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The Drunk Fury – Le spade della Redenzione

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Consegna prevista Marzo 2025
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1703. La battaglia di Ascension Island è conclusa, e molti membri della Fratellanza hanno perso la vita. La missione, però, non è finita, e un nuovo viaggio aspetta i pirati guidati da Marie Anne.
Con Chepi, Vince, John, Jack e Paul, la Black Hunter e la Mermaid si inoltreranno fino ai confini del mondo per recuperare l’oro perduto dell’Huascarán e sconfiggere i suoi guardiani: fra avventure, inseguimenti, battaglie e giuramenti di sangue, la Drunk Fury e l’Impero spagnolo arriveranno allo scontro finale.

1718. La guerra fra pirati e Stati è cominciata: grazia non verrà chiesta né concessa. Gli uomini al comando di Barbanera, Vane, Calico Jack, Anne Bonny e Mary Read squasseranno i Caraibi, da Nassau a Tortuga, combattendo contro inglesi, francesi e spagnoli.
Nel frattempo, Jack Tyler e Paul Dragon, insieme a compari vecchi e nuovi, partiranno con l’Hawk alla volta dell’Europa, per chiudere finalmente i conti con il proprio passato.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo rappresenta l’ultimo capitolo della nostra trilogia “The Drunk Fury”: un viaggio iniziato nel 2017 e proseguito nel XVIII secolo fra i Caraibi, l’Europa, l’Africa e gli oceani. Le avventure della Fratellanza si chiuderanno, e il nero Jolly Roger verrà gonfiato dal vento, un’ultima volta. Sono stati anni eccezionali e abbiamo costruito tante amicizie e una grande ciurma: questo libro è anche per loro, per regalargli un finale all’altezza delle attese. Yo-oh, per la Drunk Fury!

ANTEPRIMA NON EDITATA

  1. CHIAMATA ALLE ARMI

23 luglio 1718

Dal diario di Paul Dragon

Caro Jack,

“la pirateria, oggi, scende in guerra”: queste sono state le mie parole nell’ultima pagina che ho scritto per il nostro resoconto, mentre prendevamo il mare da Great Inagua per dirigerci a Nassau.

E finalmente ci siamo giunti, con la Queen Anne’s Revenge di Barbanera, il Ranger di Vane e l’Hawk guidato da Bruce, il luogotenente di Teach.

Siamo tornati nella Repubblica dei pirati dopo il nostro attacco di due settimane fa per liberarti dalla prigione in cui eri rinchiuso, e la situazione è come immaginavamo: abbiamo trovato il governatore Rogers asserragliato nel forte, gli spagnoli eliminati e gli inglesi inferociti ma impossibilitati a reagire ancora per qualche tempo; i cannoni di numerosi velieri pirateschi tengono il forte sotto scacco, e una cinquantina di uomini fa la posta ai vari ingressi. C’è uno strano clima nelle strade, quasi euforico: gli Stati europei sono stati battuti sul campo, è vero, ma è solo la calma prima della tempesta. I rinforzi arriveranno, nessuno ha dubbi su questo, però non vi sono nemmeno dubbi sul fatto che, per quel momento, avremo già reso difficile trovarci.

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Un paio di giorni fa, dopo avere lasciato Carmelita, i bandidos e gli Schiavoni sulla Queen, siamo tornati alla Moses Cohen, e Calico – ripresosi dalla battaglia di Nassau e attorniato, come sempre, da Mary Read e Anne Bonny – ha provveduto a riunire i capitani rimasti nelle vicinanze. Non tutti, purtroppo, perché in diversi si sono dati alla macchia, ma Barbanera è fiducioso che si uniranno alla causa non appena riceveranno il nostro appello.

Al momento sono sulla Queen, nella mia cabina, e immagino che tu sia sul ponte dell’Hawk insieme a Moha, dottor maialino, Tip e il resto della ciurma: come ci siamo detti quando ci siamo rincontrati, continueremo con il nostro resoconto della storia della Drunk Fury e rimarremo divisi in modo che, qualora il Fato scelga di prendere uno di noi, l’altro possa continuare. I nostri nemici sono usciti allo scoperto, e la nostra guerra non si è ancora conclusa.

Quando siamo entrati nella locanda degli ebrei, Samuel – dopo l’aiuto fornito da lui e i suoi uomini all’assalto del forte spagnolo – ha ripreso il ruolo di oste burbero ma accogliente, versando birre e rum a tutti, colpito al vedere come il grande salone sia definitivamente diventato un ospedale permanente.

«La mia Moses, ridotta in questo stato» ha esordito, una volta ripresosi dalla scena.

«Coraggio, Samuel, i soldi degli spagnoli e degli inglesi ti aiuteranno a sistemarla. Sempre che non venga rasa al suolo quando arriveranno i rinforzi» disse Bruce fra il torvo e il divertito, accarezzandosi il pugno d’acciaio.

«Comandante, siete tornati» ci salutò Calico, venendoci incontro sorridente, salvo fermarsi al notare Vane. Proprio Vane scostò Moha, incedendo minaccioso sullo snello ed elegante capitano.

«Quindi sei ancora vivo, ladro?» domandò Charles, gli occhi ferini.

«Qualcuno doveva tenere in piedi la baracca, mentre giocavate a rincorrervi» rispose Rackham, fingendosi noncurante.

Vane increspò le labbra, scambiando uno sguardo cupo con Teach. Il nero pirata annuì, grave, e rapido Charles si voltò verso Calico, rifilandogli un manrovescio.

«E qualcuno doveva stare dalla mia parte, invece di tradirmi!» esclamò, nella sorpresa generale.

Calico finì contro un tavolo, ma si rialzò subito e si avvicinò nuovamente ai due capitani, mentre noi guardavamo silenti il sangue che già gli colava da un labbro.

“Calmo, Rackham” sentenziò Barbanera, mettendosi fra i due. “Ho dato io il permesso a Charles di colpirti. Gli hai preso veliero e ciurma, una manata non mi sembra così incomprensibile. O sbaglio?”

“No, comandante, non sbagliate” rispose Calico dopo qualche secondo, leccandosi via il sangue e facendosi raggiungere da Mary Read e Anne Bonny, che guardavano inferocite Vane. “Charles, possiamo mettere da parte la nostra questione, per il momento?” continuò, porgendo la destra al selvaggio capitano.

“Per il momento” grugnì lui, stringendogliela.

“Bene!” esclamò Barbanera, fintamente sollevato, poggiando le pesanti mani sulle spalle dei due capitani. “Anche questo litigio si può dire sospeso. Samuel, un giro di birra per tutti, è tempo di brindare al nostro ritorno e a come abbiamo ingabbiato il buon Rogers!” tuonò, seguito da urla e ovazioni dei pirati presenti.

“Comandante” prese a dire Calico, sorseggiando da una coppa, “ho riunito qui tutti i capitani che ho trovato, ci aspettano di sotto.”

“E questo è un bene, amico mio, perché per quanto possiamo avere intrappolato il governatore presto gli inglesi saranno qui con un esercito degno di questo nome, e noi dovremo essere lontani.”

“Su questo siamo d’accordo” annuì Vane, il viso sporco di rum.

A un cenno di Barbanera, ci dirigemmo verso la dispensa sotterranea che aveva accolto me, Moha, Viscuvatu e i bandidos poco tempo prima; lì, fra il fumo delle pipe e del tabacco e i piumaggi sgargianti di cappelli di ogni foggia, trovammo radunati almeno una ventina di capitani, dai più famosi ai più sconosciuti, un’accozzaglia di barbarie e violenza che in quel momento si dedicava all’antica arte del bere fino allo svenimento.

