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Ritratti di Neve

Ritratti di Neve
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Consegna prevista Febbraio 2023

“Mi chiedo allora: può un paese raccontare l’animo umano? Possono delle pietre, dei castagni, un microcosmo di personaggi che popolano il mio passato e il mio presente dirmi qualcosa che vada oltre i ricordi?” Questo libro cerca di essere la risposta.
Nei ritratti di Neve ci sono immagini, profumi, sensazioni, ci sono volti, attrezzi, mani e desideri, ci sono le storie di persone vere così come si sono impresse nella memoria viva di una bambina che trascorre i caldi mesi estivi a Ripalta, un ciuffo di case dell’entroterra ligure. Anche se gli anni sono passati lei vorrebbe che quei ricordi non sbiadissero così come che restasse sempre traccia delle persone che hanno avuto un ruolo importante nella sua vita e in fondo non è un po’ così per tutti? Abbiamo tutti, forse, un luogo del cuore anche se non si chiama Ripalta, abbiamo tutti il desiderio di trattenere quelle storie, di farle vivere ancora e ancora perché, per quanto piccole, sono le nostre. Il 5 agosto è vicino, prepariamoci.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per desiderio e bisogno: il desiderio di far rivivere un paesino, a molti sconosciuto, ma che per me ha rappresentato il luogo della felicità più libera mai provata e che vorrei riportare a galla insieme ai suoi abitanti come li ho vissuti in quel tempo sospeso; il bisogno è quello di riuscire a rendere un saluto degno del legame che univa me e mia Beppa, allontanata da tutto prima dalla malattia e poi dalla pandemia, in queste pagine vorrei darci l’occasione di salutarci

ANTEPRIMA NON EDITATA

Un nome non lo si sceglie così come non si sceglie il luogo che ci si porta dentro chiamandolo “casa”. La Giuseppa si è ritrovata questo nome duro, che riempie la bocca con poca eleganza e nel tempo ha provato ad addolcirlo con storpiature e diminutivi ma non si può correggere quello che il destino ha deciso e per tutta la vita è stata “la Beppa”. La Beppa porta con se un bagaglio di storie, la sua famiglia è contadina e come le piante è cresciuta libera, senza che la si potesse controllare e così si è espansa, contratta, alcune parti sono state potate, alcuni rami sono caduti e altri nuovi e teneri se ne sono formati. Me la immagino bambina mentre sente raccontare di Angiolina e Gina, sue sorellastre, nate dal primo matrimonio di sua madre. Due giovani unite in un destino di dolore: la prima morta di parto e la seconda sotto le macerie quando una bomba si era abbattuta su Ripalta e l’aveva trovata lì, con la sua neonata in braccio e il marito al fianco che da poco l’aveva raggiunta.
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Lei invece è la quinta di altri sette figli della Marinetta: Pietro, Margherita, Dora, Lucia, Mario e Anna, e poi lei, con quel nome così dissonante rispetto agli altri datole quando la credevano un bambino nel ventre di sua madre, l’avevano immaginata Giuseppe e al momento della nascita non c’era tempo per pensare ad un altro nome, sarebbe stata Giuseppa, sarebbe diventata la Beppa. Ripalta invece è un paesino poggiato su una piccola altura dell’entroterra ligure, il fiume Vara che scorre docile a valle e le colline che si inseguono una dopo l’altra fino a dove lo sguardo riesce a distinguerle in un verde sempre più lontano. Ripalta è un campanile arancione, una salita ripida, un carruggio e le case colorate che si appoggiano una all’altra, una volta di pietra per sognare avventure e il bosco, “la via bella” l’hanno sempre chiamato, un nome dolce come le more che si offrono in estate sul sentiero. Mi chiedo allora: può un paese raccontare l’animo umano? Possono delle pietre, dei castagni, un microcosmo di personaggi che popolano il mio passato e il mio presente dirmi qualcosa che vada oltre i ricordi? Questo racconto passa inesorabilmente attraverso la Beppa che intreccia le storie dei morti e quelle dei vivi poiché lei è, mentre scrivo, viva e morta, ha la storia dentro di sé ma non può raccontarla, può farmela immaginare allora e in questo modo cercare di non perderla. Chiara

