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Sette marinai, sette infermiere - Storie, ritratti e memorie di piemontesi che migravano a zig-zag

Sette marinai, sette infermiere - Storie, ritratti e memorie di piemontesi che migravano a zig-zag
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Consegna prevista Dicembre 2022
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Rudolf Müller, detto Rudi, un mite e compassato traduttore di testi legali, abita con la moglie Lisa in un paesino sul Lago di Zurigo. Migrante atipico, Rudi passa l’infanzia e la gioventù nella sua Svezia, in Finlandia, in Svizzera e in Pakistan, convinto di essere figlio di uno dei due uomini con cui sua madre finlandese ha concepito, tra il ‘48 e il ‘61, due maschi e due femmine.
Poco prima di lasciare il Pakistan, all’età di vent’anni, scopre che esiste una terza sorella, figlia di un terzo uomo, rimasto ignoto.
In età adulta, infine, viene a sapere di essere, in realtà, figlio di un quarto uomo, un immigrato italiano. Rudi lo cerca per anni, e ne ritrova la tomba a Pinerolo, in Piemonte. E torna a casa senza saperne molto di più.
Ma Pinerolo è piccola, la gente mormora. E presto Rudi riceve una telefonata dal figlio di una coppia che nel secondo dopoguerra ha compiuto una migrazione circolare – Italia, Svezia, Sudafrica e ritorno – insieme ad altri migranti piemontesi.

Perché ho scritto questo libro?

Per contrastare la xenofobia, intanto. Se si raccontano storie di migranti che superano le difficoltà di adattamento a climi e usi nuovi, che ritrovano la fiducia nel futuro in un riscatto economico che gli permetta di aiutare i parenti rimasti in patria, allora si dà loro un volto e si restituisce loro un’identità, non statica, di essere umano. Altrimenti i migranti restano cifre e dati. Manipolabili.
E in più, le vicende di Rudi e dalla “Italian Gang” non le ho dovute nemmeno inventare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La matita nei capelli

Nei quattordici anni di permanenza in Sudafrica noi facemmo amicizia con soltanto due famiglie di origine boera. Una era quella di Boet (v. Il Gigante Scalzo) e l’altra, i  van Zyl, era una famiglia afrikaner di città che abitava nella parte alta del nostro quartiere, nello stesso piccolo condominio di Fina e Piero.  Il marito Etienne era un impiegato municipale e la moglie Marlize faceva il turno mattutino all’ufficio postale del quartiere, dove, fianco a fianco a Serafina, smistava la posta in arrivo e in partenza. Serafina parlava un inglese approssimativo ma sufficiente, con una buona parola da parte di Marlize, per entrare in pianta stabile a fare quel lavoro poco impegnativo. Un lavoro sicuro e ben remunerato che le lasciava liberi i pomeriggi per preparare dei manicaretti alla piemontese per il suo Piero.

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I van Zyl li frequentavamo grazie proprio all’amicizia che li legava ai nostri amici. Non mi ricordo di aver mai visto Etienne senza giacca e cravatta. Era un uomo molto alto, dal portamento militaresco, con un viso che  ricordava più un inglese che un afrikaner. Per via del suo British look e dei baffetti sottili avrebbe potuto passare per il sosia dell’attore David Niven, se non  avesse avuto occhi  e capelli scurissimi. Marlize, per contro, era una donna minuta e mite dai capelli biondi e occhi verdissimi.

Avevano un figlio e una figlia, Joek e Sonja, che non si assomigliavano per nulla. Joek, poco più vecchio di me, aveva occhi azzurri e capelli biondi, quasi bianchi.  La sorella Sonja aveva una carnagione più scura e due occhi nerissimi, in netto contrasto con il colorito della madre. La bambina aveva un anno meno di me e nelle numerose fotografie che ci scattavano, siamo  ritratti vestiti di bianco a giocare insieme nei parchi del quartiere, oppure mezzi nudi quando d’estate si andava in campagna a trovare la sua Ouma, la nonna, che abitava da sola in una cascina sgangherata a più di un’ora di automobile da Bellevue.