Barbanera si calò fra loro come un re tornato a corte, accolto da brindisi, bestemmie e lame cozzate a guisa di trombe festanti.

Si accostò al tavolo attorno a cui stavano quei liberi avventurieri, e sbattendo una coppa di metallo sul legno massiccio pretese il silenzio.

“Fratelli, riunirvi qui è stata una mia idea. Per anni abbiamo regnato sui Caraibi, riprendendoci la libertà che ci era stata tolta dai ricchi e dai potenti, navigando sulle onde senza padroni, rubando, razziando e saccheggiando. E il nostro premio è sempre stato l’alcol, seguito dalle puttane e dai divertimenti, quasi sempre in quest’ordine!” così esordì, e i bicchieri e le bottiglie sbatterono forti sul tavolo. “Ma quegli anni stanno finendo” riprese Barbanera, facendosi cupo e spegnendo urla e risate. “I mari si restringono intorno a noi, la rete degli Stati si fa più fitta e le capitali europee stanno imparando a collaborare per strangolarci ed eliminarci. Con la battaglia di Nassau, lo scontro è arrivato in casa nostra, e siamo di fronte a una scelta: unirci per attaccare nuovamente i nostri nemici, formando un’alleanza e sferrando un assalto a Tortuga che pieghi francesi e spagnoli, o fare come abbiamo sempre fatto, veleggiare da soli e farci massacrare quando le flotte colme di cannoni e soldati arriveranno nei Caraibi.”

Il silenzio calò nella sala, prima che una risata si sollevasse.

“E allora, Teach? Quando gli Stati si presenteranno qui ci sposteremo in Africa, e quando ci inseguiranno in Africa torneremo qui!” esclamò Levasseur, lo spietato francese con l’occhio sinistro attraversato da una profonda cicatrice, terrore dei mercanti di schiavi. “Che motivo avremmo di attaccare la Tortuga? Distruggiamo il forte, appendiamo Rogers a uno dei nostri alberi e poi andiamocene.”

“E cosa ne sarà della nostra Repubblica, Olivier?”

“E perché dovrebbe fregarci della Repubblica? Siamo pirati, Barbanera, non mogliettine” si intromise Stede Bonnet, il barbadiano famoso per non essere un marinaio e per essersi comprato la sua prima nave.

“Perché siamo dei reietti, Stede, e la Repubblica è la prima casa che noi pirati abbiamo. Perché i nostri velieri si usurano e le merci che prendiamo dobbiamo pur venderle a qualcuno. Ricordi quando navigavamo insieme? Abbiamo bisogno di un posto dove possiamo rifugiarci, dove nessuno possa sorprenderci e dove trovare alleati e amici.”

“Io ho combattuto, Teach, sono stato nella marina francese: anche se accettassimo la tua alleanza, sarebbe un massacro” sibilò Levasseur.

“Un massacro sarebbe rimanere fermi. Conosciamo questi mari, possiamo decidere noi dove scontrarci, e la Tortuga è il posto perfetto. Pensateci!”

“Tu sei pazzo, Teach, una mossa del genere è una dichiarazione di vera guerra alle potenze europee: Inghilterra, Spagna, Francia, Olanda, Portogallo, si avventerebbero tutti su di noi… è follia” commentò Edward England, che a lungo aveva servito Vane come luogotenente.

“Ed, Barbanera è pazzo, ma dobbiamo ascoltarlo” ribatté proprio Vane, alzandosi in piedi.

“Tu sei d’accordo con lui, Charles?” chiese England, sorpreso.

“Strano a dirsi, però sì. Abbiamo raggiunto un accordo.”

“Potremmo fortificarci su Nassau e batterci qui” suggerì Bartholomew Roberts, l’austero e religioso gallese che si stava costruendo una carriera di infaticabile saccheggiatore delle merci europee.

“Oppure potremmo dividerci, scappare come sempre, e continuare a depredare e uccidere e gozzovigliare finché la Morte non ci vorrà prendere” aggiunse Olivier.

Vane scosse le spalle, avventandosi su un cosciotto di pollo.

“Già provato a suggerirlo, Buse, ma non ho avuto successo” commentò con la bocca piena riferendosi a Levasseur, chiamato Buse per la rapidità e la ferocia dei suoi assalti.

Calico alzò il bicchiere verso Charles, sorridendo sornione.

Guardai Teach, silenzioso, le mani possenti a stringere le cinte incrociate sul torace. Bonnet teneva ora la testa bassa, fumando la pipa, mentre Mary Read e Anne Bonny bevevano assorte. Vidi te Jack, mio vecchio compare, appoggiato al muro, un bicchiere di rum in mano, e ci scambiammo uno sguardo di intesa da sotto la tesa dei cappelli. Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme, non poteva essere certo una riunione tra pirati egoisti e ubriaconi a fermare la nostra sete di vendetta.

“Capitani, avete ragione” mi decisi a intervenire. “Potremmo barricarci qui, sconfiggendo Rogers, oppure potremmo scappare. E sapete cosa accadrebbe? Ci darebbero la caccia, uno per uno, e ci finirebbero come topi in trappola. Sedici anni fa, io e questo baleniere ci trovammo fra le mani la possibilità di fare qualcosa di grande e utile per noi, per queste terre e per la pirateria. E oggi, in questa stanza, io guardo i più valenti condottieri dei Caraibi, e mi chiedo ciò che domandai ai miei fratelli sedici anni fa: quando vi chiederanno che cosa avete fatto mentre il mondo bruciava, che cosa risponderete? Perché questa è la differenza, capitani: decidere di prendere in mano il nostro destino e combattere per una Repubblica dei pirati, o rivelarci vigliacchi. E io so che qui dentro nessuno è un vigliacco. O almeno spero di non essermi sbagliato.”

“Teach, fai ragionare il tuo amico! Siamo pirati, non rivoluzionari!” sbraitò England.

In quel momento, Jack, ti sei alzato dal muro e ti sei affiancato a me, prendendo la parola.

“I pirati sono uomini liberi, giusto? E quale rivoluzione è più grande della libertà? Dici che siamo pirati e non rivoluzionari: io non vedo differenza tra le due cose, i pirati sono rivoluzionari.”

“Nel tuo caso i pirati sono anche balenieri: si sente il tuo odore di cetaceo da Nassau fino a Cape Cod!” disse ghignando una voce dal fondo della sala, che non riuscii a riconoscere.

“Strano, a tua madre quell’odore piace” gli rispondesti di rimando.

Risate, grida e insulti riempirono la sala, rischiando di sfociare in una rissa.

“Ci hai riuniti qui per sentire parlare due folli?” rincarò Roberts, urlando per farsi sentire e schivando uno sgabello che volava a pochi centimetri dalla sua testa.

A quel punto Barbanera avanzò nella calca generale, riflessivo. Quando si schiarì la voce tutti cessarono di gridare e ascoltarono il nero capitano.

