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Storia di un'incantevole creatura smarrita

Storia di un'incantevole creatura smarrita

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Febbraio 2023
Bozze disponibili

Martha, una ragazza di sedici anni introversa e amante del look gotico, un giorno tornando a casa dal suo solito giro in biblioteca vede un uomo, il Signor Ardisson, seduto su una panchina intento a scrivere. L’uomo attira subito la sua attenzione perché le ricorda un personaggio uscito dalla penna di una scrittrice. Incuriosita cerca di conoscerlo ma l’uomo l’allontana. Martha, non demorde. Scoprirà che è uno dei soci del Circolo degli Annoiati. Ha un figlio di nome Yuki雪, neve in giapponese, chiamato così come il suo amico giapponese, il signor Okada Yuki conosciuto a Parigi tanti anni prima. Farà la conoscenza del pittore Franz Bachmann, uno dei soci del Circolo degli Annoiati, che la vorrà a tutti i costi come musa per il suo quadro, L’incantevole creatura smarrita. Passati alcuni anni Martha si trova a dover affrontare il segreto che la lega al Signor Ardisson: il sortilegio di una strega li divide nel tempo e la neve li protegge dal dolore.

Perché ho scritto questo libro?

Nei primi mesi del 2018 sono apparsi nella mia mente i personaggi principali nel tragitto casa-lavoro. Mettendoli a penna su un quaderno hanno iniziato a prendere forma e fondersi con tutti i ricordi di viaggi passati e incontri effettuati. La musica che ascoltavo mentre scrivevo ha fatto da colonna sonora, le persone che incontravo nel mentre si sono fuse con i personaggi usciti dalla mia mente. Mi sono ritrovata in maniera naturale a creare degli intrecci tra realtà, ricordi e fantasia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Conobbi il Signor Ardisson un pomeriggio di metà aprile. Era seduto su una panchina di un parco adiacente alla scuola elementare. Erano circa le 15,50. Passeggiavo di lì per caso. In lontananza rimasi attratta dalla sua figura particolare. Un uomo chino con un quaderno appoggiato sopra le ginocchia e intento a scrivere. Aveva capelli lisci e scuri appena sotto le orecchie ed era vestito con un completo di tweed grigio. Il papillon rosso acceso era la prima cosa che si notava in lontananza.

Avvicinandomi mi accorsi che indossava anche una camicia bianca inamidata e che il quaderno era appoggiato sopra una cartella portadocumenti di pelle marrone. Un soffio di vento gli spostò una ciocca di capelli sugli occhi che lui ripose prontamente dietro le orecchie. A guardarlo così perso nel suo mondo ricordava vagamente il fidanzatino innamorato di Peynet. Non so perché fui attratta da questa figura sconosciuta. Una figura senza tempo. Andai a sedermi sulla panchina davanti la sua. In silenzio lo osservavo mentre ascoltavo musica dalle cuffie. Stavo ascoltando Man that you fear dei Marilyn Manson, l’unica canzone che mi piaceva del gruppo. L’innamorato di Peynet alzò distrattamente lo sguardo verso di me. Occhi verdi magnetici. Poteva avere sui trentotto anni, forse. Ricordava un po’ anche quel famoso disegno che il poeta Verlaine fece di Rimbaud, forse. Aveva uno sguardo cupo ma nello stesso tempo romantico. Era come un cristallo. Potevi coglierne le diverse sfaccettature in base a come lo osservavi.

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Fuori dai cancelli della scuola elementare iniziarono ad arrivare i genitori a prendere i figli. Una donna sui trentanove anni portati male si sedette sulla stessa panchina dove era seduto l’innamorato di Peynet. Aveva capelli sporchi raccolti con un mollettone, il viso truccato volgarmente ed era vestita con poco gusto. Le guardai le scarpe. Oscene. Stivaletti verniciati di nero col tacco a spillo e una pacchiana catena dorata come ornamento. Accese una sigaretta e osservò l’uomo, intento a scrivere, masticando chewing-gum come se stesse ruminando. Lui non sembrò essersi accorto della presenza della donna. Notai che aveva pure le gengive grigie. Nonostante non fosse di bella presenza sembrava credersi una donna attraente. Lo si notava dalla sua disinvoltura. Dopo un po’ sembrò essersi stufata di osservare l’uomo scrivere e iniziò a parlargli.

