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RH+: Storia di un ragazzo che vuole cambiare il mondo

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La vita travagliata di Albert Dayton, dal suo primo vagito al suo ultimo pensiero. Un viaggio tra le luci e le ombre che costituiscono la realtà in cui viviamo e la nostra psiche. Cosa è reale? Cosa è solo frutto della nostra mente? È possibile distinguere le due cose? Esiste davvero un Male occulto che soggioga le persone e le rende infelici? Queste sono le domande che la mente brillante del giovane Albert si pone in continuazione e a cui cerca di dare risposta, affrontando un rapporto difficile con i genitori, il bullismo, le delusioni sentimentali e facendo uso di droghe. Queste lo faranno annegare nell’abisso della percezione sensoriale, dove non sarà più sicuro neanche della sua stessa esistenza.
Solo due cose lo tengono aggrappato alla vita: il desiderio che nessuna persona debba soffrire e ciò che ci rende davvero umani. L’amore.

 

1 . L A NASCITA DELL’UOMO
Paura. Ombre. Sagome. Sgomento. Rumori. Qualcosa spinge da dentro. Si espande. Vuole uscire. Apro
la bocca, urlo, respiro. Contatto. Movimento. Vertigini. Sono stanco.
Dolori nella mia pancia. So come fermarli e anche
lei lo sa. Apro gli occhi: vedo la luce, finalmente. Urlo,
so che lei mi darà quello di cui ho bisogno. Attacco le
mie labbra a quel morbido tessuto: è caldo ma non mi
dà ciò che mi serve. Devo persistere, non voglio tornare nel buio. Infine, la bocca si riempie.
La paura svanisce. Posso riposare.
Non so perché ma tutto va per il verso giusto. Io
so che lei è con me. Lo è sempre stata. Ogni volta che
dall’interno riemerge il dolore, lei è lì per sedarlo. Tutto è così opaco tranne la sua figura. È talmente bella
che non posso aver paura. A volte, però, non la vedo più.
C’è lui, invece. È diverso da lei. Ha un che di aspro
ma non mi fa paura. Lo so, non c’è sempre stato, a differenza di lei.
E io non voglio tornare nel buio, voglio starle vicino.Continua a leggere
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2. SCOPRENDO LA LUCE
È tutto così vasto ora che c’è la luce. Eppure ci
sono sempre loro accanto a me. Lei mi guarda se dico
«mamma», lui se dico «papà». E mi sorridono se mi
giro verso di loro quando dicono «Albert».
I suoni e i gesti sono una cosa sola: quando sento
il suono, arriva anche il gesto e viceversa.
Per quanto sia grande il mondo, quando non vedo
più lei, tutto inizia a restringersi, le immagini diventano sfocate e il buio si fa largo per tornare a prendermi. Ma ora che ho appreso che il suono cambia ciò che
vedo, mi basta dire «mamma» per farla tornare assieme alla luce.
A volte mi fanno toccare la parte più bassa del
mondo. È fredda, però mi piace. Mi fa sentire stabile.
Loro mi guardano e sorridono, agitando le mani. Io voglio andare da lei, ma per farlo devo perdere la stabilità,
stare in bilico tra il sopra e il sotto. Vedo che lei diventa
sempre più grande finché non c’è il contatto. Con esso
arriva anche il calore, quello che sconfigge ogni paura.
Poi lei mi riporta su, dicendo: «Bravo, Albert!».
Forse il suono “Albert” significa che lei è felice.

3. IL SEME DELL’ODIO
Perché lui sta sempre vicino a lei? Occupa spazio,
io ho bisogno di vederla meglio, altrimenti il buio può
riavvicinarsi. Io ho paura quando lei non c’è, quindi
lui deve spostarsi. Non sono felice quando mi solleva,
perché me la vuole portare via. E quando mi mettono
su quella superficie soffice, dicendo «È ora della nanna, Albert», lui la porta via con sé.
Tutto diventa cupo. Urlo «mamma», lei torna e mi
rassereno. Ma io lo so che se non la chiamo, lei sta con
lui. Lui usa tanti suoni con lei, forse è per questo che
riesce a tenerla vicino a sé. Devo impararli e portarla via da lui. Ma ogni volta che tento di pronunciarli,
loro ridono e mi toccano delicatamente.
Quando lui mi solleva da terra arrivo a vedere il suo
volto con molta più rapidità rispetto a quando lo fa lei.
Mi controlla con troppa facilità.
Non posso fare nulla contro di lui. Devo solo sopportare questo dolore. Eppure lui usa con me gli stessi
suoni e gli stessi gesti di lei. Anche se il contatto è meno
caldo e i suoi suoni più cupi, lui la imita nelle azioni.
Stranamente, a volte anche lui riesce a scacciare
via la paura.

