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Se Sei Nato Deve Valerne La Pena

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Se Sei Nato, Deve Valerne La Pena è il racconto di quello che ho vissuto. Tra Stati Uniti, oceano Atlantico attraversato in barca a vela, Kilimangiaro, addestramenti militari, Africa, Caraibi e Medio Oriente, aziende e startup, immersioni tra oceano Pacifico, Indiano e Atlantico, ed esperienze e sport di ogni tipo, ho cercato esperienze estreme, culture diverse e risposte profonde. Ma mentre vivevo tutto questo, dentro di me combattevo paure e domande che mi hanno costretto a guardarmi davvero dentro e crescere. In questo libro porto il lettore dentro quel viaggio e dentro gli strumenti che hanno cambiato la direzione della mia vita: non solo avventure e cadute reali, ma anche intuizioni, strumenti pratici e consapevolezze raccolte sul campo. Non è la storia di un eroe, ma di un ragazzo normale che ha scelto di trasformare la sofferenza in direzione. Se anche tu ti sei sentito perso o fuori posto, questo libro è per ricordarti una cosa semplice: se sei nato, deve valerne la pena.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché credo che ogni vita abbia un valore enorme e che il peggio non sia soffrire, ma attraversare l’esistenza senza darle senso. Molti hanno visto le mie avventure, non le sfide dietro di esse. Così ho scelto di trasformare viaggi, cadute e, soprattutto, gli strumenti appresi sul campo, quelli che hanno cambiato per primi la mia vita, in qualcosa di utile per gli altri. La vita è un dono immenso, e troppo spesso ce ne accorgiamo solo quando perdiamo qualcosa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 4: Trova il tuo perché

Identità, motivo, direzione: la benzina che non finisce quando finisce la motivazione

“Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”.

Friedrich Nietzsche

Ci sono momenti in cui tutto ciò che pensi di essere si frantuma senza fare rumore. Non serve una tragedia: basta una leggera rottura. Un giorno ti svegli e ti accorgi che la disciplina che racconti, la forza che mostri, la motivazione che citi non ti tengono più in piedi. E lì scopri una verità semplice e crudele: non sono le giornate buone a dire chi sei. Sono quelle in cui tutto va male. Il perché lo scopri quando non hai più nulla da dimostrare.

Io l’ho capito prima ancora di mettere piede sul Kilimangiaro in Tanzania che, con i suoi 5.895 metri, è la montagna più alta dell’Africa, noto anche come il “Tetto d’Africa”. È anche la più alta montagna solitaria al mondo e fa parte delle Seven Summits, le vette più alte di ogni continente. L’avevo capito in Kenya, dopo giorni in mezzo agli orfanotrofi e immerso in una realtà che ti rimette al tuo posto, in quell’attesa in cui mio fratello stava per raggiungermi e io sentivo già che la scalata non sarebbe stata “solo una montagna”. Sarebbe stata un test. E in un test del genere, la motivazione non basta: finisce. Ti serve una strategia. Ti serve un perché. Dopo circa 2000 metri, più sali e più la montagna comincia a toglierti qualcosa: fiato, energie, lucidità, salute. E insieme a questa privazione arrivare la cosiddetta “altitude sickness”, come diceva HB la guida capo. Con questo concetto si intende il malessere dell’altitudine, giorno dopo giorno. Io e mio fratello ce lo eravamo detti chiaramente, senza tanti romanticismi: “In questo viaggio ci ritroveremo a lottare contro noi stessi. Ci saranno fattori esterni che ci porteranno a mollare. Se non abbiamo un perché forte, crolleremo”. E così decidemmo di dedicare quella scalata ai nostri nonni. Sapevamo che, quando sarebbe arrivato il momento di scegliere, sarebbe stato necessario avere un punto fermo a cui pensare che ci avrebbe ricordato perché avevamo deciso di farlo.

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Eravamo partiti in undici. Un gruppo compatto, unito, quasi una piccola famiglia in movimento. E la montagna cominciò a parlare fin da subito. Già al secondo giorno, due avevano mollato. Vomito, mal di testa pesantissimo, corpo a pezzi. E il fatto che non fossero “deboli” fu la cosa che mi terrorizzò. Erano tra i più allenati: uno era istruttore di pilates, l’altro faceva gare di crossfit. Eppure l’altitudine li aveva spezzati, costringendoli  a tornare indietro.

