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Romaamor
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Consegna prevista Ottobre 2024

Roma anni Sessanta. Il padre di Benedetta, con un collega ingegnere, costruì una bella villa ai piedi dell’Aventino. Una casa bianca e grigia, con un grande giardino tutt’intorno, abitata da molti bambini e dai tanti che, per un giorno o per tutta la vita, vissero quel sogno ricamato di verde. La villa unì i destini di due famiglie che, pur non essendo parenti, strinsero legami forti e per sempre. La vita fiorì e le storie si intrecciarono, allegre e a volte tristi.
Il cuore s’apre al ricordo ed ecco, in danza, si presentano cugini, fratelli, donne di servizio che furono mamme a modo loro, le sister dell’Istituto Mater Dei, i cani amatissimi, lo zio ministro, la zia “quattroquarti”. Un libro corale che ha al suo centro Roma ma che corre anche su e giù per l’Italia inseguendo il filo del ricordo e le persone che in esso respirano. Un libro che restituisce il sapore famigliare di una Roma sparita, ancora viva nel ricordo di chi l’ha vissuta

Perché ho scritto questo libro?

Andando, un giorno di sole, da mia madre ancora viva, udii la voce della villa romana offesa da me che solo di quella sarda ho scritto. “E di me, dimmi, di me, perché ti sei dimenticata? Tra le mie ora deserte stanze, ti sei fatta grande, nel mio giardino hai inseguito il lume lassù?”. Dentro, mia madre mi attendeva con il caffè servito col cucchiaino d’argento e lì, intorno a noi, c’erano – lo sentivo – la Mimma, Sormario, la nonna Lisetta. Non eravamo sole. Dovevo scrivere e ora l’ho fatto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Nel bel palazzo d’ocra e d’ombra, ritto sul gomito della timida salita di Via di San Sebastianello, c’era, fino agli anni Ottanta (e dal 1886), l’Istituto Mater Dei, scuola privata, cattolica, vecchia già di cent’anni, con suore irlandesi ed italiane, pur essendo la fondatrice del loro ordine,  le Povere Serve della Madre di Dio, inglese purosangue e di nome Mother Magdalen Taylor.

Ogni piano dell’edificio era diviso in aule scolastiche con dentro una trentina di noi in divisa bianca e blu e, man mano in salita, si passava dalla scuola elementare al liceo, che era solo il classico, sicché al ginnasio vedemmo scendere, come fatine, dal Sacro Cuore della Trinità dei Monti (che aveva solo il linguistico), molte nuove compagne punto felici di passare da monte a valle…

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Ogni piano aveva le sue sister. Il primo era custodito dalle portinaie, sister Paolina e sister Addolorata, tutte e due italiane. Oh, fermiamoci un poco nel loro stanzino caldo che era il matroneo della Cappella! Tutte due piccole di statura, gli occhiali sul naso, l'abito blu e nero lindo di semplicità, non potevano  essere, nel viso e nei modi, più diverse. La prima, Paolina, con un nome candido, da stender col bucato, aveva però scritta nella faccia di luna piena e in quei pochi capelli di stoppa grigia in fuga dal velo, la determinazione e un piglio selvatico che si palesava anche soltanto nel gesto brusco con cui si affacciava al portoncino e chiedere, con voce roca: “Chi è?” la seconda, sempre un passo indietro, era Addolorata di nome e anche di fatto: pallida, pelle di crema, un faccino lungo e smunto, non parlava quasi mai.

A me bambina faceva un poco paura la prima e mi innamorava la seconda, che avrei voluto per nonna e che forse, ora lo so, neppure seppe mai che esistevo anche io…
Tra i compiti solenni delle sister portiere, che facevano la guardia alla scuola tenendo sempre il portoncino aperto sulle scale, c'era quello di suonare le campanelle che chiamavano per nome le consorelle. Din-don-din-din… Ogni sister aveva il suo  codice in doremi, tradotto in un alfabeto morse di scampanellii che, alla bisogna, riempivano cortile, aule e cuore. Nel silenzio delle mattine d'oro, noi chine sui banchi,  si inseguivano, lì fuori, gli squilli d'argento a ricamare il cielo di  armonie celesti. Solo le sister custodivano il mistero di quelle sequele angeliche.