Etienne e Marlize, quasi sempre insieme a Fina e Piero, erano spesso a cena a casa nostra, dove potevano assaggiare una vera spaghettata col ragù, male abituati com’erano al piatto che nei ristoranti veniva contrabbandato come Spaghetti Bolognaise, in realtà un montagna di polpette al sugo messe a coprire una mestolata di pasta scotta. Erano entrati in buonissimi rapporti con i miei genitori, tanto che per me erano Uncle Etienne e Auntie Marlize, l’unica coppia di miei zii surrogati che non fosse italiana. I miei genitori, come anche Zia Fina e Zio Piero, furono perciò sconvolti e preoccupati per un episodio crudele ed emblematico che colpì i nostri amici, cambiando radicalmente la loro vita a metà degli anni Cinquanta. Io ero molto piccolo e venni a sapere della vicenda soltanto qualche anno dopo il nostro ritorno definitivo in Italia.

Nel tentativo di passare da una legislazione volta al mantenimento della supremazia afrikaner a una ancora più restrittiva e discriminatoria,  dal 1948 il nuovo governo nazionalista aveva iniziato a modificare  le leggi segregazioniste, alcune delle quali risalivano alla fine dell’Ottocento. Un emendamento alla  Immorality Act, la legge sull’immoralità del 1927, inasprì il divieto di rapporti extra-matrimoniali  tra bianchi e neri fino a vietarli tra bianchi e qualunque altra razza. Nel 1949 vennero banditi i matrimoni misti e annullati i matrimoni misti già in atto e l’anno dopo fu promulgata la Population Registration Act che introduceva esplicitamente la classificazione o riclassificazione dei cittadini in base alla “razza percepita”.

  Questa norma era funzionale a un’altra disposizione dello stesso anno, la tristemente famosa Group Areas Act, la quale stabiliva che anche le aree urbane e suburbane dovessero essere classificate in zone abitate esclusivamente da whites, natives, indians or coloureds, ovvero da bianchi, indigeni, indiani o meticci. Chi si trovava, dopo l’entrata in vigore di questa legge, ad abitare in un’area non compatibile con la propria etnia, doveva andarsene altrove.

Bellevue era un’area bianca circondata da altre aree bianche. Con molta probabilità lo zio Etienne, per via del suo impiego nella amministrazione pubblica, si era fatto dei nemici e qualcuno si era vendicato, segnalando alla polizia che lui e la moglie convivevano in una zona bianca con  una bambina

che sembrava appartenere ad  una razza diversa dalla loro. Era il periodo in cui venivano applicate con rigore tutte le leggi che blindavano la politica dell’apartheid, e queste accuse venivano prese molto sul serio.

Insieme a migliaia di  altre famiglie – le delazioni erano all’ordine del giorno – vennero sottoposti a una serie di controlli documentali e fisici per stabilire se o meno la  differenza di carnagione che c’era tra genitori e figlia fosse da far risalire a una differenza di razza. Non si trattava di casi isolati: tra soffiate, controlli su nuovi immigrati e su famiglie miste formatesi in tempi lontani, il dipartimento governativo aveva accumulato migliaia casi arretrati di individui border line  da incasellare nel gruppo razziale “corretto”.

Una persona bianca sospettata di avere un grado di blackness, negritudine   tale da farla ri-classificare come coloured veniva sottoposta a prove – di fatto delle osservazioni soggettive – che prendevano in considerazione, tra gli altri parametri, il colore e la tonalità della pelle, la tipologia della capigliatura e dei peli corporei, la forma e la dimensione del naso e il contrasto tra il colore dell’epidermide del palmo della mano rispetto a quella del  resto del corpo.

Il test decisivo, degradante e controverso,  era la prova  della matita. In un apposito ufficio il personale “specializzato” in questa operazione infilava una matita nei capelli della persona indagata, la quale dove stare fermissima. Se la matita rimaneva conficcata nella capigliatura si era certamente riclassificati come coloureds, meticci. Se invece la matita cadeva a terra, si restava nel gruppo dei bianchi.

Sonja aveva capelli folti ma molto lisci e fini, per cui la matita cadde a terra, permettendole di continuare a vivere con i suoi genitori e con suo fratello, al quale erano stati ovviamente risparmiati i controlli: era bianco, da manuale.

Il fatto stesso che la figlia fosse stata sottoposta a questa procedura significò agli occhi della comunità bianca del quartiere che l’intera famiglia avesse  comunque una qualche macchia morale imperdonabile, e i van Zyl vennero apertamente osteggiati ed emarginati.

