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Consegna prevista Luglio 2027

In un mondo dove il dolore è stato cancellato e i gesti si ripetono, Noa cerca ciò che gli altri non sanno più nominare: la paura, la rabbia, l’affetto. Annota esitazioni e ricordi, provoca reazioni negli sconosciuti e torna da Eron, che l’ha protetta da bambina ma ora ricorda sempre meno.
Mentre Noa prende appunti sulle persone, qualcosa prende appunti su di lei.
Passando davanti a una cabina per strada, sente squillare il telefono e si ferma a rispondere. Dall’altro capo, una voce dice di averla vista prima e le chiede di mettersi sulle sue tracce. Poco dopo, mentre lei si allontana, la cabina scompare.
Dopo quella telefonata, Noa lascia un biglietto a chi riesce ancora a sentire e il sistema che sorveglia la città va in tilt, perdendola di vista.
Quali conseguenze avrà quel biglietto?

Perché ho scritto questo libro?

L’idea nasce da un’esperienza emotiva a contatto con le persone nel periodo pandemico. Pirandello aveva mostrato le diverse versioni di noi, ma l’ho capito solo allora, vedendo la paura e l’isolamento far emergere lati inattesi, a volte dolorosi. La normalità è tornata, ma le cicatrici restano. E se l’umanità rinunciasse alle emozioni per non soffrire? Residui comincia dopo quella scelta: una distopia con una dose di mistero. Quanto bisogna aver sofferto per arrivare a considerarla una salvezza?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Nota dell’autore:

Un patto rovesciato

Quando si comincia a leggere un romanzo, di solito nasce un patto silenzioso tra chi racconta e chi legge. Una voce ti guida nella storia e ti aiuta a dare un senso a quello che leggi.
In
Residui il patto è rovesciato. Chi racconta mostra ciò che accade, ma non spiega tutto. 

Tocca a te osservare, ricordare e collegare i dettagli.

Anteprima non editata: 

Capitolo 1

Un giorno qualunque

 

Un semaforo pedonale passò dal rosso al verde. Il suono del cicalino, breve, svanì in un attimo.

Un uomo sul marciapiede rallentò davanti a una panetteria. Si fermò, guardando la vetrina illuminata da un’insegna malandata. Le lettere P e A erano spente. Il resto – N-E-T-T-E-R-I-A – lampeggiava a un ritmo irregolare.

Andò verso il negozio. In basso, una patina opaca copriva il vetro. L’uomo lo strofinò con la manica del cappotto, lasciando un piccolo cerchio pulito. 

Chinandosi, avvicinò quasi la fronte alla lastra per guardare all’interno.

Si raddrizzò di colpo. Guardò indietro con un gesto rapido della testa. Un brivido gli attraversò la schiena, un movimento breve sotto il cappotto. Si allontanò a passo svelto, confondendosi tra gli altri pedoni.

Una ragazza che aveva osservato la scena da lontano attraversò la strada. Si fermò proprio lì, davanti all’impronta rotonda che l’uomo aveva lasciato poco prima.

Spinse la porta ed entrò. Un colpo breve di campanella si diffuse nel negozio. Dentro, una donna con un grembiule macchiato di farina sistemava dei cornetti su un vassoio. 

La panettiera non alzò lo sguardo. Erano in due.

«Buongiorno.» La voce della ragazza uscì chiara.

Dall’altra parte del bancone ci fu un attimo di silenzio. 

«Buongiorno», arrivò una voce spenta.

«Quello al cioccolato, per favore.»

Le mani della donna, coperte di polvere bianca, si mossero verso il vassoio. Le pinze si aprirono.

A metà del movimento, le dita si fermarono. Rimasero aperte, a pochi centimetri dal cornetto.

L’unico suono era il ronzio basso di un frigorifero. Una goccia d’acqua scivolava lenta lungo il vetro di un espositore.

«Al cioccolato?» La voce uscì incerta. I suoi occhi, che fissavano il vassoio, si alzarono lentamente. Erano persi.

«Li faceva mio nonno,» disse la ragazza. «Ogni domenica mattina.»

