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Senza far rumore – La ragazza con il cane

Senza far rumore - La ragazza con il cane
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Consegna prevista Settembre 2024

Giuliana è una quarantenne che sta vivendo un lutto per una separazione, dal quale sembra non sia pronta mai a riprendersi. La sua quotidianità si spende nel suo paesino di campagna, tra lavoro, passeggiate con il suo cane, coccole ai suoi gatti e pochi amici e familiari che riescono, di rado, a distoglierla dal pensiero del suo grande amore perduto.
A cambiare tutto però sarà un’indagine di un omicidio, avvenuto proprio sopra casa sua, ai danni di una ragazza appena conosciuta. Gli occhi del vice questore la porteranno a rimettersi in gioco, provare emozioni e forse guardare al futuro.
In queste pagine conoscerete una donna dai sentimenti forti, ostinata a non voler lasciar andare ciò che è stato, ma piena di vita, aneddoti tragicomici e voglia di rinascere, anche contro la sua volontà.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere questo libro anni fa; volevo scrivere un thriller, un giallo noir, ma poi l’ispirazione non era mai abbastanza forte. Ho smesso di scrivere finché non mi sono ritrovata da sola, senza quello che resterà per sempre l’amore della mia vita, ed ho trovato in queste pagine un modo per ricordare, arrabbiarmi, sorridere, amare e farmi coraggio. Ho scoperto che certi ricordi fanno ancora male, ma sono troppo felici, e che le persone che ti vogliono bene ti salvano sempre.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Inizio

Non dovevi andare via così.

In un giorno di marzo, a pochi giorni dal tuo compleanno, di pomeriggio, senza far rumore.

Ti ritrovo in tutte le cose che faccio per non pensare a te, in questa specie di corsa per smettere di sprecare il tempo a cercare una ragione che non esiste. In un lutto si cerca sempre di occupare il tempo perché passi veloce, consapevoli che spesso lo stiamo buttando via, ma è troppo doloroso viverlo e siamo disposti a pagare un prezzo così alto. Aspettiamo che scorra, vogliamo con tutte le nostre forze che ogni giorno finisca presto, eppure è l’unica cosa che non ritorna, che non possiamo recuperare, che non dovremmo mai sottovalutare.

Ed è proprio un evento come una perdita che te lo fa capire.

Perdere una persona significa non avere più la possibilità di passarci del tempo insieme ed è il dolore più grande che possiamo provare. Lo sentiamo dentro, quasi come un fatto fisico, capendo che ogni attimo vissuto con le persone a cui si vuole bene, è speciale.

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Ma quando si rimane da soli, con abitudini d’amore, gesti che qualcuno ha sempre completato al tuo posto, perdiamo completamente il senso del presente e vogliamo tutti i giorni arrivare al giorno dopo, a quello dopo ancora e ancora, finché non arriva un momento in cui capisci che da solo vali lo stesso. Che qualunque sia il motivo per cui non hai più l’amore della tua vita vicino, tu sei comunque un intero, una vita che va avanti e si nutre di tempo, un bene finito, prezioso, unico, che hai il dovere di vivere e sperare che passi piano.

Nel dolore perché serve a capirti, nella felicità perché duri il più possibile.

Anche oggi, per esempio, è un normale giorno di Luglio, sono a casa a lavorare, il cane e i gatti che dormono alla caccia di refrigerio. È caldissimo, una di quelle estati che tutti dicono la  peggiore, come ogni anno.

Io abito in un paesino sulle colline in Toscana, in cui il clima è ottimo, non troppo freddo d’inverno, non troppo caldo d’estate. Mille anime che respirano a pieni polmoni la natura, che muoiono non prima dei novant’anni, due botteghe, una parrucchiera, una pasticceria che serve i bar della zona, ma che è aperta anche a noi; insomma un piccolo angolo di vita, dove i giorni passano lenti, poche sono le novità, se non la festa al campo sportivo del paese due volte l’anno d’estate, qualche litigio di vicinato e poco altro.

C’è da dire che d’estate gli abitanti raddoppiano, tutti i fiorentini vengono ad abitare su, alla ricerca di fresco, relax e silenzio.

Adoro il silenzio.