“Signori, di fronte a voi avete Paul Dragon, e al suo fianco c’è Jack Tyler” disse indicandoci, pronti a batterci con quell’accozzaglia di tagliagole e avventurieri. “Sono miei amici e alleati. Sono membri della Drunk Fury e, come sapete, la Drunk Fury ha dato vita a questa nostra Repubblica. Non solo, la Drunk Fury ha posto le basi per la Fratellanza della Costa. Abbiamo un debito d’onore con loro, amici miei. E non crediate nemmeno per un istante che Rogers e gli spagnoli non vorranno farcela pagare per ciò che abbiamo imbastito qui a Nassau. Non pensiate che non cercheranno vendetta. Questi potenti, questi Stati, ragionano solo con il linguaggio della forza e della determinazione. Abbiamo dato un primo scossone, e li abbiamo costretti a leccarsi le ferite. Diamogliene un secondo, colpiamo al cuore francesi e spagnoli, mettiamo a ferro e fuoco Tortuga, e l’intera Europa capirà il messaggio: vogliamo essere liberi. Sono in tanti su quell’isola, questo è vero, ma abbiamo già in mente un piano. Io vi aprirò la strada per colpirli. Nessuno sarà così sciocco o poco ambizioso da non provare a inseguirmi. Tutti mi vorranno: francesi, spagnoli, inglesi, olandesi. E sarà allora che voi attaccherete, dal mare e da terra, e con lame e cannoni metterete fine alla caccia immonda che si è scatenata contro la Drunk Fury e la pirateria. Così, pareggeremo i nostri conti con Jack Tyler e Paul Dragon, e avremo una vera possibilità che finalmente, al posto che navi e governatori, gli Stati inviino diplomatici e negoziatori. Una vera speranza che la Repubblica possa rimanere libera e prospera negli anni.”

“Per questo vuoi attaccare Tortuga? Per la Drunk Fury?” domandò Levasseur, alzandosi in piedi. “Io sono grato alla Drunk Fury per ciò che ha fatto per noi ma, se posso permettermi, non vedo perché dovrei mettere a rischio me e i miei uomini per loro.”

“Perché i loro nemici sono i nostri, Olivier” sibilò a denti stretti Calico.

“E perché sconfiggendoli faremo ciò che ha detto Barbanera, che mi pare evidente sia l’unico qui dentro ad avere un piano che vada oltre il fottere e l’ubriacarsi” si accodò Vane, alzandosi a sua volta.

“E cosa c’è di male nel limitarsi a fottere e ubriacarsi, eh?”

“Niente, Stede, se non che io preferisco farlo da vivo che da morto” rispose Teach.

“Capitani, ascoltateci” mi inserii. “Ricordate come siamo nati: ci hanno insultati, picchiati, maltrattati, e noi siamo divenuti ribelli. Allora hanno iniziato a darci la caccia, hanno provato a comprarci, ci hanno chiamati briganti. E noi siamo divenuti pirati. Infine ci hanno chiamati nemici dell’umanità, hanno mandato i soldati, ci hanno impiccati. E allora ci resta una sola cosa da fare: dichiarare guerra al mondo intero. Scendiamo in battaglia, capitani, per i nostri mari e la nostra isola, per i nostri fratelli uccisi e per la libertà che da sempre vogliamo conservare, come dimostrano i nostri Jolly Roger: una lotta senza quartiere, contro tutto e tutti. Scendiamo in battaglia contro gli Stati europei, e costringiamoli a venire a patti con noi. Eliminiamo i francesi e gli spagnoli alla Tortuga, colpiamo navi di ogni bandiera, uniti sotto il nero vessillo, finché ciò che ha detto Barbanera non si realizzerà e non inizieranno a mandare diplomatici e negoziatori.”

“Non abbiamo un esercito, Dragon” mi rispose Levasseur.

“Abbiamo velieri, sciabole e cannoni. Non ci serve un esercito, capitano, ciò che ci serve è sapere dove colpire e come agire, e lo sappiamo. Alla Tortuga sono presenti un contingente francese e un raggruppamento di spagnoli. I primi pensano di potere dominare l’isola, i secondi hanno deciso di dare la caccia a ciò che rimane della Drunk Fury. Entrambi intendono sopprimere la pirateria, così come Rogers e gli inglesi intendono sopprimerla qui. Non possiamo combattere solo contro uno Stato, perché sono tutti nemici, nostri e vostri. Scontrarci su un terreno di nostra scelta è l’unica possibilità che abbiamo per vincere questa guerra prima che inviino coloni e vascelli per stanziarsi nelle isole dei Caraibi, prima che portino qui la loro società e loro regole, finendo per ucciderci.”

“Non ci state dando molta scelta” disse a denti stretti Bonnet, sbattendo la pipa sul tavolo e versandosi da bere.

“Perché non ne abbiamo, Stede. A meno che tu non voglia arrenderti al perdono reale e diventare un cacciatore di pirati.”

Il barbadiano si fermò, poggiando la brocca. “Questo mai, Teach. Sarò molte cose, ma non un ratto” sentenziò.

“E allora siate uomini, non conigli: io e lei” disse Anne Bonny, indicando la compagna, “non abbiamo nessuna intenzione di ubbidire alle regole degli Europei e finire a fare le mogli o le monache. Nessuno ci dirà più cosa fare. Le nostre lame sono al servizio della Fratellanza e di Barbanera, così come sono al servizio della Drunk Fury, perché si stanno dimostrando gli unici con abbastanza fegato da sfoderare le lame!” esclamò, pestando il boccale sul tavolo.

“Compari” prese la parola Vane, ruttando e battendole una mano sulla spalla, “ho avuto molto tempo per pensare all’alleanza proposta da Barbanera, e posso dirvi questo: al di là di tutte le sue teorie politiche e diplomatiche, non ho intenzione di accettare perdoni reali né di smettere di essere un pirata. Il cielo è il nostro tetto e gli assi delle navi i nostri letti, ma gli Stati ci stanno muovendo guerra. La scelta che abbiamo è fra combattere o scappare, ma scappare ci impedirebbe di divertirci come intendiamo continuare a fare. Vogliono il sangue? Avranno il sangue, e bagneremo di rosso i Caraibi se necessario, perché questi sono i nostri mari e questa è la nostra vita, e nessun europeo dal faccino imbellettato ci dirà come viverla!”

“Maledizione, Charles, che grondi il sangue e tuonino i cannoni, allora, e che gli Stati scappino con la coda fra le gambe al vedere i nostri Jolly Roger e al sentire i nostri canti” disse Roberts, sguainando la sciabola e piantandola nel tavolo.

“Così sia, fratelli, si forgi quest’alleanza, per i nostri fratelli appesi e per il nero vessillo” rincarò Levasseur, forte delle sue esperienze militari, alzandosi a sua volta e imitando Bartholomew.

“Fanculo, facciamolo” si accodò England, seguito da Bonnet, Anne Bonny e Mary Read

Uno a uno i capitano si spostarono dal tavolo, che presto sembrò un riccio da tante lame lo avevano iniziato a ricoprire.

“Chiamate i nostri alleati, allora, e si arruolino i bucanieri. Ci incontreremo a Great Inagua, e da lì inizierà la nostra guerra: io mi tirerò dietro le navi delle Marine presenti nei nostri mari, e voi attaccherete la Tortuga” decise Barbanera, imponente come un sovrano dei tempi antichi, e il suo proclama fu accompagnato da brindisi e urla sguaiate.

Quando finimmo di bere, uscii a prendere una boccata d’aria, iniziando a passeggiare per le strade di Nassau: non c’era via che non fosse stata segnata dalla battaglia, e ovunque c’erano piccoli cumuli di terra a segnare i cadaveri.

