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Stella
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Consegna prevista Giugno 2023
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Stella vive circondata dalle donne della sua vita in un minuscolo appartamento del Rione Sanità. Lavora in un bar, tra quattro mura unte e pavimenti sporchi di briciole, lo stesso pavimento su cui verrà schiantata, per infiniti attimi, durante una rapina a notte fonda. È ancora rotta quando, una lettera issata da un panaro stravolge la sua quotidianità. Stella è improvvisamente catapultata tra i banchi di scuola, in mezzo a bambini indisciplinati e colleghi asettici. Impara allora a destreggiarsi tra lezioni inconsuete ed un amore da favola che la travolge e rapisce, finché…

Perché ho scritto questo libro?

Il 14 aprile, in un messaggio, scrivevo: ho pensato ad una storia e voglio scriverla. Io non so parlare. Mi ingarbuglio, mi confondo, balbetto e quindi non parlo, è per questo che scrivo. Ho scritto un libro per riordinare il disordine, perché non sapevo cos’altro fare, quale altra espressione usare per comunicare e perché qualsiasi lettore potesse capire la bellezza che vedevo io nel mondo che guardavo e per ricongiungermi con un Sud Italia che, per quanto mi appartenesse, non ho mai vissuto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Per il quartiere siamo le sorelle Formisano e mia mamma è la signora Formisano.

Non siamo famose per la disgrazia, sia chiaro, ma siamo conosciute per l’uomo che era mio padre da vivo, un uomo onesto che sapeva aiutare tutti come meglio poteva e che si faceva voler bene. Camminiamo a braccetto, mamma a quel brutto fatto non pensa più, anche se ancora ama suo marito come il primo giorno che se lo è sposata, di fatti la fede non l’ha mai tolta, anzi si è legata al collo una catenina d’oro e un ciondolo, che porta il nome di mio padre. Scendiamo per la Salita fino a Palazzo Santoro, giriamo a destra. Salita Capodimonte finisce quando si incontra la saracinesca del parcheggio della farmacia e si divide tra via San Severo e via Santa Maria Antesaecula. Il sole nei vicoli non arriva quasi mai, i palazzi sono piuttosto alti e dove non ci sono i palazzi i panni stesi in cielo fanno da parasole; mia nonna diceva che dove la luce del sole non arriva, arriva quella delle edicole delle Madonne. Mi raccontava, quando ero una bambina, e ancora adesso, che le edicole sono nate ai tempi dei re che volevano lasciare il popolo nell’oscurità, il popolo allora si è fatto furbo e ha creato le edicole votive, con l’idea di illuminare i vicoli napoletani. Io non lo so se questo è vero, ma ovunque sorge un’edicola ognuno deve fermarsi, confessare la sua preghiera silenziosa e confidare che la Madonna l’ascolti e che il giorno seguente la esaudisca. All’angolo con via San Severo l’edicola c’è, ma non incornicia la Madonna.

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L’edicola di San Severo inquadra un volto di rame e porta la scritta “signori si nasce, e io lo nacqui”.

Percorrendo tutta via Santa Maria Antesaecula e dopo una serie infinita di fogli incollati ai muri che portano la scritta Casa Toto’, si arriva tra due enormi portoni di ferro battuto che sanciscono l’ingresso della casa di Toto’, sulla destra, e l’ingresso della casa di Adele, sulla sinistra.

Adele! Ho dimenticato di richiamarla!

In via Arena alla Sanità mamma si ferma a comprare il pesce, alla pescheria di Santino. Santino è un uomo geniale, non è molto alto, è stempiato, brizzolato, per quel poco che gli resta, gli occhiali li tiene sempre appoggiati sulla punta del naso, parla sempre al telefono, una cornetta bianca attaccata al muro. Santino gestisce la piccolissima pescheria in via Arena, i suoi figli invece sono pescatori, lavorano di notte e la mattina all’alba gli fanno avere il pesce fresco. La pescheria di Santino è tutta blu, è grande quanto una piccola stanza e il pesce lo tiene sulla strada, dentro grandi vasche di alluminio e cesti di plastica.

