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Quello che non sapevo delle mie nonne

Quello che non sapevo delle mie nonne

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Luglio 2024

“Quello che non sapevo delle mie nonne” è l’autentica storia di Vanda e Luisa, due donne dalla vita estremamente differente, ma accomunate da una travolgente voglia di vivere. È un racconto semplice ma profondo, che scava nel passato di due figure così comunemente accettate da essere quasi date per scontate. Chi erano Vanda e Luisa prima di diventare nonne? Vanda un giorno pronuncia una frase rivelatoria: “Ma cosa credevi Francina, che fossi stata vecchia tutta una vita?”. Sotto forma di tenera intervista, il libro ripercorre i momenti salienti della crescita di Vanda e Luisa, alla scoperta dei loro pensieri, sentimenti e abitudini in un’Italia diversa da quella di oggi. “Quello che non sapevo delle mie nonne” è un libro sul tempo, sulla vita e sul cambiamento, sulla curiosità che dovrebbe spingere le persone a conoscersi, indipendentemente dal ruolo che le dinamiche famigliari disegnano per noi.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea del libro nasce dal profondo legame che ho con entrambe le mie nonne: è un modo per celebrarle, per cercare di restituire almeno in parte tutto l’amore che ho ricevuto. Ho sempre ritenuto strano pensare a quanto tempo ho passato con loro senza nemmeno sapere dove fossero nate, che lavoro facessero o come hanno conosciuto i rispettivi mariti, in un mondo, il mio, in cui si tende a sapere e a vedere (apparentemente) tutto di tutti a velocità supersonica.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

QUELLO CHE NON SAPEVO DELLE MIE NONNE

Anteprima

Ok, allora raccontami come andarono le cose una volta finita la guerra e cominciamo anche a inoltrarci nel periodo della tua adolescenza che voglio sapere se hai fatto un po’ la matta!

Nonna, scuotendo la testa, mi guarda con l’espressione di chi pensa che io sia un po’ deficiente.

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Allora Francesca, finita la guerra è cominciata una bella miseria. Tutte le case erano distrutte. I miei fratelli cominciarono a fare il militare e il primo a partire fu Emilio, il più grande, che però si ammalò dopo poco e venne rimandato a casa con la pleurite. Doveva mangiare bene per guarire e questo ci creava un po’ di difficoltà perché non avevamo molti soldi: ci mise parecchio tempo, ma poi guarì. Allora partì il secondo, Federico. Nel frattempo, si ammalò anche mio padre al quale diagnosticarono un tumore allo stomaco. Stette in casa 3 anni malato e, nonostante nel 1950 tentarono di operarlo, morì il giorno seguente l’operazione. Aveva 43 anni. Sai, mio padre era un uomo dolcissimo e buono,ci voleva molto bene. Mi ricordo che un giorno mi regalò una bicicletta e che lui si divertiva tantissimo a vedermi andare sopra la bici. Mi chiedeva sempre se io fossi contenta e se mi piacesse la bicicletta e, seppur io fossi felicissima di quel regalo, so per certo che lui lo era di più. Non mi ha mai dato uno schiaffo, mai, nemmeno ai miei fratelli, ed è sempre stato gentile anche con mia madre, nonostante fosse un uomo severo quando le cose non andavano come voleva lui. Quando tornava a casa dal lavoro, la sera, dovevamo stare tutti sull’attenti e noi figli provavamo una grande soggezione nei suoi confronti, soggezione che mia madre contribuiva ad amplificare perché quando combinavamo dei guai, per intimorirci, ci diceva sempre: “Guarda che arriva tua padre!”. Mi rendo conto che mia madre questo atteggiamento me lo ha passato, ho fatto lo stesso anche io con le mie figlie più avanti.

Dopo la morte di mio padre, mia madre dovette quindi pensare a sei figli da sola ed essendo io la sorella più grande, mi guadagnai il rispetto di tutti i miei fratelli perché mi diedi sempre molto da fare. Ero io, ad esempio, che andavo a fare il pane dal fornaio perché i miei fratelli erano troppo pigri. Io, in realtà, avrei voluto andare a scuola, ma mia madre mi prendeva per pazza quando glielo dicevo perché voleva assolutamente che andassi a lavorare in campagna per portare a casa qualche soldo. Io sognavo di fare l’ostetrica, lo dicevo sempre, ma non ho fatto nulla perché, purtroppo, fino ai 18 anni andai in campagna a lavorare. Sai qual è l’immagine che più mi rimarrà impressa nella mente di quel periodo? Vivevamo talmente nella miseria che quando apparecchiavo la tavola mancavano i piatti, un cucchiaio, una forchetta e un coltello. Eravamo in 7 e avevamo da apparecchiare per 6. Mia madre aspettava che finissimo di mangiare noi ragazzi per poi poter mangiare lei, oppure qualche volta utilizzava il cucchiaio di legno. Io ci stavo male. Le dicevo: “Beh mamma non riusciamo nemmeno a comprare un coltello e una forchetta?” e lei mi rispondeva: “Dobbiamo tenere i soldi per la farina e per dar da mangiare al maiale. Se no di cosa ci nutriamo?”. Mi ricordo che cucinava sempre un po’ di pasta e qualche mela marcia. Anche adesso se ci penso mi verrebbe istintivo alzarmi da tavola velocemente, come se dovessi ancora cederle il posto, come se fosse li davanti a me, ad aspettare. Poveretta la mia mamma, non l’ho mai vista con un abito addosso. Sempre un grande grembiule scuro e con le pantofole, anche ad agosto. Era una donna buona, una gran lavoratrice. Non ci ha mai fatto pesare la miseria, ma noi d’altronde non chiedevamo mai nulla.

