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Consegna prevista Marzo 2025
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Attraverso vecchie lettere, Alice ripercorre la storia di sua madre Nicole e la partenza di quest’ultima per Parigi. Dopo aver vissuto con la nonna, viene finalmente invitata dalla madre a raggiungerla nella capitale. Qui si ritrova in un crocevia di artisti di ogni genere, un luogo terribilmente affascinante dove i sogni di gloria sembrano potersi realizzare.
Abbandonata la madre, Alice posa per pittori e scultori. Tra macarons e locali alla moda, diventa amica di Jeanne, un’aspirante pittrice figlia di un burbero contabile. Durante un Martedì Grasso, il loro destino si incrocia con quello di un giovane pittore italiano: Amedeo Modigliani; entrambe ne rimangono ammaliate.
Mentre Jeanne intreccia una relazione tossica con il pittore, Alice intraprende la carriera di cantante in un night club.
Sarà Alice stessa, attraverso la sua voce narrante, a ripercorrere quel periodo della sua vita, in occasione di un percorso di psicoanalisi in cui riesamina gli eventi della propria esistenza.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per vedere finalmente realizzato un sogno; lo stesso che ho inseguito da sempre: avere un pubblico di lettori. Mi sono spesso chiesto quale scopo avesse per me tutto questo sacrificio. Oggi ho finalmente capito che coltivare una passione come quella di scrivere, per me, ha senso solo se riesce a trasmettere, in chi la riceve, quanto sia importante credere in se stessi. In questo romanzo ogni personaggio rappresenta una parte di me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dal primo capitolo

                                                        Parigi, 11 marzo 1909

“Cara Nicole,

pare che la Dea Bendata si sia finalmente accorta di quanto fosse in debito nei tuoi confronti. Così, per farsi perdonare, ti ha concessa una di quelle opportunità, che molto raramente, capitano una seconda volta nella vita. Non lo dico tanto per dire; se mio marito, attraverso il suo studio legale, non avesse tolto al proprietario alcune castagne dal fuoco, non avrei certo saputo che la legatoria Moreau cercava una praticante. Perciò, convincere monsieur Gaston a prenderti in prova è stato un gioco da ragazzi.

Ora, conoscendoti, immagino che ti saresti aspettata ben altro. Fare l’apprendista in una legatoria potrà sembrarti svilente, ma converrai che rilegare libri rappresenti pur sempre qualcosa di più dignitoso che abbassarti a servire gente ipocrita e irriconoscente. Del resto, tu stessa mi hai assicurato che saresti disposta a fare qualunque cosa, persino la prostituta – sono parole tue – pur di concederti una seconda possibilità. Ebbene, il destino te ne offre una su un piatto d’argento.

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Che altro dirti? Giunti a questo punto non ti resta che fare la valigia. Presto ti farò avere il denaro per il viaggio. In quanto all’alloggio, mio marito è impaziente di cederti la stanza degli ospiti. D’altronde, non poteva fare diversamente: gli ho parlato così tanto di te, di quanto ti sia debitrice, che ora non sta più nella pelle.

Lo so, me lo hai ripetuto più volte: se a cadere in acqua fossi stata io, tu stessa non avresti esitato a buttarti. Ritengo che sia così. E tuttavia non posso dimenticare lo sforzo che hai dovuto sopportare per impedire alla corrente di trascinarmi via. Quel tuo gesto così generoso e pieno di coraggio non l’ho mai dimenticato. Perciò poterti aiutare a costruire un futuro migliore mi offre finalmente l’occasione per potermi sdebitare. Lo faccio con gioia ma, ahimè, anche con profonda amarezza. 

Come posso spiegarti? Ogni rosa reca le sue spine, io stessa ne so qualcosa. Ricordi quando la mia famiglia decise di trasferirsi a Parigi? I giorni che precedettero la partenza non feci altro che piangere; non volevo proprio saperne di lasciarti. Pensavo che non avrei potuto vivere senza la tua amicizia. Per questo ho trascorso molto tempo a odiare mio padre. Ma oggi, a distanza di anni, sento di poterlo ringraziare. Proprio così: infliggendomi una sofferenza mi ha regalato opportunità che, se fossi rimasta in Borgogna, non avrei potuto cogliere. Certo, non ti nascondo che a volte, ripensando ai vecchi tempi, provo una certa nostalgia per il nostro piccolo borgo, ma non tornerei mai a Chatillon-sur-Sein se non per trascorrervi qualche giorno di vacanza.