Attorno alle vasche e sul soffitto ha appeso le reti da pesca, perché gli ricordano di quando andava a pescare e le armeggiava con grande maestria.

Ovunque, sui muri, sono appesi crocefissi, rosari, statuette di angeli e santi, dipinti di Madonne, ma anche stelle marine essiccate, modellini di velieri, punto croce del paesaggio di Napoli cuciti da sua moglie e poi la targhetta “Dimentica il passato, vivi il presente, spera nel futuro”.

Mamma e Santino si scambiano qualche parola, lui le fa i complimenti, è una bella donna, ha delle belle figlie e un bel nipotino, che a scuola è nella stessa classe del suo.

Mi consegna la busta di plastica con il pesce fresco, lui riprende il telefono, noi proseguiamo.

Via Vergini è la via più bella di Napoli, c’è il mercato, sempre, le donne che comprano, gli uomini che vendono, la frutta più buona ed economica del Golfo intero, ci sono le scarpe di Marianna, ‘o Russ con i vestiti, Gaetano alla bancarella dei fiori, dietro di lui Antonino alla macelleria sul bivio Crocelle a Porta San Gennaro, poi la pasticceria Primavera, la pescheria.

Via Vergini ha tutto, tutto ciò che serve e quello che non serve, Via Vergini porta ‘o profumo ‘e Napule e fa da sfondo a De Sica, Toto’, Sofia Loren e Mastroianni.

Al mercato io e mamma non ci teniamo più il braccio, lei si ferma alle bancarelle a comprare, io dietro di lei tengo le buste della spesa e mi godo i fischi e i “ciao bella!” dei venditori, sempre gli stessi, sempre uguali con tutte, che mi conoscono e fanno finta di no. Alla fine, torno sempre a casa con un fiore che mi regalano e che incastro tra i capelli.

I clienti, al bar, arrivano scremati in base all’orario e all’età. Tranne il pomeriggio.

Il pomeriggio ci sono tutti, i bambini usciti dalla scuola Angiulli con le mamme, i pensionati che giocano a poker e scopa, le casalinghe con le buste del verduraio, i ragazzi che si danno appuntamento per passare il pomeriggio, tutti e ognuno per gli affari suoi.

«Ciao Stellì! T’hanno messo a fare chiusura pure oggi?»

«Si Salvato’, qua siamo soltanto in due a lavorare, è faticoso. Che vi posso servire oggi, Salvato’?» la domanda è di rito, la risposta la so.

‘Ntunì e Salvatore arrivano subito dopo pranzo, per scappare dalle grinfie delle mogli che invitano le amiche e badano ai nipotini. Si siedono ai tavolini sulla strada, il loro preferito è quello nell’angolo di destra, vicino all’ingresso del bar. Parlano tra loro, ma non troppo, si tengono una compagnia silenziosa a vicenda, si scambiano le confessioni senza parlare, con gli sguardi. Si raccontano, quando serve, ciò che pensano osservando i passanti, cercano di ricordare cos’hanno mangiato a pranzo, se hanno ricevuto la pensione, salutano i clienti che entrano, i bambini, e tornano in silenzio. Rimangono seduti davanti all’ingresso fino a quando non si fa buio. In realtà da queste parti il sole non c’è mai, è troppo alto o noi troppo in basso e siccome non si sa quando fa buio davvero, ‘Ntunì e Salvatore se ne vanno quando sentono la voce di una delle mogli urlare dal balcone che la cena è pronta.

‘Ntunì e Salvatore sono due uomini abitudinari, parlano un dialetto stretto, spesso si divertono a non farsi capire e ordinano le stesse cose, ogni giorno, da quando li conosco.