Nonostante avessimo deciso che sarei tornato sulla Queen a scrivere, fratello, sentivo la necessità di rivedere il luogo dove tanti dei nostri erano caduti nello scontro con gli spagnoli.

Ripercorsi la strada e, sotto una grande palma, trovai la croce di legno che proteggeva il tumulo di Miguel.

Con mia sorpresa, un’altra figura era già lì, i lunghi capelli ondulati sciolti al vento.

“Non dovevi restare a bordo?” domandai a Carmelita, che stava posizionando dei fiori vivaci intorno alla croce.

“Se c’è una cosa che ho imparato, Paul, è che è meglio fare ciò che vogliamo quando ne abbiamo l’opportunità” mi rispose, pulendosi le mani sulla maglia e rialzandosi, guardandomi negli occhi. “Non so quando potrò tornare a visitarlo, mi sembrava sciocco non passare.”

“Hai ragione. Sei qui da sola?”

Lei scosse la testa, indicando un punto a circa cinquanta metri, dove Viscuvatu, Juraj e due bandidos stazionavano, tenendola sott’occhio.

“Sei venuto a salutarlo, Paul?”

“Sono venuto a omaggiare chi mi ha salvato la vita, sì. È un segno distintivo della tua famiglia” le risposi, accennando un sorriso e grattandomi il pizzetto.

“Che intendi?”

“Vostro padre, tu, Miguel… in un modo o nell’altro mi avete salvato più volte. Mi dispiace per quanto è accaduto, Carmelita.”

“Ne abbiamo già parlato, Paul, non è necessario ripeterci. Terrai fede alla tua parola, vero?”

“C’è un detto, Carmelita, che mi ha insegnato Marcelo: semper fidelis. Significa…”

“Lo so cosa significa, ero in un convento” mi interruppe lei, sorridendo.

“Hai nuovamente ragione” mormorai, e restammo in silenzio per molti minuti, immersi nei nostri ricordi, finché non iniziai a rollarmi del tabacco.

“È giunto il momento che me ne vada” dissi poi, calcandomi in testa il cappello a tesa larga e girandomi per andarmene. Feci qualche passo, poi mi fermai, dandole le spalle. “Carmelita.”

“Dimmi, Corso.”

“Se mai dovessi avere domande su tuo padre… io, Jack e Moha saremmo onorati di raccontarti chi era. Non è da tutti poter dire di avere servito con il leone andaluso” le dissi piano.

Lei chinò il capo, e fui quasi certo di sentirla reprimere un singhiozzo.

Le posi una mano sul braccio, senza parlare, e ripresi la via del porto.

Mi infilai nelle strettoie della cittadina, e presto ebbi la sensazione che qualcuno mi stesse seguendo.

Noncurante, continuai a camminare, cambiando spesso passo e direzione, in modo da accertarmi di essere pedinato.

Svoltai di colpo a sinistra, e poco dopo vidi passare un’ombra: provò a superarmi, e si trovò la lama della mia accetta premuta sulla gola.

“Fermo” ordinai.

Calico diede in una risata.

“Corso maledetto, è ben difficile starti dietro” esclamò, subito raggiunto da Anne e Mary.

“Perché mi state seguendo?”

“Non ti stavamo seguendo, stavamo cercando di raggiungerti” rispose, regalandomi uno dei suoi sorrisi beffardi.

Sbuffai, assicurando nuovamente l’accetta alla cintura.

“Come mai?”

“Te ne sei andato di fretta dalla Moses. Mentre vi facevate la crociera nei Caraibi, ho raccolto informazioni su Tortuga” disse.

“E quindi?”

“Quello che ti ha detto il soldato spagnolo è vero: ci sono centinaia di imperiali sull’isola, insieme a svariate migliaia di giubbe blu francesi. E sappi che insieme agli spagnoli ci sono anche degli italiani.”

“Genovesi, vero?”

Rackham annuì, sornione.

“Sarà una battaglia interessante” commentò.

“Mi interessa solo che scorra il sangue, Calico.”

“Per quello non devi preoccuparti, Corso. Le lame di tutti noi sono assetate” intervenne Mary Read, facendo scorrere la mano sull’elsa della sciabola.

“Così sia, allora. Ci vediamo in mare, compari” conclusi, salutandoli e affrettandomi verso la Queen.

La sera stava calando, e il sole rosseggiava nel tramonto, come un cupo presagio di morte.

Un’ultima alleanza pirata ha preso vita, fratello: mentre un paio di velieri terranno sotto scacco Rogers, domani le nostre navi molleranno gli ormeggi, e le nostre vele verranno gonfiate dal vento dei Caraibi, con decine di Jolly Roger a sferzare il cielo e a sfidare la morte.

Tutti i presenti hanno risposto alla nostra chiamata, nessuno escluso, e centinaia di liberi avventurieri si riverseranno nelle strade della Tortuga, portando sangue e terrore nei cuori di spagnoli e francesi.

Domani il sole sorgerà, pronto a vedere questi mari tingersi del rosso dei nostri nemici.

Noi avremo la nostra vendetta, Jack, e la pirateria avrà la sua rivincita.

Yo-oh, per la Drunk Fury e per la Fratellanza della Costa.

Post Scriptum

Assieme a questa lettera ho riportato anche un nuovo capitolo di ciò che ci accadde sedici anni fa, quando la morte di Marcelo e di tanti bravi compari scosse i nostri cuori e la nostra determinazione, mentre ci preparavamo a partire per il nostro ultimo viaggio ai confini del mondo conosciuto.

Capitolo 1

L’ultimo viaggio

1703, Paul Dragon

Marcelo era morto.

Bob lo Storpio si era immolato per noi.

Decine di nostri compagni avevano perso la vita nei cannoneggiamenti e in quella che avremmo rinominato La battaglia dell’Ascension.

Ci chiamavamo furie ubriache ma, in quel momento, eravamo solamente una banda di avventurieri e pirati con l’animo spezzato, sorpresi dal nemico nel rifugio che pensavamo sicuro e inaccessibile agli occhi del mondo.

L’assalto spagnolo si era infranto contro le nostre lame e fregate e, nonostante ciò, gli imperiali erano riusciti a colpirci con la brutalità di un coltello che torce le carni.

Dopo l’invito di Vince a risollevarci, avevamo trascorso l’intera nottata a comporre i nostri caduti e recuperare armi, spoglie e munizioni con piratesca efficacia, mentre parte delle ciurme sistemava la Mermaid e la Black Hunter.

Regie, saziata la sete di sangue spagnolo, si era rintanato a un’estremità dell’isola, custodito da Ogae e dai suoi.

La gente di Vince aveva invece acceso falò e bracieri sulla spiaggia, illuminando la desolazione lasciata dagli imperiali e occupandosi della ricostruzione delle case e delle baracche demolite dalle esplosioni.

In una tenda, Martin e Atrelόs gestivano un piccolo ospedale da campo, medicando e curando i numerosi feriti.

All’alba, esausti, ci prendemmo qualche ora di riposo, disponendo una serie di vedette sulle coste e lasciando le fregate alla fonda, i cannoni carichi e rivolti verso l’oceano.

Nel pomeriggio, con gli animi ancora scossi, ci radunammo sulla Collina Verde, ripulita dai cadaveri degli spagnoli che avevamo seppellito in una fossa comune, e ci preparammo a celebrare i funerali dei nostri caduti.