<>, disse la donna.

L’uomo lentamente e con la coda dell’occhio guardò verso la donna. Quando la riconobbe rispose al saluto.

<>.

<<Allora, anche oggi sei venuto tu a prendere i figli a scuola?>>, chiese la donna con un tono insolente.

<>, rispose l’uomo tornando a volgere lo sguardo verso il quaderno, segnale che non aveva voglia di conversare con la donna dalle gengive grigie.

<>, chiese la donna incuriosita.

<>, rispose l’uomo.

<>, chiese la donna sempre più invadente.

<>, rispose svogliatamente l’uomo.

Sembrava che la sfacciata curiosità della donna non fosse compatibile con la riservatezza dell’innamorato di Peynet.

<>, disse la donna con una parlata ignorante.

L’uomo sembrò non badare alle affermazioni della donna. Continuò a rivolgere lo sguardo verso il quaderno dove stava scrivendo prima di essere interrotto.

Provai fastidio nell’invadenza della donna. Avrei voluto intromettermi solo per dirle di farsi i fatti suoi, ma rimasi in silenzio ad osservare la scena dinanzi a me. Nonostante ritenessi il comportamento della signora scortese, dovevo ammettere che grazie alle sue domande invadenti stavo ottenendo informazioni sull’innamorato di Peynet.

<>, chiese senza ritegno la donna.

<>, rispose seccato l’uomo.

Il tono che utilizzò fu comunque pacato e tranquillo per gli standard della donna, pertanto la signora dalle gengive grigie non sembrò badare più di tanto alla risposta sarcastica che l’innamorato di Peynet le aveva rivolto per alludere alla sua invadenza.

La signora dalle gengive grigie, però, non sembrò demordere.

<>.

L’uomo la guardò dritta negli occhi, poi le rispose: <<Innanzitutto, è ancora mia moglie. E poi, non capisco perché dice che le piacerebbe arrivare così all’età di mia moglie. Io non so quanti anni abbia lei ma non credo che mia moglie sia più vecchia di lei>>.

<>, rispose indispettita la donna.

<<Beh, però si è accorta anche lei che nonostante abbia quasi dieci anni in più sembra più giovane di lei>>, replicò spazientito l’uomo.

Scoppiai a ridere ma camuffai la risata in un colpo di tosse.

<>, esclamò la donna che offesa si alzò e se ne andò.

L’uomo abbassò lo sguardo verso il quaderno e riprese a scrivere. Lo adoravo. Non potevo andarmene. Rimasi ancora lì seduta a osservarlo ascoltando musica dalle cuffie. Nonostante non andasse di moda tra la maggioranza dei miei coetanei, i miei gusti musicali erano radicati nel vecchio gothic rock e post punk. In quel momento stavo ascoltando The Witch dei Rosetta Stone.

I cancelli della scuola si aprirono. L’uomo mise il quaderno dentro la valigetta di pelle, poi si alzò. Mentre si alzava gettò lo sguardo su di me accorgendosi che lo stavo fissando. Abbassai di colpo lo sguardo verso le mie scarpe. Mi sentii sprofondare dalla vergogna. Lo trovavo un uomo così affascinante, non so per quale strana ragione. Non avevo mai provato interesse per gli uomini più grandi. L’uomo si avvicinò ai cancelli per recuperare i figli. Dalla conversazione con la donna dalle gengive grigie avevo dedotto che era un uomo separato, che aveva tre figli e che era disoccupato. Se la moglie avesse avuto quarantotto anni, lui poteva essere o molto più giovane, come esteticamente sembrava, oppure avere l’età della moglie ma dimostrarne molti in meno. Era meglio se riprendevo la mia passeggiata verso casa. Ero uscita solo per andare in biblioteca a riconsegnare un libro e prenderne in prestito uno nuovo. Invece, rimasi bloccata su quella panchina ad osservarlo. Ero curiosa di vedere i suoi figli. Vidi un bambino di circa sei anni correre verso di lui.

<<Papàaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa>>, urlò il bambino correndogli incontro felice e abbracciandolo.

