ANTEPRIMA NON EDITATA
Luglio 2005
“Puttana…sei una puttana…”
Elena perde il controllo delle sue mani che istintivamente lasciano cadere sul lenzuolo quella della sorella, stretta tra le sue fino a qualche istante prima.
“Sei una bastarda…abbandonare una bambina piccola.”
È solo un sussurro, la voce debolissima esce a fatica dalle labbra riarse della moribonda.
L’aria tutto intorno è pesante. Al caldo opprimente di luglio, si aggiunge il peso della morte che sovrasta le tre donne presenti nella stanza.
Elena solleva gli occhi colmi di lacrime in direzione della nipote che è seduta di fronte a lei e stringe l’altra mano della madre.
“Zia, non ce l’ha con te…da quando è peggiorata ogni tanto è come se una voce interna che non riesce a controllare, parlasse al posto suo. È arrabbiata con sua madre.”
“Mi sembra impossibile… dopo tutto questo tempo… credevo avesse superato e perdonato…”
“Credo che anche lei lo pensasse, ma evidentemente non è così. Nel suo inconscio non ha mai elaborato quel trauma. Sono giorni che impreca contro la nonna. Fortunatamente poi torna lucida e sembra non ricordare nulla di quanto dice in questi momenti.”
“Mio Dio! È spaventoso pensare al dolore e alla rabbia che l’hanno divorata per tutti questi anni.”
Elena riprende tra le sue la mano della sorella, se la porta alla bocca. La bacia a lungo.
“Mi dispiace Marisa…mi dispiace.”
Due grosse lacrime solcano il suo volto bellissimo, ancorché sofferente.
“Dicono che quando si sta per morire, l’ultima pensiero sia per la madre, lei invece non avrà neanche questa consolazione.”
1. 1915
Il silenzio faceva più rumore delle urla che si erano sentite fino a qualche minuto prima. La levatrice era preoccupata. Se il bambino tardava ancora a nascere, c’era il rischio di perdere mamma e figlio.
“Antonietta, va a ciamé el dotor!”
Preferiva che fosse presente il medico nel caso in cui il neonato si fosse presentato con il cordone ombelicale intorno al collo.
Gli occhi di tutte le donne presenti erano puntati su di lei. Spiavano la sua espressione per capire come si stava mettendo la cosa.
Cercava di apparire calma, come se avesse avuto tutto sotto controllo. Sapeva per esperienza che, quando iniziava a serpeggiare il panico, si commettevano errori irreparabili. La giovane partoriente respirava a fatica, teneva gli occhi chiusi. La madre e la sorella le tergevano il sudore dalla fronte e cercavano di farle coraggio. L’urlo spaventoso, che squarciò il silenzio immobile, atterrì tutti.
La levatrice dovette essere fulminea nel far scivolare il cordone sopra le spalle prima che il resto del corpicino uscisse dal ventre della madre, diversamente la neonata sarebbe morta soffocata.
“Marisa è una bella femminuccia!” Esclamò la donna dopo aver avvolto la bambina in un panno. Marisa era svenuta.
La piccola urlava. Le donne erano in grande agitazione. Arrivò il medico. Lavorò due ore per cercare di bloccare l’emorragia di Marisa.
Aveva perso molto sangue. Le adagiarono la bimba a fianco, ma lei non riusciva nemmeno ad aprire gli occhi. Tentarono di attaccargliela al seno. Fu inutile.
A poco a poco la stanza si svuotò. Rimase il dottore. Fece chiamare il marito.
“Me ca sta?” Chiese l’uomo avvicinandosi timidamente al letto della moglie che, bianca come un cencio, sembrava dormire.
“Purtroppo, ha perso molto sangue, ho fatto il possibile, ma non le nego che la situazione è critica. Le prossime ore saranno decisive. La bambina sta bene. Ha fame però, bisogna trovare qualcuno che la allatti.”
“Questo non è un problema, la sorella di Marisa ha partorito quattro mesi fa.”