Impreparati a reggere il peso di un’inesistente vergogna, i nostri amici si trasferirono nella provincia del Natal. Né noi né Fina e Piero li vedemmo mai più.

La prova della matita nei capelli venne abrogata nel 1994.

2022-05-13

Evento

Civica Galleria d'Arte Moderna di Torre Pellice (TO) Presentazione del libro a cura dell'Associazione Culturale HARI - L'Ora del Pellice
2022-05-13

Evento

Museo della Meccanica e del Cuscinetto, Villar Perosa (TO) Presentazione del libro in collaborazione con l'Associazione Amici del Museo della Meccanica e del Cuscinetto
2022-05-12

Evento

Tempio Valdese di Pinerolo (TO) Presentazione del libro in collaborazione con l'Associazione Culturale Valdese "Ettore Serafino"
2022-03-26

Aggiornamento

Filo rosso N.1 : La Casa Mi chiamo Enzo Secondo e abito a San Secondo di Pinerolo. Ho quasi 70 anni, vissuti in tredici case diverse, tre nazioni diverse e sei città diverse. La permanenza più lunga è quella attuale, iniziata nel 2001, proprio qui a San Secondo. Quando mi presento, scherzando, come Secondo di San Secondo, faccio un figurone…. Nel mio libro “Sette marinai, sette infermiere," una raccolta di storie, ritratti e memorie di piemontesi che migravano a zig-zag, uno dei fili rossi che legano le vicende delle famiglie emigrate — dapprima in Svezia, e successivamente in Sudafrica – è quello della casa. Avere un tetto sopra la testa è la prima esigenza di ogni migrante e, come è evidente dalla tragedia in atto a nemmeno 1000 kilometri dai nostri confini, anche di ogni essere umano che fugge dalla guerra. Io ho vissuto in una ex-baracca militare, in una veranda a casa di altri emigrati (nella foto), in un piccolo condominio che ora è diventato un hospice per vittime dell’AIDS, e in una serie di appartamenti e case “normali”. L’atmosfera, fisica e non, di quasi tutte le abitazioni si ritrovano nelle mie storie. Una delle case, la prima che i miei genitori sono riusciti a comprarsi, racconta lei stessa un episodio colorito che riguarda dei teppisti libanesi che volevano imbucarsi alla mia festa d’addio nel 1968.....
2022-03-23

Aggiornamento

I proventi derivanti dai diritti d’autore per il libro “SETTE MARINAI, SETTE INFERMIERE - Storie, ritratti e memorie di piemontesi che migravano a zig-zag” saranno devoluti interamente a “Medical Hope”, l’iniziativa sanitaria nata a supporto dei Corridoi Umanitari di “Mediterranean Hope”, il Programma Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Medical Hope opera da otto anni nell’assistenza medica per coloro che non riescono a muoversi da teatri di guerra ormai quasi dimenticati: in Siria, Libano e Libia. Referente del progetto è il medico pinerolese Luciano Griso, attualmente a Beirut. https://www.mediterraneanhope.com/corridoi-umanitari/
2022-03-21

Aggiornamento

Ciao! E' attivo il gruppo Facebook "Sette, marinai, sette infermiere" con post - corredati da fotografie - sui temi, i personaggi e i luoghi dei racconti, nonché alcune considerazioni sui fili rossi che intrecciano i diversi percorsi delle famiglie "che migravano a zig-zag" insieme alla mia. Potete iscrivervi e scambiare due parole con le quasi 200 persone già iscritte. Da ieri è anche online un blog, https://settepersetteblog.wordpress.com/, con lo stesso contenuto. Buona lettura. Enzo Nella fotografia: la "Italienska Kolonin" della SKF a Goteborg (1948), la mia prima casa.

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Enzo Secondo
Nato nel 1952 a Göteborg, cittadino italiano jure sanguinis, ho passato i primi due anni di vita tra la Svezia e l’Italia e altri 14 anni in Sudafrica prima di approdare definitivamente in Italia nel 1968.
Insegnante d’inglese in pensione, vivo in campagna a San Secondo (TO), dove cerco di domare un giardino sempre più ribelle. In passato mi sono dilettato di canto corale, di associazionismo sportivo e di gare di regolarità per Vespa storiche.
Se si esclude un racconto storico pubblicato nella raccolta “Correva l’anno” (LAReditore), nel campo della scrittura sono un principiante attempato.
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