Controllare il manifesto funebre all’inizio della strada di casa nostra era uno dei nostri giochi; tornare a casa e raccontarci l’età di chi era passato a miglior vita faceva parte di uno dei tanti momenti costruiti in sette anni di convivenza passando sempre dalla stessa strada e sorridendo più alta era l’età che leggevamo.

Era il nostro modo di dirci: siamo in un posto dove l’aria è buona, camperemo insieme qui per tantissimo tempo.

Quando ci passo adesso rialzo gli occhi e ti penso, per mesi non ho guardato il cartello sulla curva; all’inizio perché ancora ero incredula e mi sembrava impossibile quello che era successo, quindi immaginavo di arrivare a casa e incrociare il tuo sguardo.

“Hai visto la Nora? 97!!”.

“Si amore, davvero”.

Ma non è più così, quindi per un sacco di mesi ho girato a sguardo basso, per poi ricominciare e sperare di vedere numeri alti, di nuovo.

Esco con la Flo a fare due passi nel bosco sopra casa.

La Flo, come diciamo a Firenze, con l’articolo determinativo che determina appunto l’essere qualcuno e non qualcosa, è il mio cane.

Sicula d’origine e subito ribattezzata Flo Cammela per gli amici intimi, è arrivata a settembre, dopo sei mesi di solitudine, in una casa che ospitava già due gatti, ma non erano abbastanza.

Ho sempre voluto un cane e avevo un bisogno estremo di sentirmi importante per qualcuno che mi imponesse di scandire il tempo, mi costringesse ad alzarmi la mattina, avere routine, sapere di mancare e non sentire solo mancanze.

Così un giorno ho chiamato il veterinario che mi ha suggerito un’associazione di volontari, un canile e gattile, che ho contattato.

“Primo cane? Lo prenda piccolo”.

Primo cane. Lo voglio come mi piace.

Venticinque chili di amore e di pelo, due occhi nocciola dolcissimi e una simbiosi che si descrive difficilmente a parole.

Gli occhi grandi e scuri mi fregano sempre, tutti i miei amori da che io ricordi avevano occhi marroni. Solo una volta ho fatto un’eccezione, per due occhi grigi, quasi trasparenti, ma non fanno per me; durata poco e finita peggio.

1 – Routine

Apro il cancello e subito “Ciao Giuliana! Buongiorno”.

“Ciao Marisa, come stai? Come va stamani?”.

La mia vicina, da quando sono rimasta sola, è stata una benedizione. Si creano legami inaspettati, che non sono fatti di sola cortesia, ma di una solidarietà profonda, spontanea, naturale.

Vedova da qualche anno, in pensione, ha fatto per una vita la cuoca in un famosissimo ristorante della zona. Specialista di primi e dolci, ha saputo fare dei piccoli gesti, che mi hanno curato quando niente sembrava farlo.

Una ricetta, un caffè, dog-sitter senza limiti per spronarmi a uscire quando era troppo più semplice non muovermi di casa.

“Sai adesso ho il cane, non posso lasciarla da sola”.

“Macché Giuliana! Ci penso io, lo fo volentieri lo sai, sennò non te lo direi”.

Me lo dice con quell’accento di paese, di chi ha vissuto a metà tra due comuni, ognuno con un sotto dialetto caratteristico e questa commistione fa davvero ridere quando lei parla.

La Marisa, in toscana l’articolo è d’obbligo, è la classica donna di paese, vedova, che sa tutto ciò che succede e che comincia ogni telefonata improvvisa, conseguenza di qualche fatto accaduto, disgrazie per lo più, con alcune di queste premesse, a scelta, a seconda dell’occasione:

Che si sa qualcosa di Tizio? Io sai non ho chiesto nulla però ho saputo che…

Il male non si augura a nessuno, però il nostro Signore ci guarda eh, e ogni tanto…

Le cronache paesane vengono riportate, con aggiunte colorite, di voce in voce, di bottega in bottega, finché il racconto diventa inenarrabile. Se volessi essere pignola molto spesso mancano collegamenti o i tempi non tornano, ma non me la sento mai di rovinare l’effetto stupore che pensa di avere su di me.

Tra le altre cronache, ogni scusa è buona per mettermi a parte della sua vita da giovane, si accende quando mi racconta che andava con le sue amiche e colleghe a ballare in Casentino, una delle quattro vallate principali della provincia di Arezzo, a pochi chilometri in realtà da dove abitiamo noi e vicinissimo a dove stava lei da ragazza.

