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Saltimbanchi

Saltimbanchi
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Consegna prevista Luglio 2023
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Un saltimbanco è un giocoliere, un acrobata, e allo stesso tempo una maschera, un parolaio che cerca di soddisfare i propri interessi e bisogni con scarsissima credibilità. Dispone di pochi mezzi e con quelli si arrabatta come può, in un mestiere, in un’arte, in una qualsiasi relazione. Il saltimbanco in questi racconti diventa una metafora, un comune denominatore che lega i vari personaggi, tutti sospesi sopra un vuoto sociale come funamboli, tutti alle prese con una situazione che non si confà con la propria natura. È un modo disordinato e faticoso di stare al mondo, sospesi fra la realtà e i sogni, la sazietà e la fame, l’essere con il sembrare, l’amore e con gli avanzi.

Perché ho scritto questo libro?

Sono d’accordo con quello che sosteneva Antonin Artaud, ovvero che nessuno scrive se non di fatto per uscire dall’inferno. Ognuno ha il proprio inferno e ognuno lo combatte a suo modo. Io scrivo. Questi racconti sono impressioni che per me meritavano di finire nero su bianco, i personaggi che popolano le pagine sono specchi di me stesso, frammenti che nella finzione vengono fuori con un’altra luce rispetto a quella che propone la realtà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Notti

Piccoli frammenti di stelle brillano inutili, tra un tetto e l’altro cadono eternamente i meteoriti a cui esprimere desideri.

La Via Lattea si riflette nei vetri delle bottiglie rotte, Saturno e Giove nei bicchieri degli ubriachi.

Si rifanno il trucco le puttane, con gli occhi belli e le gambe su altre galassie.

Gli assassini hanno occhiaie profonde come buchi neri, la luna si confonde nei lampioni.

I poeti hanno i piedi nelle pozzanghere e la testa fra le nuvole.

In silenzio la massa incurva lo spazio e la luce, nel silenzio dove muoiono gli innamorati.

Al crepuscolo i barboni non prendono sonno negli abiti lisi, le costellazioni ai margini delle palpebre conservano sogni andati a male.

Cristo muore nei parchi.

I ladri lavorano sotto la benedizione del pezzo di cielo che osserviamo.

Bruciano come supernove nel cosmo, le vite di chi nasce al tramonto. Immersi in vicoli soli, nella materia oscura, come pianeti statici, i nottambuli sono padroni del proprio tempo.

I pagliacci piangono all’aurora.

Il futuro è un saltimbanco.

Si trasforma e brucia tutto, nel fumo di un fondo di cantina, in un ingranaggio rubato a cieli d’altre città, d’altri continenti, d’altri mondi.

La finestra accesa

L’inverno da castigo rendeva le cose ancor più inanimate e perdute. Giocava di riflessi lucidi sulle pareti tarlate dal disastro, soffi di brina e pulviscolo tossico sibilavano sovente dalle strettoie non attutendo il suono dell’abbandono, anzi alterandolo, come fosse possibile dare un’alterazione alla morte, come se la carogna potesse prender sembianze ancor più definitive. Ogni vicolo era un vicolo cieco. Le strade non portavano che a carcasse di pietra, sparpagliate come semenze o tenute assieme dai puntellamenti.

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I due militari stazionavano tra il corso stretto e la piazza centrale. Presidiavano la zona rossa nella camionetta accesa, con le coperte termiche, un thermos e un pacchetto di Toscanelli per passare la notte. Ad intervalli regolari facevano un giro di perlustrazione. Come un tuono, il singhiozzo del motore, faceva eco tra i palazzi bombardati via terra e non via cielo, infrangeva la coltre del ghiaccio e si muoveva sotto una luna padrona che non trovava barriere e biancheggiava nelle stanze di una vecchia intimità ormai esposta. Le tegole sporgenti di tetti bucati la consumavano un poco, finché, magari a distanza di anni, non si arrendevano d’improvviso e, senza un apparente motivo, venivano giù seguendo sentieri già segnati. I terremoti durano in media una trentina di secondi, poi cominciano un minuzioso e imperituro lavoro di sintesi; pezzo dopo pezzo, casa dopo casa, uomo dopo uomo.