Mentre Luisa mi racconta questa immagine della sua famiglia seduta a tavola, collego dei piccoli pensieri nella mia testa. Se rifletto non c’è stata volta in cui mia nonna non abbia commentato con stupore delle belle tavole apparecchiate. Quando per il giorno di Pasqua viene da noi a mangiare per pranzo, fa un giro attorno alla tavola, in silenzio, passando le dita delicatamente sul manico delle posate, guardandole. Tocca la stoffa della tovaglia, gioca con i bordi leggermente pizzati. A Natale, per ciascuna delle centinaia di portate che prepara, ci chiede insistentemente se vogliamo cambiare forchetta e coltello, come per mettere in chiaro che a lei, le posate, non mancano.

A 13 anni e mezzo, quindi, ho cominciato a lavorare in campagna e inizialmente ero in una risaia. Ci andavano tutti e allora mia mamma mandò anche me. Ci volevano 14 anni per lavorare, ma mi presero comunque perché ero alta e robusta e in mezzo alle altre lavoratrici il caporale non se ne accorse. Un mese di risaia, piantata nel fango. Non mi piaceva. Dai 14 anni fino ai 18 sono andata a mietere il grano, a zappare e a raccogliere le bietole, poi ho detto basta, non ne potevo più. Mi svegliavo la mattina alle 5.30 e mi aspettava un’ora in bicicletta per arrivare nei campi. Siccome brontolavo sempre con mio fratello, lui mi mise un motorino nella bici… andavo un po’ meglio! Per mangiare durante la pausa ribaltavamo la bicicletta in mezzo ai campi, ci incastravamo un ombrello per fare ombra e si mangiava dentro un tegamino preparato a casa. Gli ultimi anni che lavorai, invece, fecero una cucina nei campi dove ti davano da mangiare un po’ di pasta… meno male, perché quando portavi il pranzo da casa si riempiva tutto di formiche! Finivo alle 17 e impiegavo un’altra ora per tornare a casa: ero davvero molto stanca. La cosa che ricordo con più piacere è che erano primavere diverse: a marzo se mettevi i piedi nelle pozzanghere l’acqua era calda! Si stava da Dio! Andavamo nelle pozzanghere e giocavamo togliendoci le scarpe… cioè scarpe… sandali di legno!

Portavo sempre a casa un sacco di erba per i conigli che andavo a vendere al mercato dalla cui vendita ricavavo qualche soldo. La paga della campagna, infatti, non me la tenevo io, andava sempre alla famiglia.

Quali sono i ricordi più belli di quel periodo?

Mi ricordo che avevamo un fonografo in casa e ballavamo nel cortile. Se non c’era nessuno con cui ballare, lo facevo con la scopa. Io ero una chiacchierona a differenza di mia sorella che stava sempre dietro una porta, intimidita da tutto e molto introversa. Io, invece, non stavo mai zitta e anche per questo piacevo così tanto a mia zia, con la quale ho alcuni dei ricordi più divertenti della mia infanzia.           Da piccola, festeggiavo tutti i miei compleanni con lei. Ogni anno mi faceva trovare un pupazzino grande come un dito per regalo e guai a chi me lo toccava! Quando mi cadeva un dente lei lo affagottava e lo metteva nelle crepe del muro, poi ci metteva vicino un cioccolatino o una caramella e me lo faceva cercare per la casa, come una caccia al tesoro. Era divertente! Tutto sommato, anche grazie a mia mamma e a mia zia, la mia infanzia me la ricordo bella, mi sono divertita.

 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Francesca Carlotta Brusa
Classe 1996, da Imola (BO). Ho un percorso di studi in Relazioni Internazionali che ha sempre stimolato il mio interesse verso ciò che accade intorno a me e mi ha saputo fornire gli strumenti e le risposte per comprendere meglio dinamiche globali, senza però farmi trovare mai rimedio ad un'unica critica questione: ma quelli di Imola sono emiliani o romagnoli?
Curiosa lettrice di geopolitica, amo la storia, il cibo, i cani e le lunghe e lente chiacchierate, ma anche un sacco di altre cose, fra cui gli Avengers e i libri che si basano su fatti realmente accaduti (se scritti da giornalisti ancora meglio!).
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