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Riflessi

Riflessi
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Consegna prevista Gennaio 2023
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Giovani e crisi esistenziali, la replica di una recita millenaria. Una giovane coppia, lui e lei, non ben definiti. Non si dice mai il nome, non si sa dove siano, non un luogo geografico preciso e reale ma non è importante, potrebbe essere ovunque. Poi, tra le domande, i due si trovano di fronte un morto. Sogno o realtà? E’ la vita che riserva sorprese, un riflesso di molte realtà nascoste, e si svela nella forma bizzarra di un giallo surreale. Un commissario, un vice, un agente, e ai discorsi sull’esistenza pian piano si sostituisce e sovrappone la trama del giallo dove i protagonisti saranno di questo mondo e non solo. Al commissario il compito di svelare il mistero celato tra insolite rappresentazioni del bene e del male. Inganni e raggiri di un mondo parallelo. Dentro e fuori i confini della realtà dove si può intravedere un tentativo di risposta ai quesiti dei giovani che, anche se non si vedono più in primo piano, continuano a esistere dietro le righe fino alla fine del racconto.

Perché ho scritto questo libro?

Questo scritto è nato quasi per caso, decisamente per caso. Dalle parole di un bisnonno novantatreenne che ridacchiando un giorno ha accennato a quello che è diventato poi da sé il cuore del racconto. Non sono un giovane ma sono sicuramente un esordiente, mai avrei pensato nella mia vita di scrivere un libro e questo è il primo tentativo. Ma da quella scintilla del bisnonno, che poi è mio padre, è partito tutto e per me è stato davvero entusiasmante. Non posso fare a meno di sentirmi grato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

  1. Preludio in Do Maggiore. Allegro ma non troppo.

Sembrava un sogno ma un sogno non era. Gli occhi aperti, gli occhi chiusi. E fuori soltanto nebbie e fari che disegnavano riflessi e ombre all’infinito.

Da tempo non mi sveglio più tardi la mattina, mattina attesa di momenti magici, da vivere, qualcosa che nasce, un preludio che da prima dell’alba vola e corre come un film senza trama, verità nascoste e appena intraviste, immaginate, ricercate, pian piano fuggiranno col sole che sorge.

Allora spero sempre in un risveglio che mi accolga morbido, il lento movimento dei pensieri che si affacciano e subito si ritirano. Di nuovo sulla solita strada, abbandonata dal tuffo nel sonno la sera prima. E il viaggio di sempre tra dentro e fuori, notte e giorno, buio e luce.

Non sarà facile credere di nuovo alle cose di ieri.

Un suono, poi un rumore pesante come un macigno, uno schianto, un incidente come tanti e una persona che muore come tante, sconosciuta, sconosciuta non abbastanza da non scatenare un dramma bestiale e da far pensare alle bestie che muoiono ogni giorno divorate dalle auto, vite che si spengono e a cui nessuno pensa. Diverse dalle nostre.

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Il solito urlo delle sirene, camici diversi, polizia in uniforme, il volto bianco delle ambulanze, nulla oltre questo.

E non c’è nulla in più da fare se non per coloro che dovranno cercare di capire. Cercare di capire, come sempre, come un cammino che tocca a tutti senza distinzione e senza scampo. Un cammino costante che conduce non si sa bene dove. Ma si percorre comunque tentando. E’ come vincere un’olimpiade. Saltare più in alto di tutti o correre come un razzo i cento metri piani. Essere seduti sul tetto del mondo per un istante cercando di farlo sembrare eterno. Sul podio più alto. A caccia di un applauso.

Ma un campanello suona e la distrazione bussa alla porta. Benvenuta in certi momenti da sola può bastare, modifica il percorso del giorno, afferrati per le spalle e spostati di peso.

“Si?”

“Io.”

La porta che si apre, due saluti sulla soglia, caffè sul fuoco e tutto può cambiare, in un attimo, con così poco.