“Come volete chiamarla?”
“Anna. L’ha deciso mia moglie, era il nome di sua nonna. Me la dia, la porto a mia cognata.”
Prese il fagottino che gli porse il medico, guardò sua figlia. Era una bella bimba. Aveva moltissimi capelli e il suo incarnato era roseo.
L’espressione dell’uomo era dura, quasi ritenesse la piccola responsabile di ciò che era successo alla moglie.
Percorse la breve stradina che separava la sua casa da quella di Antonietta.
Crescentino era allora un piccolo centro. Le case non distavano molto l’una dall’altra.
Quando la donna venne ad aprire la porta, gli prese dalle mani la bambina. Aveva già intuito cosa stesse succedendo.
“Ci penso io.” Disse. Richiuse la porta alle spalle del cognato che, depositata la figlia, se ne andò.
“Chi a l’è ?” Gridò il marito dall’altra stanza.
“Non urlare, è la bambina di mia sorella.” L’uomo la guardò con espressione istupidita.
“Temo che la poveretta non passerà la notte, è più di là che di qua.”
“E cosa vuole quello da te?” Antonietta non gli rispose.
Si sedette sul dondolo e si attaccò al seno la piccola Annina.
Mentre la allattava, le accarezzava dolcemente la testolina.
“Temo, piccola mia, che passeremo molto tempo insieme.”
***
Marisa era morta durante la notte. Il padre non tornò a prendere la figlia.
La vedeva la domenica quando, vestito a festa, passava dai cognati a lasciare poche lire per il mantenimento della bambina, quando non se le beveva all’osteria.
Le altre due figlie, che erano più grandi, se le era tenute in casa perché gli sbrigavano le faccende domestiche e tra breve avrebbero potuto aiutarlo anche nel lavoro dei campi.
Annina rimase a casa di Antonietta e di suo marito Mario e crebbe insieme ai suoi cugini.
Quando fu più grandicella, le dissero che quelli non erano i suoi fratelli e che Antonietta e Mario non erano i suoi veri genitori. Ma a lei non interessava. Antonietta era “mamma” e Mario non era nessuno perché era sempre fuori casa. Lo si vedeva alla sera tardi e alla domenica, giorno in cui Annina si ritrovava con due papà.
Antonietta la crebbe insieme ai suoi tre figli, come se fosse stata sua. Luigi il più grande, aveva sette anni, Margherita cinque e Pietro aveva la stessa età di Annina ed erano inseparabili. Avevano preso lo stesso latte e dormito nella stessa culla per mesi, poi avevano diviso il lettino e ogni altra cosa.
Antonietta non aveva tempo per le smancerie ma era una madre attenta e i bambini crescevano bene e felici. Tutti quanti furono mandati a scuola. Luigi frequentò fino alla quarta elementare. Quando fu il momento di Annina e Pietro, la madre andò a iscriverli per tempo e chiese che fossero collocati nella stessa classe. Quando ad ottobre, il primo giorno di scuola, la bimba scoprì di non essere in classe con “il fratello”, le pareti della scuola tremarono. Le urla e gli strepiti si sentirono fino al ponte del Canale Cavour. Quando, a fine giornata, Antonietta andò a prenderli, il maestro le riferì che siccome la bambina non aveva smesso un solo istante di piangere, aveva dovuto metterla in castigo dietro la lavagna e anche lì aveva dato prova di possedere eccellenti doti di perseveranza.
“Bel modo per tranquillizzarla” pensò la donna. Annina era stravolta e ci volle tutta la sua pazienza per calmarla. Per tutta la serata non lasciò la mano del fratello e per questo motivo ricevette anche un sonoro ceffone dallo zio.
Il primo mese di scuola fu un vero disastro, poi un po’ alla volta la bambina si abituò, ma quando giungeva davanti alla sua aula e doveva separarsi da Pietro, era sempre un tormento.