Fu lì che capii una cosa: la montagna non guarda il tuo ego. Non le interessa la tua forma fisica. Ti prende l’ossigeno e ti guarda in faccia. Giorno dopo giorno, più andavamo avanti e più il gruppo si assottigliava. Al terzo giorno arrivò per me un dolore lancinante al ginocchio. Un dolore così invalidante che fui costretto a mettere la ginocchiera che avevo portato. Presi antidolorifici, provai a stringere i denti, ma non accennava a diminuire. Le notti erano gelide, i metri aumentavano e il respiro diventava sempre più affannato. Al quarto giorno sentii una fitta alla schiena, proprio lì dove avevo già avuto problemi. In quel momento capii che la cosa si stava facendo seria, e che ci aspettavano ancora giorni lunghi e durissimi. E al quinto giorno arrivò un altro colpo: altri due furono costretti a tornare indietro. E non erano “turisti”. Erano tra i più influenti ed esperti, quelli che davano ritmo, sicurezza, supporto. Senza di loro, non si perdono solo persone: si perde struttura, energia, motivazione. Si parte come una famiglia e ci si ritrova a pezzi.

Da undici diventammo sette. Inizi a sentire il tempo dilatarsi: ogni giornata dura tantissimo, ogni passo è lento, ogni sera è più lunga della precedente. È come se la montagna ti dicesse: “Adesso vediamo quanto è vero quello che ti racconti”. Quella sera misurai col saturimetro i livelli di ossigeno nel sangue: andavano più o meno bene. Ma non era quello il punto. Il punto era che stavo peggiorando. HB mi prese da parte. Lui era quello che, a qualunque cosa, rispondeva sempre: “It’s ok”. Potevi dirgli “HB sto male, ho mal di stomaco, vomito, mi scoppia la testa” e lui, imperturbabile, ti avrebbe risposto: “It’s ok. It’s normal”.

Quella volta, però, non fu così. Mi guardò dritto negli occhi, senza allarmismi e senza pietà, e disse lentamente: “Benji… it’s not ok”. Poi continuò: “Siamo in una fase in cui, se andiamo avanti, non ci sono più punti di soccorso. Oggi zoppicavi. Hai la ginocchiera, prendi antidolorifici… Mancano ancora diversi giorni prima del summit. Non ce la farai. Domani mattina vediamo come stai, ma è meglio che tu torni indietro adesso. Siamo ancora vicino al punto di soccorso. Poi, eventualmente, lo rifarai un’altra volta”.

Di fronte a frasi del genere, il cervello prova a salvarsi con la logica: “Forse è meglio scendere. Forse è più saggio. Forse posso farlo in un altro momento”. E in parte ha ragione. Ma quella notte io non dormii. Parlai con mio fratello. Noi avevamo deciso di farlo insieme. E avevamo deciso di farlo per i nostri nonni. Non c’era un piano B che non sapesse di tradimento. Mollare non significava solo mollare per me: significava mollare anche per lui. Significava spezzare un patto.

La mattina dopo ci ritrovammo davanti a un bivio: o si continuava, consapevoli che più avanti sarebbe diventato anche più pericoloso considerando l’inesistenza di punti di soccorso, oppure si faceva un passo indietro e ci si fermava. In quel momento non pensai a quanto sarebbe stato bello arrivare in cima. Mi soffermai sul perché. Immaginai i miei nonni lì con me. E non vidi altro scenario se non salire. Non perché mi sentivo forte. Il mio perché era molto più potente del dolore che avevo in quel momento.

La scalata durò nove giorni. Nove giorni in cui la montagna ti svuota piano piano, finché non arrivi alla parte finale e non sei più una persona: sei respiro, dolore e decisione.

