Ottobre ha sempre qualcosa di malinconico.
Non è tristezza, non proprio. È una quiete sottile, come se il mondo rallentasse per un momento. Seduta accanto alla finestra stringo una tazza di tisana bollente e guardo Treviso muoversi lentamente là fuori. L’aria è fresca, ma ancora gentile. La luce del pomeriggio entra timida e disegna riflessi dorati sul pavimento.
È una quiete che consola.
Ma che, a volte, fa anche emergere ciò che avevamo imparato a tenere nascosto.
Sul tavolo una scatola rigida, semplice ma solenne, chiusa da un nastro rosso. Ci giro intorno da giorni.
Nessuna ricevuta, nessun documento inutile.
Lettere. Quello scrigno magico conteneva delle lettere.
Non avevo mai davvero elaborato la morte di zio Cesare. Successe in estate, tutto in fretta. Una chiamata fredda, una voce sconosciuta:
“Mi dispiace darle questa notizia…”
Non ci eravamo più visti da anni, eppure la sua scomparsa mi aveva tolto qualcosa che neppure sapevo di avere.
Cesare era stato lo zio, sì, ma anche una specie di eroe. Il primo e unico uomo che avesse mai creduto in me.
Mamma, che non parlava con lui da anni per motivi mai spiegati, aveva gestito il funerale in modo pratico, asciutto, senza lasciare spazio a sentimenti e a ricordi.
E poi la consegna di quella scatola.
Le lettere avevano aspettato sul tavolo per settimane.
Mi strinsi nel cardigan, l’autunno mi fa sempre sentire esposta, anche se è la mia stagione preferita.
Poi decisi. Sciolsi il nastro rosso con calma.
Le buste erano ordinate dalla più recente alla più vecchia.
Sul retro, sempre la stessa firma: Silvia.
Una grafia femminile, inclinata, elegante. Francobolli, timbri postali e una fragranza di tempi andati.
Ne presi una, la più leggera, e la aprii con cautela. Dentro, una lettera vergata a mano su carta avorio, ancora leggermente profumata. Quel genere di profumo che non si usa più: antico, discreto, come se avesse assorbito anni di silenzi.
Mi fermai un attimo. Poi cominciai a leggere.
Caro Cesare,
ieri sera ho riguardato le foto di quella nostra fuga a Verona. Erano solo tre giorni, ma ogni volta che ci ripenso mi sembra che il tempo si fosse allungato per noi.
Piazza delle Erbe, ricordi? Io in ritardo, tu che mi aspettavi appoggiato alla fontana, con quel tuo sorriso di sempre, un po’ ironico e un po’ protettivo. Quando ti ho visto ti sono corsa incontro, mi sono sentita come una ragazzina.
L’abbraccio che ci siamo scambiati… era inverno, ma il freddo non si percepiva. La tua giacca era ruvida, il tuo profumo discreto ma inconfondibile.
E poi la cena, in quella trattoria nascosta dietro il Teatro Nuovo: i tuoi racconti, il vino buono, le tue dita che cercavano le mie sul tavolo. I tuoi silenzi parlanti.
Quando, senza dire nulla, mi hai sfiorato il viso spostando quel ricciolo ribelle… avrei voluto che il tempo si fermasse.
Non c’è stato bisogno di grandi parole. Le nostre mani si sono capite, come sempre. A volte penso che ci basti così poco per sentirci vicini. Ma poi mi rendo conto che questo “poco”, in realtà, è tutto.
Non ho scritto molto, lo so. Ma ho sentito tanto.
Ti penso
Silvia
Chiusi lentamente la lettera.
Mi sentivo come se avessi ascoltato una canzone troppo bella per parlare subito dopo. Non sapevo chi fosse Silvia. Non avevo mai sentito quel nome prima.
Eppure, in quelle righe c’era una verità così tangibile da togliermi il fiato.
Lo zio Cesare aveva amato. Profondamente.
E qualcuna, da qualche parte, lo aveva amato a sua volta.
Ma allora… perché era sparito dalla mia vita? Perché nessuno mi aveva mai detto nulla? Mi alzai, mi avvicinai alla finestra.
Fuori, il glicine del mio giardino che accarezza l’acqua del Sile, cominciava a perdere le foglie. La luce si affievoliva.
Dentro di me, invece, qualcosa si stava accendendo.
“Chi sei, Silvia? E perché ti ho trovata solo ora?”
Mi voltai verso il tavolo.
Le lettere erano tante.
E, improvvisamente, mi accorgo che ho gli occhi pieni di lacrime.
