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Sogno d'apertura

Sogno d'apertura

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Febbraio 2023
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George sogna una vita più accattivante di quella cittadina che sta conducendo, immagina una vita dove le sue peculiarità lo aiutino a cavarsela da solo senza avere su di sé sguardi giudicanti ed escludenti. Matilda si sente spesso perduta e priva di appigli, dopo aver vissuto una serie di traumi familiari importanti, e cerca nuovi stimoli che sappiano riportarla alla realtà.
L’incontro casuale tra i due, in un bosco sconosciuto e in un tempo incerto, porta entrambi a riflettere sulla propria esistenza in modo da scovare soluzioni concrete ai problemi che li attanagliano. In questo difficile percorso ricevono un aiuto fondamentale da chi propone loro disillusioni e spunti di crescita.
Ostacolati da ricerche poliziesche e ispirati da brutti sogni, rimarranno dunque incastrati in un pericoloso gioco costellato da fughe disperate, da cambiamenti veloci e dall’opprimente sensazione di essere cavie del mondo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a pensare questo romanzo all’età di sedici anni e ho preso la decisione d’inchiostrare il primo foglio dopo varie esperienze tra le montagne della mia infanzia. Ero senza dubbio una persona molto diversa da quella che sono ora, ma rileggendo i contenuti non posso che stringere la mano al me stesso adolescente. Ho scritto ciò che avevo in testa per sfogarmi e per dare impronta concreta ad una mia passione: quella di raccontare storie.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

Confuso. Era tutto così confuso ora. Ripensare ad ogni cosa negativa accaduta fino a quel momento lo riempiva di sconforto. Sembrava ci fosse per forza qualcosa di sbagliato, qualche elemento da cambiare o ricostruire in modo migliore. Ma bisognava fare delle scelte e a questo non sarebbe potuto sfuggire, lo sapeva bene.

Sospirò. Eppure quand’era partito il suo spirito era diverso, colmo d’avventura, volenteroso di mettersi alla prova andando allo sbaraglio. Non ce l’aveva più fatta a buttare giù tutti quei bocconi amari, ma adesso non capiva se la nuova vita che s’era prefissato di intraprendere l’avrebbe condotto verso la tristezza o tra le braccia della felicità. Da una settimana viveva sperduto nel bosco, lontano da tutti e da tutto, circondato solo dagli alberi ed immerso nella libertà estrema, allo stato puro. Quello che stava facendo avrebbe davvero avuto un senso? L’avrebbe aiutato a crescere? A trovare delle risposte?

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Ponendosi questi interrogativi addentò l’ultima mela rimastagli, mentre tutt’attorno la luce filtrava dai rami degli alberi, creando lunghi fasci di luce che s’adagiavano sul terreno, ricoperto in quel punto da aghi di pino e foglie secche. Rimase a fissare quei giochi luminosi, come ipnotizzato, e si incantò per diversi istanti. Girò la testa di scatto: con un gesto istintivo, quasi meccanico, controllò lo zaino, che si era rapidamente svuotato nel corso di quei giorni. Notò, disprezzando se stesso, che la scorta di cibo era praticamente finita. Aveva bisogno d’inventarsi qualcosa, e subito. Finì in fretta la mela, si alzò e si stiracchiò. Decise di andare in cerca di qualcosa da mangiare, per non soffrire la fame nelle giornate successive. Vagò per alcune ore e poi tornò al punto di partenza, che ormai conosceva piuttosto bene, con il bottino. Era riuscito a trovare una decina di funghi e un po’ di frutta: more, alcuni mirtilli e una mezza dozzina di prugne, che aveva colto da un pruno selvatico appena fuori dal bosco.

Prese il coltello e fece a fette i funghi. Li tagliò in modo molto sottile e adagiò le varie striscioline su una roccia investita in pieno dalla luce. Speriamo solo che secchino in fretta, pensò, così potrò utilizzarli anche nei prossimi giorni. Si autocondannò per non aver pensato così bene a quel genere di problema quando aveva lasciato la città. D’altronde nello zaino non poteva riporre solo cibarie, ma anche oggetti di prima necessità. Ripensò alla sua fuga, era stato tutto molto veloce e poco premeditato, aveva letteralmente colto l’attimo e proprio in quel momento iniziava a pentirsene. Per quanto tempo sarebbe riuscito a resistere? Sarebbe riuscito a sopravvivere? Un brivido freddo gli fece gelare il sangue all’idea di morire, solo, in quel posto sperduto, dimenticato da tutti.