2024-02-23

Aggiornamento

Dal mio taccuino rosa ancora concorsi letterari
Partecipai un anno che non ricordo, ma già nel Duemila, alla seconda edizione di un concorso chiamato "I racconti di Sabaudia" e mandai un racconto che avevo scritto qualche tempo prima dal titolo "Il segreto di Alice"., di cui non vi racconto la trama perché magari un giorno potrò ripubblicarlo insieme ai tanti altri che ho scritto negli anni.
Il nome del vincitore, ricordo, si sarebbe saputo soltanto alla premiazione sicché andai, con un autobus, sola soletta, lì dove si sarebbe svolta la cerimonia svelta. IN platea c'erano tutti o quasi gli autori e alla fine vinse un racconto bello di cui non ricordo il titolo, e il mio rimase al palo. Con un pippi lungo fin sulla strada, lemme, lemme, me ne tornavo verso la fermata del bus quando fui raggiunta da un tipo che non era in uniforme ma di certo nella vita la portava. Mi afferrò per la spalla e mi disse: "Doveva vincere lei, lei è una vera scrittrice". FU un piccolo premio, per me, di consolazione. Lo ringrazia, salii in pullmann e via verso i doveri famigliari, il mio vero lavoro.
2024-02-20

Aggiornamento

Dal mio taccuino rosa, pillole di me Nel ringraziare, uno per uno, quanti mi stanno aiutando nella dura salita verso quota 200 (e fino all'ultimo mi impegnerò per raggiungere la vetta), mi piace qui ricordare Giancarlo Oli, sì s', proprio il coautore del dizionario Devoto Oli, che ho avuto la gioia e l'onore di contare tra gli amici. Tutti e due innamorati delle parole e archeologi a modo nostro nel ricercare in esse le radici della verità. Lo incontrai alla presentazione di un libro, gli regalai un mio racconto, fummo amici. Mi restano di lui un plico di bellissime lettere, vergate con la penna stilografica, piene di racconti, aneddoti, preziosi consigli. Le conservo tutte quante raccolte da un nastro verde e un giorno, per quanto belle sono (ognuna e tutte) le ho portate in biblioteca per fare un piccolo lascito a nome suo, di Giancarlo. Ma non le hanno volute, così le conservo qui a casa, gelosa, di quell'amicizia piena di "sirene", cioè di parole (sirene le chiamava Fernando Pessoa sul quale ho fatto la mia tesi di laurea), che è durata poco perché Giancarlo, nella sua Grassina a Firenze, è morto molto giovane e non so neanche come... Nella foto, la sirena Tavolara, rosa e celeste!
2024-02-13

Aggiornamento

Dal mio taccuino rosa A sedici anni, quindi, ho scritto il mio primo racconto ed è cominciata la mia "carriera" di lettrice. Tutti i classici, da Guerra e Pace alla Recherche (bè, non l'ho ancora letta tutta quanta...) e pian piano ho forgiato i miei gusti, incontrando come amici in carne e ossa scrittori e scrittrici che erano già dall'altra parte. Inutile stilare una lista che è quella di molti altri. Mi piaceva, comunque, la scrittura Ottocentesca, Emio De Marchi, nei racconti brevi, mi innamorò. E poi Luigi Capuana nei suoi racconti intitolati "Le Paesane". Splendidi, l'italiano vivido, le immagini fresche.Ricordo la gioia di andare a dormire con il libro ancora a metà... Intanto scrivevo. Andai al Salone di Torino, Proiettavano un bel documentario su Italo Calvino che spiegava che, con i libri, non si campa (carmina non dant panem). E ricordo, estasiata, che lo udii dire questo: "Nella vita bisogna fare molte operazioni di matematica, con carta e penna, addizioni, divisioni, sottrazioni, poi imparare molte poesie a memoria e ricordarsi che tutti ci può esser tolto con un grande polverone". E' vero, non si campa con i libri Io guadagnai i miei primi 200 euro con un racconto che vinse un premio letterario ad Ascoli Piceno. Il racconto si intitolava "Finalmente libera" e parlava di Monica, una compagna di scuola che avevo molto amato, morta in America, rincorrendo una madre che non la voleva. Ripenso a lei oggi che splende il sole e che Romaamor procede lentamente verso il suo destino.
2024-02-08

