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Speriamo che ci sia il sole (Storia di un’Alta via e altri pensieri)

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Consegna prevista Giugno 2027
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Quante volte una salita ci sembra impossibile? E quante volte un problema ci appare molto più grave di quanto non sia realmente? Mi stupisce sempre come un gesto così apparentemente semplice come camminare abbia il potere di riordinare i pensieri, di calmare la mente, di distrarmi e di farmi vedere la vita dalla giusta prospettiva. Ho iniziato camminando tra i quartieri residenziali del mio paese e poi ho pensato che forse sarebbe stato ancora meglio se mi fossi spinta lassù, tra le cime che tanto amavo. Questa è la storia della mia esperienza sull’Alta via 1 delle Dolomiti, dei panorami che ho visto, dei cieli che ho ammirato, delle emozioni che mi hanno riempito gli occhi di lacrime, delle persone che ho incontrato e di quello che mi hanno insegnato. È una storia da leggere mentre si é in cammino o mentre si sogna di farlo sdraiati sul divano di casa. É una storia che spero faccia sembrare le salite e le discese della vita meno ripide.

Perché ho scritto questo libro?

Un raggio di sole dopo ore di pioggia battente. La contemplazione di un’alba in silenzio da una cima. I cieli fitti di stelle. Le chiacchiere in rifugio. Ho scritto questo libro perché i trekking mi riempiono di così tanta bellezza, saggezza e consapevolezza che mi sembra egoista tenere tutto per me. Mi piacerebbe anche che qualcuno si potesse immedesimare in me in modo da sentirsi meno solo nell’affrontare questo lungo trekking che é la vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Quando ho iniziato a camminare? Tecnicamente a 18 mesi. Tardi, in effetti, ma ero molto alta fin da piccola, e avevo affinato una tecnica di gattonamento così efficace, che raggiungevo velocità molto elevate. Inoltre ero pigra e avevo una gran paura di cadere, quindi nonostante i miei mi incitassero a camminare, ho gattonato il più possibile, fino a quando un giorno, in un parco, ho fortemente voluto rincorrere un cane e l’ho fatto camminando goffamente e ovviamente cadendo rovinosamente sul prato, senza mai raggiungere quel cane, ma scatenando un fragoroso applauso di mia madre. I miei genitori non sono mai stati grandi camminatori e nemmeno amanti della montagna, d’altronde per noi padani è molto più naturale passare l’estate sotto il sole delle spiagge romagnole. L’unico mio contatto con i monti è stato durante le vacanze con l’oratorio dai 10 ai 14 anni. Facevamo delle bellissime escursioni tra la Val di Sole e la Val di Non, in Trentino. Odiavo le salite ma che soddisfazione arrivare su e poter ammirare quei panorami!

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Poi è arrivata l’adolescenza, il liceo, la pallavolo, gli amici, le discoteche, i ragazzi… la vita insomma; e la montagna è stata accantonata come una cosa che sì, mi piaceva, ma era troppo lontana, troppo complicata. Nel 2012 avevo 24 anni, stavo per laurearmi in Biotecnologie, pur sapendo che non avrei mai fatto quel mestiere e nessun altro lavoro per cui servisse quella laurea, odiavo scrivere una tesi che non mi appassionava e detestavo dover andare tutti i giorni in quel laboratorio buio. Come se non bastasse, i miei genitori stavano attraversando una evidente crisi matrimoniale di cui ovviamente non mi avevano parlato, illudendosi forse che io non avessi intuito nulla. I rari momenti che passavo a casa erano densi di silenzi pesantissimi e di discorsi di circostanza fatti solo per stemperare la tensione. L’unica cosa che mi dava sollievo erano delle lunghissime passeggiate nei quartieri residenziali. Guardare quelle finestre illuminate, in quelle villette perfette al centro di giardini altrettanto perfetti, mi infondeva una strana ed inaspettata calma. Dietro alle tende a volte intravedevo qualcuno che sparecchiava o le luci blu di una tv accesa, nelle serate più calde qualcuno chiacchierava sotto al porticato e io camminavo, senza una meta, attraverso quelle vie che profumavano di glicine. Camminavo, un passo dopo l’altro a ritmo abbastanza sostenuto, fino a quando la stanchezza fisica si avvicinava vagamente a quella mentale e poi tornavo a casa; a quell’ ora tutti dormivano, quindi in quel momento il silenzio mi sembrava giustificato e allora potevo dormire anch’io.

