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SALTIAMO?

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Consegna prevista Aprile 2027
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Quanto tempo possiamo restare aggrappati a una vita che non ci rende davvero felici? Quante volte restiamo dove siamo solo perché cambiare ci fa paura? Valeria ha imparato a convivere con una realtà fatta di attese, promesse e speranze, aspettando che la felicità bussasse alla porta. Ma quando alcune lettere dimenticate la conducono a Genova, scopre una storia capace di mettere in discussione tutto ciò in cui ha sempre creduto. Tra incontri inaspettati, affetti ritrovati e verità custodite per anni in fondo al cuore, inizierà un viaggio che la porterà a capire che il passato può essere un trampolino di lancio per il futuro, per trovare il coraggio di vivere ciò che ancora può essere. “Saltiamo?” è un romanzo di rinascita e seconde possibilità. Racconta quel momento in cui smettiamo di aspettare che la vita cambi e scegliamo di ricominciare, quando le fondamenta crollano e scopriamo che solo così possiamo ricostruire. È il momento esatto in cui troviamo l’amore per noi stessi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo perché ognuno di noi, prima o poi, deve fare delle scelte. Volevo raccontare una storia capace di emozionare, ma anche di ricordare che l’amore non è un fine, è il mezzo. E la felicità non è un punto di arrivo, è una scelta. Spero che il lettore possa trovare tra le pagine un po’ di sé, possa riconoscersi in un’emozione, in una fragilità, in un’amicizia o in un nuovo inizio. E alla fine, guardare al futuro con un pizzico di fiducia in più.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

OTTOBRE: LA STAGIONE DEI RICORDI

Ci sono silenzi che parlano più di mille parole.

E poi ci sono lettere che rompono quei silenzi. 

Ottobre ha sempre qualcosa di malinconico.

Non è tristezza, non proprio. È una quiete sottile, come se il mondo rallentasse per un momento. Seduta accanto alla finestra stringo una tazza di tisana bollente e guardo Treviso muoversi  lentamente là fuori. Laria è fresca, ma ancora gentile. La luce del pomeriggio entra timida e  disegna riflessi dorati sul pavimento.

In casa c’è quel silenzio pieno e ovattato che arriva nei pomeriggi dautunno, lo stesso che  precede le nevicate.

È una quiete che consola.

Ma che, a volte, fa anche emergere ciò che avevamo imparato a tenere nascosto.

Sul tavolo una scatola rigida, semplice ma solenne, chiusa da un nastro rosso. Ci giro intorno da giorni.

Me laveva data mia madre con la solita voce neutra, troppo controllata per essere sincera: “È di tuo zio Cesare. Lho trovata in cassaforte. Magari ti farà piacere curiosare.” Curiosare. Come se dentro avessi potuto trovare vecchie ricevute o documenti inutili. Ma negli occhi di mia madre lessi qualcosa che la sua voce non voleva ammettere. Dolore, forse.  O rimpianto.

Nessuna ricevuta, nessun documento inutile.

Lettere. Quello scrigno magico conteneva delle lettere.

Continua a leggere

Continua a leggere

Non avevo mai davvero elaborato la morte di zio Cesare. Successe in estate, tutto in fretta. Una  chiamata fredda, una voce sconosciuta:

Mi dispiace darle questa notizia…”

Non ci eravamo più visti da anni, eppure la sua scomparsa mi aveva tolto qualcosa che neppure  sapevo di avere.

Cesare era stato lo zio, sì, ma anche una specie di eroe. Il primo e unico uomo che avesse mai  creduto in me.

Mamma, che non parlava con lui da anni per motivi mai spiegati, aveva gestito il funerale in modo  pratico, asciutto, senza lasciare spazio a sentimenti e a ricordi.

E poi la consegna di quella scatola.

Le lettere avevano aspettato sul tavolo per settimane.

Mi strinsi nel cardigan, lautunno mi fa sempre sentire esposta, anche se è la mia stagione  preferita.

Poi decisi. Sciolsi il nastro rosso con calma.

Le buste erano ordinate dalla più recente alla più vecchia.

Sul retro, sempre la stessa firma: Silvia.