4 . SCHERMATO DAL PIACERE
La porta della casa di zia si apre delicatamente.
Dalla fenditura compare il suo sereno e rotondo faccione, affiancato da quello di zio.
«Auguri, Albert!» esclamano a gran voce. Si avvicinano e poi mi abbracciano fino quasi a farmi male.
Mamma e papà mi hanno detto che è il mio quarto compleanno. Non so perché sono tutti così felici
quando è il giorno del mio compleanno, ma è divertente, la loro gioia diventa anche la mia, in parte.
La poltrona di nonna. È così comoda! Però mi manca nonna, è da molto tempo che non ci si siede più. Anche se sento ancora il suo profumo, ormai non la vedo
da mesi. Mamma mi ha detto che è partita per un lungo
viaggio. Chissà se tornerà un giorno, vorrei fare di nuovo con lei quel gioco dello stuzzicadenti. Che spasso!
La inseguivo per l’intera casa, e quando la punzecchiavo col bastoncino, lei sobbalzava emettendo un’espressione di dolore – simile a quella che faccio io quando
cado per terra – ma accompagnata da un sorriso.
Si staglia di fronte a me l’immagine di mio cugino.
Mamma e papà mi hanno detto che i cugini sono una
sorta di fratelli. Ma io non ho fratelli, quindi non so
bene cosa significhi, ma dicono che sono altre persone che vivono con noi e ci sono molto simili. Però lui è
più grande di me e assomiglia di più a papà. Si accuccia a terra, avvicina il suo viso al mio, ha tra le braccia
una scatola grigia. «Auguroni, Alb. Ti ho portato una
cosa perfetta per l’ometto che stai diventando.»
All’istante inizio a fissare la scatola. Devo sapere
cosa c’è dentro. Comunque ha detto che me la regala
perché sto diventando un ometto. A me non piacciono le
cose dei grandi. Spero che non sia quella cassetta piena
di pezzi di metallo che usa papà per aggiustare le cose.
Mi porge il misterioso contenitore.
«Grazie, ti voglio bene.»
La apro con trepidazione. Infilo le mani all’interno finché non riesco ad afferrare un qualcosa di solido. Lo tiro con forza per estrarlo. Ma cos’è? Un’altra
scatola? Sembra uguale alla prima ma è più piccola e
non è fatta di cartone, bensì di un materiale duro. Soprattutto, non sembra ci sia modo di aprirla. La giro
e rigiro. Ci sono dei pulsantini e uno schermo, come
fosse una versione in miniatura della televisione.
Si staglia sull’oggetto l’ombra di mio cugino. Mi
porge la mano. Senza esitare gli cedo lo strano arnese,
tanto non sembra avere utilità. Si fa una breve risata
e pacatamente mi dice: «Guarda bene, ti faccio vedere
come si fa». Tira fuori dal cartone un altro strumento.
Questo è di forma rettangolare e vi è impresso il disegno di un’automobile da corsa. Come una di quelle
che papà colleziona in vetrina. Sono bellissime, così
luccicanti e colorate! Papà mi ha detto che ne esistono
anche di molto più grandi e che possono essere guidate, proprio come la macchina con cui siamo arrivati
fino a casa di zia.
Mio cugino inserisce la cassettina in un vano
aperto sulla cima dello strano oggetto. Preme in sequenza diversi pulsanti e improvvisamente lo schermo si illumina, proprio come quello della televisione.
Compaiono delle scritte. Lui le legge per me: dicono di premere i tasti per avviare il “gioco”. Ma a che
gioco si riferiscono?
Io adoro i giochi. I miei preferiti sono le costruzioni. È così bello vedere tanti mattoncini separati unirsi in una grande figura. E devo stare sempre attento,
perché se ne posiziono uno in modo sbagliato poi non
riesco a completarla. Infatti, davanti alle costruzioni
sento che tutto il mondo intorno a me sparisce e che
l’unica cosa veramente importante è mettere i mattoncini nell’ordine giusto.
Vedo una macchina che avanza lungo una strada. Se premo i pulsanti con le frecce posso spostarla
a destra o a sinistra. È fantastico! Pensavo che solo
papà potesse controllare le macchine. Ce ne sono altre sulla strada! Mi sposto sulle corsie non occupate
per superarle, proprio come fa papà. Oddio, ce ne sono
sempre di più, non posso evitarle tutte!
«“Game Over”» legge mio cugino. Sono sparite sia
la strada sia le auto. Lo schermo è invaso da quella
scritta. «“Premi un tasto per iniziare una nuova partita”.» Lo premo. Devo superare tutte le macchine e arrivare fino in fondo. Chissà cosa c’è laggiù. Potrebbe
essere la strada che mi riporta a casa.

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Raffaele Brilli
RAFFAELE BRILLI è nato a Foligno nel 1993. Studia Ingegneria informatica
presso l’Università degli Studi di Perugia e si occupa di web writing e web
content managing nel settore della divulgazione scientifico-tecnologica.
RH+ è il suo romanzo d’esordio.
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