Zotti era al posto di guida, Benetti decideva il percorso e prendeva le chiamate alla radio. Il primo era alto quasi due metri, spalle larghe, una mascella alquanto sporgente e degli zigomi pronunciati; il secondo era alto molto meno, aveva dei capelli rossicci e dei lineamenti che tradivano una particolare finta timidezza. Prestavano servizio in questa città da quattro mesi; della tragedia, avvenuta più di tre anni prima, avevano appreso dagli organi di informazione, una mattina presto di inizio primavera. Erano preparati e abbastanza convinti di conoscere il contesto in cui andavano ad operare, infondo le calamità naturali lasciano quasi sempre gli stessi scenari, pensavano, ed invece, una volta calati in queste desertiche e surreali notti, compresero che questo freddo tagliente, incessante, non era solo frutto della stagione, delle montagne innevate che svettavano su ogni orizzonte, ma di qualcos’altro di impalpabile, non riconducibile soltanto ad un mero discorso di temperatura.

Durante i giri di controllo, solitamente, si lasciavano andare a commenti e ad immaginazioni disordinati. Illuminando con i fari certe viuzze, fantasticavano sulla vita che vi si svolgeva prima e più la viuzza era martoriata più sforzavano l’inventiva. Cercavano di ricomporre nella loro mente quello che i loro occhi non avevano mai visto. Le vetrine esplose, le chiese profanate, le case rivoltate; tutto diventava argomento di discussione. Costeggiavano i cumuli di macerie assiepati negli slarghi come cataste di erba secca da bruciare; fra quei relitti sembrava possibile ascoltare ancora le voci che chiamavano nomi, li urlavano, li scavavano. Nomi che hanno risposto, nomi che non hanno risposto. Invano provavano a riannodare un passato troppo lontano ad un presente ambiguo.

Procedevano lungo il viale che sovrastava le mura antiche. Benetti fece segno di svoltare. Avanzarono così sui sampietrini divelti, fino ad una piazzola in cui erano allineate le campane recuperate dai campanili crollati. Erano carcasse di bronzo ormai mute, il niente che rintocca, il tempo dilatato e poi ristretto, deriso e poi annientato. Proseguirono ancora, Zotti teneva una velocità abbastanza sostenuta, ormai si destreggiava bene in quel labirinto di vie dimezzate e di transenne poste in ogni dove a divietare il passaggio. Rombava quel motore, slittava sui tombini congelati, spaventava i topi. Batterono una via particolarmente lunga, in salita, da cui si ramificavano tanti piccoli vicoli da ambo i lati. L’aria fuori dai finestrini sembrava fatta d’inchiostro nero.

  • Frena! Frena! – urlò d’improvviso Benetti.

Zotti inchiodò.

  • Che c’è?!
  • Torna indietro! Indietro!

La retromarcia nell’entrare grattò terribilmente. Ridiscesero di qualche metro.

  • Ecco, ecco, fermati. Fermati! Guarda là!

Zotti si sporse verso il sedile di Benetti per scorgere fuori, l’altro con il gomito puliva il vetro dalla condensa.

  • Cosa? Cosa devo guardare?
  • In fondo al vicolo, in alto, non noti niente di strano?
  • Non si vede un cazzo né in alto né il basso! Aspetta, faccio manovra, puntiamo i fari nel vicolo.
  • No! No, non serve! Sarebbe peggio! Guarda lassù, a destra!

Zotti tornò a sporsi. Sembravano spiare dall’oblò di un sottomarino, perso nelle profondità oceaniche.

  • Vedi anche tu?
  • Io non… aspetta… santo cielo… la finestra!
  • Proprio lei! Quella finestra è accesa, Zotti! È accesa! C’è luce all’interno!