A giugno entrambi i bambini rimasero promossi, ma i voti di Annina erano decisamente bassi. A ottobre ricominciò il supplizio. A metà novembre avvenne il fattaccio.
Annina era molto vivace e spesso veniva messa in punizione. Quel giorno aveva fatto un dispetto alla sua compagna di banco che le stava antipatica. Nulla di che, le aveva nascosto il quaderno con i compiti svolti a casa, per assistere alla solenne sgridata da parte del maestro.
“Tirate fuori i quaderni e poneteli sul bordo esterno del banco; passo a controllarli.”
Il maestro, dopo aver inforcato gli occhiali, scese dalla cattedra, prese il frustino e con passo solenne iniziò a passeggiare tra i banchi.
Intanto la compagna di Annina stava cercando affannosamente il quaderno dentro la cartella, era di tutti i colori e stava per iniziare a frignare. Tremava come una foglia e, per qualche istante, Annina provò quasi pena per lei. Ormai non poteva più fare nulla. Il maestro si trovava ad un passo dal loro banco.
“Rosalba, come mai il tuo quaderno non è sul banco? Devo dedurre che tu non abbia eseguito i compiti.”
“No”, balbettò Rosalba “li ho fatti e sono sicura di aver messo il quaderno in cartella…non capisco.” In classe non volava una mosca.
“Per questa volta ti perdono, sei una bambina diligente e ti credo, se dici che hai portato il quaderno a scuola, sarà così. Resta da capire che fine abbia fatto.”
Mentre si allontanava, l’occhio gli cadde sulla borsa aperta di Annina.
“A meno che il tuo quaderno non abbia le gambe e sia saltato nella cartella della tua compagna.”
Annina, mentre il maestro tornava indietro, si sentì avvampare e sprofondare in una voragine.
“Adesso, tu prendi il quaderno, lo restituisci alla tua compagna, le chiedi scusa e poi vai a sistemarti davanti alla cattedra con le braccia protese in avanti. Annina non fece nessuna delle tre cose perché era impietrita dalla paura. Il maestro la prese per l’orecchio, la fece sfilare in mezzo ai banchi, fino alla cattedra, le afferrò le mani e prima ancora che lei potesse accorgersene, la colpì seccamente sulle dita. Fu talmente tanto lo stupore della bambina che rimase paralizzata.
Non contento, il maestro sferrò altri due colpi, più violenti dei precedenti.
Un dolore sordo e acuto come una scossa elettrica fece uscire un sonorissimo urlo dalla bocca di Anna. Contemporaneamente un fiotto di calda pipì iniziò a colare dalle sue gambe grassocce e formò una pozza giallastra ai suoi piedi.
Fu ricacciata al posto dolorante e gocciolante. La vergogna le impediva qualsiasi movimento, il dolore rimase dentro e Annina chiuse gli occhi perché era convinta che così nessuno potesse vederla. Li riaprì al suono della campanella.
Quando Antonietta se la trovò davanti, ebbe un travaso di bile.
La bambina singhiozzava a tal punto che la sua piccola cassa toracica sembrava fare le capriole; era tutta bagnata di pipì e il dito medio della mano sinistra, oltre ad essere viola, aveva raggiunto la dimensione di una enorme salsiccia. Era evidentemente rotto.
Lasciò i bambini dove si trovavano e si precipitò al cancello della scuola, sperando di intercettare il maestro, ma si era già dileguato.
“Domani mi sente, mi sente quel disgraziato!”
Prese i due bambini e si recò dal medico condotto.
“Vieni Antonietta. Cosa è successo?” Chiese la moglie del medico. Quando vide la mano della piccola, le chiese se era caduta. “È stato il maestro” ringhiò Antonietta.
“Entrate, mio marito sta visitando un paziente. Sarà subito da voi.” Prese un contenitore di vetro, lo scoperchiò e offrì ai bambini i fruttini di zucchero. Ad Annina piacevano moltissimo e ritrovò la voce per chiedere se ne poteva prendere due.