Non di dolore.
Di nostalgia.
Chiudo la lettera.
Ho bisogno d’aria.
Esco fuori senza pensarci troppo.
La fortuna di abitare a Treviso è che basta uscire di casa per ritrovarsi in centro in pochi minuti. Il Sile scorre lento, con quella calma che sembra eterna. Cammino, tra il rumore leggero dei passi e il riflesso dell’acqua. Arrivo in centro, la domenica la cittadina ha un ritmo diverso, più umano. Respiro.
Le lettere mi ronzano ancora dentro. L’amore di Cesare e Silvia era pieno, forse imperfetto, ma vivo. Non trattenuto.
E io?
Il telefono vibra nella tasca del cappotto.
Marco.
Non apro il messaggio subito.
Il suo nome basta a smuovere qualcosa.
Marco è stato il mio professore. Ventidue anni più di me. Colto, brillante, e sposato. La nostra storia è nata per caso, cresciuta in silenzio, consumata nell’ombra. Tre anni di complicità, di sguardi, di parole non dette.
Per lui andavo bene così com’ero. Diceva che non avrebbe cambiato nulla di me. Neppure i miei difetti.
Ma non ha mai scelto.
E io non ho mai chiesto di essere scelta.
Cammino lungo il fiume, guardando il riflesso increspato dei palazzi nell’acqua. Mi sento sospesa tra due amori: uno che non conoscevo, quello di mio zio, e uno che conosco fin troppo bene, il mio.
Prendo il telefono. Scrivo a Rosa, l’amica di una vita.
“Ehi, ci sei? Pasticceria sotto i portici?”
È domenica. Probabilmente dirà di sì.
La risposta arriva subito:
“Tra venti minuti sono lì.”
La pasticceria è piena dell’odore di zucchero e caffè. Rosa è già seduta, elegante come sempre, lo sguardo che sa leggere dentro.
“Allora?” mi chiede. “Le lettere?”
Annuisco. “Sono… bellissime. Non pensavo che lo zio avesse amato così.” Rosa sorride. “E tu?”
Non fingo di non capire. “Marco non c’entra.”
“Marco c’entra sempre.”
Sospiro. Le racconto di Verona, delle mani che si cercano, della quotidianità descritta da Silvia come fosse un dono. E poi, inevitabilmente, arrivo a lui.
“L’ho amato davvero,” dico piano. “E forse una parte di me non ha mai smesso di amarlo.” Rosa non mi interrompe e ascolta guardandomi dritta negli occhi.
“Ma non voglio essere l’altra. Non voglio essere scelta a metà.”
“E lui?” chiede lei. “È felice?”
Scrollo le spalle. “Non credo. Ma non basta non essere felici per avere il coraggio di cambiare.” Rosa si sporge verso di me. “Valeria, per una volta metti la tua felicità davanti a tutto il resto.” La sua frase resta sospesa tra noi.
La mia felicità.
Non so più bene cosa significhi.
Rientro a casa che è quasi sera. La luce è cambiata, è più fredda. Mi preparo un bagno caldo e mi immergo nell’acqua fino alle spalle. Il vapore appanna lo specchio.
Chiudo gli occhi.
Penso a Marco. A quello che siamo stati. A quello che non siamo stati.
Poi penso a Silvia.
Esco dall’acqua, mi avvolgo nell’accappatoio e torno in soggiorno. Le lettere sono ancora lì. Ne accarezzo una con le dita.
Silvia.
Un nome che fino a ieri non significava nulla.
Adesso è una porta socchiusa.
Potrei cercarla.
L’idea mi attraversa come un lampo leggero. Non deciso. Non urgente. Solo possibile. Spengo la luce.
Non ancora.
2
VENEZIA E IL PASSATO CHE RITORNA
Il passato non bussa mai alla porta.
Trova sempre un modo per entrare.
Ci sono città che si attraversano.
E poi ci sono città che si lasciano attraversare lentamente.
Venezia appartiene alla seconda categoria.
Ogni mattina, quando scendo dal treno e mi incammino verso l’università, ho la sensazione che questa città mi osservi.
Le calli strette, i ponti, l’acqua che scorre silenziosa nei canali e riflette la luce del mattino e la sparge sui muri dei palazzi: tutto sembra avere una memoria più lunga della nostra. Lavorare qui, in fondo, è stato un destino naturale.