E si parla di nuovo, le idee volano fuori di noi, si trasformano e ricadono da qualche parte. Qualche segno lasceranno oppure nulla, comunque hanno fatto il loro salto hanno attraversato spazio e tempo e non siamo più per poco imprigionati in noi stessi. In viaggio da soli, continuamente attratti come calamite, l’altalena che dondola tra il bisogno di sé e il bisogno dell’altro. Ogni giorno contraddizioni e un bel gioco di equilibrio sul solito filo teso sopra l’ignoto. A volte in buona solitudine immersi nello stupore dei sogni, non c’è bisogno di nessuno. A volte cercando di sconfinare in qualcuno, quei pochi dove è permesso confondersi ogni tanto accorciando le distanze. Contraddizione, piace proprio a tutti, è un marchio di fabbrica, come un dna, sembra una missione. Per garantire e assicurare la stabilità della pace uno schiocco di dita e l’oceano indiano diventa un allevamento di sottomarini a testata nucleare, feroci giganteschi branzini pronti all’attacco. Fantastico, fa quasi ridere se ci pensi. Ridere davvero.

Morto Gandhi, la pace nel mondo territorio riservato a Miss Italia e rock star. Canta e spera di non essere freddato dal primo pazzo che vaga come uno zombie a Central Park.

Un settimanale di enigmistica con sole barzellette senza parole.

“Fiducia. Bisogna avere fiducia e alla fine tutto torna vedrai. Tutto. Si sentono voci dire che in questo strano universo la somma di tutta l’energia positiva e di tutta l’energia negativa è uguale a zero. L’hanno calcolata. In quattro e quattro otto hanno fatto il conto. Un po’ di somme e sottrazioni ed ecco fatto, un gioco da ragazzi. Zero. E lo sanno tutti ormai. Storia di tutti i giorni. E non è finita, questo è il bello,

l’energia del vuoto che precede il grande botto, idem, uguale a zero. Insomma dal vuoto all’universo un gran casino, non c’è che dire, BANG, ma il risultato, zero. Bello no? Come dire che nulla è cambiato sul serio. Chi lo racconta sembra essere davvero molto contento di questa cosa. Molto contento.”

“Sì, bello. A capire esattamente cosa significa è bello.”

“Significa che tutto torna, sempre. Fiducia. Tutto qui.”

E ora ce ne prendiamo la nostra giusta dose di fiducia.

E suoniamo.

IV. Ennui. Frammenti di vita comune.

E l’ufficio? Mamma mia. Entro tutte le mattine e lotto, poco o tanto lotto. Nessuno me l’aveva detto ma nessuno lo sa e comunque è giusto che non si sappia fin da subito.

Un lavoro noioso, ho imparato a fare delle cose, le faccio e mi pagano per questo, fine. Come tanti. Insomma ho a che fare con quello che può offrire un tipico impiego statale. Routine. Sono un giovane impiegato della macchina stato. La classica ruota dell’ingranaggio. E si sa come vanno queste cose. Sono qui da soli due anni e sono già stufo, mamma mia.

Poi, tra una menata e l’altra di quelle per cui sono pagato do un’occhiata alle notizie di oggi sul computer e leggo che è morta una persona famosa e come sempre rimango stordito. Anche il mio pc va in tilt, completamente impallato per un bel pezzo. Dovrò decidermi prima o poi a chiedere un Mac come il mio collega. Mai un problema dice lui, un vero gioiello, se me lo cambiano con un pc giuro che mi licenzio. E’ un fanatico, per questo lui ha un Mac e io no. Appartiene alla folla di quelli che amano la mela e odiano Bill Gates. Viva Apple abbasso PC. Io invece ho sempre evitato le tifoserie di qualunque genere. Quelle cose tipo Beatles o Rolling Stones, Giants o Redskins, Federer o Nadal. Si può andare avanti all’infinito, ce n’è a vagonate. Cazzate. Non ci riesco, mi spiace ma il mondo è fatto così e io sono fatto così. Tutto mi attrae allo stesso modo, polo nord e polo sud. Dai tempi di Zeus e Pandora ogni giorno è un bivio tra bene e male e ogni volta che diciamo giusto o sbagliato sventoliamo la bandiera. Non è poco e da solo questo dovrebbe bastare, lascio perdere tutto il resto che non sembra degno di scatenare una ola.

V. Notte di giorno.

Poi, un mattino, il sole non sorge. Non ne ha voglia, semplicemente non ne ha voglia. Si esce comunque, si fanno le stesse cose, si prende il caffè al bar, tutto uguale ma al buio. Totale. E nessuno se ne preoccupa affatto, sembra quasi che non ci sia uno che se ne accorga tranne me. Perché poi farlo? Accettiamo quello che accade quando è incomprensibile. Sempre. Non abbiamo alternativa.