Quando il medico vide la povera mano martoriata, non poté trattenere un moto di indignazione.
“Ma che coraggio ci vuole a ridurre così una bambina? Anzi dovrei dire vigliaccheria, non coraggio. Adesso lo sistemiamo questo ditino e tra qualche settimana tornerà come nuovo.” Con una mossa rapidissima e anticipatrice di qualsiasi reazione, raddrizzò il dito della piccola, lo steccò e infine avvolse tutta la mano in una fasciatura bella stretta. “Ecco fatto!”
Il mattino successivo, dopo una notte insonne, con il solo Pietro, Antonietta si recò a scuola. Infilò le scale senza chiedere permesso e piombò in classe proprio mentre il maestro si stava sedendo alla cattedra.
“Chi le ha dato il permesso di entrare?”
“Me lo sono preso io il permesso. Piuttosto mi ascolti bene! Sa cosa deve fare lei?”
Il maestro era furioso. Conosceva la donna. Sapeva che era la zia di Anna Bruno e che faceva le veci della madre. Capì che non era venuta in pace e si mise sulla difensiva. Si alzò in piedi e rimase sulla pedana della cattedra per sovrastare di almeno trenta centimetri la donna. Antonietta non si fece intimorire, troppa era l’ira che l’animava.
“Sa cosa deve fare lei?” Ripeté.
“Deve andare a spalare merda! Così si ritroverà nel suo elemento naturale!
“Ma come si permette? Il suo atteggiamento è diseducativo; ci sono trenta bambini che la ascoltano.”
“Diseducativi sono i suoi metodi didattici. Diseducativo è spezzare le dita a una bambina di sei anni! Vada a sfogare le sue frustrazioni altrove e non su bambini innocenti.”
“Io chiamo il direttore!”
L’uomo era ormai sul punto di esplodere.
“Ma chiami chi vuole, mia figlia i piedi qui dentro non ce li mette più!
“Non è sua figlia!” Antonietta non gli diede neanche retta; se ne era andata sbattendo la porta. Per le scale la bidella la raggiunse.
“A l’ha fait bin, madamin!” Antonietta le sorrise.
Non sa cosa devo vedere e sentire qui dentro.”
“Lo riferisca al direttore.”
“Probabilmente mi licenzierà, ma lo farò, lei mi ha dato coraggio.”
Purtroppo, perché ci fosse un esplicito e chiaro divieto di applicare punizioni corporali a scuola, si dovette aspettare ancora qualche anno. Fu infatti solo nel 1928 che un Regio Decreto recitò finalmente: Sono vietate in maniera assoluta le punizioni consistenti in atti di violenza fisica.
E, ciò nonostante, furono tanti i bambini che per molto tempo ancora, tornarono a casa con le dita rotte o le gambe piagate.
Annina non volle per nessuna ragione tornare a scuola e Antonietta non ce l’avrebbe comunque riportata. Andò a parlare con una sua amica che faceva la maestra e che accettò, in cambio di uova, frutta e verdura, di fornire lezioni pomeridiane alla bambina. Le impartì insegnamenti fino ad un livello che corrispondeva a quello della quarta elementare. A dieci anni Antonietta la portò al corso di lavoro femminile e ricamo gestito dalla parrocchia e a quattordici anni Annina offriva già un contributo economico alla famiglia perché era diventata una abilissima ricamatrice.
Il padre con il tempo era diventato sempre più latitante. La zia, che per lei era madre a tutti gli effetti, aveva sempre cercato di farle mantenere i contatti almeno con le due sorelle naturali: Rosa e Teresa. Le due poverette però, per sottrarsi alla tirannia paterna, si erano sposate giovanissime e si erano trasferite a Verolengo.
Annina era solare ed allegra, era lei che le poche volte in cui lo zio, irascibile e lunatico, si degnava di essere presente in casa, riusciva a mantenere un’atmosfera sufficientemente serena. Aveva sempre qualche aneddoto da raccontare e da insaporire con la sua fantasia.