ARTURO
Ci sono uomini che nell’immaginario restano immutabili, eterni in un luogo, in una posizione, in un gesto. Arturo è seduto sulla panchina verde del carruggio, quelle assi verniciate si trovano proprio sotto la sua casa, alle spalle si apre la porta della stalla delle pecore e di fronte il panorama delle colline, presuntuose nella loro bellezza. Lui resta immobile, le gambe aperte quanto basta per far spazio al suo bastone che stringe tra le mani e che lo accompagna in ogni suo passo. Arturo ha per sempre almeno ottant’anni, la mascella pronunciata e un’espressione pacifica come quella di chi ha fatto i conti con il passato e alla sua storia ha iniziato a voler bene. Lo sguardo è impenetrabile perché Arturo non guarda con gli occhi, quelli ormai non servono quasi più da quando la calce ne ha preso prima uno e poi l’altro, lui ha imparato a guardare l’orizzonte attraverso la freschezza dell’aria e il profumo della vite di Italo. Arturo riconosce i passi: quello di Leandro è fiero e veloce, la Beppa lo ha leggero e dondolante, Erminia, sua moglie, si muove delicata e sembra non voler disturbare neanche le pietre. Quando ci sono i bambini Arturo si distoglie dai suoi pensieri e racconta le storie della guerra, promette gite nei boschi fino a Cassana e apre la sua grande mano, il palmo spalancato verso terra, i bambini ridono, sanno benissimo cosa devono fare, le loro dita piccole, sporche, le unghie mangiate, i graffi e le croste, tutti gli indici puntano nel centro del palmo di Arturo che con l’altra mano si accarezza solennemente il dorso “bufale uno, bufale due, bufale tre!”, a quel punto la sua grande mano si chiude e i piccoli cercano di sfuggire alla presa. Se qualcuno ha indugiato un istante di troppo sa che Arturo fingerà di mangiarsi il povero dito salvo, però, tra i pochi denti della sua bocca che ride di gusto. Quando invece vuole spaventare sfida la piccola banda a guardare, attraverso il buco quadrato della porta, il buio fitto della stalla, raccontando di averci trovato creature mostruose. Loro si arrampicano e, cercando di far abituare gli occhi all’oscurità, scrutano finché non appaiono due occhi nel nero, due occhi fissi che sembrano luminosi, diabolici, allora le grida divertite riempiono l’aria. Chissà cosa penserebbero le placide pecore se sapessero di aver animato gli incubi di quei cugini di avventure. Quando sono le tre del pomeriggio la Beppa richiama, è ora di vestirsi bene, è il 5 d’agosto “Nostra Signora della Neve” e bisogna prepararsi. Anche Arturo deve andare, si arrampicherà sul campanile arancione, tre scale a pioli di legno per raggiungere la cima e governare quelle campane, farle risuonare dal piazzale fino a casa della Dora, dalla via bella ai ciapponi. Dopo aiuterà la funzione, prenderà il suo posto alla destra del prete come una statua, come la certezza che la processione porterà la Madonna nel bosco, ma ora pensa solo a suonare, si deve sapere che è festa, per tutti, per Ripalta, per gli animali, per i castagni e anche per lui.

