– Michele Vanni, dopo approfondite analisi, questo tribunale la condanna a morte. La sentenza sarà eseguita non oltre il 20 novembre del 2020. –
Mi sono chiesto spesso cosa provano i detenuti una volta entrati nel braccio della morte: paura, rabbia, angoscia, smarrimento?
Io sono rimasto incredulo. Per un’intera settimana.
Oggi mi sono svegliato presto, bevo il solito caffè bollente e amaro, sul piatto un Rithm&Blues, colonna sonora della mia vita.
Sono le cinque del mattino. Il mio corpo, sul quale i pensieri si concentrano, ondeggia negli armonici e lenti movimenti del Tai Chi. Mi sento pienamente padrone di me stesso e non riesco a immaginare che tra non molto sarà il cancro a decidere per me.
La prognosi è di diciotto, ventiquattro mesi al massimo, sono un medico e non credo ai miracoli, devo accettarlo. Cosa avrei fatto da adesso in poi, almeno fino a quando e quanto l’ospite non invitato mi avrebbe concesso? Un pensiero mi è chiaro, cercherò di farmi condizionare la vita il meno possibile.
Lo sguardo mi cade sulla parte vecchia di un paesino di collina disegnato da mio zio cinquant’anni prima, appeso alla parete della sala, sopra il divano di pelle rossa. Dritta ai miei occhi mi riporta, cucciolo adorato, tra le braccia di mamma.
Papà qualche stanza più in là, con gli occhi severi e mai contenti, anche quando ascolta il racconto allegro di sua moglie:
“Tuoglitele signò, tante l’è mette a lu puorche” (signora ne puoi prendere quante ne vuoi che altrimenti son destinate al maiale).
Era divertita e felice per quel regalo Lucia, mia madre, donna semplice.
Le dolci mele invernali ruzzolavano da sotto il letto della vicina malata che era andata a trovare, piccole, verdi e rosse e dentro bianche bianche, piene di vermetti.
I pomi sottratti alle grugnanti fauci dell’allora pattumiera di casa sarebbero diventati macedonia e marmellata, quelli restanti aggiunti ad altri scarti avrebbero deliziato il porco che a seguito di riti magici sconosciuti ai più, si sarebbe trasformato in rotoli di cibo benedetto, fino al prosciutto di agosto. Ad osso spolpato il rimpiazzo l’avrebbero portato i camion carichi di suinetti alla fiera di San Gesualdo a fine estate. Erano questi i ritmi stagionali che segnavano la vita del paesello ed arrivavano sempre puntuali, la raccolta delle olive dopo il 20 novembre fiera di Santa Nugola, il sacrificio del maiale dopo l’Epifania, a giugno la mietitura, agosto e settembre salsa e vino.
Antica percezione del tempo. L’avanzare del futuro era lento. Frigoriferi televisori e telefono impiegarono più di un decennio prima di entrare nelle case insieme alle automobili che però furono decisamente meno veloci nell’annullare le distanze.
Dopo le ventuno la piazza si vuotava ed ecco che la forza disorganizzata prendeva il potere, il paese era tutto suo. Una marmaglia scapestrata che sarebbe diventata quelli che siamo, si appropriava del proprio diritto affermandolo con giochi pericolosi e crudeli, dove cavalleria e galanteria erano parole scritte su libri che pochi leggevano ma che comunque in quelle interminabili serate venivano bandite. Mitiche battaglie tra carabinieri e briganti ci portavano a conoscere luoghi nuovi, invadere orti con relative stragi di cerase morre melune sbergene e uelecene (ciliege, pannocchie, meloni, albicocche, susine).
– capitano, ho visto due che andavano nel granaio dietro l’asilo
– cazzo dici, se li acchiappa don Lulluccio li ammazza
– ci sono andati apposta così non li prendiamo
– chi se ne frega, peggio per loro, se ne stanno lì come due scemi tutta la notte
– ma domani ci sfottono che non siamo stati capaci di catturarli
Al capitano evidentemente don Lulluccio incuteva un certo timore e ripiegò, mentendo spudoratamente, su un’altra strategia
– ho visto qualcuno dietro la madonnina plotone, andiamo che li circondiamo
Fruscio di foglie, abbaiare di cani. Inquinamento luminoso sconosciuto, sassi lanciati contro le siepi, scarpe appesantite dal fango, la marmaglia si dipana, sangue e linfa, per le viuzze deserte. Tranne per qualche veterano, li accomuna la paura di rimanere soli. Sentono già che da lì a breve dovranno per forza trovarsi allo scoperto e cercare riparo senza il supporto degli amici-nemici?