Prima un caffè per sciacquarsi la bocca fatta di pasta al sugo, poi un caffè per la bocca asciutta, poi un babà perché li sveglia, spesso accompagnato da un caffè, magari corretto, poi una bottiglietta d’acqua, mezzo litro diviso in due bicchieri, non troppa perché fa ruggine, verso sera poi un bicchiere di vino a testa, ‘Ntunì rosso, Salvatore bianco. Mi diverto a servirglielo con le patatine del sacchetto e due olive verdi, per pizzuliare e non farli arrivare a casa ubriachi.

Sono le sedici, ora del caffè corretto e del babà, glieli servo senza il bisogno che me lo chiedano.

«Zia Stellaaaaa!»

Non faccio in tempo neanche a girarmi che vengo attaccata da un bambino in corsa che mi cinge la vita con le braccia e si avvolge alla mia gamba.

«Ti ho presa! Adesso non potrai più scappare, cara Stella! Ti porto nella mia caverna mostruosa piena di pipistrelli e di mostri e ti mangiooooo»

«Ah sì? Senti piccolo mostriciattolo, non mi fai paura, io sono la più forte di tutti!»

Prendo in braccio Gabriele che torna da scuola, lo bacio sulla fronte e me lo porto dentro al bar, dietro al bancone con me. A lui piace servire le patatine e mangiare di nascosto le Goleador gusto cola.

Mia sorella Angelica ci segue ridendo e dietro di lei arrivano anche Franca e Nunzia.

Franca è la donna più elegante della Sanità, potrebbe quasi fare invidia alle dame del Vomero. Esce con la collana di perle sempre, anche quando va a buttare la spazzatura e indossa sempre una camicia, sbottonata fino alla piega del seno enormemente esplosivo, ha allattato cinque figli, ne va fiera e lo mostra.

Nunzia invece non è elegante, ma è simpatica, non so quale sia la virtù migliore. Nunzia ha sempre una parola per tutti, che sia buona o cattiva, e la dice sempre. Ogni volta che passa dal bar e incontra ‘Ntunì gli fa notare che gli è apparsa una nuova ruga sul volto. Anche se non esiste nessuna nuova ruga lei la nota e glielo dice, così lui si arrabbia e per una buona mezz’ora hanno qualcosa di cui discutere, davanti al caffè corretto di ‘Ntunì e alla birra fredda di Nunzia.

Alle 19 il bar è vuoto.

È l’ora del ricambio generazionale. I bambini sono già andati a casa e fanno i compiti, i ragazzi non sono ancora usciti, i vecchi sono a casa a preparare la cena, al bar nessuno.

Mi verso un bicchiere di acqua con il limone e aspetto seduta ai tavolini sulla strada il primo cliente da servire. In via Stella e al bar c’è un silenzio magico che accompagna il tintinnio brillante dei video poker, l’aria è calda e viene dal mare, è salata, smuove i panni stesi e i miei capelli.

«Ste’!»

Il silenzio si è rotto.

«Ciao Adele! Hai finito di lavorare?»

«Si, oggi basta. Ti ho mandato un messaggio stanotte, non mi hai più richiamata»

«Ho avuto da fare, non sono riuscita. Che me dovevi dì?»

Adele entra nel bar, prende una birra dal frigo, Heineken, e la beve dalla bottiglia, infilandoci con le dita una fetta di limone, poi esce sul marciapiede. Mi sorride mostrandomi più denti che può e pure il piercing all’interno del labbro che le avevo fatto illegalmente nei bagni della scuola, prende una sedia, ci si lanci sopra mettendo a dura prova i test di resistenza degli ingegneri sulle plastiche dure.

Poi si accende una sigaretta. Mi sorride ancora.

«Mah, si, niente di che…» inizia a guardarsi in giro, scaltra

«… è che ho conosciuto uno

Balzo sulla sedia rovesciandomi mezzo bicchiere di acqua e limone sui jeans.

