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Serravalle - Dove i cattivi pensieri possono uccidere

Serravalle - Dove i cattivi pensieri possono uccidere
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Consegna prevista Agosto 2023

Quali sono le paure e i disagi più profondi che ti porti dietro, magari fin dall’infanzia?
E se un giorno scoprissi che non dipendono esclusivamente da te o dalle persone che ti circondano, ma che ti sono stati indotti da qualcos’altro.
È ciò che succede nel piccolo borgo di Serravalle di Chienti, dove Valerio Rambaldi è tornato a vivere a seguito di batoste incassate per via di scelte sbagliate.
Una sera, tutto il paesino è scosso da urla assordanti, a metà tra l’umano e il bestiale. Valerio, assieme ad altri, esce a vedere di cosa si tratta ma… nulla si vede, se non una grossa ombra che sibila tra loro nella notte.
Giorni dopo, Valerio comincia a comprendere la natura di quei ringhi micidiali e, una donna che vive sui Monti Sibillini, a Castelluccio, gli farà più luce su tutto ciò.
Valerio e Francesco, un vecchio amico di questa, Helga, vanno a trovarla. I due sono ignari del reame che stanno per varcare. E cosa stanno per scoprire…

Perché ho scritto questo libro?

A volte rimaniamo all’interno di una relazione che non desideriamo vivere, ma a cui ci si sottomettiamo. A volte, invece, permaniamo in una condizione di indigenza da cui non riusciamo a uscire. Altre volte ancora ci sentiamo abusati, o addirittura inferiori, perché non riusciamo mai a esprimere i nostri punti di vista e le nostre motivazioni. Tutte queste cose, e molte di più, costituiscono la nostra schiavitù.
Il libro che ho scritto vuole proprio farci riscattare da questa posizione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

L’incavo dell’Ossario

prologo

Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza

Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna

Possibile Rischio Ibrido

estratti da un carteggio tra il Maresciallo Leone e un ex collega AISI

Per descrivere la serie di eventi che portarono a ciò che venne definito il giorno dell’albero, è stata scelta la forma del romanzo. In seguito ai sopralluoghi AISI, agli interrogatori e alle terapie di riabilitazione mentale fornite dal governo, risultò che la copertura denominata Valerio Rambaldi, alias Cavallucci, stava già scrivendo dei racconti di fantasia.

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L’AISI ha quindi preso in carico l’idea narrativa, fino alla stesura di un romanzo completo e autoconclusivo. Il DIS ha infatti ritenuto che le minacce in esso descritte potrebbero verificarsi nuovamente e in altre zone del pianeta; si è scelto così di informare la popolazione per mezzo di una cronistoria fantastica.

Secondo l’intelligence governativa, riportare gli eventi per come davvero accaddero a Serravalle di Chienti nel maggio 2019, avrebbe causato paura, terrore e isteria di massa. Manovra, quindi, assolutamente non consigliabile.

Oltre a ciò, l’AISI stimava che, informare direttamente la popolazione su tale vicenda, avrebbe suscitato immediatamente un senso condiviso di incredulità e scetticismo, passando alla liquidazione dell’accaduto come ciarlataneria o volgare fantasia.

Quello che Pierpaolo Massari, alias Maresciallo Leone, dimessosi dall’arma dei carabinieri l’11 Giugno 2019, vide dentro l’ossario cimiteriale e condivise poi con il personale del dipartimento di intelligence (e con il suo gruppo di avventurosi) è tuttora sotto la lente di osservazione governativo-scientifica.

Tale ambito, però, rappresenta un’altra storia rispetto a quella che segue.

1. Un’ombra sotto il Monte della Croce

Valerio stava in camera da letto. La finestra era ancora aperta e lui era sul punto di far partire il disco di sua moglie. Chiamava così una serie di lamentele interiori a cui, da qualche tempo a questa parte, non riusciva a sottrarsi. Il fresco della notte gli regalò un brivido, ma non fece in tempo ad alzarsi per chiudere la finestra che un grido si levò dalla vallata rompendo in mille pezzi l’atmosfera di calma piatta del borgo. Lo sentì strozzato e prolungato, al tempo stesso saliva su di ottave troppo acute e troppo forti, ricordando i maiali scannati; gli si drizzarono i peli sulle braccia e sulla nuca. Lo strillo cessò, lasciando spazio a cani che avevano preso ad abbaiare e cavalli spaventati che nitrivano in lontananza.