Ho studiato storia dell’arte e conservazione dei beni artistici e dopo la laurea non me ne sono più andata. Prima il dottorato, poi la ricerca. È un luogo dove mi sento a casa. Tra libri antichi, archivi polverosi e studenti curiosi ho trovato il mio posto nel mondo.
Attraverso i corridoi dell’ateneo con il solito passo veloce. Alcuni studenti parlano tra loro, qualcuno consulta appunti con aria disperata, altri si affrettano verso le aule. Mi fermo un momento.
Penso alle lettere.
Negli ultimi giorni non faccio altro.
A volte mi sembra di sentire la voce di Silvia mentre leggo. Non la conosco, eppure le sue parole hanno qualcosa di incredibilmente vivo.
Questa mattina mi è tornata in mente una frase di una lettera:
Venezia non è una città da guardare dall’alto.
Va camminata lentamente, con il naso all’insù.
È lì che si nasconde la sua anima.
Sorrido.
È esattamente quello che sto facendo ed è quello che mi ha sempre insegnato zio Cesare. Da anni percorro queste calli, eppure non mi stanco mai di guardare verso l’alto: i balconi fioriti, i panni stesi, le finestre illuminate anche di giorno. Piccoli segni di vita che raccontano storie silenziose.
Silvia aveva capito Venezia.
La mattinata scorre veloce, quando lavoro perdo facilmente la percezione del tempo. È uno dei motivi per cui amo questo mestiere: la ricerca ha qualcosa di assorbente, quasi ipnotico. Esco dall’ufficio con alcuni fascicoli sotto il braccio e mi avvio lungo il corridoio. È lì che lo vedo.
Marco.
Sta parlando con un collega vicino a una porta socchiusa. Non si accorge subito di me. Il cuore manca un battito.
Abbasso lo sguardo per un attimo, come se potessi attraversare quel corridoio senza essere notata. Ma quando lo rialzo lui mi sta già osservando.
I nostri occhi si incontrano.
Nessuno dei due parla.
Un leggero cenno del capo, quasi impercettibile.
Poi abbasso lo sguardo e proseguo.
È buffo come certe persone riescano a cambiare l’aria di una stanza con la sola presenza.
Per il resto della giornata cerco di concentrarmi sul lavoro, ma la mia mente continua a tornare a quel corridoio. E a quegli occhi.
Quando finalmente esco dall’università il sole sta già scendendo verso l’orizzonte. Venezia a quest’ora diventa ancora più bella. La luce si riflette sull’acqua e trasforma tutto in qualcosa di quasi irreale.
Decido di non dirigermi subito verso la stazione.
Camminare mi aiuta a rimettere ordine nei pensieri.
Attraverso un ponte e mi inoltro tra le calli meno affollate. Qui la città cambia ritmo. I turisti diminuiscono e Venezia torna a essere quella che amo davvero.
Mi fermo davanti a un piccolo bacaro che conosco bene.
Un aperitivo prima di prendere il treno è quello che ci vuole. E poi a casa non c’è nessuno ad aspettarmi.
Scelgo un tavolino all’aperto. La sera è fresca ma ancora gentile. Ordino un calice di vino bianco e tiro fuori il libro che porto sempre con me.
Sono già immersa nella lettura, quando percepisco un’ombra davanti a me: è arrivato il momento di ordinare. Il sorriso che stavo preparando si blocca a metà.
“Marco? Che ci fai qui?”
Lui sorride con quella calma che ho sempre trovato disarmante e io mi rendo conto che non sono stata tanto educata nella mia risposta.
“Sapevo di trovarti qui.”
“Sapevi?”
“Quando sei assorta al lavoro significa che stai pensando troppo. E quando pensi troppo ti piace camminare prima di tornare a casa. E conosco abbastanza bene i tuoi locali preferiti di Venezia” Lo guardo sorpresa.
“Mi osservavi?”
“Non esattamente, ma ti conosco.”
Resto in silenzio un momento.
“Posso sedermi?” chiede.
Annuisco.
Parliamo poco all’inizio. Le frasi sono brevi, quasi caute. Gli argomenti sono inizialmente banali, come se entrambi stessimo cercando di capire dove mettere i piedi.
Poi, quasi senza accorgercene, la conversazione si fa più rilassata.
Quando Marco mi propone di cenare insieme esito per un istante. È passato molto tempo dall’ultima volta.
So che dovrei dire di no.
So che sarebbe la scelta più prudente, dettata dall’istinto di sopravvivenza. Eppure…
“Va bene.”
Nel momento in cui accetto sento qualcosa sciogliersi dentro di me.
E allo stesso tempo qualcosa tremare.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.