Oh Nicole, perdonami se ci sto girando intorno, ma come faccio a dirti che dovrai separarti da tua figlia? Hai capito perfettamente! Purtroppo non si potrà fare altrimenti. Credimi, non essendo madre non posso neppure immaginare quanta pena ti dovrà costare il dovervi separare da lei ma, ahimè, per ragioni del tutto personali, e che di certo non condivido, mio marito non si rende disponibile ad accogliere entrambe. E questo, nonostante gli abbia assicurato, più e più volte, quanto Alice sia una bambina fin troppo quieta e silenziosa… ma tant’è, Pierre non ha voluto sentire ragioni. Ora spero solo che tutto ciò non rappresenti per te un motivo di rinuncia; ti prometto, in nome della nostra vecchia amicizia, che non appena mi sarà possibile provvederò io stessa a farla venire.

Ma, in fondo, a pensarci bene, converrai che è meglio così. Non lo dico per consolarti. In fin dei conti, occuparti di Alice in una città come Parigi rappresenterebbe per te solo un impiccio. Se vuoi veramente rifarti una verginità, come hai più volte asserito, almeno per il momento, dovrai pensare solo a te stessa. Credimi, non è una forma di egoismo questo! Ti dirò di più, sono convinta che col tempo Alice capirà che sua mamma non l’avrà abbandonata invano e che, se lo ha fatto, sarà stato solo per il suo bene.

Credimi, meglio di così non si poteva chiedere. Protetta dall’amore di sua nonna, tua figlia potrà crescere al sicuro, lontana da tutte quelle insidie e tentazioni che per i suoi undici anni le risulterebbero troppo pericolose.

Ti aspetto con ansia.”

                                                                       

                                                                        Tua Isabelle.

                                                                                                                                                                                                      

Nello scrivere quella lettera, dubito che Isabelle avesse idea di quale posto occupassi, all’epoca, nell’animo cupo e tormentato di mia madre; altrimenti perché preoccuparsi così tanto del dolore che riteneva di doverle infliggere? In effetti, quando salì sul treno, non vidi traccia di quel sentimento. Piuttosto, ebbi la sensazione che agisse con disinvoltura, come se lasciare una figlia di undici anni fosse la cosa più semplice e naturale di questo mondo.

Del resto maman era fatta così, e siccome in qualche modo dovevo pur sopravvivere, col tempo mi convinsi che il suo non era egoismo – come invece pensava nonna – quanto, piuttosto, una grandiosa dimostrazione d’affetto. E al diavolo se nel congedarsi da me non si era lasciata andare a tutte quelle smancerie che so, una carezza, un bacio, una lacrima di cui, evidentemente, potevo fare a meno. Ciò che contava, e che faceva di lei una vera madre era il fatto che prima o poi sarebbe tornata a prendermi.

Già, ma per quale strana alchimia, dentro di me, un semplice desiderio o, se preferite, una speranza, si era trasformata di colpo in un’incrollabile certezza? Dopotutto maman aveva solo detto che sarebbe partita, che la sua vecchia amica le aveva trovato un lavoro e che, almeno per il momento, sarei rimasta a casa con la nonna. Come mi avrebbe spiegato, anni dopo, il mio analista, stavo semplicemente ingannando me stessa. In effetti, maman non mi aveva promesso nulla. Ma quella sua espressione, “almeno per il momento”, proprio perché così indeterminata, mi aveva spalancato una porta, e in una porta aperta ci si infila di tutto, persino l’improbabile. 

Dal capitolo 2

«Certo che può farlo!» aveva garantito monsieur Gaston, «Vostra figlia è molto giudiziosa.»