Intanto dall’altra parte del vallone
– Michè, i cani non la smettono di abbaiare, ci fanno scoprire
I programmi di Michele quella sera erano andati a monte, era lì ma decisamente contrariato
– non ci vengono qua, hanno troppa paura di mio zio e comunque io mi sono già rotto il cazzo, Maria mi aveva detto che poi scendeva nell’orto ma la coccia di cazzo di suo fratello l’ha detto alla mamma, un giorno gli spacco il culo a quello, deve sempre rompere il cazzo, dice che sua sorella mi guarda solo perchè ho la famiglia benestante, cazzone! a lui non se lo fila nessuna manco se è Onassis.
I soffitti dei corridoi dell’ospedale, con i led a luce fredda osservati mentre steso su una barella gli infermieri ti scarrozzano verso la sala operatoria con già qualche milligrammo di acepromazina che scorre nelle vene e annebbia il cervello, assumono il compito di ricordarti che il percorso è obbligato, ad un certo punto non permettono di tornare indietro. Come nella vita.
– C’è un tempo e un luogo per ogni cosa*. –
E’ la terza volta in nove mesi per questi corridoi, mi sento ancora bene ma il viaggio in Argentina programmato tra due anni dovrò sostituirlo con San Pietroburgo a primavera, andrò all’Hermitage e poi a Mosca, il 9 maggio mi fermerò una intera giornata sulla Piazza Rossa per la sfilata del “Giorno della Vittoria” nella Grande Guerra Patriottica. Altroché se la festeggiano ancora! E’ sempre più imponente. Non se li scordano in Russia i ventisette milioni di morti della incommensurabile atrocità nazista. Come si potrebbe dimenticare? Eppure succede, successe anche a Macondo*. Iniziarono a dimenticare il nome delle cose ed allora scrissero tavolo sul tavolo, poi ne dimenticarono l’uso e scrissero: sul tavolo si poggiano gli oggetti, i piatti per mangiare, i fogli per scrivere; scrivere lo si fa con la penna che viene intinta nell’inchiostro, che è contenuto nella boccetta viola; viola è un colore…e così via.
[Noi abbiamo sempre pensato agli uffici della Silicon Valley ma è in quell’angolo sperduto di mondo che inventarono i post-it.]
Fu un alzheimer collettivo. Uno dei tanti mali che affliggono il genere umano. E come una epidemia, ciclicamente ricompare per far compiere “all’iniziato mitriaco il bagno di sangue ed il passaggio periodico nella fossa funebre; [torna per] spianare la strada ai codici feroci, agli dei implacabili, al dispotismo incontestato dei principi barbari, al mondo frantumato in Stati nemici!”. Riflette inconsolato Adriano negli ultimi giorni della sua vita.*
Come fecero testardamente gli abitanti di Macondo così noi dovremmo costringerci a non dimenticare, a trovare la medicina giusta, il vaccino che ci immunizzi nei confronti di questa pericolosa e ricorrente malattia.
All’entrata del blocco chirurgico mia moglie e mia sorella mi guardano con amore, mia moglie meno, mi salutano toccandomi delicatamente una spalla e pian piano le loro figure scompaiono dietro la mia testa mentre due sale avanti a me intravedo la lampada scialitica della sala operatoria
– dottor Vanni, le faremo un’anestesia spinale e se ci sarà bisogno l’addormenteremo, può guardare l’intervento sul monitor alla sua destra, se vuole.
La mascherina le nascondeva il volto, l’anestesista poteva avere quarant’anni, la voce era tranquilla, i suoi occhi guardavano me ed i monitor contemporaneamente. I parametri sono nella norma. Il chirurgo si prepara, io mi distraggo, mi piacerebbe vedere i figli all’uscita, ma non ci saranno, li ho tenuti lontano dalle preoccupazioni e non sono sicuro che sia stato un bene.
Anche mio padre aveva fatto così con me ma non è confortante saperlo. Ogni padre cerca di proteggere i propri figli. A modo suo. Bene male giusto sbagliato. Io che col tempo ho lasciato per strada molta stima di me stesso, come avrei potuto, saputo proteggerli? Però è stato un grande errore voler loro insegnare a non essere come me, ho fatto un gran pasticcio e prima che l’anestetico mi annebbi totalmente la coscienza, mi piace pensare che ci siano stati momenti migliori.