Aggiornamento

Briciole di me, dal mio taccuino rosa Ho scritto il mio primo racconto a sedici anni. Si intitolava "Riti di passaggio" e non vi dico la trama perché magari un giorno cercherò di ripubblicarlo. Non mi ricordo più in quale anno lo mandai a un concorso letterario, il 6 concorso di Terre di Mezzo e vinse il secondo posto, guadagnandosi la pubblicazione. Fu una sorpresa perché Marcello Baraghini, di Stampa Alternativa, lo aveva escluso dalla pubblicazione nel mio "L'ingegnere" uscito come un classico (di allora) Millelire per i tipi appunto di Stampa Alternativa. Oh che strano! Ma avanti! Di quei tempi, veramente quasi nessuno ha saputo della mia "vittoria" e non ho vinto un bel nulla o forse sì un libro che si intitolava "Acque tragiche" mi resta un volumetto che, in copertina, reca un uomo chinato che osserva una lumaca nel suo lento andare. Il titolo: Folgorazioni. Era una folgorazione il mio racconto. Sì, in effetti.
2024-02-07

Aggiornamento

Il mio "Romaamor" non è nato così, per caso, un giorno d'inverno nella quiete romana. Nonono, nossignore, l'ho cominciato a scrivere, per dire così, bambina, nella casa dove sono nata, nelle giornate di giardino e giochi, trascorrendo un tempo di nulla che era tutto, Né televisione né telefono né quasi frigorifero, io, piccola, leggevo. Ore e ore, nel mio angolino, leggevo. Sì, leggevo. E i miei libri di allora (che leggevo e rileggevo in mancanza di altri) erano due solamente. Il primo, un grande volume (che qualcuno si è portato via, con grande mio dolore) di fiabe di Andersen, dove la mia preferita era la storia di Elisa e dei suoi tanti fratelli trasformati in cigni selvatici; e il secondo un libro di Lucy Maud Montogomery, scrittrice canadese, autrice di "Anna dai capelli rossi" (che tutti conoscono), ma anche del mio adorato "Marigold, la bimba dal cuore esultante". Vi si narravano, con ironia, brio e tenerezza, le piccole grandi avventure (in forma quotidiana) di una bimba dalle trecce bionde, che abitava in una grande casa affacciata sul mare, con zie, zii, nonne e parenti (tutti o Lesley o imparentati con essi) a fasci, ma che abitava, tutta sola, però in un mondo suo, di magia e di poesia. Infatti, come ho scoperto molti anni dopo il titolo del libro in inglese è "Magic for Marigold". Molti anni ancora dopo, ma non così tanti come quelli della mia scoperta del titolo, incontrai lungo la mia strada, anzi ebbi la gioia e la fortuna di incontrare lungo la mia strada, Donatella Ziliotto e Teresa Buongirno. La prima scout di Pippi Calzelunghe e anima della casa editrice Salani, la seconda scrittrice e giornalista e anche mamma di un mio ex amore, le quali mi spiegarono che, fin da subito, i bambini sanno scegliere quale sarà la via loro, e due in buona sostanza sono le strade: avventura o memoria. Dissi: "Io di certo, da bambina, scelsi la memoria". E loro, in coro: "Segui la tua strada allora!". La stavo appena imboccando quando me lo consigliarono e moli altri incontri (di scrittrici vive e già passate di là) dovevo incontrare: la trama in cui l'ordito è proprio, dopo Cuoresardo, questo mio Romaamor. E tutti e due i libri (Cuo0resardo pubblicato, Romaamor non so non credo) sono due dei tanti capitoli del più grande "Cigni selvatici" che è nel mio cassetto , con i tanti suoi segreti....
2024-01-31

