Era una calda mattina di fine estate. Le lezioni all’università erano ricominciate da pochi giorni e i corridoi dell’istituto non riposavano più nell’ozioso silenzio estivo, ma erano animati da un vivace chiacchiericcio di sottofondo, che annunciava l’inizio di una nuova giornata accademica.
Quella mattina, Giuliano Moretti si sentiva più stanco del solito. Iniziava ad accusare il peso degli anni e aveva bisogno di prendersi un momento per gustarsi il primo caffè della giornata nella tranquillità del suo ufficio, prima di consegnarsi al caos in cui riversava l’ateneo di quel periodo. Ubicato in via San Gallo, al pianterreno di Palazzo Fenzi, prestigioso edificio post-rinascimentale, lo studio privato del professor Giuliano Moretti si trovava vicino ai polverosi archivi storici e archeologici, fra i quali egli sentiva da tempo di aver trovato il proprio posto.
Quel martedì mattina lo attendevano due ore di lezione in aula C, situata al secondo piano dell’ala est dell’imponente struttura. Qui ci si poteva calare in una suggestiva atmosfera neoclassica creata dai sublimi affreschi ottocenteschi, che rivestivano le altissime pareti e accompagnavano le lussuose scalinate marmoree. Egli vi teneva il seminario di “Metodologia della ricerca archeologica”, riservato agli studenti iscritti al secondo anno del corso di laurea magistrale in archeologia, che puntualmente rimanevano affascinati dalla passione che Moretti metteva nel suo mestiere e dalla sua capacità di rendere piacevoli anche le spiegazioni circa le più noiose vicende storiche.
In seguito, quella mattina avrebbe ricevuto i laureandi in scienze storiche e filologiche nel suo studio. Dopo un’oretta piena di colloqui con studenti sopraffatti dall’ansia di non riuscire a rispettare le ultime scadenze per la consegna della tesi finale, avrebbe pranzato velocemente, per poi recarsi alla riunione con i colleghi di dipartimento programmata per quel pomeriggio.
Assorto nei suoi pensieri, nell’intimità del proprio studio, Giuliano Moretti si accomodò sulla poltrona di pelle rossa dietro la scrivania in mogano pregiato e fece scorrere lo sguardo sui numerosi tomi allineati sui ripiani della libreria antistante. Il sole mattutino, delicato e ancora caldo, nonostante l’autunno fosse alle porte, filtrava dalla finestra e illuminava la stanza.
Il caffè fumava ancora, ne bevve un breve sorso e percepì un sapore vagamente insolito. Aveva sperato che l’adorata bevanda di cui era ghiotto potesse restituirgli un po’ di forze, ma, al contrario, si sentiva ancora più debole.
Prese un’altra sorsata e si appoggiò allo schienale della comoda poltrona. Le palpebre si facevano pesanti. Le forze sembravano affievolirsi sempre più e anche i volumi di storia che stava osservando distrattamente solo qualche istante prima apparivano ora leggermente sfocati.
Giuliano Moretti parve addormentarsi improvvisamente, nel silenzio del suo ufficio, rotto solo dal rumore acuto di una tazzina di caffè che si frantumava sul pavimento.
A oltre settemilacinquecento chilometri di distanza, a Bloomington, in Indiana, era ancora notte fonda.
Jessica Parker si rigirava nel letto. Si era coricata tardi quella sera, eppure non riusciva a prendere sonno. L’indomani sarebbe iniziato il suo ultimo anno alla Maurer School of Law, la scuola di legge a cui si era iscritta una volta conseguito il baccalaureato, e ciò significava che finalmente avrebbe mosso i primi passi nel mondo degli adulti.
La laurea in Legge con un buon voto, un praticantato nello studio di un qualche avvocato ormai in età da pensione, un buon lavoro da associata: ecco cosa avrebbero voluto i suoi genitori per lei. Certo, anche lei lo voleva. Forse.
Eppure non era stato facile convincere Carol e David Parker che la Maurer School of Law fosse adatta per il futuro di Jessica: secondo loro, la figlia avrebbe dovuto intraprendere la facoltà di veterinaria, visto che era ciò che desiderava fin da bambina. Si erano mostrati, dunque, molto scettici quando lei aveva parlato loro di un possibile futuro come studiosa di legge.
Non avevano mai dato troppa importanza alla passione della giovane per le serie TV poliziesche e i film di vecchi casi giudiziari irrisolti, che Jessica guardava sul suo computer portatile fino a tarda notte, rinchiusa nella sua stanza o, talvolta, in compagnia delle amiche.
Tuttavia, dopo un primo momento di disapprovazione e di meticoloso riassunto dei rischi e delle difficoltà che il lavoro da avvocato avrebbe comportato, essi avevano accettato la scelta di Jessica ed ella aveva potuto procedere all’iscrizione alla facoltà di legge più vicina. La ragazza ricordava ancora quando finalmente aveva comunicato loro la sua decisione definitiva, una fredda sera invernale, mentre cenavano tutti insieme con pane e zuppa di fagioli.