<>, rispose l’uomo aprendo le braccia per permettere al bambino di abbracciarlo.

Li sentii parlare ma non riuscii a capire cosa si stessero dicendo. Il bimbo sembrava molto chiacchierone. Poi, vidi un bambino più grande, sui 9 anni, avvicinarsi lentamente a loro. Il bambino più grande non abbracciò il padre come il fratello minore. Sembrava di carattere più freddo. Lo chiamarono Martino. L’uomo prese lo zaino del figlio piccolo e si avviò con la prole lungo il sentiero che attraversava il parco adiacente alla scuola. Aspettai che si allontanassero un po’. Poi, decisi di seguirli, tanto era ancora presto per tornare a casa. Lungo il tragitto vidi il bambino piccolo continuare a chiacchierare mentre il grande sembrava pensare ai fatti suoi. Allungai il passo per avvicinarmi a loro, volevo sentire di cosa stessero parlando.

<<Papà lo sai che oggi Maicol ha detto che suo padre dice che somigli a Marilyn Manson struccato?>>, disse il piccolo Wolf.

<>, chiese Martino.

<>

<>.

<>, chiese Wolf.

<<Beh, Maicol scritto in questo modo come lo pronunci è una storpiatura. Andrebbe scritto M I C H A E L. Ma purtroppo i genitori di Maicol, come tante altre persone, mio caro Wolf, non hanno voglia di informarsi su come si scrivono determinati nomi o parole, pertanto le adattano a modo loro. Comunque, oggi ho visto la madre di Maicol. Mi ha ricordato una delle streghe di Dahl. Ti ricordi Martino che quando eri piccolo volevi sempre che ti leggessi quella storia?>>

<>, rispose Martino.

<<Papà, ma perché ti ha ricordato una strega?>>, chiese Wolf.

<>.

<<Papà non dire queste cose a Wolf, lo sai che poi lui domani le racconterà in classe?>>, disse Martino.

<<Wolf, mi raccomando, acqua in bocca>>, disse l’uomo.

<<Promesso!>>, rispose Wolf con la faccia da furbetto.

Usciti dal parco li seguii per altri cinque minuti fino a quando li vidi entrare nel cancello di una casa indipendente in via delle Ninfee numero 5. L’abitazione si presentava come una vecchia casa in stile rustico con tutte le pareti esterne in pietra. Aveva qualcosa di fiabesco, qualcosa che ricordava le fiabe dei fratelli Grimm. Quando furono entrati in casa mi avvicinai al cancello. Sul citofono erano scritti due nomi: Ugo Maria Ardisson e Bianca Gentile. Il nome della moglie compariva ancora anche se, stando a quello che aveva detto la signora dalle gengive grigie, lei ora stava insieme ad un altro uomo.

Rimasi colpita dall’insegna in legno appesa fuori dall’ingresso, proprio sopra la porta. Nell’insegna era incisa a caratteri gotici una frase che recitava: “Lontani Voi che non siete abbastanza sognatori per vivere in un Incanto”. Che insegna particolare, pensai.  Il Signor Ardisson doveva essere proprio un uomo strano. Osservai la casa ancora per qualche minuto e poi decisi di tornare indietro.

Passai tutta la sera a pensare all’incontro che avevo fatto nel pomeriggio. C’era qualcosa nella figura di quell’uomo che mi attraeva. Un uomo senza tempo. Avrei preferito che non avesse figli e che fosse seduto su quella panchina solo a scrivere. Era decisamente troppo grande per un’adolescente di sedici anni. In quel momento avrei voluto avere almeno dieci anni in più. Era la prima volta che fantasticavo su un uomo adulto con figli. Mi ero fatta ingannare dall’aspetto giovane e dall’abbigliamento da esteta che indossava. Presi il mio blocco da disegno e disegnai una figura ispirata a lui.