E poi arrivò la notte del summit, la notte dell’Uhuru Peak. È in notti come quella che capisci se il tuo perché è solo una frase o un’ancora. Il saturimetro segnava un’ossigenazione davvero bassa, circa 80. Dormire era impossibile. Anche solo girarmi di pochi centimetri mi faceva venire l’affanno. Ci svegliammo alle 23:00. A mezzanotte partimmo. E lì iniziò la vera scalata. Ogni passo sembrava un’eternità. L’ossigeno non bastava mai. L’affanno cresceva e con lui anche la paura: la paura di restare senza fiato, di crollare da un momento all’altro. Alzavo lo sguardo e vedevo solo una parete infinita. E il ritmo era come quello delle formiche: lento, umiliante, disumano. Ogni passo era dolore. Ogni passo era lacrima, era “non ce la faccio”. E proprio lì, in quell’ultima parte, accadde un’altra cosa che mi fece capire quanto è sottile il confine: due degli ultimi sette cominciarono a stare male davvero. Non avevano solo “stanchezza”. Stavano male. Come se il loro corpo si stesse spegnendo: l’ossigeno troppo basso, la fatica troppo alta, il dolore eccessivo. Non riuscivano più a reggere quel ritmo, quel freddo, quel vuoto d’aria. Furono accompagnati giù. Li vidi, li sentii. E capii che non era più una gita, né una sfida da raccontare: era una linea. Una linea sottile tra quello che si vuole e quello che si può. E in mezzo a quella linea, una sola cosa: il perché si fa tutto questo.

Una sola cosa mi teneva in piedi: il mio perché. Era il mio unico strumento. L’unica corda a cui aggrapparmi. E mio fratello accanto era l’unica prova che quella scelta non era solo mia. Era nostra.

E così ce la facemmo: arrivammo all’Uhuru Peak. Con tante lacrime, silenzi assordanti e sguardi increduli… eravamo lì. E, sebbene non possa spiegarlo senza sembrare folle, avevamo accanto a noi i nostri nonni. Non come un pensiero vago, ma come una presenza. Come se quella dedica, in quel momento, fosse diventata reale.

Vissi una delle albe più importanti della mia vita: da una parte la Tanzania, dall’altra il Kenya. In quel momento realizzai di aver appena scalato una montagna enorme fuori, sì, ma soprattutto dentro. Perché soffrire e andare avanti con quei problemi di salute ha avuto senso solo grazie a quel perché chiaro. Senza, quella scalata non l’avrei mai potuta fare. E, soprattutto, non l’avrei mai finita.

Per questo sono qui a testimoniare, senza frasi da poster, che quando ti proponi un’impresa piccola o gigantesca non ti serve più motivazione. Ti serve un perché che non si negozia. Quando arriva la fatica vera, quando arriva la paura vera, quando arriva il momento in cui il corpo dice “basta”, è lì che scopri chi ha davvero il controllo.

“Quando pensi di fermarti, pensa al perché hai cominciato”.

Molte persone confondono il perché con un obiettivo (“voglio arrivare lì”), con un sogno (“mi immagino così”), con la motivazione (“oggi mi sento carico”), con l’approvazione (“voglio valere agli occhi degli altri”). Ma un obiettivo è un punto sulla mappa: ti dice dove vuoi arrivare, non perché continuerai a camminare quando inizierà a fare male.

Un sogno è un film mentale: ti emoziona quando lo guardi, ma resta un’illusione finché non ci metti i piedi dentro.

La motivazione è un umore: cambia col sonno, col cibo, col meteo, con i messaggi che ricevi.

L’approvazione è uno specchio esterno: ti fa sentire forte finché qualcuno ti riflette, ma ti crolla addosso appena smetti di piacere. Il perché è un’altra cosa. È ciò che rimane quando ti resta poco. È il motivo per cui continui anche quando nessuno applaude. È la parte di te che non negozia quando la fatica diventa seria. E soprattutto: il perché non vive solo nella testa. Vive nel petto. È un valore. Un amore. Una promessa. Una ferita trasformata. Una verità che non puoi più tradire. La mente può mentire. Il perché no.

Ci sono “perché” che sembrano motivanti, ma sono solo appoggi: “Voglio dimagrire per piacere agli altri”, “Voglio fare soldi così valgo”, “Voglio farlo per dimostrare che non sono un fallito”, “Voglio farlo perché devo”. Sembrano giusti, ma hanno un difetto: ti spingono ad agire con la paura, non con la verità. E quando la paura finisce, finisci anche la motivazione. La domanda che smaschera tutto è questa: “Sto inseguendo qualcosa o sto scappando da qualcosa?”. Anch’io, in passato, ho inseguito cose “giuste” per motivi sbagliati. E puntualmente mi svuotavano. Non perché fossero sbagliate, ma perché non erano mie.

