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Se il tempo si fosse fermato

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Consegna prevista Aprile 2023
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Sud Italia, estate 1970. Intrighi e personaggi enigmatici incuriosiscono una giovane abitante del Castello e nutrono le sue riflessioni sulla morte, sulla vita, sulla musica. La venerazione per il padre – musicante, mito, genio – la porterà per molto tempo ad edulcorare una verità agghiacciante per scagionarlo da un evento che ha cambiato il corso delle loro vite.
Da adulta, una ricostruzione artificiosa dei fatti le permetterà di esorcizzare il suo passato: il padre non è altro che un personaggio di un’opera lirica come Otello, che agisce in una realtà fittizia e, quindi, esente da colpe. Dentro la bolla di vetro del tempo fermo dell’infanzia è la felicità pura, fuori, dove il tempo scorre, divorando favole, affetti, speranze, è la dannazione al dolore. La voce di Lorenza, professionale e umana, diventa specchio e cura dell’anima, dà spazio ai ricordi e li dispone in un nuovo ordine, dove trovano posto le ragioni e la verità del dramma intorno al quale tutto ruota

Perché ho scritto questo libro?

La paura della morte e del tempo che passa sono alla base della mia decisione. So che non sono argomenti gradevoli da dire e da ascoltare, ma desidero essere franca con i miei lettori e con me stessa. Credo che qualunque prodotto artistico, un quadro, una sinfonia, un testo teatrale, abbia il potere di fermare il tempo, di cogliere quell’attimo fugace e fissarlo per sempre. Io ho inteso farlo con un romanzo il cui titolo è emblematico della mia visione del mondo e della mia vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Via Costantinopoli è caotica a quest’ora del giorno. La confusione di macchine e passanti acuiscono il  mio senso di vertigine rendendo la ricerca più ardua di quanto pensassi.  Le targhette in metallo poste al lato dei portoni scorrono sotto i miei occhi rimandando il bagliore freddo dei fari delle macchine:  Dermatologo … Otorinolaringoiatra … Avvocato …

-Nemmeno l’ombra di  uno strizzacervelli – penso, cedendo alla irresistibile tentazione di ironizzare su me stessa – Ah ecco! – Lorenza Balzano – Psicologa e Psicoterapeuta – Piano primo. Bene – mi sento sollevata – l’ho trovata, e non sarò neppure costretta a usare l’ascensore, la mia claustrofobia mal si concilia con uno spazio tanto angusto. 

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Suono al citofono rispondendo con il mio nome alla voce che chiede chi è.  Il portone si  apre e l’unica rampa di scale mi conduce davanti a una porta socchiusa. Una lieve pressione della mano e scivolo in una stanza silenziosa e deserta: poche sedie, un tavolino ricoperto da  riviste disordinate, forse lasciate cadere in  fretta quando si viene chiamati dal medico, penso, cercando una causa plausibile al  disordine. Allineo le riviste restituendo loro l’armonia sconvolta. La mia ansia si placa. Intanto lo sguardo corre lungo le pareti, niente di bello su cui posare gli occhi, solo anonimi quadretti di fiori e farfalle. 

– Cosa ti aspettavi – dico a me stessa – è uno studio medico, non  il museo dell’ Orangerie. 

È una distorsione della mia mente ricercare la bellezza ovunque. Mi siedo sulla punta di una sedia pensando che sia inutile  mettersi comodi quando non si è sicuri di rimanere. Una insofferenza di vecchia data per i medici prende il sopravvento e cerca un argomento che mi convinca a desistere. Mi alzo senza averlo trovato, ma decido ugualmente  di andare e mi avvio verso la porta. 

– Buonasera – dice una voce alle mie spalle. 

Una spiacevole sensazione mi fa sobbalzare. Touchée, colta in flagrante.   

-Stava andando via? – prosegue la voce che ora ha l’aspetto di una signora di mezza età vestita con sobria eleganza.  

-No! – e sorrido, imbarazzata. 