E così camminando per la strada ti ho incontrata al buio come me e con te al buio ho proseguito. E insieme non abbiamo capito molto ma abbiamo provato a comprendere, e sicuramente siamo stati attenti. Abbiamo iniziato a farci domande, tante, siamo giovani e spetta a noi più di tutti.

“E se non sorgesse più? Voglio dire, non te lo chiedo da un punto di vista naturale, più o meno so cosa accadrebbe, te lo chiedo in senso…”

E il tuono c’è stato, proprio in quel momento e senza lampo! Merd…! Senza lampo?!

Ma un tuono strano, più piccolo. Un piccolo tuono.

“Un piccolo tuono?”

“Uno sparo, merd…!”

“Da dove veniva?”

“Non so ma da molto vicino. Forse da lì dietro. Dietro quella macchia di verde.”

“Scappiamo?”

“No. Mai. Non siamo qui per scappare o aver paura.”

VI. Sabbie mobili.

E così, parliamo di dinosauri e loro parenti stretti come se fossero qui, come se ne avessimo incontrato uno pochi giorni fa proprio sotto casa. Centinaia di milioni di anni fa e se ne può discutere tranquillamente al bar tra un aperitivo una partita a biliardo e uno sguardo distratto ai quotidiani. Ma si può anche andare ben più indietro, molto più indietro, i milioni non sono nulla, basta ruotare la lente del cannocchiale ed ecco fatto la scala si sposta sui miliardi.

Bello, grande! Che dire di più. Ma oggi, oggi rimane un mistero, ancora e comunque. Noi oggi, sempre un mistero.

Ancora nulla e non smette mai di stupire questa cosa ogni volta. Succedono cose continuamente che trascinano alla deriva sulla rotta perduta e ignota, la solita di sempre. E’ lì, scorre al nostro fianco fedele e non ci molla, con i suoi vortici e mulinelli traditori, rapide e correnti agitate. Ogni tanto la bonaccia per prendere fiato e poi di nuovo su e giù tra le onde.

Sembra che il rifugio migliore sia davvero non pensarci troppo. Ma come si fa. Come si fa a non vedere che mentre un dinosauro ci scodinzola affettuosamente in salotto e reclama per la pappa, qualche nostro simile, fratello in teoria, si perde per strada. Nei modi più pazzeschi e violenti poi. Come al tempo dei barbari. Non ci hanno abbandonato mai con i loro capelli incolti, volti rozzi e mani sporche calano sempre in orde dal nord che non sappiamo più bene dov’è. E’ un nord che l’ago della bussola segna dappertutto, è in ogni direzione, in ogni angolo della terra. E da lì arrivano quando meno ce lo aspettiamo. Barbari moderni con armature da robot. Così, ignari e senza colpa, tanti aspettano confidando in una buona sorte che, ad altri elargita in abbondanza, a loro senza un motivo apparente non verrà concessa. Per il tempo che li attende accompagnati da una scorta di paura e speranza insieme, in dosi uguali. Dai, non ce la facciamo, no. Come si fa, sì qualcuno ce la fa ma di sicuro c’è il trucco, l’aiuto di qualche magica pozione. Altri vivono in un lampo vite pazze e incomprensibili. Bruciate con una violenza tale che lacera la mente come se tenessero un cerino tra le dita. Così fanno, gli è toccato questo fuoco e seguono la loro parte senza tirarsi indietro. Anestetizzati, la mente ceduta in saldo per un nulla. Portati per mano attraverso una lobotomia gratuita, allevati nella peggiore stia che si possa trovare al mondo per spargere morte ad ogni comando. Armi da guerra in carne e ossa. Almeno avessero venduto l’anima al diavolo in cambio di qualcosa. Ci sarebbe ancora un che di romantico per chi un po’ lo è. Invece no, scelgono da soli di non scegliere perché lì li portano e fine. Fatto, deciso e discorso chiuso. Una bella cintura al plastico sulla pancia e via. Se questa è una scelta. Come si fa.