In realtà, spedendomi in giro a fare consegne, il proprietario voleva soltanto tenermi il più possibile lontano dal figlio. Non gli erano certo sfuggite quelle sue occhiate, così piene di libidine, con cui mi aveva scrutata fin dal giorno in cui maman mi aveva presentata. Evidentemente, conoscendolo, temeva che il rampollo avrebbe finito con l’inguaiarmi del tutto; ne sarebbe stato capace, stupido com’era. Ma questo, ovviamente, lo avrei capito soltanto dopo, a mie spese. Invece, quello che provai fin dal primo momento in cui posò lo sguardo sulle mie forme fu una sensazione mai sperimentata prima, un misto di imbarazzo e di eccitazione. Mai un ragazzo mi aveva guardata a quel modo. Ma la vaga sensazione di compiacimento che avevo provato nei primi giorni svanì quando l’eccitazione venne sostituita da un fastidio sempre più crescente. Fu allora che cominciai ad apprezzare quell’incarico: più stavo alla larga da quella specie di predatore sessuale – come lo avrebbe definito il mio analista – meglio sarebbe stato per me. Tuttavia, con mia sorpresa, invece che esserne contenta, maman obiettò fin da subito che quella mansione non era certo adatta ad una ragazzina senza alcuna esperienza. «Si ambienterà in fretta vedrà» aveva tagliato corto monsieur Gaston, rassicurandola. 

Quel brav’uomo aveva visto giusto. Non solo mi ero ambientata molto in fretta, ma svolgevo quel lavoro con una dedizione a dir poco commovente. Come spiegarlo? Andare in giro tutto il santo giorno a fare consegne mi faceva stare bene. In altre parole, provavo una sensazione che non avevo mai sperimentato prima, qualcosa che non seppi descrivere neppure all’analista. Forse, come egli stesso mi suggerì, quello che sentivo era semplicemente stupore, o qualcosa di molto simile. In effetti, sfoggiando un paio di stivaletti gialli, troppo abbondanti per le mie gambe magre, consegnavo a domicilio libri rilegati a una clientela raffinata, nel quartiere più vivo e animato di Parigi.

Dal capitolo 5

Non posso certo negarlo! Spesso mi è capitato di indossare maschere. Tutte le volte che sentivo il bisogno di offrire agli altri, e a me stessa, un’immagine che fosse il più adeguata possibile, ne infilavo una. Tuttavia, quella volta sentivo che avrei potuto farne a meno. Così, approfittammo di quell’invito senza pensarci troppo. Non solo, lo facemmo in modo sfacciato, scroccando frittelle e vino senza ritegno. E avremmo continuato a lungo, fino a sbronzarci del tutto se, da uno dei tavoli, un tale non avesse attirato la nostra attenzione. «Guarda chi si rivede!» lo sentimmo esclamare a gran voce, «si può sapere dove ti eri cacciato?»

Proprio in quel momento, con fare teatrale, faceva il suo ingresso un uomo che, a tutta prima, avresti definito un bohémien; e questo grazie ad un insolito cappello a falde larghe che, indossato con noncuranza, faceva da pendant ad un vistoso foulard rosso. Per un attimo, lo vedemmo sostare all’ingresso, ritto sulle gambe, come se, con lo sguardo, volesse abbracciare tutta la sala. E forse sarebbe rimasto così, ad offrirsi in eterno ai nostri occhi estasiati, se il tizio che lo aveva chiamato non lo avesse invitato al suo tavolo. E, di certo, così come era apparso, sarebbe sparito se, invece di accettare, non avesse puntato dritto verso di noi.

Cosa lo avesse attirato non saprei dire. Sta di fatto che si avvicinò con piglio deciso, come se ci conoscesse da tempo. E senza neppure chiederci il permesso, scostò la seggiola e si sedette. «Non vi dispiace vero?» disse ammiccando, «se approfitto di voi?»

Dal capitolo 9

«Come andò a finire?» mi chiese, anni dopo, il dottor Carter. Nel silenzio immobile dello studio risposi che sì, certo, ci avevo fatto del sesso, se era questo che voleva sapere. Lui, tuttavia, non pareva soddisfatto di quella mia confessione. Così, decisi di accontentarlo o, forse, di accontentare me stessa. Raccontai allora che, complice l’assenza degli Zborowski, ci lasciammo andare durante la seconda seduta di posa, che fu anche l’ultima. Spiegai che accadde senza che ce ne rendessimo conto, se non dopo, a cose fatte. Precisai che fu Dedo a prendere l’iniziativa ma che, certamente, ero stata io a provocarlo. Del resto, ero completamente nuda, avevamo entrambi bevuto ed eravamo soli. Chiuso dentro quella stanza c’era un mondo pregno di colori, di odori e del richiamo dei sensi. Ero eccitata certo, e lo dico ancora oggi, a distanza di anni. Credo che dovetti guardarlo negli occhi con lo stesso sguardo di una preda che si offre senza difese al suo predatore. Dedo si gettò addosso a me prendendomi con virilità e passione.