Una grafia femminile, inclinata, elegante. Francobolli, timbri postali e una fragranza di tempi  andati.

Ne presi una, la più leggera, e la aprii con cautela. Dentro, una lettera vergata a mano su carta  avorio, ancora leggermente profumata. Quel genere di profumo che non si usa più: antico,  discreto, come se avesse assorbito anni di silenzi.

Mi fermai un attimo. Poi cominciai a leggere.

Caro Cesare, 

ieri sera ho riguardato le foto di quella nostra fuga a Verona. Erano solo tre giorni, ma ogni volta che ci ripenso mi sembra che il tempo si fosse allungato per noi. 

Piazza delle Erbe, ricordi? Io in ritardo, tu che mi aspettavi appoggiato alla fontana, con quel tuo sorriso di sempre, un poironico e un poprotettivo. Quando ti ho visto ti sono corsa incontro, mi sono sentita come una ragazzina. 

Labbraccio che ci siamo scambiati… era inverno, ma il freddo non si percepiva. La tua giacca era ruvida, il tuo profumo discreto ma inconfondibile.

E poi la cena, in quella trattoria nascosta dietro il Teatro Nuovo: i tuoi racconti, il vino buono, le tue dita che cercavano le mie sul tavolo. I tuoi silenzi parlanti. 

Quando, senza dire nulla, mi hai sfiorato il viso spostando quel ricciolo ribelle… avrei voluto che il tempo si fermasse. 

Non c’è stato bisogno di grandi parole. Le nostre mani si sono capite, come sempre.  A volte penso che ci basti così poco per sentirci vicini. Ma poi mi rendo conto che questo poco”, in realtà, è tutto. 

Non ho scritto molto, lo so. Ma ho sentito tanto. 

Ti penso 

Silvia 

Chiusi lentamente la lettera.

Mi sentivo come se avessi ascoltato una canzone troppo bella per parlare subito dopo. Non sapevo chi fosse Silvia. Non avevo mai sentito quel nome prima.

Eppure, in quelle righe cera una verità così tangibile da togliermi il fiato.

Lo zio Cesare aveva amato. Profondamente.

E qualcuna, da qualche parte, lo aveva amato a sua volta.

Ma allora… perché era sparito dalla mia vita? Perché nessuno mi aveva mai detto nulla? Mi alzai, mi avvicinai alla finestra.

Fuori, il glicine del mio giardino che accarezza lacqua del Sile, cominciava a perdere le foglie. La  luce si affievoliva.

Dentro di me, invece, qualcosa si stava accendendo.

Chi sei, Silvia? E perché ti ho trovata solo ora?”

Mi voltai verso il tavolo.

Le lettere erano tante.

E, improvvisamente, mi accorgo che ho gli occhi pieni di lacrime.

Non di dolore.

Di nostalgia.

Chiudo la lettera.

Ho bisogno daria.

Esco fuori senza pensarci troppo.

La fortuna di abitare a Treviso è che basta uscire di casa per ritrovarsi in centro in pochi minuti. Il Sile scorre lento, con quella calma che sembra eterna. Cammino, tra il rumore leggero dei passi  e il riflesso dellacqua. Arrivo in centro, la domenica la cittadina ha un ritmo diverso, più umano. Respiro.

Le lettere mi ronzano ancora dentro. Lamore di Cesare e Silvia era pieno, forse imperfetto, ma  vivo. Non trattenuto.

E io?

Il telefono vibra nella tasca del cappotto.

Marco.

Non apro il messaggio subito.

Il suo nome basta a smuovere qualcosa.

Marco è stato il mio professore. Ventidue anni più di me. Colto, brillante, e sposato. La nostra  storia è nata per caso, cresciuta in silenzio, consumata nellombra. Tre anni di complicità, di  sguardi, di parole non dette.

Per lui andavo bene così comero. Diceva che non avrebbe cambiato nulla di me. Neppure i miei  difetti.

Ma non ha mai scelto.

E io non ho mai chiesto di essere scelta.

Cammino lungo il fiume, guardando il riflesso increspato dei palazzi nellacqua. Mi sento sospesa  tra due amori: uno che non conoscevo, quello di mio zio, e uno che conosco fin troppo bene, il  mio.