Non risponde al mio sorriso e con misurata cortesia mi invita a entrare. Ho appena il tempo di dare un rapida occhiata al nuovo ambiente, lei mi indica una poltrona, mi si siede di fronte e restiamo in silenzio per qualche secondo: siamo due perfette sconosciute,  condizione imprescindibile per cominciare una terapia, se non altro.  Il suo viso professionalmente neutro non mi dice nulla, piuttosto  rivolgo l’attenzione ai suoi capelli, bellissimi, di un rosso già visto, familiare direi. Un dettaglio sul quale  mi soffermerei volentieri se non mi chiedesse:  – Cosa l’ha spinta a venire qui da me? 

Le accenno ai miei attacchi di panico sempre più frequenti e violenti, puntualizzando che è stato uno psichiatra a consigliare di rivolgermi a lei. 

-Da anni soffro di una infelicità profonda che subdolamente si trasforma in pensieri ossessivi e malesseri fisici insopportabili. – le dico d’un fiato.

– La chiave potrebbe trovarsi nel suo passato – mi aveva detto lo psichiatra nel nostro ultimo incontro – un’adeguata terapia psicologica potrebbe giovarle.

– Assume dei farmaci?

Rispondo con un elenco dettagliato di principi attivi. 

Annuisce dicendo: – Capisco… – e si aggiusta sulla poltrona accavallando una gamba. Percepisco il movimento  come rallentato,  quasi mi voglia dare il tempo di ricordare qualcosa. Questi momenti, credo di averli già vissuti, eppure sono certa di non essermi mai trovata in una situazione analoga. È la scena di una intrigante serie tv nella quale  il  protagonista, preda di attacchi di panico  è costretto a ricorrere ad uno specialista per farsi aiutare, e come me è scettico e poco convinto. Aspetto impaziente che lei rompa il silenzio.  Finalmente la domanda che mi rivolge è proprio quella che mi aspettavo  e  speravo mi facesse.  

– Come si manifestano  i malesseri  che riferisce, intendo dire con  quali sintomi  e quanto tempo durano.

La descrizione è lunghissima e minuziosa, nessun dettaglio è trascurabile e ogni informazione può essere determinante per  risolvere il mio caso, mi dico speranzosa.

– I sintomi sono sempre diversi e repentini. – le spiego – Senza una ragione il battito del cuore, accelerato fino allo spasimo, rimbomba in ogni parte del corpo e il respiro si ferma a metà del petto, imprigionato nella cassa toracica.

La sensazione è quella di perdere i sensi, di afflosciarmi su me stessa perché ogni muscolo è diventato molle e inadeguato a sostenermi. 

– Alla sensazione di svenire segue un vero e proprio svenimento? – chiede, troncando il profluvio di parole.

– No. È come essere sul ciglio di un burrone senza mai  precipitare giù. 

– Capisco – dice nuovamente, e poi, a bruciapelo, aggiunge – Cosa si aspetta da me e da una ipotizzabile terapia psicologica?    

Mentalmente rilancio. È una domanda trabocchetto o ha uno spiccato senso dell’umorismo? Ma, a dispetto dei miei sarcastici pensieri, dico semplicemente: – Che mi aiuti a uscire da questo inferno.

– Quando è stata l’ultima volta che le è venuto un attacco di panico? 

-In strada  prima di salire da lei. 

– E la prima volta?

– Molto, molto tempo fa.

Il sipario si chiude sulle mie parole. La prima seduta è terminata. Prendiamo accordi per la successiva. 

– Alla prossima settimana – dice la dottoressa, accompagnandomi alla porta.  

– Arrivederci, Lorenza! – penso tra me e me. 

O  forse potrei chiamarla Emilia, con questa espressione sul viso le somiglia in modo impressionante. Se non fossi assolutamente sicura che è impossibile, direi che è proprio lei: Emilia del Castello. E se il tempo si fosse lasciato sfuggire qualcosa? La settimana trascorre insolitamente veloce. La mente, forse  distratta dalla novità, sembra concedersi una pausa, gli attacchi di panico si diradano.  Con il cuore leggero e quasi euforica aspetto nel suo studio che la dottoressa mi chiami.

– Mi dica qualcosa di sé – esordisce qualche secondo dopo esserci sistemate sulle rispettive poltrone. 

Alla domanda di per sé innocua, addirittura banale, fa eco un’altra domanda 

– Dirle cosa? Non saprei da che parte cominciare, la mia vita è un tale groviglio . 