Il perché autentico appare quando smetti di mentirti. Quando hai il coraggio di vedere cosa ti ha spezzato davvero, cosa ami davvero, cosa non vuoi più tradire, quanto sei disposto a soffrire pur di non perdere te stesso. E non deve essere epico. Deve essere vero. Un perché può essere tornare a rispettarti, smettere di vivere in modo reattivo, essere più presente e più stabile, costruire una vita dignitosa, essere per te stesso ciò che ti è mancato. Non conta la grandezza del gesto. Conta la radice.

“All’uomo può essere tolto tutto tranne una cosa: l’ultima delle libertà umane… scegliere il proprio atteggiamento”.

Viktor Frankl

Frankl non scriveva questa frase seduto in una stanza calda, con la pancia piena e la mente tranquilla. La scriveva con addosso l’esperienza dei lager. Nella sua pubblicazione “Uno psicologo nei lager”, racconta che l’essere umano può essere privato di tutto, libertà, casa, corpo, futuro, ma non l’ultima libertà: scegliere il significato. Scegliere l’atteggiamento. Scegliere chi essere, anche quando il mondo decide di trattarti come niente. Se un uomo ha potuto trovare un senso in mezzo a una tragedia disumana, allora il problema non è che “la vita è difficile”. Il problema è quando tu, con un letto, del cibo, un tetto, e una quantità di possibilità che lui non aveva, decidi comunque di vivere vuoto dentro. Di rimandare. Di anestetizzarti. Di sprecare giorni come se fossero recuperabili. Questa è la parte che fa male: non è che non hai tempo. È che non hai un perché. E senza un perché, ti accontenti di sopravvivere. Poi ti lamenti che ti senti spento, ma come potresti sentirti vivo, se non stai dando un significato a niente? Non puoi controllare tutto ciò che ti accade, ma puoi controllare la cosa che cambia tutto: il senso che gli dai.

E qui c’è una scelta che sembra piccola, ma ti cambia la vita: puoi vivere tutto in modalità “perché a me?”, oppure puoi allenarti a viverlo in modalità “per me”. La prima domanda ti rende vittima. Ti inchioda. Ti ruba potere.

“Per me”, invece, non significa che quello che ti accade ti piaccia, non significa che te lo meriti, non significa che sia giusto. Significa una cosa sola: non sprechi ciò che ti accade. Qualunque cosa sia, una malattia, una perdita, una delusione, un fallimento, un tradimento, puoi lasciarla diventare semplice dolore, oppure puoi obbligarla a diventare crescita. La vita ti mette gradini davanti. Tu puoi inciampare e maledirla, o puoi salirli e diventare più grande. Perché il significato non è una cosa che trovi. È una cosa che decidi. E quando lo decidi, smetti di subire: inizi a costruire. E se non lo scegli tu, lo sceglierà il caso. O peggio: lo sceglieranno gli altri. Un algoritmo. Un’abitudine. Una paura. Quindi, sì: dopo la citazione di Frankl, la scusa “non posso” diventa piccola. E la frase “non ho voglia” diventa ridicola. Perché se sei nato, ti resta sempre una libertà: far valere la tua vita. E se non la sfrutti, non stai solo perdendo tempo, stai tradendo il dono della tua nascita.

Lo stesso gesto può vivere in tre mondi diversi. Immagina la tua sveglia domattina. La stessa identica sveglia. Stessa stanza. Stesso corpo. Stessa giornata davanti. Cambia solo una cosa: il significato che tu le dai.

Sopravvivenza: ti alzi con rancore. Non è che non hai energia: è che non hai direzione. Ti trascini. Fai il minimo. Conti le ore. Vivi come se la giornata fosse un nemico da battere, non un’occasione di cui approfittare. La testa ripete “devo, devo, devo” e intanto dentro non c’è niente. È il livello in cui non vivi: resisti.

Dovere: ti alzi e fai quello che “va fatto”. Funzioni. Sei corretto, ordinato, produttivo. Ma è tutto piatto. Non sei disperato, ma non sei nemmeno acceso. È come guidare con il freno a mano tirato: vai avanti, ma consumi il doppio e ti chiedi perché ti senti sempre stanco. Beh, perché non stai costruendo, stai mantenendo.