«Maledizione… Ma come hai conosciuto uno? Ade sei fidanzata te lo ricordi? Tuo nonno già vuole che ti sposi, tua mamma ti dà i soldi per prendere casa, tuo papà fa già le prove per portare i nipotini al parco. Come diavolo fai ad aver conosciuto uno e comportarti così da innamorata persa con un fidanzato che ti aspetta a casa?»

Scoppia a ridere.

«Si, ho conosciuto uno! Se va bene come credo entro l’anno prossimo te lo sposi!»

Allora: Adele ha conosciuto un ragazzo, per me, è felice come Gabriele quando semina Lego in giro per casa, ha deciso che me lo sposo, tutto questo senza fare i conti con l’oste, che in questo caso è una barista, e che sono io.

Va bene, questa birra la paga il doppio e con gli interessi!

Devo avere una faccia piuttosto turbata, perché Adele mi fissa per qualche secondo sorseggiando la sua birra a canna sorridendo sempre, all’improvviso si alza, riprende la sua borsa di marca, contraffatta, poi mi stampa un bacio sulla guancia.

«Ciao Ste’, la birra me la offri tu, per ringraziarmi. Sabato sera andiamo sul lungomare, ti passo a prendere io sotto casa, fatti bella, viene anche lui»

Adele se ne è andata, io ho i jeans bagnati di acqua al limone, ho appena offerto una birra alla mia migliore amica senza volerlo, ho un appuntamento al buio con qualcuno e sono quasi una promessa sposa.

Iniziano ad arrivare i clienti della sera.

Il bar di notte è sempre un po’ cupo, l’arredamento è antico e sciatto, il bancone è illuminato da una lunga lampada al neon che proietta alle pareti una luce bianca fredda e lascia in ombra la zona della cassa. Il resto della sala è illuminato da lampadari pendenti a forma di campana, creano un’illuminazione a macchie, per lo più lugubre. Le pareti un tempo erano bianche, adesso sono grigie impolverate e coperte da quadri e fotografie, raccontano la storia del Rione. Il pavimento è in granito, studiato apposta per non dover spazzare sempre e confondere così le briciole dei cornetti. Sopra al frigorifero delle bevande c’è una pianta di edera morta circa un anno fa, anzi forse è morta prima ancora di arrivare qua al bar, non ha mai chiesto acqua, nessuno gliel’ha mai offerta. Il frigo dei gelati contiene gelati incartati e diversi moscerini morti assiderati e incollati al ghiaccio. Le sedie in legno sono consumate dai sederi dei giocatori di carte, che si agitano, si alzano, si siedono, si spingono verso lo schienale, si siedono in punta, sudano.

Prima di abbassare la serranda e spegnere le luci, il bar va pulito, si deve spazzare per terra, passare lo straccio che è sempre sporco, si contano i soldi, si riordinano le sedie, si chiudono le bottiglie rimaste aperte.

Sono circa le due, in lontananza un via vai di motorini e musica alta fa da sottofondo al mio andirivieni per portare le sedie del gazebo all’interno del bar.

Quando sono sulla porta due mani enormi mi si posano violentemente sulla schiena, a livello delle scapole, e mi spingono per terra. Cado battendo le ginocchia, poi le mani e lo zigomo, il pavimento è ghiacciato, ma fortunatamente pulito, penso. Un peso enorme mi piomba sulla schiena, mi schiaccia le costole, una mano mi serra la bocca, non posso urlare.

«Facimm’ ‘mpress cumpa’»

Facciamo presto.

Avrei voluto divincolarmi o almeno prendere fiato, non ci riesco, in preda al panico la voce mi è scomparsa, cerco di liberarmi ma sono bloccata in una morsa stretta, tra le braccia dell’aggressore e il granito del pavimento.

Un rumore assordante di ferri mi fa capire che qualcuno ha abbassato la serranda prima che ci pensassi io, vedo un’ombra, sono in due.

Mi si avvicina all’orecchio il viso incappucciato, dal passamontagna percepisco l’alito caldo sul collo, sulla guancia, schifoso.