No, sarebbe sopravvissuto. Aveva bisogno di aspirare boccate di libertà e non di esalare i suoi ultimi respiri consegnandosi nelle fredde braccia della morte. Non sarebbe morto, avrebbe lottato fino all’ultimo. Sei giorni prima si trovava a casa ed ora, come per incanto, si svegliava ogni mattina nella radura che aveva scelto dopo una lunga ricerca. Giunse alla conclusione che si sentiva meglio in quel luogo piuttosto che al suo domicilio. Com’è strana la vita, mormorò sottovoce, quasi non volesse farsi sentire da qualcuno, proprio mentre intorno a lui aleggiava un silenzio irreale.

La sua fuga non era stata molto organizzata, ma era certo che almeno quella fosse andata per il verso giusto. George, così lo avevano soprannominato i compagni e gli amici, aveva agito di notte, col favore del buio. Mentre i suoi genitori dormivano aveva finalmente deciso e si era preparato lo zaino in fretta e furia. Non ne poteva più di trattenere a stento singhiozzi.

Attento a non far rumore, era uscito e aveva raggiunto il garage per recuperare alcune cose che gli sarebbero certamente servite. Corde, cordini, un’amaca a rete, vecchi giornali. Al resto aveva già pensato di sopra. […] Aveva lasciato il cellulare e il portafoglio coi documenti sul comodino. Era certo che l’indomani in quella casa si sarebbe scatenato un putiferio. […]

2.

Una strana sensazione l’aveva assalita e mille pensieri avevano iniziato a ronzarle per la testa. Stava disubbidendo ad un volere di suo padre, ma non ad un volere qualunque, ad un volere lavorativo. E sapeva quanto egli fosse scrupoloso nella sua professione. D’altronde non era forse un suo diritto trascorrere del tempo con lui, la persona dalla quale aveva ereditato la metà dei suoi cromosomi? La persona che riusciva a capirla più degli altri, la persona con cui poteva ridere e scherzare, ma allo stesso tempo discutere di cose serie ed importanti? No, si era detta, sto facendo la cosa giusta, è ora che pensi un po’ anche a me stessa oltre che agli altri. Sì, non avrebbe dovuto preoccuparsi in quel modo, sarebbe andato tutto per il meglio. Il suo ottimismo l’aveva stupita e s’era domandata da dove le fosse spuntata tutta quella forza di volontà. Forse era stata così intrepida e sicura di sé a causa del sentimento che provava nei confronti di suo padre. Sì, dev’essere così, si era detta. […]

3.

Aprì gli occhi e la luce e le immagini sfocate la stordirono. Socchiuse le palpebre e si coprì il viso con le mani, quindi si strofinò prima un occhio e poi l’altro. Le immagini iniziarono ad essere nitide e all’improvviso ricordò. Era caduta, dopo però aveva un vuoto. Alzò lo sguardo e notò un telo fissato a dei tronchi un metro e mezzo sopra di lei. Capì di essere su un’amaca e, arrancando, cercò di scendere. Con qualche difficoltà riuscì nel suo scopo e, posando i piedi a terra, si rese conto di avere ancora la vista un po’ annebbiata. Decise di sedersi all’istante e si adagiò su una pietra lì vicino. Avvertì un dolore fortissimo alla tempia destra e, toccandosi la zona interessata, capì di aver sbattuto violentemente la testa. Fissò il terreno ai suoi piedi per qualche secondo, poi, senza preavviso, distolse gli occhi da quell’accozzaglia di foglie, aghi di sempreverde e piccoli rami ed iniziò a guardarsi intorno, ad esplorare l’ambiente in cui si trovava. […]

4.