Stava sotto la gronda di un edificio basso, venuto giù quasi per metà, in fondo a quell’abisso. La luce che scaldava quei vetri era tanto flebile che sfuggiva alla vista, come un’anomalia poco chiara, qualcosa che si muove nell’ombra ma che non si lascia mettere a fuoco e che necessita di uno sguardo distaccato, di un’attenzione cioè non mirata. Per accorgersi alla distanza che quest’anomalia non sia uno scherzo della mente, bisogna che solletichi soltanto la coda dell’occhio, poiché, appena si prova ad afferrarne nettamente le fattezze nell’oscurità, sfugge come impaurita, mimetizzandosi col circostante. I due militari restarono alcuni minuti a tentare di spiegarsi quell’opaca visione, poi si risolsero a scendere. Con le armi sottobraccio, muniti di torce e di ricetrasmettitore, entrarono nella viuzza scostando di peso lo sbarramento metallico che la sigillava. Il gelo sbranava la pelle, l’odore del cemento e del ferro marcescente penetrava perfino il bavero della tuta mimetica sotto cui tenevano il naso. Si sentiva uno sgocciolio vago dalle grondaie divelte e il crepitio quasi incessante che proveniva da dentro e fuori quei muri violentati. Benetti faceva strada. Si aveva l’impressione, come sempre in certe situazioni, che qualcuno osservasse da qualche anfratto. Giunsero fino alla fine, dove un’inferriata chiudeva l’uscita dalla parte opposta. Sopra di loro riluceva la finestra accesa. Era piccola, un rettangolo posto in orizzontale, quasi una fessura che, ne ebbero la certezza una volta sotto, era irradiata da una luce sì fioca, ma artificiale. Non una candela, semmai una pila o, ancor più presumibilmente, una lampadina da pochi watt.

  • Avvertiamo il comando – disse Benetti sottovoce.
  • Un momento, cerchiamo di capirci qualcosa…

Zotti si avvicinò al portoncino che aveva davanti. Seppur socchiuso necessitò di un paio di spallate per aprirsi e, nel farlo, stridette grevemente. L’uomo puntò la torcia all’interno.

  • Merda…
  • Cosa c’è?
  • Niente.
  • Come sarebbe a dire ‘niente’?
  • Non c’è più niente qui dentro.

Anche l’altro andò ad ispezionare.

  • Diamine, qui son venute giù anche le scale, – disse.
  • Già, questo posto è una scatola vuota.

Qualche metro oltre l’ingresso, in un misero bugigattolo che si apriva sulla destra, si riconosceva quel che fu un poverissimo angolo cottura. Conservava ancora le presine appese sopra il fornello rancido e un mestolo di legno, disfatto in parte dall’umidità, si distingueva vicino al lavabo.

  • Zotti, avvertiamo il comando! – tornò a sussurrare Benetti con insofferenza.
  • Aspetta, aspetta! Ragiona, come diavolo potrebbe un essere umano arrivare al secondo piano se questo è praticamente collassato sopra al primo?
  • Zotti c’è una fottuta finestra accesa in mezzo al nulla! È una cosa che non ha spiegazioni tanto valide da essere giustificata!

Nelle parole di Benetti prendeva spazio un furore inedito; a Zotti gli sembrarono urlate in faccia come un brusco rimprovero, nonostante il tono di voce non fosse alterato ma continuava ad essere simile ad un respiro profondo ed urgente; quasi un affanno.

  • Certo, – gli disse in maniera rassicurante, – però dovrà pur esserci un motivo, no? Ti sei fatto tu una mezza idea di che cosa potrebbe essere?
  • È un uomo – rispose l’altro a bruciapelo.
  • Un uomo? Come puoi esserne tanto sicuro?
  • Pare ci siano dei disperati senza un posto dove stare che, per non morire al freddo, cerchino riparo nei letti delle case abbandonate. L’ho sentito dire in giro e credevo fosse una leggenda fino a poco fa.
  • Dei disperati che si avventurano in un budello di mattoni e travi pericolanti?
  • Proprio così, e ci dormono per giunta.
  • In questo caso sarebbe un folle più che un disperato, – sentenziò Zotti illuminando ancora con la pila quel che d’intorno c’era e non c’era.
  • Spesso l’uno deriva dall’altro.
  • Sono solo storielle, Benetti.
  • In ogni caso noi abbiamo il dovere di avvisare il comando! Torniamo indietro, che qui non potremmo neanche stare, e riferiamo di questa finestra.