Ammazzano qualcuno, a Serravalle ci sta.

Cercò di sopprimere quel pensiero ma oramai gli era entrato in testa, come un vermetto che scava una mela.

Un altro lamento lo fece definitivamente scattare in piedi, tirandolo via dalle sue riflessioni. Andò ad affacciarsi come tirato da una molla. Quella specie di ululato si prolungava stridendo e incuneandoglisi nel cervello. Rimbombava dall’ex campo dei container. Ogni tanto sì, in paese li sentivi i lupi che si richiamavano ululando sulle montagne. Ma questa cosa sgusciava via di forza da una classificazione di una possibile fauna appenninica, balzando verso la denominazione ignota di urla selvagge, bestiali e umane assieme. Così follemente invadenti da sentirle forte e chiaro perfino giù al fontanone delle Cassette.

A Serravalle, anche se era maggio, a quell’ora della sera di solito non vedevi anima viva o al massimo qualche spettro uscito dal cimitero. Ora invece, affacciato alla finestra, Valerio notava gruppetti che si formavano in un via vai, assieme a un bel vociare mischiato ai muggiti agitati delle vacche di Pepe, sulla costa del monte delle Fontanelle, dietro casa sua.

Esco o sto qua?

Un altro ringhio echeggiò per la valle, sembrava un poveraccio disperato in difficoltà. Più di una finestra si richiuse e qualcuno rientrò in casa. Un bimbo piccolo aveva iniziato a piangere. Valerio si tolse il pigiama. Borbottava tra sé che, se non fosse stato niente, poi sarebbe dovuto tornare a casa, spogliarsi nuovamente e rimettersi il pigiama. Si infilò jeans, maglia e giaccone. Uscì, e gli sembrò che si fosse alzato il vento.

Dalla Strada Vecchia (chiamavano così la viuzza dove abitava) corse giù per il vicolo dell’Ara del Fascio. I suoi quarantadue anni se li portava bene, buona alimentazione e lunghe camminate quotidiane, ma il cuore adesso gli schizzava lo stesso in gola mentre si chiedeva dove stesse andando. Anche perché aveva incrociato diverse persone con il volto più che preoccupato. Però, nella notte,  gli affiorò lo stesso un sorriso, ripensando a un suo amico di vecchia data che lo coinvolgeva in piccole-grandi avventure.

In tarda infanzia, Emiliano lo invitava a scalate abbastanza pericolose o risalite del fiume Chienti dove la vegetazione si faceva più intricata, camminando con le scarpe dentro l’acqua anche per un chilometro. Le avventure si concludevano quasi sempre con le due Peppe. Le nonne di Emiliano e di Valerio si chiamavano entrambe Giuseppa. I due ragazzini, quindi, le avevano ribattezzate le due Peppe, che arrivavano a braccia alzate raccattandoli via dalle loro avventure.

Adesso invece, continuando a correre, cambiò pensiero osservando che l’ultima volta che aveva assistito a una scena simile, di notte, fu nel terremoto del 2016. Era venuto qui d’estate, come faceva fin da bambino in effetti, e verso le tre e trenta del mattino, quando si era alzato per andare in bagno, si rimise di forza giù a terra cercando di ripararsi da una scossa che aveva fatto fare su e giù a tutta la casa e a tutto il paese, per diversi e lunghi secondi. Ecco perché a quel tempo, quando uscì, assicuratosi che i suoi stessero bene, tutta Serravalle era in strada. Ancora si ricordava gli occhi di Danilo impauriti e scorati al solo ricordo dell’altro terremoto più grande, quello del ‘97. Circa venti anni dopo la terra tornava a tremare e i serravallesi, lui compreso, la sentirono bene. Fu la prima grande scossa del 2016, quella che rase al suolo Amatrice.

Ora, nel 2019, arrivò di corsa fino allo stradone asfaltato sotto il Monte della Croce, da dove s’era sentito il primo ringhio. C’erano altre tre persone, più una che strillava.

Ma davvero è lui?