– Lavora? Di cosa si occupa? – aggiunge senza aspettare risposta.

Ancora una domanda imbarazzante.

 – Sono una gattara, mi occupo prevalentemente di gatti randagi, ma non disdegno i cani quando si presenta l’occasione – le risponderei. Il timore di non essere presa sul serio blocca la mia risposta.  Pateticamente penso: – E se non le piacessero i gatti? O peggio ancora, se soffrisse  di allergia e mi chiedesse di interrompere le sedute? Poco male. Se comincia a starnutire e a lacrimare, glielo dirò e sarà lei a decidere cosa fare. Immagino che la mia titubanza nel risponderle la porti a glissare sull’argomento, apre una cartella e la scorre velocemente con lo sguardo.

-Vuole  cominciare da quel molto tempo fa?

 Mi piace che ripeta le mie parole, forse si è stabilita una certa sintonia fra di noi, potrebbe trattarsi del famoso transfert freudiano.

 Amo crogiolarmi nel passato, come un gatto al sole.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Maria Carella

    (proprietario verificato)

    La lettura di questo racconto mi ha regalato sensazioni inaspettate. Man mano che si procede trasporta in luoghi della memoria, anche propri, messi da parte, accantonati, ma pronti a riemergere, evocati dalle immagini, dai suoni, dai colori e dagli odori così magistralmente ricostruiti.
    L’autrice possiede il dono di una scrittura ricercata e fluida al tempo stesso, che appare naturalissima ma che è, senza dubbio, frutto di una meticolosa ricerca della parola, di un’attenzione costante ai particolari, e proprio per questo così potentemente evocativa.
    Colpisce la capacità di narrare fatti, di descrivere personaggi e luoghi, facendoli percepire al lettore in modo limpido.
    Condivido tanto delle considerazioni espresse nel romanzo e conosco bene quell’inquietudine che accompagna le riflessioni della protagonista…
    Concludo ringraziando la mia cara amica Arcangela per le emozioni che ha saputo regalarmi e augurandole, in modo profondo e sincero, di portare a compimento il suo progetto e di realizzare tutti i suoi desideri.

  2. Myriam Marzano

    l’atmosfera avvolgente e vivida che Arcangela riesce creare mi ha accompagnata durante tutta la lettura: sono riuscita a vedere il Castello, a sentire l’odore del legno, ad ascoltare i misteriosi lamenti notturni e, soprattutto, a galleggiare nel buio insieme a lei.
    La grandissima capacità dell’autrice di sondare con lucidità le emozioni umane più oscure e di riportarle su carta attraverso una minuziosa ricerca lessicale (che non può non saltare subito all’occhio di un lettore attento) sono, a mio avviso, i due aspetti più preziosi di quest’opera.
    Voglio lasciare qui, per Arcangela, una poesia del 1896 di Emily Dickinson, che mi è subito tornanta in mente leggendo il suo libro:
    “È una curiosa creatura il passato,
    ed a guardarla in viso
    si può approdare all’estasi o alla disperazione.
    Se qualcuno l’incontra disarmato,
    presto, gli grido, fuggi!
    Quelle sue minuzioni arrugginite
    possono ancora uccidere!”

  3. Lorenza Colicigno

    (proprietario verificato)

    Se il tempo si fosse fermato” di Arcangela Viggiano è un romanzo costruito secondo percorso memoriale in cui realtà e immaginazione, annodate in un unicum emotivo dalla passione per la musica, e in special modo per il melodramma, si sviluppa in una narrazione sempre in bilico tra radicamento da un lato e sradicamento dall’altro, sradicamento dal Castello e dalla visione favolistica e arcana del passato infantile e adolescenziale.

    L’infanzia, oltre ad essere narrata come età biografica, si connota come fase storico-antropologica di una società immersa nel culto del primitivo e dell’arcano, della magia e dell’inconoscibile.

    In questo contesto affiorano le ombre di un conflitto familiare e di un delitto, percepito, forse addirittura atteso, come unica possibile e inevitabile “messa in scena” della vita e della morte, da una bambina, poi adolescente, poi adulta, dotata di una sensibilità acuta, cosciente di sé come erede di un tempo che non può più esistere, contro ogni suo desiderio.