Significato: ti alzi e ricordi per chi lo stai facendo. Per cosa. Il dolore non sparisce, la fatica non svanisce, i problemi non finiscono. Ma cambia una cosa enorme: non ti senti più vittima della giornata. La giornata diventa un campo di allenamento. Ogni gesto diventa un voto: oggi mi avvicino o mi allontano dalla persona che voglio essere? E quando la risposta è “mi avvicino”, tutto cambia. Non perché è facile. Perché l’hai scelto tu. Perché è coerente con chi vuoi diventare. E per capire quanto conti, pensa a questa parabola.

C’erano tre fratelli che vivevano sotto lo stesso tetto e lavoravano nella stessa cava di pietra. Ogni mattina, prima dell’alba, percorrevano la stessa strada. Passi lenti, fiato ancora freddo, mani già dure. Arrivavano lì con gli stessi picconi, gli stessi calli, la stessa polvere pronta a attaccarsi addosso come una seconda pelle. Testa bassa, schiena curva. Spaccavano le stesse pietre. Giorno dopo giorno. Sempre uguale. O almeno così sembrava. Un giorno passò un viandante. Li osservò a lungo: tre uomini sporchi di polvere, stanchi, con la fatica nei muscoli e negli occhi. Si avvicinò al primo, il più grande. Aveva le mani distrutte, sanguinanti in alcuni punti, e lo sguardo di chi non si fa domande perché non ha spazio per farsele. Il viandante gli chiese: “Che cosa stai facendo?”. Lui sollevò appena la testa e rispose: “Rompo pietre”. Punto. Sopravvivenza. Gesto senza anima. Fatica senza direzione. Poi il viandante si girò verso il secondo. Lavorava con lo stesso ritmo, ma con un’aria diversa: meno dura, più rassegnata. Come uno che aveva imparato a funzionare. “E tu?”, gli chiese. Il secondo si asciugò il sudore con l’avambraccio e disse: “Lavoro. Porto a casa lo stipendio”. Dovere. Dignità. Ma ancora un orizzonte basso: mantenere, non costruire. Resistere, non creare. Infine il viandante si avvicinò al terzo fratello. Era coperto dalla stessa polvere, stanco allo stesso modo, eppure c’era qualcosa di diverso in lui. Non era la forza. Non era la fatica. Era lo sguardo. Ogni tanto alzava gli occhi verso l’alto, come se vedesse qualcosa che gli altri non vedevano. Il viandante gli chiese: “E tu che stai facendo?”. Il terzo fratello sorrise appena, come se custodisse un segreto, e disse: “Sto costruendo la casa di Dio. Una cattedrale”. E la sua risposta fu in realtà una rivelazione, perché la pietra è la stessa, il piccone, la polvere e il dolore anche. Ma in quel terzo uomo c’era una direzione. C’era una storia. C’era un perché. Lui non stava solo lavorando: stava dando senso a ciò che faceva. Stava dando significato a ciò in cui gli altri vedevano solo peso.

“La felicità non dipende da quello che ci manca, ma dal buon uso che facciamo di quello che abbiamo”.

Thomas Handy

Ecco cos’è il perché: non è magia, non è motivazione, non è energia dal nulla. È una lente. È un nome che dai alla tua fatica. È la differenza tra “sto sopportando la vita di merda” e “sto costruendo, che fortuna essere nato”.

Quando hai un perché, smetti di essere un operaio della tua sopravvivenza e diventi l’architetto della tua vita. E il perché non è solo una frase: è un’ancora. Il tuo perché ti terrà ben saldo a terra, ti permetterà di affrontare il tuo Kilimanjaro nella tua vita. E quando sei stanco, ferito, pieno di rumore in testa, quell’ancora devi poterla afferrare all’istante. Per questo motivo ti serve un trigger. Un trigger è un meccanismo semplice, quasi banale, che ti riporta al centro quando ti perdi. È il tuo “richiamo alla realtà”. Non serve a caricarti. Serve a ricordarti chi sei quando l’autopilota prende il controllo. Può essere una foto sul telefono, una nota nel portafoglio, un oggetto sul comodino, una frase scritta sullo specchio. Qualcosa che, appena la vedi, ti fa scattare una domanda: “Chi sta guidando adesso?”, E ti rimette nella direzione giusta. Hai mai visto Inception? Il protagonista del film viaggia nei sogni sempre più in profondità e usa una trottola per capire se è nella realtà o se si sta perdendo in un sogno. Il tuo trigger è quella trottola. Perché anche tu, ogni giorno, puoi finire dentro un sogno che non hai scelto: abitudini, paure, doveri, aspettative, distrazioni. E senza un segnale chiaro, ti sembra tutto normale, finché non ti accorgi che la tua vita non è più tua.

