative che la portarono addirittura sull’orlo del fallimento.

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Maurizio Lepori
È nato nel 1974 a Bitti, paese del centro Sardegna. Fa il suo esordio letterario nel 2007 con il romanzo L’estate che leggevo Kafka, pubblicando poi altri libri: Noie al motore, Palloni smarriti nei cespugli, Ciao Za! e Correcaminos. Quelle domeniche al Bilicoe è il suo ultimo romanzo.
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