Prendo il telefono. Scrivo a Rosa, lamica di una vita.

Ehi, ci sei? Pasticceria sotto i portici?”

È domenica. Probabilmente dirà di sì.

La risposta arriva subito:

Tra venti minuti sono lì.”

La pasticceria è piena dellodore di zucchero e caffè. Rosa è già seduta, elegante come sempre,  lo sguardo che sa leggere dentro.

Allora?” mi chiede. Le lettere?”

Annuisco. Sono… bellissime. Non pensavo che lo zio avesse amato così.” Rosa sorride. E tu?”

Non fingo di non capire. Marco non centra.”

Marco centra sempre.”

Sospiro. Le racconto di Verona, delle mani che si cercano, della quotidianità descritta da Silvia  come fosse un dono. E poi, inevitabilmente, arrivo a lui.

Lho amato davvero,” dico piano. E forse una parte di me non ha mai smesso di amarlo.” Rosa non mi interrompe e ascolta guardandomi dritta negli occhi.

Ma non voglio essere laltra. Non voglio essere scelta a metà.”

E lui?” chiede lei. “È felice?”

Scrollo le spalle. Non credo. Ma non basta non essere felici per avere il coraggio di cambiare.” Rosa si sporge verso di me. Valeria, per una volta metti la tua felicità davanti a tutto il resto.” La sua frase resta sospesa tra noi.

La mia felicità.

Non so più bene cosa significhi.

Rientro a casa che è quasi sera. La luce è cambiata, è più fredda. Mi preparo un bagno caldo e mi  immergo nellacqua fino alle spalle. Il vapore appanna lo specchio.

Chiudo gli occhi.

Penso a Marco. A quello che siamo stati. A quello che non siamo stati.

Poi penso a Silvia.

Esco dallacqua, mi avvolgo nellaccappatoio e torno in soggiorno. Le lettere sono ancora lì. Ne accarezzo una con le dita.

Silvia.

Un nome che fino a ieri non significava nulla.

Adesso è una porta socchiusa.

Potrei cercarla.

Lidea mi attraversa come un lampo leggero. Non deciso. Non urgente. Solo possibile. Spengo la luce.

Non ancora.

2

VENEZIA E IL PASSATO CHE RITORNA

Il passato non bussa mai alla porta. 

Trova sempre un modo per entrare. 

Ci sono città che si attraversano.

E poi ci sono città che si lasciano attraversare lentamente.

Venezia appartiene alla seconda categoria.

Ogni mattina, quando scendo dal treno e mi incammino verso luniversità, ho la sensazione che  questa città mi osservi.

Le calli strette, i ponti, lacqua che scorre silenziosa nei canali e riflette la luce del mattino e la  sparge sui muri dei palazzi: tutto sembra avere una memoria più lunga della nostra. Lavorare qui, in fondo, è stato un destino naturale.

Ho studiato storia dellarte e conservazione dei beni artistici e dopo la laurea non me ne sono più  andata. Prima il dottorato, poi la ricerca. È un luogo dove mi sento a casa. Tra libri antichi, archivi  polverosi e studenti curiosi ho trovato il mio posto nel mondo.

Attraverso i corridoi dellateneo con il solito passo veloce. Alcuni studenti parlano tra loro,  qualcuno consulta appunti con aria disperata, altri si affrettano verso le aule. Mi fermo un momento.

Penso alle lettere.

Negli ultimi giorni non faccio altro.

A volte mi sembra di sentire la voce di Silvia mentre leggo. Non la conosco, eppure le sue parole  hanno qualcosa di incredibilmente vivo.

Questa mattina mi è tornata in mente una frase di una lettera:

Venezia non è una città da guardare dallalto.

Va camminata lentamente, con il naso allinsù.

È lì che si nasconde la sua anima. 

Sorrido.

È esattamente quello che sto facendo ed è quello che mi ha sempre insegnato zio Cesare.  Da anni percorro queste calli, eppure non mi stanco mai di guardare verso lalto: i balconi fioriti, i  panni stesi, le finestre illuminate anche di giorno. Piccoli segni di vita che raccontano storie  silenziose.

