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Una tempesta di neve costringe due persone profondamente diverse a rimanere imprigionate in una baita di montagna. Simone, sprovveduto escursionista avventuratosi sugli Appennini, è accolto da Arthur, burbero proprietario di casa dall’oscuro passato. Entrambi celano dei segreti, che non sono disposti a rivelare perché sin da subito sviluppano una forte diffidenza nei confronti dell’altro. Al centro delle paranoie di Simone c’è l’ordine categorico di non entrare all’interno di una stanza della baita, la cui chiave è costantemente appesa al collo di Arthur. Ma il giovane escursionista è tutt’altro che innocente e, spinto dalla curiosità e dai dubbi sulle reali intenzioni dell’uomo, farà di tutto per guadagnarsi l’accesso alla stanza.

CAPITOLO I

Il sole si stava lentamente avvicinando alla sottile linea di demarcazione che, comunemente, siamo spinti a chiamare mezzogiorno, quando la neve iniziò a cadere. Non era un fatto strano: sugli Appennini romani l’inverno può essere più freddo di quanto ci si possa aspettare e la dura roccia tende a ghiacciare in fretta dove non batte mai il sole. Arthur questo lo sapeva bene, del resto erano anni che aveva scelto di isolarsi dalla vita cittadina acquistando quei “meravigliosi quattro pezzi di legno”, come lui amava chiamarli, in cima alla montagna; un luogo certamente remoto, ma che gli permetteva di avere tempo per riflettere e di guadagnarsi da vivere in modo più che onesto e soddisfacente.

Radio e televisori avevano annunciato con largo anticipo l’arrivo di una bufera in quella zona: “la bufera del secolo”, l’avevano definita, facendo ogni volta sorridere Arthur mentre ripensava a quante volte negli ultimi anni questo accostamento di parole fosse stato usato invano; eppure la neve aveva iniziato a fioccare.  

Arthur rifletteva spesso sul fatto che nessun viaggiatore, turista o avventuriero che fosse, si sarebbe fatto vedere da quelle parti: chiunque si fosse messo a marciare fra i pendii e le scarpate che circondavano la vetta e il suo rifugio con quelle particolari condizioni atmosferiche doveva essere profondamente incosciente, e questo lo fece arrivare alla conclusione che nessuno avrebbe aperto quella porta in legno di quercia che continuava a fissare mentre puliva il bancone. Eppure quella porta si aprì, lasciando entrare una gelida folata di vento.

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Sull’uscio si presentò un uomo visibilmente infreddolito, ricoperto di neve fino al collo. Dopo un secondo chiuse la porta alle sue spalle e si scrollò la neve di dosso; farfugliò qualcosa prima di rivolgersi al padrone di casa.

«B-buongiorno, scusi l’intrusione, di certo non voglio disturbarla, ma altri cinque minuti in mezzo a quella bufera e sarei morto. Può ospitarmi finché non si calma la tempesta?»

«Ovviamente… lo scopo di questo posto è esattamente quello di dare ristoro agli avventurieri…» disse Arthur guardando incuriosito l’uomo. Per un momento un pensiero negativo gli balenò davanti agli occhi, quasi fosse una sensazione dovuta al sesto senso; un cattivo presagio durato pochi attimi. Poi continuò: «Se posso chiedere, cosa ci fa da queste parti con quel casino lì fuori?».

«Sì, gran bella domanda» rispose lo straniero mentre si avvicinava al fuoco in cerca di calore. «Sinceramente me lo sto chiedendo anch’io. Non sono un esperto escursionista, solo un appassionato. Senza che le stia a spiegare i vari preamboli, diciamo che non potevo rimandare neanche di ventiquattr’ore. Naturalmente ho controllato il meteo ma, come uno stupido, non ho creduto, o forse è meglio dire che ho preferito non credere, ai vari esperti che annunciavano questa bufera. In più, mentre camminavo mi è caduto il telefono dalla tasca. Me ne sono accorto appena è iniziata la tempesta: ho capito che la situazione sarebbe peggiorata in fretta e ho pensato fosse il caso di farmi localizzare dai soccorsi. Il telefono, però, non c’era più, ma ho comunque preferito non tornare indietro a cercarlo perché non avrei saputo ritrovare la strada; inoltre, con tutta quella neve sarebbe stato un lavoro inutile.» 

Finì di parlare e starnutì fragorosamente, tanto che si sentì un rumore provenire da fuori dalla casa.