«Noi facciamo presto, tu non ti muovere piccere’»

Penso alle edicole nei vicoli e prego che non mi facciano del male, penso alla mamma, va tutto bene.

Una nuova mano mi stringe le guance e mi gira il volto, ho male al collo, una fitta alla schiena.

«Dove li hai messi i soldi, bambolina?»

Santo cielo, ho un corpo pesantissimo sulla schiena, le sue ginocchia mi perforano le costole, rantolo, riesco a prendere una boccata d’aria, rimango in apnea con i polmoni vuoti, ogni respiro è una tortura.

«Muoviti cumpa’ a lei ci penso io»

«Mi fai male» poco più di un sospiro.

Riesco a vedere un uomo che apre la cassa, è alto, magro. Svuota per terra il cestino dell’immondizia, recupera il sacco di plastica e contando le banconote una ad una, le riversa all’interno. Prende una bottiglia di vodka e se la versa in bocca come fosse acqua, bagnando tutto il pavimento che ho appena finito di lavare.

«Vuoi assaggiare?» si rivolge all’uomo che mi comprime la schiena.

Sento una pressione più acuta, un piccolo saltello che mi toglie di nuovo il respiro, un colpo di tosse si arresta in gola, voglio vomitare.

«Lo hai capito oppure no che ti devi muovere? Ti-devi-muovere.»

Non ce la faccio più. Sento il viso avvampare, ho male alla testa, non voglio piangere ma una lacrima mi taglia il viso e si frantuma sul pavimento. Tremo.

Dietro alla cassa lo sconosciuto ha terminato di contare le banconote, quello sopra di me mi stringe il braccio destro e lo piega dietro la schiena.

Potete fare quello che volete, prendetevi pure i tavoli, le lampade, il cesso nel bagno. Sono ferma, non mi muovo, non oppongo resistenza, non chiamerò la polizia, ma smetti di soffocarmi, mi fai male, penso e non parlo e per questo mi odio.

2022-09-23

Aggiornamento

Finalmente ci siamo! Sono felice ed emozionata di trovarvi su questi canali, grazie. Parlammocce accussì: io ancora non ci credo, ma il vostro supporto è stato fondamentale. La campagna è partita benissimo e presto avrò bisogno del vostro aiuto per condividere il link. La signora Rosa urlerebbe la notizia dall'alto del suo balconcino su Salita Capodimonte, e voi? A presto, Valentina

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho iniziato a leggere il tuo libro e mi sono sentita coinvolta e catapultata nelle vie di Napoli. Rendi la storia incredibilmente reale e le pagine scorrono fluide e piacevoli.
    Bravissima!!

  2. (proprietario verificato)

    È il classico libro che leggi tutto d’un fiato.
    Anche se non conosco Napoli mi sono sentita una cittadina di questa splendida città.
    Ho gradito anche i riferimenti storici ed architettonici e culinari
    Ho iniziato ieri a leggerlo e ad oggi mi mancano 50 pagine alla fine.
    Complimenti

  3. (proprietario verificato)

    Capacità descrittiva e di scrittura. Brava.

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Valentina Capone
Nata a Milano nel 1998 in una delle tipiche famiglie del sud, in cui si parla dialetto e si vive seduti a tavola. Inizia a masticare libri prima ancora di iniziare a parlare e poi a scrivere poesia, che le stava però un po' stretta viste le poche parole scritte ed il troppo bianco delle pagine. Si è diplomata al Liceo Artistico scegliendo l’indirizzo di Architettura. Nel 2016 ha partecipato al concorso letterario Arte di Parole, il racconto è stato pubblicato in un libro.
E ha poi smesso di scrivere, iscrivendosi alla facoltà di Ingegneria Edile Architettura. La necessità di progettare luoghi accoglienti per ospitare le persone si accompagna oggi all’esigenza di creare un diverso luogo, altrettanto accogliente e fatto di carta, che possa accarezzare l’anima.
Oggi, dunque, il suo romanzo d’esordio.
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