Più di duecento erano i fratelli uccisi dal fervore imperiale, e differenti riti dovevano essere officiati: i vichinghi, una volta radunati i propri morti, li riportarono sulla riva, ponendoli nelle barche funerarie e abbandonandoli all’oceano in quelle bare fiammeggianti; gli inuit, fieri eredi dei Thule, avvolsero i caduti in pelli di caribù, seppellendoli con i piedi rivolti a sud; gli indios riempirono le bocche dei propri compari di mais, sotterrandoli vicino al villaggio di Vince; noialtri scavammo decine di tombe e intrecciammo altrettante piccole croci. Non che i nostri compari fossero bravi cristiani, però erano superstiziosi e legati alle tradizioni: i morti in mare appartengono a Poseidone e all’Oceano, i morti a terra appartengono a Dio.

Mentre calavo la salma di Tom, il francese della Louisiane caduto nella battaglia, vidi Vince avvicinarsi a Marie Anne, in piedi di fronte al cadavere di Marcelo, lavato e vestito come un soldato d’ordinanza. Jack era al suo fianco, un passo indietro a lei, in religioso silenzio, così come Le Havrien, il moschettiere che aveva dato la propria parola al tenente di proteggere la principessa, e furono loro a raccontarmi quel dialogo che non potevo udire.

Il capitano si tolse il cappello, poggiando una mano sulla spalla di Isabel.

“Credete che il tenente sarebbe lieto di essere seppellito sulla mia isola, principessa? In mezzo a pirati e fuorilegge?” domandò, abbozzando un sorriso.

Lei si volse a metà, sorridendo anch’essa, mesta.

“Dopo ciò che abbiamo vissuto, capitano, credo che ne sarebbe onorato. Aveva rinnegato l’Impero per seguire la mia rivoluzione, e non aveva più una casa. Quando questa storia finirà, se saremo ancora vivi vorrei portare qui Carmela, la mia dama di compagnia: erano innamorati, lei gli aveva donato il suo cuore, e lui sarebbe dovuto tornare da lei.”

“Il nostro futuro è nelle mani dell’oceano, adesso, ma se sarà possibile sarò lieto di accogliervi.”

“No, capitano, il nostro futuro è nelle nostre mani, ed è il momento di asciugarsi le lacrime e organizzare la nostra partenza” ribatté Marie Anne, fattasi di colpo più fredda. “Puoi chiamare a raccolta i fondatori della Drunk Fury? Possiamo riunirci da qualche parte?”

“Certamente, principessa. La mia casa, benché demolita, è ancora in grado di ospitarci.”

“Grazie, capitano. Vi raggiungerò lì a breve. Jack, Le Havrien, andate con Vince e lasciatemi salutare Marcelo” continuò, congedando le sue ombre.

Mi scambiai uno sguardo con il mio compare da lontano, e assistetti alla principessa che si accomiatava dal tenente, piangendo un’ultima volta.

Decisi di avvicinarmi, e vidi che teneva stretta fra le mani la spada di Marcelo.

“Volete seppellirla con lui?”

“No, la userò io. Per anni mi ha addestrata, e non avevo mai avuto bisogno di difendermi da sola: non lasciava mai il mio fianco, non avevo timori sapendo che vegliava su di me. Non pensavo che il momento di combattere sarebbe arrivato così presto, ma non mi tirerò indietro.”

“Per chi vive in mare, principessa, la morte è una compagna costante.”

“Lui non viveva in mare.”

“No, ma viveva con noi.”

“Già, e il mare non era l’unico pericolo” disse girandosi verso di me. “Sapeva quali fossero i rischi, sapeva che avrebbe potuto perdere la vita.”

“Era un soldato, principessa. Da quanto mi ha raccontato, ha sempre rischiato di morire sotto il comando altrui; questa volta, ha deciso di sua volontà di seguire voi, come tutti noi.”

“Avremmo dovuto salvarlo.”

“L’ho pensato anche io, però era impossibile, e lui ne era conscio. Si è battuto come un leone fino alla morte, ma credo che adesso sia in pace sapendo che ha adempiuto al proprio compito.”

Lei rimase in silenzio, serrando la presa sull’elsa.

“Tutti sono in pace quando se ne vanno. Sono quelli che rimangono che devono fare i conti con l’assenza di coloro che amano. E da adesso io dovrò fare i conti con la sua.”

“Siamo in guerra, principessa. Il modo migliore per accettare la morte del tenente è onorarlo e proseguire il nostro viaggio.”

“Immagino tu abbia ragione, Corso.”

“Lo spero, perché altrimenti significherebbe avere sbagliato tutto. Vogliamo raggiungere gli altri?” domandai, porgendole il braccio.

“Vai avanti tu, ci vediamo da Vince. Dobbiamo parlare del nostro futuro, Paul. Io vengo con Chepi” mi rispose Marie Anne, guardando avvicinarsi la fiera nativa, medicata dai nostri dottori per la pistolettata alla spalla, coperta di ematomi ed escoriazioni come tutti noi.

Annuii, lanciando un sorriso alla mia Fata D’Argento, e mi misi in marcia verso il villaggio.

“Polvere siamo e polvere ritorneremo” mi salutò il gallese quando lo incrociai lungo la strada. Avanzava lentamente, usando la grande ascia come bastone, la coscia steccata e serrata in un impacco, sostenuto da uno Sparviero.

“Edward, stai bene” ricambiai, passandogli del tabacco da rollare.

“Sto meglio di Robert, questo è sicuro” mormorò, accennando al comandante delle guardie di Vince, il fiero pirata che era stato ucciso durante la battaglia.

“Mi dispiace per Robert, era un guerriero valoroso.”

“Sì, era anche un grande amico. Mi mancheranno i nostri bagordi a terra.”

“Chi lo sostituirà?”

“Ce l’hai davanti, Corso” mi rispose lo Sparviero. “Mi chiamo Fabian Plucked” si presentò, porgendomi la mano inguantata. Era alto, secco come una pertica, con un tatuaggio a croce sul polso.

“Fabian era un incursore della marina britannica” mi spiegò Edward, “e anche lui ha combattuto con Vince nel Vecchio Continente.”

“Onorato, Fabian. Sono sicuro che renderete fiero Robert.”

“Farò del mio meglio per liberare gli spagnoli dal fardello delle loro teste” sentenziò lui, strappandomi un sorriso.

“Paul,” riprese il Cardiffiano, “stasera ci vediamo con gli uomini della Mermaid per salutare i nostri caduti nella migliore delle tradizioni piratesche: sbronzandoci di rum, ballando e cantando di morte, scopate e ricchezze. Credi…” iniziò, guardandosi intorno fra il timoroso e il circospetto. “Credi che Regie ci disturberà…?” mi domandò infine, con un filo di voce.

“No, Gallese, non lo farà. È sazio, e si trova dall’altra parte dell’isola con Ogae e i suoi. Credo, anzi, che abbiano tenuto in vita qualche spagnolo per lui. Non dobbiamo avere paura di lui, per adesso” risposi, cercando di convincermi io stesso delle mie parole.

“Va bene. Ci raggiungerai?”

“Lo spero, anche se Marie Anne ci ha convocati a casa di Vince. Ho la sensazione che partiremo molto presto, amico mio.”

“Quando i Capitani daranno l’ordine di salpare, saremo pronti” mi salutò Edward, stringendomi la mano.