“Tesoro, sei sicura?” – aveva detto dolcemente la madre – “Eri così carina quando giocavi a fare la veterinaria!”
“Sì mamma, ma avevo dodici anni. Nel frattempo le cose sono cambiate” – argomentava la giovane, con una punta di fastidio nella voce.
“Jessica, non vorrai sbattere in prigione il mio amico Rick per quella famosa storia della bicicletta rubata?” – aveva scherzato Matthew.
“Matthew, piantala di prendere in giro tua sorella” – aveva tuonato David Parker e poi, serio, aveva proseguito: “Jess, non credo che tu sia adatta per quel mondo. Gli avvocati sono senza cuore”.
“Papà, ti prego! Non ricominciare. È quello che mi piacerebbe fare, vorrei almeno provarci”- aveva ribattuto Jessica, alzando gli occhi al cielo.
“Molto bene. Se questa è la tua scelta, noi certamente ti appoggeremo. Vero, ragazzi?” – Carol sapeva sempre cosa dire quando si trattava dei propri figli e la sua occhiata eloquente convinse anche gli altri componenti della famiglia, ponendo fine a ogni ulteriore discussione sull’argomento.
Carol e David Parker erano due persone amabili ed erano stati per Jessica due ottimi genitori. Un po’ troppo apprensivi forse, ma sempre pronti ad aiutarla e a sostenerla, sia quando ascoltava i loro consigli, sia quando decideva – come nel caso della scelta della facoltà universitaria – di fare di testa propria.
Carol Parker possedeva una dolcezza innata e, anche quando Jessica e Matthew erano piccoli e combinavano pasticci di ogni sorta, i suoi rimproveri si trasformavano ben presto in sorrisi affettuosi. Faceva la maestra alla Penny Lane West, una scuola dell’infanzia a Bloomington, presso la quale era stimata e amata da tutti. Grazie a uno stile di vita sano e alle lezioni di yoga che frequentava due volte alla settimana, portava ancora bene i suoi 55 anni, nonostante il suo volto e i suoi teneri occhi chiari iniziassero a essere segnati da marcate rughe di espressione.
Dopo la nascita di Matthew, fratello minore di Jessica, i capelli castani di Carol avevano iniziato a ingrigirsi e, quasi contemporaneamente, come per una sorta di compensazione inconsapevole, la donna aveva iniziato a piantare nel giardino di casa fiori variopinti di ogni specie. Rose rosse, ibiscus, tulipani e coloratissime gerbere tinteggiavano il giardino dei Parker per tutta la stagione calda. Non potevano naturalmente mancare le splendide peonie, fiore simbolo dello stato dell’Indiana.
David Parker, poco più vecchio di Carol, condivideva con la moglie la passione per le piante e si occupava del resto del giardino, nel quale aveva riservato uno spazio per coltivare carote, insalata e qualche altro ortaggio stagionale. Esercitava la professione di falegname in una bottega a pochi passi da casa, assieme a Bill Harris, suo amico di infanzia e socio in affari. Uno stuolo di ragazzi ancora in età scolare vi trascorreva i pomeriggi per carpire i segreti del mestiere.
Il portamento di David era composto ed elegante e i folti baffi sale e pepe gli conferivano una certa regalità. Il suo carattere forte gli aveva permesso di addossarsi le maggiori responsabilità della bottega che mandava avanti, senza per questo trascurare la famiglia e impedirgli di crescere due giovanotti per bene, quali erano diventati Jessica e Matthew.
Matthew aveva da poco compiuto 19 anni e aveva appena superato un’adolescenza un po’ turbolenta, non molto diversa da quella dei suoi coetanei. Nonostante i cinque anni di differenza, aveva da tempo superato in altezza la sorella e si era fatto più muscoloso, anche se gli occhioni color nocciola tradivano il suo animo buono e spesso governato dall’insicurezza di chi è cresciuto troppo in fretta.
Aveva quasi finito il liceo e giocava a basket nella squadra della scuola; puntava a iscriversi in un college che gli desse la possibilità di continuare ad allenarsi. Da poco frequentava Brenda, una ragazza della sua classe, e spesso studiavano insieme dopo le lezioni. Il resto del tempo libero il ragazzo lo trascorreva agli allenamenti, in compagnia dell’amico Rick, o davanti alla televisione per seguire gli Indianapolis Colts, la squadra di football della vicina capitale.
Quella sera anche Matthew era rincasato tardi, ma ora dormiva profondamente. Jessica, invece, continuava a seguire il corso precipitoso dei propri pensieri senza riuscire a prendere sonno. Si alzò dal letto nervosamente e accese il laptop che teneva in camera: una sbirciata ai suoi profili social e alla posta elettronica, ma nessuna novità.
Solo dopo aver letto un paio di articoli sulla Maurer School e le prospettive future dei suoi laureati, la ragazza era finalmente scivolata fra le braccia di Morfeo, con la fioca luce dello schermo del computer che ancora illuminava debolmente la stanza.