Mi sono laureata in un piovosissimo Giovedi di Aprile di quell’anno ed esattamente un anno dopo, a Maggio del 2013, ho aperto un ristorante con i miei genitori, che nel frattempo avevano più o meno risolto i loro problemi. Da quel momento la mia vita è stata completamente assorbita da questo impegnativo, quanto stupendo progetto. Avevo accantonato quasi tutti gli svaghi e di passi ne facevo tanti e molto veloci, per lo più attorno ai tavoli, avanti e indietro dalla cucina, dove mio padre spadellava e mia madre impiattava. Lavoravo tanto, troppo, ma la soddisfazione che ricevevo ripagava tutti i sacrifici o almeno così mi ripetevo. Negli anni seguenti avevo imparato anche a delegare qualche compito e a ritagliarmi del tempo libero, avevo ricominciato a giocare a pallavolo e ogni tanto mi capitava di fare qualche passeggiata in montagna. Mi piaceva, molto, ma non era ancora scoccata la scintilla.

Poi è arrivato quel terribile 7 Gennaio 2019, quella telefonata e quell’angosciante viaggio in auto da Perugia, dove mi trovavo per un weekend fuori porta, fino a casa. Mio padre era morto. Nessuno si aspettava una cosa del genere, è stato un evento orribile ed improvviso al quale sono seguite tante decisioni difficili, tra cui la più difficile, eppure per me la più ovvia: non avrei continuato a gestire il ristorante senza mio padre. I mesi successivi sono stati vuoti. Ho pochissimi ricordi di quel periodo. Avevo trovato lavoro subito in un bar piuttosto squallido, che però mi garantiva un buono stipendio e tanto tempo libero che cercavo di godermi dato che per sei anni non l’avevo avuto. Convivevo da due anni in una casetta splendida che avevamo accuratamente scelto ed arredato a nostro piacimento io e Dario, il mio ragazzo dell’epoca con cui stavo da 8 anni, il mio primo ragazzo in realtà. Eppure se ripenso a quei giorni mi rivedo mentre vago alla ricerca di un senso, di qualcosa in cui credere, di qualcosa che mi stimolasse.Dicono che per risalire bisogna toccare il fondo. Bene, a fine 2019, dopo silenzi ed interrogatori ho scoperto che il mio compagno mi aveva tradito e che, cito testualmente, gli era pure piaciuto. Quindi ho preso le mie cose e il “nostro” cane Babeuf e sono prontamente tornata a casa con mia madre. Sono sempre andata d’accordo con lei ma non abbiamo mai avuto un grande dialogo, soprattutto per quanto riguardava le relazioni e i sentimenti e io, in quei giorni, avevo un gran bisogno di parlare. Tornare a vivere con lei per me era un fallimento ed ero convinta che per mia madre, la mia vita fosse un fallimento. Ciliegina sulla torta? Ve lo ricordate il 2020? Due mesi dopo il mio ritorno al nido materno è scoppiata la pandemia, il bar dove lavoravo ha chiuso ed eravamo tutti costretti a stare in casa seguendo le restrizioni dei vari lockdown che cambiavano a seconda dei colori delle zone. Poteva andare peggio? Sì, può sempre farlo, ma mi ero convinta che quello doveva essere il fondo ed era decisamente ora di cominciare a risalire.

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Benedetta Maioli
Benedetta Maioli nasce e cresce a Campagnola Emilia, nel bel mezzo della Pianura Padana. Dopo il Liceo Linguistico, si laurea in Biotecnologie a Parma ma capisce che la vita in laboratorio non fa per lei, quindi decide di aprire una Trattoria nelle campagne di Fabbrico assieme ai genitori. Coltiva da sempre la passione per la montagna e scrive ostinatamente da quando la sua maestra delle elementari le disse "tu non sai scrivere". Oggi lavora in centro a Reggio Emilia, dove vive con il suo fedele Babeuf, mentre progetta la sua fuga sui monti.
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