Mi congedai da entrambi, e proseguii verso la dimora del figlio di Salem. Quando arrivai, erano già tutti all’interno: Vince, Marie Anne, John, Jack, Chepi. Al posto di Marcelo, Le Havrien, con il coppo e la maschera sempre presenti.

“Perdonate il ritardo” esordii, sedendomi e versandomi un boccale di rum.

La principessa annuì e si alzò dal suo sgabello, prendendo a girare per la stanza.

“Voglio essere chiara, senza dilungarmi: questa battaglia è stata dura, più di quanto ci aspettassimo, e molti pirati sono caduti. Troppi. Le nostre ciurme si sono pericolosamente assottigliate. Gli uomini di Avery, guidati da René, saranno preziosi nelle settimane che ci aspettano, ma siamo comunque rimasti in pochi.”

“Principessa, quando ci siamo conosciuti fuori Arecibo vi ho giurato che vi avrei aiutata in ogni modo possibile, mettendomi al vostro servizio. Gli imperiali hanno profanato la mia isola, hanno portato la loro guerra a casa mia, nel santuario dei liberi pirati. La mia gente si arruolerà volentieri per fargliela pagare.”

“Bene, Capitano, questo dovrebbe aiutarci a risolvere un problema. Oltre a ciò, prima che gli spagnoli ci assalissero avevamo deciso che la caccia alla balena e all’isola del tesoro sarebbe iniziata dalla Terra del Fuoco.”

“Lì è dove la avvistammo noi, e dove si vocifera che giri” confermò John.

“È ciò che mi disse anche Burrito quando me ne parlò” disse Marie Anne.

“Allora partiremo da lì. Sarà una lunga caccia, principessa, ma la Mermaid farà da apripista e batterà ogni palmo di mare per trovare la bestia” disse John, cupo, osservando il bicchiere di birra scura davanti a sé: lo studiai per un attimo da sotto la tesa del cappello, ripensando a quanto mi aveva confidato Marcelo nella nostra ultima conversazione. John aveva sfidato Marie Anne e io ancora non ne conoscevo il motivo, ma un presagio iniziava a serpeggiarmi lungo la schiena.

“E la Black Hunter sorveglierà le retrovie, non ci faremo trovare impreparati la prossima volta che compariranno gli spagnoli” disse Vince, distogliendomi dalle mie riflessioni.

“Credi che torneranno?” domandò la principessa.

“Io sarei stupita se non lo facessero” rispose Chepi, prendendo la parola. “Ci hanno trovati a Cartagena, ci hanno trovati per mare, ci hanno trovati qui. Qualcuno li sta aiutando, oppure sono dei cacciatori particolarmente abili.”

“Sicuramente c’era una serpe fra di noi” s’intromise Jack, estraendo un diario dalla tasca e buttandolo sul tavolo. “Era di Will. Non avevo avuto il tempo di leggerlo integralmente, ma dopo la battaglia sono andato a prenderlo sulla Mermaid: il bastardo lavorava per gli spagnoli, deve avere trovato il modo di indirizzarli verso Ascension Island quando ci ha venduti a Lanzarote.”

“Adesso è morto, però.”

“È morto sì, Caino che non era altro” commentò John, sbattendo il boccale sul tavolo e ingollando un lungo sorso.

“Questo non toglie il rischio che ci trovino di nuovo” affermò Vince, “e dovremo tenere alta la guardia. La guerra è iniziata in queste settimane, principessa, e non è finita, soprattutto se lo stesso Burrito vi disse dove intendevano andare a caccia della balena.”

“Sì, dobbiamo salpare il prima possibile” rispose Marie Anne.

“Stasera si renderà onore ai nostri morti, e domani inizieremo i preparativi per levare le ancore. Dovremo raccogliere provviste e rimpinguare armi e munizioni, poi saremo pronti.”

“Va bene, Vince, così sia. La Terra del Fuoco ci aspetta. Speriamo che, una volta partiti, il nostro prigioniero spagnolo inizi a parlare, perché ancora oggi sembrava morto. Stasera renderò anche io onore ai morti, ma mi scuserete se non mi ubriacherò con voi” tagliò corto la principessa, salutandoci e uscendo, accompagnata da Le Havrien e da Chepi.

Rimanemmo in silenzio per qualche tempo prima che Vince riprendesse la parola. “Marie Anne è giustamente provata dalla morte di Marcelo. Dovremo tenerne conto, nei prossimi giorni, e tu Jack dovrai starle vicino.”

“Come sempre, Vince.”

Ci congedammo e raggiungemmo i nostri sulla riva dell’Oceano, dove già le ciurme e i paesani avevano iniziato ad arrostire capre e maiali selvatici, e il rum cominciava a scorrere liberamente.

“Fratello, come stai?” domandai a Jack, avvicinandomi con un otre a lui e Moha, seduti su un tronco di legno.

“L’aria è pesante, Paul. Abbiamo vinto una battaglia ma abbiamo perso tanti compagni, e Marie Anne si comporta stranamente” rispose, attaccandosi al rum.

“Lei perso Marcelo, Marcelo era suo soldato e amico più fidato, è normale che lei strana” commentò l’Africano, chiedendomi del tabacco.

“Pensava che il tenente fosse invincibile, anche io lo pensavo. Raramente ho visto un guerriero del genere, ed era con lei sin da quando era bambina. Le ci vorrà tempo, credo” aggiunsi, sedendomi con loro e scavando la sabbia con la punta dello stivale.

“Mi basterebbe che mi parlasse, è tutto il giorno che mi evita.”

Io e Moha ci scambiammo uno sguardo, prima di tirare entrambi una manata sulla schiena di Jack.

“Baleniere, la compagna di cui ha bisogno adesso è Chepi, e Le Havrien ha giurato a Marcelo che avrebbe preso il suo posto, quindi non si schioderà da lei.”

“Tuo arpione rimarrà fermo in barca per un po’, Jack” commentò Moha, ridendo.

Il baleniere lo spinse via malamente. “Non era quello a cui stavo pensando” ribatté.

“Lo sappiamo, Jack, ma in questi giorni è meglio sorridere che lasciarsi andare al malumore” affermai. “Senti, forse non è il momento adatto, ma ho un dubbio che mi sta scavando dentro.”

Jack e Moha mi guardarono, interrogativi.

“Ciò che vi dirò deve rimanere tra di noi, d’accordo?”

Entrambi annuirono, e io mi accesi il tabacco, pregustando una conversazione che sapevo non sarebbe stata facile né piacevole.

“Non sono bravo a girare intorno alle cose, quindi andrò dritto al sodo.”

“Tu sputa rospo, Paul, non fare misterioso” disse Moha, spazientito.

“John e Marie Anne. L’ultima volta che ho parlato con Marcelo mi ha detto che John ha sfidato la principessa. Il tenente non mi ha voluto dire perché e, a quanto pare, nessuno ne ha parlato.”

“Perché non ce n’era bisogno, Paul” mi rispose Jack, scacciando l’aria con la mano come a chiudere l’argomento.

“Fratello, Marcelo non era uno che si preoccupava per nulla. Che è successo?” insistei.

“John voleva balena sperando fosse balena del tesoro, ma era solo grassa balena oleosa” intervenne l’Africano, subito fulminato con uno sguardo dal baleniere.

“Jack, è tuo zio, lo capisco, ma se non è successo niente di grave allora non è necessario nasconderlo” continuai, provando a pungolare il mio compare.

Il baleniere sbuffò, bevendo un lungo sorso di rum, quasi infastidito.

