ANTEPRIMA NON EDITATA
Questo libro nasce dall’esigenza di raccontare l’intensità, la fatica e l’umanità del lavoro in emergenza. Sebbene le emozioni e le dinamiche descritte siano autentiche e radicate nella mia esperienza professionale decennale, quest’opera ha natura narrativa.
Per tutelare rigorosamente la privacy dei pazienti, dei loro familiari e dei colleghi, ogni episodio è stato sottoposto a un processo di rielaborazione. Nomi, luoghi, date, caratteristiche fisiche, dettagli clinici ed esiti degli interventi sono stati modificati o sono frutto di adattamento letterario, pur seguendo un filone realistico relativamente alla figura professionale raccontata. Pertanto, qualsiasi somiglianza con persone reali, vive o defunte, o con specifici eventi di cronaca, è da considerarsi puramente casuale.
Le opinioni espresse in queste pagine, così come le riflessioni sul sistema sanitario, sono strettamente personali e non riflettono in alcun modo la posizione ufficiale dell’Azienda Sanitaria o dell’Ente di appartenenza. Questo racconto vuole essere un omaggio alla professione infermieristica, non un reportage di cronaca.
CAPITOLO 1
“MIO FIGLIO SARÀ UN DOTTORE”
Ho avuto la fortuna di crescere circondato da persone sempre in buona salute: durante la mia infanzia non ho mai toccato con mano la sofferenza clinica e psicologica di chi ogni giorno convive con malattie croniche e deve accettare, insieme ai suoi cari, che la vita volgerà al termine in modo diverso da come immaginava.
Fin da bambino le aspettative dei miei genitori nei confronti miei e di mia sorella maggiore erano alte, forse nell’intento di garantirci un futuro solido, con un buon lavoro, che loro avevano dovuto conquistarsi con i denti nonostante le mille difficoltà della loro infanzia.
Già dalle elementari, infatti, il mio percorso era praticamente scritto: “è importante leggere libri per la tua cultura”, “dopo le medie farai il liceo classico, perché è la scuola migliore che esista” e poi “all’università ti iscriverai sicuramente ad ingegneria, oppure chissà, diventerai Dottore!”. Per la popolazione media, miei genitori compresi, il Dottore era uno solo al mondo, ossia la persona laureata in medicina.
Devo ammettere che per diversi anni accettai di buon grado le aspettative della mia famiglia: ero un bambino curioso, a cui piaceva leggere libri da adulti fin dalle scuole elementari, sbalordendo anche gli insegnanti per la complessità dei romanzi che divoravo sotto le coperte fino a notte fonda. Mi impegnavo nello studio, accorgendomi progressivamente negli anni che tendevo a comprendere e memorizzare rapidamente i concetti teorici, ma poi li dimenticavo altrettanto velocemente se non potevo correlarli a esempi pratici.
[…]
Passarono i cinque anni di superiori, con le difficoltà di chi si chiedeva se la scelta fosse quella giusta e gli allenamenti settimanali sempre più intensi e soddisfacenti. Mi piaceva studiare, ma trovavo davvero difficile applicarmi in materie verso le quali provavo pochissimo interesse in quanto non riuscivo a trovarne l’utilità pratica nella vita quotidiana.
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Venne il momento del colloquio finale tra docenti e genitori e così mi trovai seduto di fronte ad alcuni dei miei professori insieme a mio padre. “Alberto ha una buona testa, ma forse si impegna poco nello studio.” dissero di me, chiedendomi: “hai pensato a cosa vorresti fare dopo il liceo?”. “Sì, ho provato i test per l’accademia militare, e credo li tenterò di nuovo.” risposi. “E se non andranno bene? Quale università vorresti iniziare?”.
La mia risposta seguì un filo strettamente analitico: “Essere iscritti all’università di ingegneria, soprattutto se nel ramo gestionale d’azienda, è un criterio che aumenta il punteggio di partenza alle selezioni per l’accademia della Guardia di Finanza. Penso prenderò quella strada.”.
Fu così che, senza pensarci tanto su, mi iscrissi al Politecnico di Torino. Non scelsi l’università per passione né per amore delle materie, ma soltanto come ponte verso un fine più grande.
[…]
In autunno mi presentai al Politecnico: un dedalo di aule grigie, centinaia di studenti al primo anno che prendevano appunti e copiavano fedelmente le formule matematiche scritte dal docente alla lavagna. Nessuno che conoscesse il tuo nome, nessun obbligo di frequenza, un numero di matricola per iscriversi agli appelli, ore ed ore a seguire spiegazioni di chimica, fisica, matematica, informatica completamente teoriche. Giornate intere su una seggiola di legno ad imparare nozioni a memoria, senza riuscire a vederne il collegamento con le attività pratiche che mi appassionavano.
[…]
Quando terminavano le lezioni e attraversavo i giardinetti di fronte alla scuola, vedevo spesso i volontari con le loro divise blu e la grossa croce rossa cucita sulla schiena. Memore dei racconti di mio nonno, il quale aveva prestato servizio nei Vigili del Fuoco locali per diversi anni e partecipato ad eventi su scala nazionale, un pomeriggio decisi di affacciarmi dal cancello sempre aperto di quella sede di Croce Rossa.
Attraversai il cortile e timidamente bussai alla porta d’ingresso. Mi aprì una signora, la quale avrei in futuro capito essere la centralinista e mi chiese di cosa avessi bisogno. In realtà non lo sapevo. Ero stato attratto dalla curiosità. “Sarei interessato a capire in cosa consiste l’attività di volontariato in Croce Rossa” dissi, sentendomi a disagio. “Certo, seguimi! ti accompagno dalla nostra segretaria.”.
Luciana, volontaria di lunga data, segretaria della sede e colonna portante della stessa per molti anni, non perse l’occasione per accogliermi con un “sei proprio fortunato, ragazzo! Il corso di accesso è partito ieri sera! domani ci sarà la seconda lezione e se vuoi puoi venire a seguirla. Ti preparo tutti i documenti per l’iscrizione.”.
Non era esattamente ciò che avevo immaginato, eppure tornato a casa ne parlai con i miei genitori e il giorno dopo, alle 20.30 ero seduto nelle ultime file del salone della formazione. Tra i discenti incontrai due vecchi compagni della squadra di calcio: Simone si era iscritto perché l’attività di volontariato conferiva punti per la carriera militare, Roberto, esattamente come me, non era in grado di argomentare in modo esaustivo il motivo per cui fosse lì. Tutti e tre non sapevamo che quella decisione avrebbe cambiato radicalmente il nostro futuro.

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Teresina Gilardi (proprietario verificato)
Cosa succede davvero dall’altra parte di una sirena? Questo libro ci porta a bordo di un’ambulanza del 118, catapultandoci in un mondo in cui l’adrenalina dell’emergenza si scontra con la straordinaria umanità di chi sceglie di correre là dove tutti gli altri vorrebbero fuggire.
Dimenticate i cliché e le narrazioni fatte solo di drammi: tra queste pagine c’è spazio per la tensione dei momenti critici, ma anche per i sorrisi inaspettati, l’ironia e la leggerezza di un gruppo che sa stringersi attorno a una risata per ricaricare le pile. È un viaggio sincero, intimo e travolgente dietro le quinte del soccorso, dove la vulnerabilità più profonda convive con una forza inaspettata.
Una lettura che vi farà guardare a chi indossa quella divisa con occhi completamente nuovi, lasciandovi il desiderio di scoprire, pagina dopo pagina, dove vi porterà il prossimo intervento. Siete pronti a salire a bordo?