Mi racconta di come si vestivano, di cosa diceva ai giovanotti, di quello che sarebbe stato il suo futuro marito e lo fa con simpatia e naturalezza.
Me la immagino tutta ripicchiettata, come dice mia nonna, sulla pista da ballo, sempre come dice mia nonna, a prendere in giro chi le passava vicino e a sorridere a Vittorio.

Marisa ha un caratterino niente male e non mi stupisco molto quando mi racconta, ad esempio, di aver tirato una padella in testa al cuoco, perché lui si era lamentato del fatto che lei avesse fatto avanzare quattro biscotti per un dolce; non oso pensare cosa avrebbe potuto o possa fare per cose ancora più gravi. Mentre me lo racconta ride, che quasi perde il fiato.

Si affaccia alla terrazza sopra il mio giardino, con i bigodini in testa e mi racconta che suo figlio Alessio le ha chiesto se lei sale sullo scaleo per pulire le persiane; lei mi dice che è un segreto perché con tutti gli acciacchi che ha avuto non potrebbe fare sforzi e lui le ha vietato tassativamente di salire su sedie, scale e scaletti quando è da sola. Lì per lì non capisco dove voglia andare a parare, ma poi mi spiega che lui per farle capire cosa mettere sul navigatore del telefono, aveva cercato casa loro, ma non la trovava.

Così era andato a mano ad ingrandire il punto esatto per mettere il segnaposto e l’aveva beccata nella foto di google proprio mentre era sullo scaleo a pulire le persiane.

Una roba da matti e giuro che ho controllato ed è vero.

Quindi mi parte con tutta la filippica sulla macchinina di google maps, ovviamente senza chiamarla in questo modo e neanche con termini che ci si avvicinano. Ai tempi di oggi siamo tutti controllati, senza che ci abbiano chiesto nemmeno il permesso, eccetera eccetera.

Trentasette minuti di vita passati così, ad ascoltarla.
Persi? Per qualcuno sicuramente sì, ma non per me.

Per me lei è stata un angelo custode, un po’ invadente a volte, ma che c’è stata e c’è ogni volta che ho bisogno, che la Flo ha bisogno.

Anche questo mi ha dato il coraggio per lasciare la vita da consulente e riprendere un lavoro come dipendente in un’azienda, con orari fissi, stipendio fisso e colleghi fissi.

Ho capito solo dopo che ho fatto tutto per l’esigenza di qualcosa di tangibile, che rimarrà lì anche dopo di me, che io ci sia o meno, ma che nello stesso tempo adesso c’è per me.

Dopo i saluti di rito, io e la Flo ci incamminiamo verso il bosco, lei senza guinzaglio come sempre, io con le mie scarpe da ginnastica e i calzini alti perché nel bosco non si sa mai.

Vedo tantissime macchine e questa non è una cosa normale, perché siamo in un posto dove solo i residenti vengono, una strada senza uscita, in cui tutti abbiamo un garage.

Per cui normalmente non ci sono auto ai lati della strada o nella piazzetta in alto.

Invece oggi un gran brulicare di persone, mezzi, ragazzi e ragazze. Sta per iniziare la festa d’estate, in cui si cena, si balla e si fa caciara fino a tarda notte.

Manca meno di una settimana e stanno iniziando a sistemare la cucina, i tavoli, il palco, sedie, luci, insomma tutto ciò che servirà per far baldoria.

Saluto Marco, uno dei volontari, che ho conosciuto dopo l’arrivo di Flo. Anche lui ha adottato un cane più o meno della stessa età di Flo e ci siamo trovati spesso in giro. Sposato, con due figli, è una di quelle persone semplici, in pensione, che passa il tempo ad aiutare l’associazione, sempre presente alle partite delle squadre di calcio che il sabato ravvivano il posto.

“Come stai? Come sta Ettore?”.

“Ciao Giuliana! Tutto bene grazie. Vieni a mangiare qua domenica?”.

“perché no? Certo che vengo, dopo passo a segnarmi. Ci vediamo”.

Le feste di paese sono sempre teatro di qualche scoperta, chissà dopo mesi di anonimato come mi guarderanno tutti quanti.