“Sì, è mio zio, ma lo so gestire. È vero, ha sfidato la principessa per vedere di che pasta fosse fatta, e abbiamo cacciato una balena per addestrarci. Non è stato niente di grave” rispose, fissando la sabbia.

Tirai una lunga boccata, poggiandogli una mano sulla spalla.

“E allora perché Marcelo si è sentito in dovere di raccontarmelo? È morto per proteggere Marie Anne, fratello, e tutti noi abbiamo giurato di servire la Drunk Fury” sussurrai.

“Lo so, Paul, non devi ricordarmelo. Mio zio ha solo esagerato, come fa spesso, e poi era ubriaco. La Mermaid rimane al servizio di Marie Anne, così come la sua ciurma. Riguardo a John… lo sai, a volte è strano, ma non si è ribellato o qualcosa di simile.”

“Io questo non l’ho detto, Jack.”

“Già, però non voglio nemmeno che lo pensi. Fidati di me, non c’è bisogno di preoccuparsi. Marcelo avrà solo avuto il timore che mio zio iniziasse a slegarsi dalla Fratellanza, ma così non è: il nostro tributo di sangue in queste battaglie lo dimostra.”

“Certo che sì, fratello” mormorai: avevo capito che vi era altro, una sorta di non detto, tuttavia immaginavo che il baleniere fosse in bilico fra la sua lealtà familiare, gli obblighi verso la Fratellanza e l’amore per la principessa. “Perdonami se sono stato così diretto, e brindiamo ai nostri morti.”

Il baleniere sorrise, rasserenato, e si riempì un boccale.

“Brindiamo ai morti e ai vivi, Paul, perché i primi siano in pace e i secondi possano combattere ancora a lungo sotto il nero vessillo” disse, alzandosi in piedi, imitato dall’Africano e da me.

“Yo-oh, compari” affermò Moha, e ingollammo lunghi sorsi di rum prima di immergerci nei canti e nei balli dei nostri commilitoni.

Le fiamme dei falò si alzavano verso il cielo mentre i bracieri costellavano ormai l’intera spiaggia, facendo da contraltare al cielo stellato, quando un clamore e colpi di pistola bloccarono urla e musica.

Tutti impugnammo le armi e avanzammo, chi ubriaco e chi brillo, verso la casa diroccata di Vince, da dove era giunto il baccano: trovammo tre figure in ginocchio, le mani legate dietro la schiena, con due uomini che li custodivano. Uno era alto e nerboruto, con una pesante ascia in mano, mentre l’altro era più basso, armato di temibili pistole a doppia canna. I cognati di Vince, fratelli di una delle sue mogli, una bionda norvegese di nome Lagertha, mentre i due si chiamavano Bendik e Nikolai. Veterani delle guerre del nord, avevano seguito la sorella nel rifugio del capitano della Black Hunter nel 1680, servendo per alcuni anni sulla sua fregata prima di ritirarsi sull’isola, dove vivevano di caccia e contrabbando.

Quando arrivammo, gli uomini stavano parlando proprio con lui.

“Vince, abbiamo scovato questi topi spagnoli a sud. Sono riusciti a sfuggire al massacro solo perché si sono nascosti in una grotta” disse Nikolai, spingendone uno a terra. “Pensavamo di darli a Regie, ma forse prima vuoi interrogarli.”

“Avete fatto bene. Portate dentro queste carogne. Principessa, voi e gli altri desiderate unirvi?” domandò il capitano, invitando noi fondatori a entrare in casa. “Compari, questa notte è per i nostri morti: onorateli, bevete, ubriacatevi, mangiate e danzate!” esclamò, alzando le braccia al cielo: prontamente lo seguimmo, mentre i liberi avventurieri riprendevano selvaggiamente i loro bagordi.

Una volta nella stanza, Bendik e Nikolai appesero i prigionieri per le braccia a dei ganci che pendevano dalle travi del soffitto.

“Fratelli, potete andare anche voi, i festeggiamenti non dovrebbero aspettare” disse il capitano, benché fosse evidente che si trattasse di un ordine: i cognati annuirono, uscendo e unendosi alle urla belluine che ci raggiungevano dalla spiaggia.

Marie Anne si fece avanti, ponendosi di fronte ai tre prigionieri, i visi pesti e insanguinati. “Vedo che i norvegesi si sono già presi cura di voi.”

Vete a la mierda, puta” disse uno di loro, sputando per terra un grumo di sangue e catarro.

“Non si parla così a una principessa” disse lei, schiaffeggiandolo.

Agradece que estoy atado, o te cortaría la garganta” rincarò quello.

“Chepi, forse il nostro amico ha bisogno che gli si pulisca un orecchio.”

Mentre lo sguardo dello spagnolo si impregnava di rabbia e paura, noi rimanemmo perplessi da quell’ordine: non eravamo abituati a vedere una ferocia simile nella nostra guida.

“Marie Anne…” iniziò il mio compare, subito interrotto.

“Non adesso, Jack” lo zittì lei, facendo cenno alla nativa di procedere. Chepi mi guardò e, nonostante le facessi segno di no con il capo, prese un tomahawk e liberò il prigioniero di un orecchio, lasciandolo andare a grida e bestemmie.

La principessa rifilò un secondo schiaffo allo spagnolo mutilato, rivolgendosi agli altri due.

“Avete visto cosa succede se vi permettete di parlarmi così. Di orecchie ne avete due ciascuno, e avete anche dita, lingua, occhi e ciò che vi preme di più fra le gambe. La mia amica e il Corso dietro di me sono entrambi esperti di torture, quindi non giochiamo a chi è più leale alla propria causa. Rispondete alle domande che vi verranno poste e forse avrete salva la vita” sentenziò, facendosi da parte e lasciando la parola a Vince.

Benché fossimo ancora interdetti, il capitano avanzò grattandosi una guancia.

“Direi che abbiamo passato la fase dei convenevoli. Dalle vostre uniformi siete due marinai e un soldato. Voi e i vostri commilitoni avete ucciso un mucchio dei nostri e avete invaso la mia isola. La principessa, in realtà, vi ha detto una mezza bugia: non uscirete vivi dall’Ascension. Però potete decidere se morire con facilità o se essere torturati, disarticolati e mutilati nelle prossime settimane. Come avete fatto a salvarvi?”

I prigionieri si guardarono, e uno dei marinai prese la parola.

“Io e lui” iniziò indicando l’altro, “ci siamo buttati in mare da uno dei velieri in fiamme quando ci avete attaccati con le fregate, e siamo rimasti vicino alla riva sud fino all’alba, poi…”

“¡Cállate, traidor!” intervenne il terzo, che non aveva ancora parlato, prima di essere zittito da un manrovescio di Vince.

“Se apri ancora la bocca ti tagliamo la lingua, soldato. Tu, vai avanti.”

“Poi… poi abbiamo trovato lui, il soldato, era nascosto sotto un mucchio di cadaveri.”

“Bravo. Ti sei meritato un sorso di rum” disse il capitano, avvicinandogli un boccale alle labbra. “Basta così, ora di nuovo. Che avevate intenzione di fare?”

“Volevamo scappare, ma non c’era possibilità. Allora abbiamo pensato di scovare lei” e indicò Marie Anne “e tagliarle la gola. Il soldato…”

“¡Cállate!” riprovò proprio il soldato, divenendo pallido in viso.