Silvia aveva capito Venezia.

La mattinata scorre veloce, quando lavoro perdo facilmente la percezione del tempo. È uno dei  motivi per cui amo questo mestiere: la ricerca ha qualcosa di assorbente, quasi ipnotico. Esco dallufficio con alcuni fascicoli sotto il braccio e mi avvio lungo il corridoio. È lì che lo vedo.

Marco.

Sta parlando con un collega vicino a una porta socchiusa. Non si accorge subito di me. Il cuore manca un battito.

Abbasso lo sguardo per un attimo, come se potessi attraversare quel corridoio senza essere  notata. Ma quando lo rialzo lui mi sta già osservando.

I nostri occhi si incontrano.

Nessuno dei due parla.

Un leggero cenno del capo, quasi impercettibile.

Poi abbasso lo sguardo e proseguo.

È buffo come certe persone riescano a cambiare laria di una stanza con la sola presenza.

Per il resto della giornata cerco di concentrarmi sul lavoro, ma la mia mente continua a tornare a  quel corridoio. E a quegli occhi.

Quando finalmente esco dalluniversità il sole sta già scendendo verso lorizzonte. Venezia a  questora diventa ancora più bella. La luce si riflette sullacqua e trasforma tutto in qualcosa di  quasi irreale.

Decido di non dirigermi subito verso la stazione.

Camminare mi aiuta a rimettere ordine nei pensieri.

Attraverso un ponte e mi inoltro tra le calli meno affollate. Qui la città cambia ritmo. I turisti  diminuiscono e Venezia torna a essere quella che amo davvero.

Mi fermo davanti a un piccolo bacaro che conosco bene.

Un aperitivo prima di prendere il treno è quello che ci vuole. E poi a casa non c’è nessuno ad  aspettarmi.

Scelgo un tavolino allaperto. La sera è fresca ma ancora gentile. Ordino un calice di vino bianco e  tiro fuori il libro che porto sempre con me.

Sono già immersa nella lettura, quando percepisco unombra davanti a me: è arrivato il momento  di ordinare. Il sorriso che stavo preparando si blocca a metà.

Marco? Che ci fai qui?”

Lui sorride con quella calma che ho sempre trovato disarmante e io mi rendo conto che non sono  stata tanto educata nella mia risposta.

Sapevo di trovarti qui.”

Sapevi?”

Quando sei assorta al lavoro significa che stai pensando troppo. E quando pensi troppo ti piace  camminare prima di tornare a casa. E conosco abbastanza bene i tuoi locali preferiti di Venezia” Lo guardo sorpresa.

Mi osservavi?”

Non esattamente, ma ti conosco.”

Resto in silenzio un momento.

Posso sedermi?” chiede.

Annuisco.

Parliamo poco allinizio. Le frasi sono brevi, quasi caute. Gli argomenti sono inizialmente banali,  come se entrambi stessimo cercando di capire dove mettere i piedi.

Poi, quasi senza accorgercene, la conversazione si fa più rilassata.

Quando Marco mi propone di cenare insieme esito per un istante. È passato molto tempo  dallultima volta.

So che dovrei dire di no.

So che sarebbe la scelta più prudente, dettata dallistinto di sopravvivenza. Eppure…

Va bene.”

Nel momento in cui accetto sento qualcosa sciogliersi dentro di me.

E allo stesso tempo qualcosa tremare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Silvia Scapol
Mi chiamo Silvia Scapol, sono nata a Conegliano l’8 marzo 1979 e vivo con la mia famiglia tra le colline del Prosecco, in provincia di Treviso.
Sono mamma di tre figli e il mio percorso professionale mi ha portata a lavorare sempre a contatto con le persone: nel mondo sportivo come istruttrice, allenatrice e formatrice, come giornalista pubblicista e come impiegata in una scuola privata. Lo sport continua a far parte della mia vita, insieme alla passione per la cucina, l’arte e le amiche.
Sono una sognatrice e cerco il bello in tutto ciò che mi circonda. “Saltiamo?” è il mio romanzo d’esordio.
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