La panettiera spostò lo sguardo. Il gesto non era più automatico. Le sue palpebre calarono per un istante. «Mia nonna…» La voce si abbassò, diventando quasi un sussurro. «Anche la mia li preparava. Il sabato, molto presto. Si alzava prima del sole e tutta la casa sapeva di cioccolato e…»

Le parole si fermarono di colpo. Gli occhi puntarono il bancone. 

«Scusi, non so perché…» Scosse la testa con forza.

«Ecco il suo cornetto.» Lo posò sul bancone. Un respiro le sollevò le spalle per un istante, poi tornarono giù. 

La ragazza allungò la mano e lo prese. La campanella suonò di nuovo. Lasciò libero il passaggio: un altro cliente era entrato.

Uscì, richiudendo la porta alle sue spalle.

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Si appoggiò al muro ruvido accanto all’ingresso. Il respiro era corto. La nuca toccò l’intonaco. Guardò il cornetto. Le dita lo strinsero. L’impasto si schiacciò un po’. Le nocche diventarono bianche. 

Il volto rimase teso. Lasciò cadere il cornetto in un cestino, senza guardare. Prese un taccuino dallo zaino. 

Lo aprì su una pagina piena di nomi. La matita scattò, aggiungendo una nuova riga in fondo a una lista.

Scrisse «Panettiera». Accanto, disegnò un piccolo cerchio. Riprese a camminare, continuando a scrivere. 

Lungo il percorso, davanti a negozi chiusi e portoni scardinati, la sua matita lasciava un nuovo segno. Cancellava delle parti, soffiava via la polvere di matita, aggiungeva altre note. 

Il passo non cambiava.

Ogni tanto si bloccava. Alzava lo sguardo. 

Il cielo era senza nuvole. I suoi occhi passavano sui dettagli: un lampione spento, una finestra un po’ aperta, una tenda che si muoveva senza vento.

Le ultime pagine del taccuino erano piene di frecce, cerchi, date. Una colonna di nomi correva sul lato destro. Accanto, piccole croci nere. Alcuni erano stati riscritti sopra con più forza, lasciando un segno profondo sulla carta. 

[IL GIORNO PRIMA] 

Il vecchio Eron era seduto, il bastone stretto tra le ginocchia. Non si muoveva. La punta era premuta a terra, tra le sue scarpe. Lo teneva saldo e non si spostava di un millimetro. 

Il soprabito color cammello gli scendeva rigido fino alle caviglie. Il cappello beige, calato sulla fronte, lasciava vedere le sopracciglia bianche e due occhi segnati, ma ancora aperti. 

Accanto a lui, un uomo più giovane. Aveva il giaccone grigio sbottonato e un apparecchio acustico nell’orecchio sinistro. 

Si piegava appena in avanti, senza dire niente. Guardava un punto lontano, oltre Eron.

Eppure restava. 

Presente. 

In silenzio. 

Eron parlava lo stesso. Le mani si muovevano lente; si aprivano e si richiudevano senza afferrare nulla. Si fermarono, rivolte in avanti. La voce si alzava a tratti. Mai forte. Solo quanto bastava per farsi sentire. Respirava piano. Il petto si sollevava. Ogni suo movimento era più lento del precedente.

A terra, tra i due, una bottiglietta d’acqua e due bicchieri: uno pieno, l’altro a metà.

Da una via laterale avanzava una ragazza. Il suo passo era regolare, sempre in mezzo alle crepe del marciapiede. Non si guardava attorno. Camminava con la testa un po’ piegata. Lo sguardo fisso davanti. 

I fili correvano da un balcone all’altro; i panni appesi restavano immobili. Nessun suono per strada. 

Indossava una giacca scura. Il colletto era alzato, sistemato con un gesto lento, quasi automatico. 

I capelli erano raccolti in un nodo così stretto da tirare la pelle del collo.

Un foulard color rame le copriva la nuca e le spalle, muovendosi a ogni passo. La stoffa brillava in alcuni punti. I riflessi cambiavano, da scuri a più caldi.