Ma non fu solo questo. Con lui provai l’esperienza, unica e irripetibile, di posare per un grande artista. Proprio così! Dedo non dipingeva semplici ritratti; della modella catturava l’anima e questo con una rapidità a dir poco sorprendente. A Dedo bastavano infatti poche sedute di posa, una, due, tre al massimo.

Vi confesso, e il ricordo mi imbarazza tuttora, che gli avrei lasciato fare di tutto, perfino brutalizzarmi, già durante il nostro primo incontro. E invece non accadde nulla. Piuttosto, ricordo che nei miei confronti tenne un atteggiamento distaccato, molto professionale, come se le mie fantasie erotiche non lo riguardassero. Questo lo capii fin da quando, dopo essermi spogliata, mi fece stendere sul divano. Era un divano rosso carminio, dove mi adagiai in attesa che accadesse qualcosa. Ma non successe nulla, perché una modella si mette solo in posa, il resto lo fa l’artista. E difatti, poco dopo, lo vidi preparare quella che sarebbe diventata la sua postazione di lavoro: due seggiole disposte una di fronte all’altra. Sapevo già che si sarebbe accomodato sulla prima, mentre sull’altra vi avrebbe poggiato la tela. E quando ciò accadde capii, dal suo atteggiamento, che non avrebbe approfittato della mia arrendevolezza.

Ne rimasi delusa. Per fortuna, Dedo, parve non accorgersi di quanto fossi turbata. Era, infatti, molto preso a stendere i colori, quattro o cinque in tutto, su un volgare pezzo di legno che usava come tavolozza. Il dottor Carter mi spiegò che in quel momento l’uomo aveva lasciato il posto all’artista; proprio per questo, il mio corpo non avrebbe potuto elevarsi a oggetto sessuale. Quel suo atteggiamento, a poco a poco, mi aiutò a riprendere contatto con me stessa. Il suo distacco mi ricordò per quale motivo fossi lì: ero la sua modella. «Va bene così?» chiesi allora, cercando di assumere anch’io un atteggiamento professionale e distaccato, «o vuoi che cambi posizione?»

Dedo non rispose, quasi non avesse sentito. Era come ipnotizzato. In realtà, non faceva che fissare i miei lineamenti. Quindi, come rianimatosi, trangugiò un lungo sorso di grappa. Sapevo che faceva così. Anna criticava spesso quella sua condotta. Ma se non c’era del vino, o della grappa, Dedo non ne voleva sapere di dipingere. Finalmente, posata la bottiglia, fece uno schizzo a matita direttamente sulla tela. Fu soltanto dopo che usò il pennello. Mentre lo osservavo, rimanevo stupita da come si muoveva. Il suo era un tocco rapido e sicuro, come se avesse già colto i tratti essenziali che sarebbero andati a formare il mio ritratto. Continuò così, come rapito, finché non si alzò canticchiando qualcosa in italiano.

        

  

  

   

  

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Massimiliano Cappelletti
Sono nato e cresciuto a Perugia dove vivo e lavoro come psicoterapeuta. Mi sono laureato in psicologia a Roma dove, successivamente, ho conseguito la specializzazione in Psicoterapia della Gestalt. Sposato con due figli, oltre che a scrivere, amo leggere, viaggiare e collezionare miniature. Coltivo alcuni interessi culturali tra cui l'arte, la storia, la mitologia oltre che, naturalmente, la psicologia. Non posso definirmi uno sportivo ma amo camminare, da solo o anche in compagnia. Con "Rosso carminio" ho finalmente realizzato un sogno che, per molti anni, avevo tenuto chiuso in un cassetto.
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