Aggiornamento

Eccoci arrivati, almeno, alla boa delle sessanta copie che fa di Romaamor un piccolo libro pubblicato, anche se in edizione limitata. Mi accontento. In tempi difficili è già tanto e ringrazio, uno per uno, quanti mi hanno dato fiducia e chi mi ha detto che aspetta di leggere il libro con gioia. Sì, ma un grazie anche a chi si è opposto e ha voltato le spalle al progetto, preso dai suoi pensieri, dai suoi lacci antichi, dai sentimenti che l'hanno popolato, giovane, per non lasciarlo mai. Grazie anche a loro.
Io continuo a remare per far sì che Romaamor arrivi al porto finale intitolato alle duecento copie, ma se proprio non ce la farà, pazienza, ci ho provato, ho scritto, ho riguardato, ho fatto il labor limae e poi ho inviato. Ora tocca al mondo e io, più di spingerlo con amore, non posso fare.
Avanti, evviva, un ciao rosa a tutti quanti
2024-01-24

Aggiornamento

Dal mio taccuino rosa Ho deciso di tenere un bel conto preciso di quel che accade durante questo mio difficile crowd funding perché di Cuoresardo non ho tenuto scritto nulla e nulla mi ricordo. Come quando si ha un bambino e, per la gioia di stringerlo tra le braccia, nulla si ricorda dei nove mesi d'attesa che, per me, furono raggianti e ogni giorno avrei voluto viverlo due volte. Non così la marcia nel crowd funding che si scontra con segrete invidie, nascosti rancori, enigmatiche risposte, promesse non mantenute. Sì, ma poi arriva il messaggio di una conoscente, una della quale sai poco o nulla, e ti scrive per dirti che ha prenotato Romaamor perché ha tanto amato Cuoresardo e allora si va avanti, dimenticando tutto il resto e sotto il divino Manto (di cui non parlo) vado avanti con tanta allegria, anche se fosse un naufragio... Aggiungo in foto la bennibag (quella di destra con le roselline gialle) che ho cucito per Silvia che si è meritata questo ed altro...
2024-01-09

Aggiornamento

Va bene, Celeste, che sia per ora un piccolo, allegro dialogo tra noi mentre fila la metropolitana lungo i suoi binari e poi lasciando il mondo e bucando la notte andandosene a zonzo tra le stelle. Sì, ecco molto meglio, prendiamo una metropoliutana che conduce nel firmamento e lì, in silenzio, ammiriamo le lucine che parlano al cuore. Oh non voglio farti andare a dormire pensando a cose tristi! E allora, una piccola storia tragicomica che non troverai in Romaamor perché si svolge a Torino. A diciannove anni o giù di lì, ancora bambina in cuore e ben lavata all'umiltà dall'Istituto Mater Dei, finii (non so neanche dir perché) a dare una mano a una certa compagna di classe, figlia di un addetto stampa della Camera dei deputati, in una importante Fiera del Libro. Dovevamo far da ufficio stampa al primo romanzo di Hugo Pratt. Dormivamo - Pratt e Corto Maltese nella stanza accanto - in un albergo zeppo di stelle, nel centro di quella città sull'attenti, savoiarda, un poco buia per i miei gusti. Lei la mia amica, che portava un nome tale e quale a una via consolare romana e aveva negli occhi di lampo verde una malizia di femmina a me allora sconosciuta, mi sussurrò fin dal primo giorno di stare in guardia: in albergo, infatti, non sapevano che io occupassi il secondo letto in camera sua... Come se non mi bastasse già l'insicurezza che portavo fin dalla culla cucita all'anima. Ogni mattina, dunque, con la pioggia o con il sole, rimboccavo per benino le lenzuola che, di notte, cercavo di gualcire meno della principessa sul pisello. Poi scivolavo, spolverando i muri, giù per le scale, senza metter piede in ascensore che non si sa mai. Lei, “l'amica”, mi aspettava neanche fossi una spia al bar dell'angolo. "Ti hanno vista?", sussurrava. E via in taxi alla fiera. Una mattina, mentre sgattaiolavo rasente i muri, facendo a precipizio le scale color porpora, incrociai un tipo impomatato, con dei gran riccioloni neri. Mi fermò, trattenendomi per la mano. Io, dal terrore, clandestina e rea qual ero, quasi gli sputavo il cuore mio in faccia... Ma lui, bonario, mi disse: “Non c'è bisogno che si rifaccia tutti i giorni il letto, signorina. Le cameriere sono pagate per questo...”. Io, color porpora come le scale.
2024-01-09