DORA

Dora è la seconda di sette figli, la prima femmina, e in una famiglia contadina questo non passa inosservato, segna un destino, significa grande rispetto e senso di responsabilità verso i genitori, i fratelli, la terra, verso le bestie, il pane, gli abiti, gli scarponi, verso la casa e i campi. La Dora è cresciuta così imparando a prendersi cura degli altri prima che di se stessa, non c’è stato spazio per lei per il superfluo, per le rotondità della carne, per gli abiti vanitosi, lei è cresciuta asciutta come un forte tronco vitale e spigolosa per tutti i lati che ha dovuto considerare nella vita. Le sue piccole mani nodose riescono a compiere prodigi, sia che si tratti di sgranare lupini o rosari, sia che debbano afferrare un coniglio o suo figlio che scappa selvatico nei boschi. La vita l’ha messa alla prova duramente ma lei l’ha affrontata come ha imparato a fare nel tempo, come un lavoro da portare avanti con serietà ed ora tutto sembra essersi placato, le resta la sua grande casa, suo marito che fiero le siede accanto e qualche animale che viene e va a cui affezionarsi con moderazione. Di animali ne sono passati tanti: pastori tedeschi che incutevano timore, pappagalli che prendevano il caffè e chiamavano il sig. Volpi, gatti e cani di tutto il paese ma le bestie son bestie e gli uomini le devono rispettare proprio nella loro natura animale. La Dora veste con i pantaloni che avvolgono il suo corpo asciutto e raccoglie i capelli ormai grigi in uno chignon basso che le incornicia il viso, gli occhi scuri, penetranti, sempre in movimento, già proiettati su qualche nuovo lavoro da fare. La sua casa, per i bambini del paese, è un vero mistero, tutti ne conoscono perfettamente il piano terra. Da una porta sempre aperta sventola una tenda che cela una cantina arredata come una sala da pranzo con tanto di stufa, tavolo e divano, doveva essere il luogo in cui cambiarsi al ritorno dai campi per non sporcare l’appartamento di sopra ma, negli anni, è diventato il vero cuore pulsante della casa, luogo di ritrovo che ha visto consumare una incalcolabile quantità di caffè, torte, pane, lupini e vino. Dalla Dora, di sotto passano tutti e tutte le volte lei pazientemente riempie la moka per il caffè, ogni volta più grande, e non importa come si è abituati a consumarlo, da lei si prende sempre e con un cucchiaino e mezzo di zucchero. Di sopra invece si apre un luogo perfetto e impeccabile, non sembrerebbe far parte della stessa costruzione che ospita la cantina sottostante poi, ancora più in alto, la mansarda, vero tesoro che solo il figlio Massimo può mostrare a pochi e selezionatissimi bimbetti dagli occhi curiosi. Quando la campana suona il primo tocco del pomeriggio la Dora si prepara, oggi è il 5 d’agosto, è la festa della Signora della Neve e Ripalta vivrà piena di persone e di voci. Esce davanti alla sua casa e dal piccolo piazzale urla “Beppa oh Beppa, Lucia oh Lucia!”, dall’altra parte del paese, nel carruggio rispondono le sue sorelle. Ci sarà da pulire la chiesa, da mettere i fiori freschi nei vasi, versare il vino buono per il prete. La Dora prende le tovaglie di lino per l’altare, le ha lavate e stirate e ora sono candide e perfette come la camicetta che indosserà per la festa, quella con due piccoli fiori sul finire del colletto, ma ora c’è del lavoro da fare perché tutti possano godersi la festa, al resto, a lei, penserà dopo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Chiara Cito
Mi chiamo Chiara Cito, sono nata a La Spezia nel 1982, sono un'insegnante di italiano in un ente professionale di Rimini per il quale lavoro con grande passione da più di dieci anni. Prima di arrivare qui ho conseguito la maturità classica nella mia città, poi la laurea triennale in Psicologia del lavoro a Firenze e la specialistica a Cesena con l'Università di Bologna, sono approdata a Rimini dove mi sono occupata di lavoro e disabilità prima di dedicarmi all'insegnamento in classi di adolescenti provenienti da tutto il mondo. Qui la passione per la scrittura si è fusa con quella della fotografia permettendomi di immortalare e conservare parti per me importanti del passato e del presente. Ad oggi mi lascio trasportare lungo questo filo che unisce il mar Tirreno, profondo e agitato, al mar Adriatico, basso e tranquillo, perennemente alla ricerca di un senso di pace e di equilibrio.
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