Il tipo aveva gli occhi sgranati e stralunati. Gli occhiali neri, con la montatura spessa, gli stavano appesi solo da un orecchio tagliandogli il viso in diagonale e dandogli un che di mongoloide. Una ciocca di capelli bagnati di sudore gli si era appiccicata alla fronte. Testa Clina, così l’avevano soprannominato in paese, si chiamava Daniele in realtà e aveva quasi diciassette anni.

Valerio vide uno dei tre, Antonio, correre verso di lui cercando di calmarlo.

«Daniè, che c’è?!»

Daniele lanciò un altro grido da brividi, pareva si spaccasse la gola.

Allora è lui – pensò Valerio – se continua sputa le corde vocali.

«Daniè semo noi per la Madonna!», Antonio lo scuoteva per le spalle.

Fu in quel momento che qualcosa si avvicinò veloce a grandi passi pesanti. Fecero appena in tempo a voltarsi in quella direzione che un’ombra più grossa di un bue schizzò tra loro sibilando (con un altro strillo di Testa Clina) e facendoli barcollare per poi svanire di nuovo a lunghi balzi nella notte. Al suo passaggio, ai quattro sembrò di essere avvolti da una specie di nebbia. Anche se la sensazione durò pochi secondi, sentirono salirgli dentro un nervosismo pressoché istantaneo. Si guardarono negli occhi dicendo di tornare subito al coperto.

«Riaccompagnamo questo a casa e annamo via», disse Antonio.

Lo presero lui e Scannagrilli, ennesimo soprannome originale, Valerio e l’altro tipo facevano strada. Daniele abitava vicino ai genitori di Valerio. Ritirandosi, il gruppetto avvisava tutti quelli che incontrava di rimanere tappati in casa e spargere la voce.

Quando suonarono il campanello a casa di Testa Clina i genitori l’accolsero impauriti e con esclamazioni di incredulità. Era proprio lui che strillava così? Fortunatamente, nel tragitto Daniele si era un po’ ripreso anche se pareva ancora bello andato.

Chiuso con questo affare, i quattro non si fidavano a rimanere in strada. Quella cosa nera che gli era sfrecciata a duecento all’ora e Testa Clina urlante, facevano un uno-più-uno troppo irragionevole da tollerare, adesso col buio poi…

«Andiamo dai miei», disse Valerio.

Il gruppetto dei coraggiosi si rifugiò a casa di Stefano e Maria Grazia. Nessuno aveva avuto il dubbio se fossero svegli, non in una notte come quella. Salendo le tante scale dell’ingresso, quello tra loro ancora senza nome pensava che alla fine, anche al paesetto fantasma, fosse arrivata un po’ di avventura. Lo chiamavano Mamarco. Si chiamava Marco ma siccome balbettava, per scherzare l’avevano soprannominato Mamarco.

Anche Antonio la pensava in quel modo, ma aveva più paura che eccitazione.

  • CONTINUA –
2022-12-02

Aggiornamento

Oggi sono trascorse due settimane circa dal lancio della campagna... e abbiamo superato la vetta: siamo arrivati a più del 50% di prenotazioni. Con tutte le persone che ci hanno creduto, amici, parenti e paesani, contatti che non sentivo da molto tempo hanno subito preso il libro; questo è stato un gesto di amicizia davvero prezioso. Come anche perfetti sconosciuti, stimolati dall'opera di promozione della casa editrice. Adesso, gradualmente, non ci resta altro che chiudere il cerchio (e la percentuale di preordini) in modo che il libro avrà il suo respiro e la sua distribuzione nelle librerie. Passa parola quindi, sono sicuro che ci sono tantissime altre persone che vorrebbero leggere una copia, ma che magari ancora non lo sanno. Marco

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Marco De Biagi
Marco De Biagi è nato a Roma nel 1977. Oggi vive e lavora a Serravalle di Chienti, sull’Appennino umbro-marchigiano; dove scrive il suo primo romanzo.

Comincia la carriera lavorativa come organizzatore di eventi, dapprima nel mondo del teatro, coordinando tour nazionali per realtà come l’Inteatro Festival di Polverigi. Si sposta poi nel mondo medico-scientifico, sempre nell’organizzazione di eventi e congressi, fino a diventare un pubblicitario professionista.

Dal 2020 lavora in proprio come Web Advertiser ideando campagne pubblicitarie e strategie comunicative per piccole e grandi aziende.

Un anno fa inizia a scrivere la sua prima opera letteraria.
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