“Zitto!” sbraitò Vince, colpendolo di nuovo e sguainando il coltello. “La tua lingua sarà mia, imperiale.” Quello si dimenò, provando a scalciare: il capitano lo afferrò, costringendolo ad aprire la bocca, mantenendo fede alla sua minaccia e ficcandogli un fazzoletto in bocca. “Prova a parlare adesso, se riesci. Marinaio, continua.”

Sí, señor. Il soldato, lui diceva che le avrebbe tagliato la gola, uccidendola come lui e i suoi compari hanno scannato il traditore.”

“Il traditore?” domandò Vince, prima di stringere gli occhi a due fessure. “Intendi il tenente Marcelo?”

Sí, señor” sussurrò fievole il marinaio.

Marie Anne diede in un grido ovattato e disperato, aggrappandosi a Jack e Chepi, gli occhi che le iniziarono a riempirsi di lacrime.

“Tu…” mormorò. Il soldato sorrise maligno, alzando fiero la testa e mugugnando per il fazzoletto in bocca, ormai lordo di sangue.

“Tu hai ucciso Marcelo…” mormorò di nuovo la principessa, sguainando la spada del tenente e avanzando verso di lui. “Tu mi hai portato via il mio tenente” sussurrò, trafiggendo lentamente l’imperiale. “Ora siamo pari” bisbigliò piangendo, abbandonando la lama nel torace dell’uomo e lasciandosi consolare dalla nativa e dal baleniere.

Assistemmo a quella morte senza sapere cosa dire, reputandola giusta e doverosa, ma rimanendo comunque impressionati: era la prima volta che vedevamo la principessa uccidere qualcuno.

“Marinaio,” riprese Vince, voltandosi verso uno dei sopravvissuti come se niente fosse accaduto, “adesso dimmi qual è il prossimo passo dei tuoi superiori. Che intendono fare?”

Quello scosse la testa.

“Ciò che intendono fare lo stanno già facendo” sibilò.

“Che intendi dire?”

“Siamo l’Impero spagnolo, non facciamo una cosa alla volta… quando siamo partiti per venire qui, altri velieri stavano salpando verso i mari del Sud. I miei superiori, come li chiamate, sono già sulla strada verso la gloria eterna del nostro Impero” affermò, cercando di assumere una posizione militaresca.

“L’unica strada verso cui stanno andando è la morte, come te e il tuo compare” sentenziò Vince, sgozzando il marinaio e il prigioniero mutilato che, nel frattempo, era svenuto per il dolore.

Il capitano sbuffò, sedendosi e versandosi un boccale di rum.

Marie Anne aveva smesso di piangere, ma rimaneva abbracciata a Jack. Chepi aveva recuperato la spada di Marcelo, pulendola e ringuainandola.

“Principessa,” esordii, rompendo il silenzio che si stava creando, “credo sia giunto il momento di partire.”

Lei mi guardò, annuendo.

“Domani leveremo le ancore, sì. Se gli spagnoli sono in marcia, dobbiamo precederli.”

“Non c’è veliero più veloce della Black Hunter o della Mermaid, principessa. E non ci sono balenieri migliori di noi. La bestia sarà nostra, e l’isola con lei, ve lo garantisco” disse John, facendosi avanti.

“Grazie, capitano. Vince, la tua gente ci aiuterà?”

“In molti si uniranno a noi. Almeno una quarantina di uomini. Riusciremo a integrare i nostri ranghi. Saremo meno del previsto, ma abbastanza per affrontare spagnoli, balene e spettri.”

“Saremo pronti per partire domattina?” domandò il moschettiere. “Radunare armi, provviste e uomini può non essere così semplice.”

Vince e John si scambiarono uno sguardo di intesa.

“No, non sarà facile, ma domani all’alba i migliori fra i nostri uomini andranno a caccia e a raccogliere ciò che ci serve, e facendo lavorare tutti riusciremo a partire prima del pomeriggio” disse John.

“Io parlerò ai miei isolani e li preparerò all’imbarco.”

“Allora andiamo a riposare, fratelli della Drunk Fury, e che le stelle ci guidino e la Luna ci protegga” concluse la principessa.

Tutti riprendemmo la via della spiaggia, e riuscii a raggiungere Chepi prima di perderla nuovamente al seguito di Marie Anne. La afferrai per un braccio e la portai dietro una casupola ormai distrutta.

“Stai provando a rapirmi, Corso?” mi prese in giro, liberandosi dalla mia presa.

La riafferrai, baciandola contro un muro rimasto quasi intatto.

“Rapirti non sarebbe una cattiva idea, visto ciò che sta succedendo” sussurrai, spostando le labbra sul suo collo.

2024-06-19

Aggiornamento

13 giugno 2024: la data che segna l’ultima delle “prime volte” della Drunk Fury, in cui abbiamo lanciato il crowdfunding del terzo romanzo della trilogia. Vecchi e nuovi compari, amici e amiche, parenti (e persino i Black Sails!) uniti per la presentazione de “Le spade della Redenzione” ⚔️🏴‍☠️ e per una serata all’insegna della Fratellanza. È difficile riassumere ciò che abbiamo provato, sicuramente un enorme senso di gratitudine e la consapevolezza che in questi 7 anni abbiamo costruito molto più di tre romanzi. Un infinito GRAZIE a voi, ciurma, per aver scritto, e continuare a scrivere con noi questa storia! 🏴‍☠️ E grazie anche all'East End Pub di Lambrate per l'ospitalità e all’eccezionale team di bookabook che ci accompagna dall'inizio del nostro viaggio. Come ha detto la nostra amica Marty durante la presentazione: “Non importa quali nuove avventure ci aspetteranno né quali mari solcheremo, il fatto di esserci gli uni per gli altri ci darà sempre un porto sicuro nel mondo” 🖤 State in campana, ciurma, perché il viaggio, in realtà, è appena iniziato! ...e continuate a pre-ordinare il libro! Yo-oh, per la Drunk Fury! 🏴‍☠️

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Appena ho effettuato il preordine ho scaricato la bozza del libro (non sono riuscita a resistere alla tentazione di leggerlo subito). È stato un viaggio conclusivo bellissimo: ricco di momenti commoventi ma anche di battaglie che tengono il fiato sospeso. È bello tutto ma, in particolare, le ultime cento pagine sono delle montagne russe che tengono incollati alla storia. Dopo dieci pianti, quattro infarti e svariati respiri di sollievo, posso dire che non potevo immaginare un terzo capitolo migliore di questo. Bravissimi!

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Paolo Andrico e Paolo Corbetta
Paolo Andrico nasce a Milano nel 1991. Laureato in Lettere all’Università degli Studi di Milano, si appassiona di letteratura latina medievale. Oggi si occupa di editoria e comunicazione. I suoi punti di riferimento sono J. R. R. Tolkien, Herman Melville e… Vinicio Capossela. La scrittura rappresenta la sua personale caccia al Grande Leviatano.

Paolo Maria Corbetta nasce a Milano nel 1992. Fra Milano, Londra e Ginevra per lavoro e università, oggi si occupa di consulenza a Roma. Appassionato di fantasy e pirateria, fra i suoi modelli annovera Tolkien, Guareschi, Dumas, Dostoevskij e Van De Sfroos. La scrittura è la sua chiave per decifrare la realtà fra verità e fantasia.

Dopo "La nascita della Fratellanza" (bookabook, 2020) e "Ascension Island", "Le spade della Redenzione" è il terzo e ultimo romanzo della loro trilogia "The Drunk Fury".
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