* * *
A poco più di 50 miglia a nord-est della cittadina di Bloomington, si erge la metropoli di Indianapolis, capitale dello stato dell’Indiana e teatro della famosa “500 miglia di Indianapolis”, competizione storica risalente ai primi decenni del XX secolo. La gara automobilistica si svolgeva ogni anno, sul finire di maggio, all’Indianapolis Motor Speedway, l’autodromo cittadino, per commemorare i soldati americani caduti in battaglia.
Sul lato di Raymond Street che dà su Garfield Park, a pochi isolati dall’Indiana University, una sontuosa villa privata si stagliava contro lo skyline all’orizzonte. L’elegante edificio, concepito secondo i canoni estetici dell’architettura più all’avanguardia, vantava un immenso giardino ornato da roseti e arbusti decorativi, con tanto di piscina interrata e campo da tennis.
L’abitazione dei White appariva dall’esterno come una maestosa fortezza, che ostentava lusso e attirava gli sguardi dei passanti più curiosi, pur restando un regno privato invalicabile. Al suo interno, disteso sul divano in pelle bianca, nell’elegante salotto bene illuminato dalle vetrate ultramoderne, Mason White mangiava popcorn mentre in TV trasmettevano un noioso documentario sulla vita riproduttiva delle manguste.
Aveva poco più di sessant’anni, tuttavia se ne sentiva addosso molti di più.
Era ormai trascorso parecchio tempo da quell’infausto periodo che aveva messo a repentaglio la sua carriera professionale e la sua intera vita, ma la depressione in cui era sprofondato subito dopo ancora non lo abbandonava. Era sempre lì, ovunque lui andasse e qualunque cosa facesse: come fosse un monito quotidiano per ricordargli ciò che aveva fatto. Si disse che l’indomani avrebbe finalmente ripreso in mano la propria vita.
Era ormai un un mese che ogni giorno si riprometteva la stessa cosa.
Non ce l’avrebbe fatta nemmeno questa volta.
Mentre seguiva il flusso inesorabile dei suoi pensieri e il suo umore peggiorava vertiginosamente, udì all’improvviso il rumore della porta: era sua moglie Cora che rincasava. Nascose in fretta i popcorn sotto al divano – il suo medico e Cora glieli avevano vietati – e cercò di assumere un atteggiamento più positivo.
“Tesoro, tutto bene?” – gli chiese dolcemente la donna.
“Sì cara, oggi mi sento decisamente meglio” – il tono non era molto convincente.
“Mason, non devi nasconderti con me, lo sai. E poi ti è caduto qualche popcorn. Sai come la pensa il dottor Diaz a riguardo” – lo ammonì lei.
Cora aveva alcuni anni in meno del marito ed era ancora molto attraente per la sua età. Aveva grandi occhi verdi e lunghi capelli rossi, che spesso teneva raccolti in una coda di cavallo. Il viso magro era segnato da qualche ruga, che lei prontamente cercava di combattere con costosissime creme e una ricca selezione di ombretti e fondotinta. Da quando Mason era andato in depressione, era stata Cora a prendere in mano le redini della famiglia e aveva cercato di stargli il più vicino possibile, aiutandolo amorevolmente durante tutto il percorso terapeutico che lui aveva dovuto affrontare.
Eppure in molti erano convinti che, per come l’aveva trattata, lui non lo meritasse affatto. Cora era un angelo, una donna meravigliosa che aveva perdonato il marito e aveva saputo restare al suo fianco in un momento di grande difficoltà e Mason doveva ritenersi fortunato ad averla con sé e a poter contare su di lei.
Come ogni mattina, era rincasata verso mezzogiorno, in tempo per preparare il pranzo. Diede un tenero bacio sulla fronte di quell’uomo dall’aria stanca e già si accingeva ad apparecchiare il tavolo rotondo di legno pregiato, posto al centro della spaziosa cucina, mentre estraeva dal frigorifero a due ante gli ingredienti necessari per preparare gli “spaghetti meatballs” – con polpette – che tanto piacevano al consorte.
Quando Mason aveva perso il lavoro, il tesoretto che aveva guadagnato negli anni precedenti e le loro numerose proprietà immobiliari erano stati più che sufficienti per permettere ai due coniugi di continuare a mantenere un alto tenore di vita, senza che Cora si trovasse un impiego retribuito.
Tuttavia, assistere Mason era un impegno che nel lungo periodo si era rivelato piuttosto gravoso; così, per staccare dalla routine e liberare la mente, Cora si era dedicata a un’attività di volontariato che svolgeva ogni mattina, dal lunedì al venerdì, e che la occupava per circa due ore.
Era stato lo stesso terapeuta cui si era affidato il marito che, nel contesto delle sedute di coppia a cui presenziava anche Cora, aveva suggerito alla donna di cercarsi un hobby o un lavoretto part-time, che, almeno per qualche ora al giorno, la distogliesse dal pesante clima famigliare che si respirava in casa White.
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