Il giorno successivo, dopo scuola, rientrai a casa, posai lo zaino e mi cambiai velocemente vestendomi con il mio vero look. Abbandonai i jeans e la felpa casual e indossai il mio vestito di velluto nero, la mia croce celtica, i miei braccialetti di cuoio nero e i miei stivali gotici con le stringhe. Mi truccai mettendomi l’eyeliner nero, l’ombretto viola e il rossetto nero. Non avevo tempo di mettermi anche lo smalto nero sulle unghie. Lasciai i capelli sciolti ma li adornai con una piccola fascia di velluto nero in testa. Indossai un collare sempre di velluto nero intorno al collo. Questo era il mio vero look. Purtroppo a scuola non potevo più vestirmi cosi. Erano le nuove regole di mio padre. Se mi avesse beccato vestita in quel modo per andare a scuola mi avrebbe spedito in una scuola privata lontano da casa. Un collegio insomma. Mio padre non era di certo un uomo che non manteneva le sue promesse. Questo accadde perché sei mesi prima avevo subito un atto di bullismo a scuola. Venni accerchiata da un gruppo di studenti e fui presa a spintoni e sputi per via del mio look. Mi chiamavano strega, satanista, megera. Dicevano che dovevo bruciare al rogo. Il preside della scuola, amico di mio padre, denunciò l’episodio. Da quel giorno mi fu impedito di andare a scuola vestita con il mio look gotico. Mio padre mi ordinò di smettere di tingermi i capelli di nero obbligandomi a trovare una tinta che riportasse i miei capelli al loro originale biondo. Nel giro di pochi giorni mi trasformai da una strega satanista ad una bambolina dai lunghi capelli biondi e gli occhioni azzurri. Mia madre mi portò subito a fare shopping per rifare il guardaroba. Mi venne impedito anche di truccarmi usando matite e rossetti dai toni neri e violacei. Mi fu concesso solo un trucco leggero. Mia madre andò a comprarmi una trousse di ombretti dalle tonalità pastello. Spogliata dal look gotico fui trasformata in una bellezza angelica in pasto ad adolescenti in piena fase ormonale. Ma io non amavo quell’immagine di me. Il mio io interiore non rispecchiava quel tipo di ragazza. Nei mesi successivi il chiacchiericcio sul mio conto cessò.

Iniziai ad essere considerata tra le più carine del liceo. Solo le ragazze invidiose continuarono a sottolineare il mio passato da strega prendendomi in giro negli spogliatoi o nei bagni. Uno dei più belli della scuola mi chiese il numero. Pensare che fino a sei mesi prima nemmeno mi guardava. Una mia compagna di classe, Lara, una delle poche ragazze della scuola con cui parlavo, dal viso paffuto e pieno di acne e gli occhiali da vista, non capiva come potessi lamentarmi e non apprezzare di essere corteggiata dai ragazzi più carini della scuola. Le spiegai che la natura era stata ingiusta con me, mi aveva donato le fattezze di una principessa bionda con lo sguardo dolce facilmente scambiabile con una ragazza oggetto. Avrei preferito avere selvaggi capelli neri e occhi che incutono disagio, come le eroine dei romanzi che leggevo. Nonostante il cambiamento estetico mi avesse facilitato le relazioni sociali, io continuavo e preferivo passare gli intervalli da sola a leggere i miei libri, o insieme a un gruppo di reietti alternativi.

2022-08-16

Aggiornamento

Ringrazio tutti i sostenitori che hanno creduto nel mio progetto soprattutto quelli che mi hanno aiutato a fare da passaparola! Ringrazio quelli che hanno letto in anteprima la bozza, quelli che si interessavano a sapere a che punto fosse la campagna. È stato un viaggio anche per me partecipare a questo crowdfunding... GRAZIE!

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Edel Goth
Sono nata e cresciuta a Milano. La passione per la scrittura è arrivata poco dopo il diploma ma non si è mai concretizzata perché nel frattempo avevo deciso di frequentare un corso di fumetto, poi un corso di illustrazione, poi un corso di disegno. Ho sempre cercato di liberare la mia fantasia attraverso i disegni, la lettura, la visione di film d’autore. Tra un romanzo fantasy lasciato a metà, un racconto in stile Wes Anderson incompiuto e un romanzo autobiografico in chiave fantasy mai portato a termine mi sono ritrovata un giorno con un romanzo finito. Attualmente studio cinese e lavoro come impiegata. Nel tempo libero leggo, scrivo e ascolto musica.
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