Aggiornamento

Me ne andavo, cuore a cuore con i miei pensieri, lungo le strade consuete che mi portano a Piazza Argentina, pensando a come scrivere il diario di bordo di Romaamor e mentre, desolata, osservavo la mia Roma sventrata dai lavori della metropolitana, ho pensato di far così. Ed ecco le istruzioni per l'uso. Salirò con voi su un vagone della Metro B, la più antica e di colore blu, e chi vorrà potrà sedersi insieme a me perché il vagone è tutto prenotato e c'è scritto fuori in grande "Romaamor" e, ad ogni stazione, racconterò una piccola storia che è, per me, grande e per voi non so. E comincerò ora stesso, un rigo dabbasso, con la stazione Rebibbia. Chiudo gli occhi sono lì. Eccomi, in altre primavere, aspettando un uomo che mi era molto caro e che ora è volato lassù. C'è lui che avanza lento, completo nel mio sguardo che lo inquadra tutto e ha una sacca in mano e niente più. Corriamo ad abbracciarci e vedo, dietro di lui, ma solo con l'occhio dell'anima che in me è acceso una piccola suora vestita di bianco: Suor Gervasia! Era quest'ovetto fresco di religiosa, grassottella, ricamata nella sua risata d'argento, un'orsolina la "fatina di Rebibbia", e aveva avuto dal suo ordine la dispensa e il permesso di occuparsi non di collegi femminili, ma dei detenuti del carcere di Rebibbia Ogni galetto era per lei "bello come il sole" e presto mi assunse al suo servizio e divenni così staffetta sua: comperavo penne per gli ergastolani, andavo a consolare i parenti dei reclusi, parlavo con gli avvocati, sgambettavo per i tribunali portando carte e documenti... Respiro. Che strano, quando mia mamma è volata lassù, ho trovato in un cassetto una gran busta con su scritto "Benedetta" e dentro tra le piccole cose della mia giovinezza un articolo di Epoca tutto dedicato a Gervasia come si faceva chiamare... Ecco ho finito, ora tocca a voi nei commenti, se vi va...

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Mi hai fatta ridere, ma mi hai messo curiosità, eri registrata o no all’albergo?
    In tutta verità devo dire che ieri sera non sono andata a letto triste, perché dopo aver scritto il commento, ho cercato in rete “Gervasia Rebibbia” ed ho scoperto l’esistenza (purtroppo anche la scomparsa) di questa magnifica donna, invito tutti i lettori che non la conoscono a cercarla.

  2. (proprietario verificato)

    Mi piace essere la prima, ma sembra che solo qui ci riesco… pensandoci bene non è vero, sono la prima ogni volta che scatta il rosso al semaforo quando tocca a me, sono la prima anche quando dal dottore è appena entrato il numero 15 ed io ho il 16, inutile continuare, sono la prima tante volte, inoltre sto completamente divagando, cosa c’entra questo con il libro o con l’aggiornamento odierno? Ah ecco sì, quello odierno è il primo aggiornamento e il mio il primo commento, sempre ammesso che non ci metto una giornata a scrivere.
    Che posso dire del libro? Nulla ovviamente, non l’ho letto. Dell’ggiornamento? Sì forse qualcosa.
    Da brava bimba viziata ho preso raramente la metropolitana, ma per me la fermata REBIBBIA è sempre stata, appunto, una fermata della metro, invece ora Benedetta mi fa pensare che è un luogo ben preciso. Un luogo triste e mi chiedo come mai lei abbia scelto per il primo aggiornamento di ROMAAMOR un posto triste, chissà se lo scoprirò durante questo strano viaggio.

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Maria Benedetta de Vito
Maria Benedetta de Vito laureata in Letteratura portoghese, giornalista professionista, ghostwriter, traduttrice, scrittrice, è nata e vive a Roma. Ha lavorato per più di vent’anni al Gazzettino e collabora con diversi siti Internet. Ha scritto L’ingegnere e altri racconti (Stampa alternativa, Millelire, 1990), Il naso Augusto (Moby Dick edizioni edizioni, 1995), C’ero una volta (Oltre edizioni, 2019), Cuoresardo (bookabook, 2023). Ha tradotto Lei non sarà mai infedele di Jeanne De Casalis (Nutrimenti, 2003) e L’enigma delle sabbie di Erskine Childers (Nuova Editrice Berti, 2012)
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