Lo zaino, pesante sulle spalle, era rovinato: il tessuto consumato, le cuciture allentate. Una tasca di lato aveva un buco. Le scarpe da ginnastica, rigate, sfioravano l’asfalto. Un laccio si trascinava dietro, quasi sciolto. Sotto i suoi piedi, il marciapiede era rotto. L’erba cresceva nelle fessure. Giornali appallottolati stavano negli angoli. 

Alcuni manifesti strappati si muovevano piano; le parti rovinate mostravano frammenti di lettere che non si potevano leggere.

I muri avevano graffi, macchie, segni di scritte cancellate. Accanto al portone di quello che un tempo doveva essere una biblioteca o uno studio medico, i resti di un bassorilievo in pietra mostravano due figure: il profilo di un uomo barbuto dall’aria saggia, e al suo fianco, un bastone con un singolo serpente attorcigliato.

Le finestre erano spente. Nessuna voce dalle case. Solo lei. Camminava dritta. 

Non cambiò espressione. Il passo restò uguale.

Attraversò una piazza. Ai lati, due biciclette appoggiate a un palo: una piegata verso l’altra.

Davanti alla panchina rallentò. I piedi non si fermarono, ma il respiro cambiò. Lo sguardo passò sul legno, sulla superficie consumata. Eron non si mosse. I suoi occhi erano vivi e la seguivano. La ragazza fece un passo avanti. «C’eri anche ieri, vero?» disse.

Eron strinse il bastone tra le dita. Annuì, con un movimento lento della testa.

«La panchina non si sposta mai», disse lui. La frase uscì piatta.

Lei non rispose subito. Il suo sguardo cadde sulla ghiaia ai suoi piedi. Si fermò su un sassolino grigio, poi passò a una crepa nel cemento. Il fiato le arrivava a tratti.

Una mano, lungo il fianco, si chiuse piano a pugno, le unghie che premevano sulla pelle. Prese aria, ma il petto le rimase rigido. Le labbra si aprirono un po’ e si richiusero senza far uscire suoni. Alzò la testa. Non lo guardò subito in faccia. Si fermò su una piccola ruga all’angolo, su un muscolo della mascella che si contraeva. «E nemmeno…», mormorò. 

Abbassò di nuovo il mento, senza più cercarlo.

L’uomo accanto a Eron non si spostava. Rimaneva lì, senza parlare. 

La ragazza si chinò un poco. «Non importa se non ti ricordi. Sono Noa. Succede a tutti. Comunque… era solo un saluto.»

Eron teneva le mani strette sul bastone, il capo basso.

Noa riprese a camminare. I suoi passi non erano più rigidi come prima.

Il foulard si mosse con lei.

Eron la guardò andare via. Non parlò. Non fece gesti.

La testa restò girata finché non sparì dietro l’angolo della piazza. Si appoggiò allo schienale. La schiena rigida si rilassò contro il legno. Chiuse gli occhi per un istante. Respirò a fondo. L’aria riempì i suoi polmoni. 

I lineamenti si distesero. Le rughe restarono, ma il corpo sembrò più leggero.

Un angolo della sua bocca si sollevò. Si raddrizzò. Le mani ancora strette sul bastone. 

Una luce diversa nei suoi occhi.

Il sole si vedeva tra le nuvole, illuminando pezzi di strada.

Attorno, le foglie facevano un piccolo rumore. I suoni della città si sentivano di nuovo, lontani. A tratti, arrivava l’odore del caffè dal bar all’angolo.

Il bastone tra le sue mani era liscio in alcuni punti, ruvido in altri. Lo stringeva. La panchina, un po’ storta, aveva dei solchi profondi, macchie più scure dove la pioggia era caduta tante volte. 

I segni del tempo erano lì. 

Lui restò. 

Seduto.

Il cielo cambiava. Il vento si fermò.

Arrivò un suono profondo. Lontano. L’acqua nel bicchiere a metà si spostò di poco. 

I pali dei lampioni iniziarono a vibrare, facendo un ronzio basso, lento e costante.