Qui arriva la verità scomoda: se non hai un perché, qualcuno userà la tua vita. Non sempre per cattiveria, spesso per inerzia. Un capo. Un partner. Una famiglia. Una cultura. Un algoritmo. O vivi dentro una direzione tua, o finisci per vivere dentro la narrativa di qualcun altro. Ecco perché questo capitolo non è motivazione. È libertà. Ma trovarlo non basta. Un perché è come una bussola: ti mostra la direzione, ma non ti sposta. Molti lo trovano e poi lo lasciano in un cassetto, perché la direzione che vedono li spaventa. Il perché non ti dà solo senso: ti chiede un prezzo. Ti chiede coraggio, decisioni, movimento. Ti chiede di affrontare ciò che hai evitato per anni. Avere un motivo è il primo passo. Avere il coraggio di seguirlo è il secondo. E quando arriva quel momento, quello in cui la strada sale e il volante trema, il tuo perché ti porta davanti alla stessa porta: il rischio. Non il rischio di cadere, ma di rimanere fermo. E se non ti muovi, anche il perché più vero diventa solo una bella frase.

Riepilogo del capitolo 4

  • La motivazione è un umore: arriva e se ne va. Il perché resta quando il corpo dice “basta”.
  • Il tuo perché non si scopre nelle giornate buone, ma nelle giornate in cui tutto va storto: quando non hai più nulla da dimostrare e qualcosa da salvare.
  • Senza un perché, la vita diventa sopravvivenza: fai cose, ma non costruisci niente. Con un perché, la fatica cambia nome: diventa direzione.
  • Frankl dice: “non puoi scegliere tutto ciò che ti accade, ma puoi scegliere che significato gli dai”. E se non lo scegli tu, lo sceglie il caso.
  • La differenza tra “rompo pietre” e “costruisco la casa di Dio” è una sola: il significato che decidi di dare alla tua vita.

Esercizi – Capitolo 4

1) L’esercizio di Frankl: il senso nella sofferenza

Obiettivo:

Smettere di sentirti vittima della situazione e riprendere il potere scegliendo il significato che vuoi darle.

Viktor Frankl non si chiedeva “perché mi succede?”, ma “che senso posso dare a ciò che mi succede?”. Scegli una situazione difficile che stai vivendo ora

oppure una sofferenza che hai attraversato.

Scrivi:

Cosa mi sta togliendo questa situazione?

Cosa mi sta insegnando?

Che tipo di persona posso diventare grazie ad essa?

Poi completa questa frase:

“Questo evento non sta accadendo contro di me.

Sta accadendo per me! Mi sta insegnando che…”

Non cercare una risposta intelligente.

Cerca una risposta vera.

Perché il senso non elimina il dolore.

Ma lo rende sopportabile.

2) Crea il tuo trigger emotivo

Scegli un’immagine, un oggetto, una frase o un ricordo.

Mettilo dove puoi vederlo: telefono, portafoglio, auto, comodino.

Ti aiuterà a ricordarti chi sei quando ti perdi.

Esempio:

Metti come sfondo del telefono la foto dei tuoi figli.

Sotto, scrivi una frase semplice:

“Quando sto per mollare, mi ricordo per chi lo sto facendo”.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Benjamin Romeo
Prima di tutto, sono un essere umano curioso del mondo, della vita e dell’unicità della mente umana. Sono un esploratore, un viaggiatore: ho vissuto e viaggiato tra California, New York, Spagna, Caraibi e altri luoghi del mondo. Ho attraversato l’Oceano Atlantico in barca a vela, scalato il Kilimangiaro, fatto immersioni dal Pacifico all’Oceano Indiano, vissuto contesti militari, fatto volontariato in orfanotrofi in Africa, organizzato TEDxMarsala e lavorato tra grandi aziende e progetti, alcuni falliti, altri capaci di portarmi a grandi responsabilità e risultati.

La mia formazione, però, è arrivata soprattutto dalle esperienze reali: dal dolore, dalle domande, dalle sfide e dalla scelta di trasformare la sofferenza in direzione.

Scrivo per ricordare che, anche quando ci sentiamo sfortunati, essere vivi è già una fortuna immensa. E che, se siamo nati, deve valerne la pena, no?
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