La libertà. Ecco ciò che voleva. Essere libero ed incondizionato dagli altri, distaccarsi dalla società, dagli amici, dalla famiglia, da ogni cosa che potesse essere subito riconosciuta dal suo intelletto a causa dell’abitudine. Voleva una libertà radicale in cui reinventarsi di continuo, dovevano essere lui e la natura, nessun altro. Nessun altro che lo criticasse, nessun altro che lo giudicasse con un numero, il cosiddetto “voto decimale”, nessun altro che gli imponesse delle assurde regole da rispettare, nessun altro che ripudiasse il suo modo di essere e nessun altro che sminuisse la sua intelligenza. All’inizio non era stato semplice concepire un’idea del genere, ma poi i pensieri erano diventati mano a mano più chiari e, seppur con qualche dubbio, aveva deciso. Anche se avesse avuto qualche rimpianto ormai era lì, e tornare indietro gli sembrava una completa follia. Decise che, nonostante avessero intrapreso delle ricerche per trovarlo e benché le sue risorse alimentari fossero quasi finite, avrebbe dovuto resistere. Resistere per esistere. Gli vennero in mente queste parole. Tre semplici parole che a pensarci bene descrivevano cos’era la vita per lui. Bisognava resistere per riuscire a esistere, a essere, a vivere. […]

13.

Si sdraiò nel prato, tipicamente umido, e cominciò a contemplare le nuvole. Ogni volta che il clima gli sembrava perfetto allenava la sua immaginazione in questo modo, con l’entusiasmo di chi non ha mai smesso di essere bambino. E guarda il cielo con ammirazione, quasi a voler trovare la maniera di riuscire a toccarlo, anche solo con un dito. Una bottiglia, un cammello, una cannuccia, uno strano animale, i nembi presenti nella sua visuale sembravano suggerirgli queste immagini, che mutavano continuamente grazie all’azione dei venti. Si sentiva felice ora? Ha forse senso chiederlo in questo momento?, si domandò sapendo di avere un enorme sorriso stampato in faccia. […]

14.

Tutta la tensione che aveva accumulato negli ultimi tempi si stava sciogliendo, ed era un bene. Iniziava a percepire la fatica, ma poco le importava. Le sembrava che quel percorso fosse una sorta di pellegrinaggio, utile per redimere gli errori commessi nel passato, per dimenticare i rimorsi ed i rimpianti che avevano accompagnato la sua vita fino a quell’istante. Ma soprattutto utile per pensare ad alcune disgrazie che le erano capitate nel corso dell’esistenza, e per cercare di accettarle, interiorizzarle e superarle, così da trovare un modo per sentirsi in pace, nonostante tutto. Nonostante le parole dette e non dette, le azioni contradditorie, i gesti fuori luogo. Doveva andare avanti. Non si sarebbe fermata, per nulla al mondo. […]

15.

Cacciò un colpo di tosse. Capì che spogliarsi durante il temporale non doveva aver giovato troppo alla sua salute. Tirò su la cerniera della felpa e mise il cappuccio. Decise di fare un giro nel bosco più basso […] e iniziò la discesa. Impiegò un attimo, oramai le sue gambe s’erano abituate a saltellare da una roccia all’altra, da una zolla del terreno all’altra, trovando al volo un punto d’appoggio funzionale. C’erano tre peri poco distanti fra loro, in una spianata proprio ai piedi del bosco. A terra foglie di ogni tipo di pianta. E ovviamente qualche pera appena caduta. Si arrampicò cogliendo i frutti più raggiungibili. Ne prese circa una decina, poi, guardandosi intorno per avere la certezza di non essere stato visto, tornò veloce fra gli alberi di pino. Corse all’impazzata, fino a perdere il fiato, fino a sentirsi cedere le gambe per la fatica e per la salita. Arrivò vicino al ruscello e decise di risalirne un tratto. Voleva esplorare tutto ciò che aveva che aveva intorno, senza porsi dei limiti, senza darsi delle scadenze. Avrebbe fatto in modo che il suo cervello mappasse il territorio circostante, ogni singolo albero, ogni singola pietra. In fondo di tempo a disposizione ne aveva fin troppo. […]

18.

Cos’aveva di sbagliato? Perché non poteva mai fare a meno di pensare alle conseguenze delle azioni sue e degli altri? Qualcuno l’avrebbe chiamata previdenza, altri responsabilità. Per lei sostanzialmente si trattava di angoscia, di un’angoscia che ogni giorno la divorava sempre di più, che le scavava nell’animo, rendendola infelice anche quando non ve n’era motivo. Avrebbe dovuto uscire da questa condizione, avrebbe cercato i metodi per farlo. Sarebbe veramente funzionale, pensò. Ciò non significava per lei iniziare a vivere secondo un carpe diem anacronistico, quanto piuttosto dare meno peso ai suoi pensieri più improbabili e paranoici, valutando al meglio utilità e futilità. Questo è il punto, rifletté. Avrebbe cercato ancora una volta di volgersi al cambiamento. Altrimenti sarebbe arrivata ad avere una crisi nervosa a causa delle troppe variabili, sarebbe stata male, molto male […].