    Dentro la bolla di vetro del tempo fermo dell’infanzia è la felicità pura, fuori, dove il tempo scorre, divorando favole, miti, affetti, attese e speranze, è la dannazione al dolore e all’alienazione.

    Ma è da questa dannazione che nasce la scrittura, che, a differenza della musica che tutto ingloba, appare in grado di farsi ricerca di senso e di razionalità del vivere.

    Nei momenti di massima tensione emotiva la parola narrante sceglie di farsi assolo lirico, come un eco che si propaga da un tempo senza tempo.

  4. A. C.

    (proprietario verificato)

    “Se il tempo si fosse fermato” racconta del tempo che scorre inevitabilmente sulle nostre teste e che ci obbliga a rincorrerlo invano fino a quando decidiamo esausti di lasciarlo andare.
    Una perspettiva fatalista e verghiana, perfettamente coerente con il quadro di un mistico paese del Sud, lotta contro la ragione che vuole guardare gli eventi dolorosi da lontano, per distaccarsene, per smettere di soffrire. La famiglia e’il terreno sul quale questa lotta si consuma. Una famiglia del Sud, dove, e’ certo, le emozioni sono viscerali, attraversano il corpo come una pallottola.
    Come perdonare l’atto malefico di una persona che amiamo profondamente? Come conciliare un passato doloroso con un presente che deve essere vissuto? Come smettere di soffrire? In questo romanzo accattivante, l’arte, la natura, la memoria giocano un ruolo inaspettato in ognuna della risposte a queste domande. Bellissimo!

  5. (proprietario verificato)

    Bello, uno scritto tra il passo e il presente, con il compito di raccontare una storia attualissima anche se ambientata tanti anni prima. Scrittura ottima minuziosa nei particolari, nella descrizione dei luoghi e dei personaggi. Trovo bellissimo unire citazioni di opere liriche e versi, perché fanno comprendere maggiormente, non la protagonista ma il personaggio principale, su cui tutta la storia è centrata e collegata con i “demoni” della protagonista. Una narrazione profonda, dove io tra le righe ci ho letto, l’invito a non fermarsi alle apparenze, a non “etichettare” le persone, a farsi aiutare a combattere i “mostri” interiori senza alcun pregiudizio. Grazie Arcangela.

  6. valeria.c74

    Vorrei esprimere tutto il mio affetto e fare le mie congratulazioni per il traguardo raggiunto.
    Sono sicura sarà soltanto l’ inizio di una lunga strada fatta di successi…..un successo più che meritato….la volontà,la forza,il coraggio e la determinazione nel portare avanti questo progetto,questo sogno oggi concretizzato.
    L’ anteprima mi ha incuriosito tantissimo,non mi rimane che lasciarmi travolgere dalla lettura di questo romanzo dal quale mi aspetto molto,conoscendo Arcangela:persona ben preparata, intelligente e così apprezzabile.
    Dal legame che ci unisce aggiungo e concludo dicendo che sono profondamente orgogliosa,orgoglio che porto nel cuore.

  7. (proprietario verificato)

    Arcangela è una donna sensibile, intelligente, capace di tirare fuori falle parole vere sensazioni vivide, palpabili e realistiche. Che poi è quello che ciascuno cerca nella scrittura: la possibilità di “vedere” quelle che legge e trasformarlo in scene reali. Sono certo che questo libro regalerà spesso questo genere di sensazioni.

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Arcangela Viggiano
Arcangela Viggiano nasce a Picerno nel 1961, Diversi anni più tardi si trasferisce a Potenza. Si laurea in Sociologia con una tesi sulla devianza e successivamente consegue un master in Criminologia. Nutre una grande passione per la Musica Classica e L'Opera Lirica. Parigi è la città europea che preferisce dove vivono le sue due figlie e la nipotina Irina. E' molto attratta dalla pittura post-impressionista e in modo particolare dal dipinto di Van Gogh "La Sieste". Le piace dire che la contadina all'ombra dei covoni di grano è lei stessa in una precedente vita. Ama la compagnia di cani e gatti e i personaggi letterari di Andrea Camilleri, Georges Simenon e Agatha Christie. Il romanzo breve , Se il tempo si fosse fermato, è la sua opera prima.
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