Zotti non disse niente, ma annuì con la testa. Notava ormai chiaramente che nell’animo del collega si accalcavano strane percezioni e fuggevoli ricordi. Sì, sembravano proprio colmi di ricordi i suoi occhi mentre continuavano a studiare quel chiarore sotto la gronda. Intuì in quel comportamento qualcosa di singolare a cui però non diede peso, constatò soltanto che quel suo timoroso consenso confortò Benetti a tal punto che subito riprese la strada del ritorno senza pensarci due volte, lasciandolo indietro, smascherando nei suoi passi svelti una certa indisposizione che poteva far pensare ad una vaga paura o, al contempo, ad una rabbia nervosa. Sotto le suole degli scarponi la patina dell’inverno faceva un rumore frizzante. I pochi ciuffetti d’erba, che testimoniavano la riappropriazione puntuale della natura su quello le avevano usurpato, crocchiavano come spilli di vetro infranti. Un passo suonò più morbido, Benetti illuminò per terra e vide un cappellino sudicio di lana grigio. Lo scostò con un calcio e proseguì. Notò inoltre che sparsi in mezzo ai detriti c’erano altri vari brandelli di stoffa: una pantofola, una sciarpa, una bambola di pezza. Una normalità vomitata via, una miseria che contribuì al suo disagio. Giunto al veicolo accese un sigaro e si appoggiò al cofano. Zotti lo raggiunse qualche attimo dopo, nel frattempo si trattenne a riaccostare quel portoncino screpolato e, nel farlo, venne colpito anche lui da una stranezza. Vi era, infatti, infilzata in chiodi storti e arrugginiti, fra la polvere e i calcinacci, una fila di immagini sacre. Santi, madonne e sacri cuori appesi alla buona e fermi nel tempo, proprio accanto all’entrata della cucina. La stranezza che colpì il militare fu che, appesi ad uno di quei chiodi, davanti alla figura scolorita di Cristo bambino, pendevano un paio di guanti da donna perfettamente conservati, di un bianco acceso e pulito, ornati da ricami e cuciture delicate che evidenziavano un candore ed una grazia quasi anacronistiche. Così anacronistiche che l’uomo sentì il bisogno di allungare un braccio per poterli toccarle, come per avere la certezza che non si trattasse di qualcos’altro. Né sfilò uno da quel chiodo arrugginito e lo illuminò con la torcia. Dava l’idea d’un guanto da sposa, era elegantissimo e sembrava non esser mai stato indossato. Lo fissò per qualche istante, poi senza nemmeno pensarci lo cacciò in tasca, deciso a farlo vedere al collega in tutta la sua straordinarietà. Richiuse il portone e tornò sulla via principale. Accese a sua volta un sigaro e, al secondo tiro, formò un anello di fumo perfetto. Stava per tirarlo fuori quando Benetti, che sembrava essersi calmato, si girò lentamente verso di lui.

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Davide Piccinini
Nato a L'Aquila nel novembre del 1993. Studente non troppo brillante ma con spiccato interesse per le materie letterarie. Ho coltivato fin da bambino la passione della scrittura e ormai è un caposaldo della mia esistenza. Un'altra compagna di vita è la chitarra. La musica è, come la penna, un mezzo incredibile per portare a spasso le parole. Sono un contemplativo, per me il tempo non si perde mai. Mi ritaglio costantemente nella quotidianità momenti di solitudine, necessari per me. Amo viaggiare, sempre e ovunque. Credo di essere una persona normale, per quanto la parola normale non è un aggettivo che si confà alla parola vita, in nessun caso.
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