19.

Il grigiore dei palazzi sembrava solo un lontano ricordo, neppure nitido, l’eternit dei capannoni puro oblio, l’aria inquinata addirittura astrazione. Ma dov’era capitata? Quando mai nella sua vita, seppur breve, si era lasciata contaminare da quei pigmenti, da quelle forme, da quei particolari? Il suo volto ormai esprimeva solo la concentrazione del momento, esente da ogni pensiero relativo al mondo esterno, al mondo che molti scrittori, soprattutto quelli fuori dalle righe, avrebbero definito “reale”. Purtroppo reale. Troppo reale. Matilda era in una sorta di limbo, ma le piaceva, perché in cuor suo sapeva che questa situazione avrebbe potuto arricchirla, accrescerla, se non definirla. Si autorappresentò mentalmente come un vaso, come un contenitore con un piccolo coperchio. Quel tappo era saltato, era stato inevitabile. Ora poteva riempirsi di ciò che voleva lei, di ciò che le interessava veramente. Non aveva mai pensato ad un paragone del genere, ma perlomeno si rese conto di essere diventata consapevole della propria condizione. Incredibile. Dopo anni e anni passati nell’apatia, nell’alienazione dello studio, rinvangando errori e scelte non condivisibili dalla società nella quale era cresciuta, ripercorrendo amicizie ed amori sbocciati così in fretta e subito appassiti, ecco, ora doveva ripartire da se stessa. Ora avrebbe dovuto essere lei il cambiamento che tanto agognava, avrebbe dovuto incarnarlo. Era, e sarebbe continuata ad essere, responsabile della sua vita. Tutto ciò le appariva diversamente dal solito, le sembrava un’opportunità irripetibile da cogliere e non lasciar sfiorire, almeno stavolta. Una sorta di fiore eterno, alimentato soltanto dalla sua forza di volontà, dalla sua voglia di mettersi in gioco, dalla sua apertura mentale. No, nulla sarebbe sfiorito. […]

Seconda parte

Risveglio

3.

George correva a più non posso. Aveva smontato l’amaca in un attimo, a pensarci bene. Non era nemmeno riuscito a concepire l’idea di essere costretto ad andarsene da lì contro la sua volontà, proprio adesso che aveva trovato il suo luogo ideale. Non adesso. Avrebbe difeso la sua posizione, senza alcun dubbio. Proseguì la salita veloce, in silenzio. I grilli iniziavano a frinire più forte per acclamare l’ondata di caldo regalata dal sole, mentre lui avanzava a polmoni aperti saltando agilmente da un punto all’altro lungo la direzione che s’era imposto. Era sua intenzione giungere oltre il limitare del bosco, più in alto, ed arrivare ad una roccia che svettava al di sopra degli alberi. Non ne ebbe il tempo. […]

5.

E c’era chi gridava un incosciente ti amo, chi non diceva ma pensava ti odio, chi pronunciava parole casuali per sciogliere la tensione, chi invece urlava ipotetiche istruzioni che non sarebbero mai state seguite. C’era anche chi, arrivato da poco, stava semplicemente in attesa.

Appese meglio lo zaino, facendo sì che non s’incastrasse con i cordini dell’amaca. Vi salì, ormai pure quest’ultima era diventata una sua compagna di viaggio. Scrutò Matilda. Com’era cambiata in poco tempo, rifletté. Da quell’altezza non ne distingueva i lineamenti, ma sapeva che i suoi occhi erano rigonfi di determinazione. Intanto le corde, benché fissate nel migliore dei modi, lo facevano oscillare pericolosamente. […]

2022-08-24

Aggiornamento

Obiettivo 200 copie raggiunto! Grazie di cuore a chi ha scelto di supportarmi in quest'avventura🔥

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Andrea Redolfi
Andrea Redolfi nasce a Seriate (BG), dove vive tuttora, nel 1995. Frequenta il Liceo scientifico naturalistico di Bergamo e la facoltà di Scienze politiche a Milano. Dopo due gravi incidenti recupera mente e corpo, svolge una serie di lavori diversi e comprende il piacere di assaporare più dimensioni possibili. Questo è il suo primo romanzo.
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