I fratelli l’adoravano e, cosa che ogni tanto impensieriva Antonietta, Luigi più degli altri. Era l’unico a non considerarla “sorella” perché, quando Nin, come la chiamava lui, era arrivata, era già sufficientemente grande per capire le dinamiche parentali. Antonietta osservava, vegliava ed era garante del benessere di tutta la famiglia.
***
Annina varcò il cancello, si abbassò a dare una carezza al cane che le era andato incontro festante.
Era sempre commovente constatare quanto fosse felice di vederla ogni volta che rientrava a casa. Era andata in paese a consegnare un ricamo ultimato, ed era stata via un’oretta al massimo, ma Bobbi si comportava come se non la vedesse da un mese.
Il portoncino non era chiuso a chiave. Strano, dal momento che sapeva che a quell’ora in casa non c’era nessuno. Margherita si dimenticava spesso di chiudere a chiave e sua madre si arrabbiava, anche perché, per la sicurezza della famiglia, non si poteva certo contare sulla collaborazione del cane che, quando arrivavano estranei, si buttava a terra per farsi grattare la pancia.
Entrò e si diresse verso la credenza a vetri per lasciare metà della sua paghetta nel barattolo dei risparmi. Antonietta aveva deciso che ogni volta che veniva pagata per un lavoro, una parte andava in famiglia e il resto poteva tenerselo lei.
Non era affatto scontato. Le sue amiche consegnavano ai genitori tutto quello che guadagnavano.
Dopo aver messo i soldi a posto dentro la vetrinetta, si avviò verso la sua stanza dove, in un cassetto del comò con specchio, che era collocato proprio davanti alla porta di ingresso, teneva una busta in cui conservava i suoi risparmi. Richiuse il cassetto e alzò gli occhi allo specchio per sistemarsi i capelli.
Lasciò cadere il portafoglio e proruppe in un grido soffocato dallo sgomento.
“Zio! Non ti avevo visto, mi hai fatto spaventare.” Silenzio. Nessuna risposta. Era strano lo zio. Sembrava impegnato a escogitare qualcosa, ma aveva l’espressione allucinata. Gli occhi erano rossi.
“Ho posato metà della paghetta, il resto è in cucina, come siamo d’accordo con la mamma.” Ancora un silenzio inquietante.
“Zio, stai male?”
“Annina ma come te lo devo fare capire che quella non è tua madre!”
Lo sapeva bene, ma ogni volta che lo sentiva dire, percepiva una fitta al cuore. Antonietta era più che una madre per lei. L’amava come tutti gli altri figli, anche se non l’aveva messa al mondo.
“Zio, lo so… ma l’abitudine.” Si avvicinò alla porta per uscire; quella situazione la metteva a disagio. Quando fu ad un metro dall’uomo, fu investita da un tanfo insopportabile di alcool.
Iniziò a tremare e mise la mano alla maniglia per guadagnarsi l’uscita, ma con un gesto fulmineo lo zio chiuse con la chiave e se la mise in tasca.
“Zio, cosa fai?” Con mani febbricitanti l’uomo si slacciò i pantaloni che caddero a terra, afferrò Annina per le braccia e la scaraventò sul letto.
Cosa succede? Perché fa così? Tutto vorticava e non capiva cosa dovesse fare.
Non può lo zio farmi del male, sono come una figlia per lui.
Iniziò a divincolarsi, ma fu investita in pieno volto da un ceffone che le tolse il respiro.
“Mamma!” Riuscì infine a gridare. L’uomo le mise una mano sulla bocca, immobilizzò il suo corpo con un ginocchio e con la mano destra si abbassò i mutandoni. Annina non capiva più nulla.
Roberta Mistero (proprietario verificato)
Un incipit che lascia presagire dinamiche narrative coinvolgenti.
Sono curiosa di scoprire come l’autrice sia riuscita ad intrecciare la vita quotidiana di un paese di provincia con gli eventi della storia con la S maiuscola.