Ho passato settimane, praticamente un anno, a non voler vedere nessuno, per evitare sguardi di compassione, domande alle quali non volevo rispondere, situazioni che mi facevano male. Fanno male ancora, ma sto cercando di riaprire gli occhi al mondo, di riscoprire la mia curiosità, la voglia di ascoltare, raccontare, e questa è una bella occasione per rivedere qualche faccia amica.

Certo preferisco sempre situazioni nuove, posti che non conosco e persone che non sanno niente di me. Quando incontri qualcuno di nuovo puoi raccontare quello che ti pare, colorare la realtà del passato a comodo, sfumarla, evitare certi dettagli.

La Flo mi guarda come per chiedere se posso considerarla e ha ragione, mi strappa un sorriso, una carezza e ripartiamo verso il bosco per la nostra passeggiata al fiume.

Torniamo a casa dopo un’oretta e mi rimetto al lavoro, bevendo il mio centrifugato per pranzo ed è subito sera. Chiamata di rito ai miei genitori, qualche messaggio tra amici, ancora fuori con la Flo, sistemo la Pina e Pepe, i miei gatti; gatti è sminuente in effetti, è più corretto definirli l’amore uno, la principessina di casa, bellissima bianca e grigia, e l’amore due, il maschio di casa, l’unico maschio di casa, bianco e rosso.

Abbiamo preso la Pina insieme dopo tre anni di convivenza, una lotta continua per convincere Giulia che non sarebbe stata impegnativa, che i gatti sono indipendenti. Lei non aveva mai avuto nessun gatto prima, era follemente innamorata del suo cane e credo che non mi abbia mai perdonato di essere stata la causa della sua divisione, in qualche modo, da lui.

Quando siamo andate ad abitare insieme lo ha lasciato ai suoi genitori, per non scombussolarlo, perché avevano un giardino molto più grande, sua mamma sempre a casa. Tutte cose giuste ma capisco oggi, con la Flo, che io non avrei mai potuto accettarlo. In realtà non le ho mai detto né imposto di non portarlo con sé, anzi, abbiamo scelto una casa in campagna, con il giardino, proprio perché potesse venire anche lui. Invece non è mai venuto, nemmeno una volta, e questo mi dispiace tantissimo. Prima che morisse sono stati mesi difficilissimi, lei sempre a casa dei suoi ad accudirlo, io sola, le mie ipocondrie, attacchi di panico, un senso quasi di abbandono, del tutto infondato, che ora capisco benissimo.

Come si è stupidi quando si ha tutto.

Comunque, tornando alla Pina, un giorno convinsi Giulia e trovai subito una donna che aveva dei gattini appena nati. Andammo a vederla e ci innamorammo immediatamente, per un mese intero ho sperato che i giorni passassero velocissimi per poterla andare a prendere e alla fine si sono volute più bene tra loro che a me e ora la vedo che ne sente una mancanza quasi fisica anche lei.

Per mesi ha dormito solo dalla sua parte di letto vuota, stesse abitudini, stesse richieste, ma solo io che potevo soddisfarle alla meglio.

Da quando è arrivata è sempre stata Giulia a occuparsene davvero e io sto cercando di farlo adesso il meglio che posso.

Solo dopo due anni è arrivato Pepe, un gattino abbandonato nel bosco che ho trovato con il mio babbo e non abbiamo avuto il cuore di lasciarlo lì. Dopo qualche settimana difficile in casa, è diventato anche lui il nostro amore e il maschio di casa.

Vado a letto. Domani sarà un altro giorno, con la stessa routine, come molti altri a venire.

2024-02-02

Aggiornamento

Abbiamo fatto goal e ancora non ci credo.
200 volte GRAZIE :)

Per la fiducia, per il sostegno e per avermi permesso di realizzare un sogno.
Non finisce qui...

Buona lettura
Emily

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Emily Di Castello
Il mio nome di penna è Emily Di Castello.
Sono nata a Firenze e abito da sempre nella campagna toscana.
Sono laureata in economia aziendale, con una grande passione per i romanzi, soprattutto gialli-noir, e mi piace molto scrivere lettere a mano e fare teatro. Lavoro come Project Manager un'azienda che sviluppa software ed sono docente di Informatica e Web marketing.
Scrivo da sempre, ma è la prima volta che ho finito un romanzo, un misto di note autobiografiche e scenari di fantasia, passando da stati d'animo di profondo dolore a situazioni tragi-comiche in poche pagine.
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