Uno splendido corpo, giovane, bello e forte, dilaniato, fatto a pezzi. Ma come hai fatto. Ma come, non sai che quasi quattordici miliardi di anni fa, milione più milione meno, c’è stato un grande boom, talmente bello e pazzesco da bastare da solo a tutta l’umanità intera che da lì sarebbe sbocciata. E non solo. Anche a tutte le altre umanità, tutte quelle fiorite dal fuoco d’artificio in ogni angolo remoto. Bellissimo e sufficiente, basta boom. Uno enorme, big, davvero big, per tutti e per sempre. Questo non andrebbe mai perso di vista altrimenti a cosa è servito tutto lo sforzo dei padri. Uno dopo l’altro si sono passati il testimone dell’infinita interminabile staffetta. Correndo per una medaglia e un podio che ancora non si riesce neppure a intravvedere.

Come hai fatto. Come si fa a credere a una cosa così. E’ talmente pazzesca che la logica rischia di cedere, vacilla sull’orlo delle sabbie mobili, per un istante si arrende e dice sì, è vero.

VII. Fuga a tre voci.

Era dietro una siepe, riverso, morto. Nessun altro intorno. Solo noi due e lui. Di nuovo merd…! Va bene, però si deve fare qualcosa, le solite cose, chiamare quel numero lì, quale? ma sì quello, la polizia, o qualcosa del genere, sì ma quale, non sappiamo neppure quale sia, ma sì 000? no 123? va be’ proviamo.

Bene o male alla fine qualcuno si riesce sempre a chiamare e qualcuno arriva. Polizia.

X. Mistero in casa Ward.

Il sergente Blackbird, uomo nero grande e grosso con il viso di un angelo, si era infilato i guanti. Aperta la porta di ingresso e si stava guardando intorno nella poca luce, strizzava gli occhi per mettere meglio a fuoco pensando intanto da dove iniziare e soprattutto cosa cercare. In fondo erano già stati tante di quelle volte lì, avevano frugato dappertutto, niente. Rovesciato tutto, ancora niente. E dunque? Boh! Da dove inizio?

XII. Mr. Smith perde a golf.

Mr. Erold Smith della Smith & Co Inc. come tutte le domeniche mattina era sul campo da golf. Buca sette.

Il Re, così era chiamato da tutti, perché in effetti era il Re dell’idraulica in tutta la regione. Indubbiamente l’uomo più ricco del paese, aveva costruito la sua fortuna svitando e avvitando rubinetti, cambiando guarnizioni e raccordi, prima con le sue stesse mani poi a poco a poco con le mani di un esercito di dipendenti sul suo libro paga. Un magazzino immenso, una grande scritta a cui mancava solo la corona da Re e nonostante ciò lo era comunque di fatto per tutti.

Quella mattina si era alzato senza pensieri, le azioni di sempre, metodiche e rassicuranti. Doccia, colazione, qualche breve telefonata, il giorno lo attendeva e lo chiamava nel sole, il verde delle buche da infilare una dopo l’altra. Era il più bravo, vinceva sempre lui. Non c’è storia. Ma tutti erano ugualmente onorati di essere al suo fianco e di seguirlo sui prati, a competere con il Re, anche con la sconfitta assicurata.

Ma quel giorno, quella domenica era destinata fin dall’inizio ad essere diversa, ma veramente diversa. Quasi incredibile. Almeno di sicuro lui non se lo sarebbe mai aspettato.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luca Boero
Nasco a Genova nel 1960 e vivo tra Liguria e Romagna. Informatico di professione al primo tentativo letterario, un quasi giovane esordiente. Dopo tanti anni passati a scrivere in linguaggi che solo le macchine possono comprendere, all’improvviso e quasi per caso le mie dita si sono ribellate, hanno risposto al richiamo delle origini e sono tornate alla sorgente dei miei studi di Liceo Classico. Anche se non ce ne accorgiamo, quegli anni che a volte viviamo un po’ di striscio, giovani si sa bene come sono, arrivano al nocciolo dove devono e lì rimangono per sempre. Ho scoperto un piacere inaspettato a scrivere frasi in Italiano sulla stessa tastiera che per tanto tempo aveva parlato in codice.
IF, è forse l’istruzione più utilizzata in ogni linguaggio di programmazione. Ma è anche, soprattutto, una meravigliosa musica dei Pink Floyd. Si ascolta una volta e si capisce da che parte stare.
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