Le due di pomeriggio di un giorno di agosto, Michele e Maria si straziano, senza saziarsi, di baci ardenti, premuti. Il lenzuolo sotto di loro, anche se all’ombra de lu cerquelone (della grande quercia) è intriso di sudore e macchiettato dalle foglie secche del sottobosco. Se l’è portato dentro il borsone, dicendo di andare a giocare a pallone. Lei, approfittando che il padre ed il fratello sono nei campi, è andata a fare i compiti da Irene, che le tiene il gioco, ci si potrà fidare?
Arrossati e con i vestiti scombinati lottano dolcemente con la loro preparazione sessuale, concetti vaghi e approssimativi, fonti non verificate. Fondamentalmente vince il timore.
Quando Carla sua cugina di Roma l’estate precedente, lui tredicenne, lo aveva “iniziato” non gli era piaciuto, ma adesso avrebbe voluto. Cerca di non spaventarla e si muove circospetto. Maria se n’è accorta, lo desidera anche lei come vorrebbe che quel pomeriggio non finisse mai, ma ha il marchese e si vergogna a dirlo.
Unico punto fermo: col marchese non si fa.
E sono questi dettagli tecnici che li traggono d’impaccio, l’assorbente che chissà dov’è finito e lui tutto appiccicaticcio dopo essere venuto due tre volte nelle mutande.
– quando parti?
Come ogni estate, la famiglia di Michele passava quindici giorni a cavallo di ferragosto da certi parenti a Castellammare di Stabia. C’erano anche le terme, a sua madre piacevano tanto.
– giovedì. Mio padre dice che troviamo meno macchine per strada
– ci sono pure le ragazze sulla spiaggia a fare i bagni?
– certo Marì, che mica solo uomini!
– no volevo dire ce ne sono tante?
– so cchiù femmene ca uommene
– e tu ci parli?
– io non le penso proprio, mi faccio i tuffi e vado a prendere le cozze sugli scogli.
Albori di verità nascoste. La prima delle tre figlie dei certi parenti, Annarella, era molto bella, aveva un anno in più e a Michele piaceva trovarsi vicino a lei sul moscone, sentire le sue cosce lisce e scattanti quando casualmente si sfioravano.
Qualche volta rimanevano sul balcone dopo cena, lunghe dispute su Gianni Morandi e Bobby Solo mentre si stava affacciando all’orizzonte anche Fausto Leali. Annarella aveva un fidanzato grande con la macchina, ma lui a diciott’anni avrebbe comprato una Lancia Fulvia HF 1600 Coupè e l’avrebbe portata a scorrazzare per il lungomare di Castellammare.
Maria lo incalza
– mio fratello dice che tu con me ti vuoi solo divertire e poi chi s’è visto s’è visto
– tuo fratello è stupido (e inizia ad arrossire)
A trarlo d’impaccio per la seconda volta quel pomeriggio, arriva Irene sbucando silenziosamente da una siepe; da quanto tempo era lì quella scema?
– Marì ce ne dobbiamo andare, ho visto dalla finestra tuo padre e tuo fratello che stanno tornando; frat’t (tuo fratello) come torna ti viene a cercare
– Irè mi hai fatto spaventare, mo vengo
La tristezza di Maria inonda il pezzetto di bosco, non voleva andarsene, non voleva che Michele partisse, non voleva avere un fratello tanto opprimente e le aveva dato fastidio che Irene li avesse sorpresi così, complici.
– ciao Michè, quando vai sulla spiaggia non prendere troppo solleone che ti scotti e poi le femmine non ti guardano
– Irè, prendi in giro a soreta
rispose svagato Michele mentre la gelosia di Maria ormai pesava dai 15 ai 20 chili.
Rimasto solo scuote il lenzuolo, lo ammassa nel borsone, tira fuori dalla tasca quel che rimane di una Turmac, sapientemente estratta da un pacchetto nell’armadietto del padre, l’accende con una qualche difficoltà dovuta alla frantumazione subita dai prosperi conservati sfusi e l’aspira facendo i circoletti con il fumo che non gli vengono tanto bene. Si sente un gigante, invincibile, senza paura e, bisunto di autostima, aspetta senza fretta che si asciughino le macchie sui pantaloni. E’ nelle condizioni ideali per accogliere il pensiero forte di quelle che un giorno Slavoj Zizek chiamerà le “cause perse”.
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