Una finestra si chiuse. Il rumore durò un attimo. Dopo, nulla.

Quando Eron respirava, una nuvoletta di vapore usciva dalla sua bocca.

Da un vicolo arrivava una voce debole.

Nell’aria c’era un odore dolce di pane caldo e un altro, aspro, di plastica bruciata.

La luce azzurra scivolava sui tetti, toccava i fili dei panni stesi, le tende, i vasi, le persiane socchiuse.

Per strada, c’era chi restava dov’era. Occhi fissi. Bocche chiuse. Davanti alle porte, alcune madri erano affacciate: una dava ordini, un’altra parlava sottovoce, una terza diceva una frase.

«Vieni dentro.»

«Subito.»

«Te l’ho detto cento volte.»

I loro figli rispondevano con la voce di chi gioca.

«Arrivo!»

«Solo cinque minuti!»

«Lo giuro!»

Le lenzuola appese si gonfiavano senza vento. I bambini correvano sulla strada con le scarpe consumate e le ginocchia sbucciate. Un pallone fatto di stracci passava da un lato all’altro della strada. Più in là, un disegno del gioco della campana sull’asfalto.

Sotto i balconi, i soliti negozi. Il fornaio lavorava la pasta in silenzio. Il salumiere, dietro al vetro, sistemava i formaggi. Il barbiere tagliava i capelli senza dire nulla. Gesti lenti, poche parole. Eron si alzò con calma, il bastone tra le mani, attraversò la strada ed entrò nel piccolo negozio di fronte. 

La porta si richiuse dietro di lui.

Dall’altra parte della piazza, Noa si arrestò davanti al vetro del bar. I cucchiaini nei bicchieri facevano un rumore sempre uguale. Voci basse parlavano tra i tavolini. Un uomo anziano raccontava la solita storia. Gli altri non lo fermavano.

Dall’interno arrivavano i suoni di una radio accesa: una musica, interrotta da pubblicità. 

I divani erano rovinati. Una tv appesa mostrava immagini senza audio: sorrisi, applausi, mani che salutavano. Gli occhi puntavano altrove.

Dietro al bancone, il barista ripeteva gli stessi gesti. Maniche arrotolate, un bicchiere asciugato, un altro servito. Lo stesso ordine, ogni volta. 

Al flipper, due ragazzi giocavano a turno. Uno si grattava la fronte prima di premere il pulsante. L’altro lo fissava in silenzio. 

Nessuna parola. Solo il rumore della sfera d’acciaio.

In un angolo quattro uomini sedevano attorno a un tavolo. Una sigaretta spenta. Una tazzina vuota. Una giacca sulle gambe. 

Il jukebox era spento. Eppure, qualcuno continuava a premere i tasti. 

Al buio, una donna sfogliava una rivista. Sulla copertina, una faccia sorridente, con colori sbiaditi. Un titolo rosso acceso. All’interno, pagine con la stessa pubblicità ripetuta, un’intervista fatta solo di risposte.

C’era scritto:

«Beh, se lo chiedi così, non posso che dire di sì.»

«Quando succede, fa più male di quanto pensi.»

Un dentifricio al caffè. Una ricetta con gli stessi ingredienti scritti due volte. Un oroscopo.

«Buona giornata per cambiare strada, ma solo una volta.»

«Non prendere decisioni se il giorno inizia con S.»

La donna girava le pagine, una dopo l’altra. 

Nessuna espressione. Sul vetro del bar, un velo di condensa offuscava la vista della strada. Un manifesto strappato, attaccato storto, si muoveva. Parlava di un concerto. La data, scritta in rosso, risaliva a molto tempo prima. I colori erano sbiaditi: il giallo quasi spento, il rosa scolorito, il nero già grigio.

Dietro il manifesto, il riflesso della strada e le luci del bar si mischiavano. 

Un foulard comparve per un istante, tracciando una striscia color rame sul vetro. 

Ai tavoli, nessuno si voltò. L’immagine scivolò via e sparì dietro il bancone. I bicchieri facevano rumore. Le sedie strisciavano sul pavimento. 