Arthur rimase qualche secondo a fissare la finestra, nel tentativo di capire cosa fosse lo strano suono, pregando non si trattasse di una valanga, poi si voltò distrattamente verso lo straniero e disse: «Fossi in te, non farei tutto questo baccano. Questa è zona di valanghe e anche il minimo rumore potrebbe causarne una… e non avresti dovuto neanche arrivare fin qui con questo tempo: hai rischiato di prenderti un malanno, se non peggio. In molti sono morti fra queste montagne!».

Arthur si diresse poi verso il bancone, dal quale prese una bottiglia di un ottimo whiskey e l’idea di sorseggiarlo quasi gli strappò un sorriso; roteò delicatamente il tappo di metallo e prese due bicchieri. Rimase per un lungo attimo a guardare la bottiglia di vetro ambrato, con uno sguardo di dolcezza che si può normalmente riservare a un caro vecchio amico di cui puoi sempre fidarti. 

«Certe volte l’alcol è l’unica risposta» sussurrò delicatamente. «Lei beve, signor…?»

«Simone, mi chiamo Simone! E sì, accetto volentieri» disse mentre allungava il braccio verso il bicchiere. Il ragazzo era molto più basso e minuto dell’uomo, la voce era più leggera e il tono più pacato. Nonostante non fossero così distanti in termini d’età, Simone poteva tranquillamente passare per suo figlio, o per un fratello parecchio più piccolo. Ciò si poteva anche notare dalla timidezza con cui Simone si rivolgeva all’uomo appena incontrato.

«Sa, di solito non bevo molto, ma in questo caso qualsiasi cosa mi possa riscaldare va benissimo.» Subito dopo gli sfuggì un altro starnuto, ma fece uno sforzò per limitare al minimo il rumore: «Sniff… lei invece come si chiama?».

«Molto piacere, Simone» disse versando l’alcol nei due bicchieri. «Io sono Arthur! E dammi pure del tu.»

Si incamminò quindi verso il “nuovo compagno” e, tenendo stretti fra le mani i due bicchieri, si sedette sulla sua poltrona preferita, posò il bicchiere per lo straniero sul tavolino di fronte e bevve un lungo sorso dal suo. «Insomma, Simone…» Si fermò un attimo per riflettere. «Dovremo stare qui dentro per un bel po’ di tempo, tanto vale far sì che il nostro periodo assieme sia il più piacevole possibile; parlami di te!»

Simone si sedette sul divano che era posizionato a lato della poltrona, entrambi avevano di fronte un tavolino da caffè costruito con un legno scuro che ben si intonava allo stile del resto della stanza; la poltrona guardava la porta d’ingresso e la finestra, ricoperta da una coltre di neve, mentre i fiocchi cadevano ormai ininterrottamente da ore. Il divano aveva di fronte, oltre al tavolino dove adesso era poggiato il bicchiere di whiskey di Simone, il caminetto, nel quale scoppiettava un fuoco piacevolmente intenso, tanto intenso che Simone si chiese se fosse davvero una buona idea mettere un tavolino di legno così vicino alle fiamme.

2022-04-30

Aggiornamento

Sangue Bianco ha raggiunto l'obiettivo della campagna! Per noi significa veramente tanto e ci teniamo a ringraziare tutti coloro che hanno deciso di darci fiducia e hanno creduto nel nostro progetto. Raggiungere le 200 copie non è stato semplice, ma grazie al vostro contributo e al vostro supporto oggi possiamo festeggiare un evento molto speciale, per questo dedichiamo una birra ad ognuno di voi. Ora inizierà la fase di editing e di verifica per farvi arrivare il libro nella migliore versione possibile. Alla vostra e a presto. Riccardo e Francesco

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Francesco Gatti e Riccardo Valentini
Francesco Gatti nasce a Roma nel 1994. Nel 2015 pubblica la sua prima opera, “Nove menti in una” (Edizioni Opposto) e nel 2017 la raccolta poetica “L’urlo degli Anonimi” (Arduino Sacco Editore). Fra i suoi interessi, oltre alla narrativa, ci sono la psicologia, la filosofia e la musica.

Riccardo Valentini nasce a Roma. Nel 2018 si laurea in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma Tre. Nel 2017 pubblica la sua prima opera, “Una cattiva giornata” (Arduino Sacco Editore), una raccolta di racconti collegati tra loro da una trama comune.
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