Una risata si perse in fondo alla sala. La radio continuava a gracchiare una pubblicità. 

Noa aprì il taccuino. Aggiunse un segno. Riprese a camminare.

[ORA]

Più avanti, una cabina del telefono. Due porte: una mezza staccata, l’altra chiusa. Sotto una luce al neon che si accendeva e si spegneva.

I vetri erano sporchi. Dentro, si vedeva un vecchio elenco del telefono: pagine sgualcite, scritte sbiadite. La porta rotta si muoveva piano, spinta dal vento. 

Mentre Noa passava davanti, la luce smise di lampeggiare. 

Il telefono squillò una volta sola. Aprì, entrò, accostò piano. 

Il suo riflesso era distorto. Il pavimento era appiccicoso. 

Odore di plastica vecchia e polvere. Sotto la cornetta, la fessura delle monete era piena di graffi; una monetina incastrata rifletteva a intermittenza la luce, che aveva ripreso a funzionare.

Il filo pendeva teso, segnato da pieghe bianche. Da fuori arrivò un rumore di passi, poi sparì. La parete interna aveva un adesivo strappato; si vedeva solo un bordo incollato, umido. Il vetro era freddo. Leggermente appannato ai bordi. 

Le spalle non si spostarono. Le dita afferrarono la cornetta senza esitare.

La portò all’orecchio. Nessun suono. Solo un fruscio.

Dall’altro capo, una voce.

«Sei tu?»

Noa non si mosse.

«Ti ho vista prima.»

«Mi senti?»

«Sì.»

Le dita si strinsero fino a far scricchiolare la plastica.

«Mi trovi?»

Silenzio.

«Ho aspettato tanto.»

«Dove sei?» chiese Noa, con gli occhi fissi sul vetro.

Dall’altra parte arrivò un fruscio più forte; per un istante la voce andò via e tornò.  

«Vicino. Ma non so dove.»

Non disse altro.

Il neon continuava ad accendersi e spegnersi; dentro non si vedeva quasi più nulla. La porta rotta si richiuse quanto bastava, poi scattò indietro: due colpi contro il telaio.

Due passanti si voltarono. Rallentarono il passo. La cabina era lì.

Il neon si spense di colpo.

Noa uscì senza voltarsi. La porta rimase socchiusa.

Sul vetro comparve un riflesso: una figura con uno zaino, un foulard al collo, una giacca aperta.

L’immagine svanì.

I due restarono fermi a guardare la ragazza che si allontanava lungo il marciapiede.

Un’auto passò davanti a loro, coprendo il vetro sporco. Subito dopo, la cabina non c’era più. 

Al suo posto, il palo con l’insegna. Sotto, il marciapiede mostrava un rettangolo più chiaro nel cemento.

Ai quattro angoli, i fori. Lì, vicino, un filo d’acqua colava piano.

Qualcuno proseguì senza rallentare. Sul lato opposto, un motorino attraversò l’incrocio.

I due passanti osservarono il palo. A terra. Di nuovo su. La luce tornò con un ritmo diverso. Rimase accesa più a lungo.

Un furgone frenò al semaforo. Ripartì. 

Uno dei due fece un passo indietro e guardò ancora il rettangolo nel cemento. L’altro teneva già gli occhi avanti.

Si strinsero nelle spalle e ripresero a camminare. Superarono il lampione e continuarono sul marciapiede, tra i palazzi scuri in fondo alla via.

Sopra, la luce riprese a tremare: accesa, spenta, accesa.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Marco Tripaldi
Marco Tripaldi è nato a Crotone e da molti anni vive a Siena per lavoro. Il legame con la sua terra resta forte: ogni ritorno a casa gli fa riscoprire il valore dei momenti semplici, quelli che rendono bella la vita.
Legge soprattutto libri di psicologia applicata, è appassionato di storie dell’antica Grecia e si dedica alla fotografia e alle escursioni. All’interesse per la tecnologia e la fantascienza si affianca la nostalgia per gli anni '80 e '90: basta una canzone per riportarlo ai luoghi e ai ricordi di allora.
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