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TIME STATION. Incontri al Binario 1

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Consegna prevista Febbraio 2025

Quante decisioni prendi ogni giorno? E poi… ci sono le scelte che ti cambiano la vita. Tornerebbe utile anche a te incontrare Libero, un pensionato con un super-potere alquanto originale: se ti guarda negli occhi, non puoi resistergli… Devi raccontargli tutto. Tutto quello che ti gira per la testa e che ti sta portando in una direzione, piuttosto che in un’altra. Chissà se riuscirà a mettere in crisi anche te? Seduto sulla “sua” panchina, al Binario 1 della Stazione di Cogoleto, Libero vive un giorno particolare: incontra personaggi strani. Sono uomini e donne che hanno fatto la storia d’Italia; sembrano venuti dal passato. Riuscirai a riconoscere chi sono? Alla fine, c’è un treno (ed un tempo) che attende il nostro protagonista: anche a Libero tocca prendere una scelta che – come tutte le scelte importanti – lo condurranno dove non avrebbe mai immaginato.

Per ogni capitolo è proposto un laboratorio (tra storia, scrittura creativa, educazione affettiva ed educazione civica).

Perché ho scritto questo libro?

TIME STATION è accorgersi che nessuna storia umana è slegata dalle altre. Da quelle presenti. Da quelle future. È cogliere la preziosità dei propri giorni. È mettere in luce la validità degli attimi e la valenza delle scelte. È consapevolizzare la meraviglia di poter arricchire la vicenda umana mentre si costruisce la propria esistenza. Questa storia è un punto di domanda per tutti: per gli adolescenti, per i non-più-giovani. Per chi vuole sentirsi umano, capace cioè di scegliere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Capitolo 1

COGOLETO. Il mare si scaraventa agitato, oggi, sulla riva.

Sembra proprio che stia per accadere qualcosa di particolare. O forse no: è semplicemente che oggi c’è vento e tutto continuerà esattamente come sempre. La gente anche oggi è uscita per andare a lavoro. C’è chi fa perfino un’ora di strada a piedi: il lungomare collega paese a paese. E nonostante il vento, risulta comunque piacevole camminare. Due gabbiani, intanto, sorvolano la sabbia e le scogliere bianco-nere: sono alla ricerca di cibo e non hanno affatto timore del vento impetuoso.

Tutto coperto e con un passo sbarazzino, Libero esce dal suo portone in Via Gioiello: l’età avanzata non gli permette di certo che quel vento lo trovi impreparato. Ed in realtà, nonostante sia già fine febbraio, oggi il clima non è affatto clemente. Conviene coprirsi. E coprirsi molto. Soprattutto se hai 75 anni: in realtà Libero già da più di quaranta compleanni diceva di non essere più un ragazzino e che gli spifferi sembravano attenderlo lì, in sordina, per colpirlo e affondarlo. Quindi: cappello in testa, sciarpa avvinghiata al collo e guanti caldi caldi alle mani. È tutto pronto per l’avventura di oggi. Ed il bastone: quello, Libero, lo porta sempre con sé quando esce. Sì, lui dice che gli serve per avere stabilità… per non fare “passi falsi”… per essere “in equilibrio”. La verità è che quel bastone, per Libero, è un tocco di classe: gli sembra di essere un barone, un personaggio degno di nota che si aggira per la sua piccola città. Libero adora Cogoleto: per nessun motivo al mondo avrebbe lasciato il suo paese. Era un cogoletese DOC.

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Da qualche tempo Libero ha una qualifica che – come ripeteva spesso – era intoccabile: un vero e proprio “posto fisso”. Era, difatti, pensionato. Dopo aver prestato il suo apprezzatissimo servizio presso le ferrovie statali, poteva godersi il tempo a disposizione: eppure, la stazione di Cogoleto era molto più di una casa per lui. Sembrava l’avesse costruita lui; anzi, che l’avesse progettata di sana pianta. Non c’era metro quadrato che non conoscesse. Non c’era passeggero che scampasse dal suo sguardo attento e curioso. Ogni treno, “fischiettando”, sembrava salutare proprio lui: non c’era treno che “non conoscesse” l’anziano ferroviere. Sembravano suoi figli; ed i controllori degli zii. I bigliettai sembravano dei nonni, pronti a far partire il viaggio: viaggio come scoperta, viaggio come fuga, viaggio come desiderio, viaggio come relazioni nuove. Quanto è prezioso viaggiare! E poi… poi Libero è andato in pensione: ma come avrebbe mai potuto separarsi da quel luogo?

Dicono che la differenza tra spazio e luogo stia proprio in questo: nell’apporto che dà l’essere umano ad uno specifica zona del globo terracqueo. E quella zona diventa una palestra o una biblioteca o la città di Cogoleto. Quel luogo diventa qualcosa di particolare, di umanizzato. Acquista senso. Libero lo sapeva bene: il mondo rischia di diventare un agglomerato di insensatezza e di insulsaggine. E gli sembrava di essere nato perché questo non accadesse. Perché non accadesse almeno attorno a se stesso. Abbiamo bisogno di luoghi. Ma anche di trasformare il tempo in un luogo di umanità.

E lui sapeva che perfino una stazione ferroviaria aveva bisogno di una metamorfosi del genere.

Ecco perché non smetteva mai di seminare attorno a sé i suoi “buongiorno” o tanti “grazie”; non credeva fosse inutile dire quel “mi scusi” all’occorrenza. E non era solo una questione di gentilezza. Era, il suo, uno stile di umanizzazione: anche dei binari possono dire e dare cose importanti agli esseri umani. Non poteva smettere di farsi delle domande: quella gente che saliva e scendeva, scendeva e saliva dai mille e mille treni che circolavano dinanzi ai suoi occhi, dove andava? Verso chi o verso cosa viaggiava? Perché era proprio lì e non altrove? E perché era capitato proprio a lui di incrociarla e qualche volta incontrarla?

Libero ha occhi profondi. E i suoi occhi, un giorno, hanno pianto tantissimo. Era “il” giorno di un addio incommensurabile e insanabile, quando un “treno” imprevisto finì per portarsi via la sua Virginia. Si conoscevano da bambini: capelli rossi e lunghi, naso a patata, vocina allegra… una personcina sprint, fin dalla culla. E Libero, anche lui bambino, si era lasciato conquistare da quel caratterino avventuriero ed innocente: anni di amicizia si trasformarono in una bellissima storia d’amore. Alle superiori, capirono che tra loro c’era qualcosa “in più” e che erano importanti l’uno per l’altro, non solo come amici. Di lì in poi, il tempo volò e si sposarono molto giovani. E poi i figli: Umberto, Mara e Riccardo. E poi i nipoti: otto nipoti, tutti stregati dai nonni Libero e Virginia. Ovviamente, tutti stregati anche dai treni, dalla ferrovia e da tutto il mondo che gravita attorno ai viaggi su binari. Quasi… una malattia genetica di famiglia!

Una vita tranquilla e serena, la loro. Sì, con alti e bassi… ma senza scossoni. Almeno fino a quel giorno. Fino al giorno terribile in cui Libero e Virginia sentirono dire quella parola terribile e indesiderata: “Alzheimer”. Virginia aveva “solo” 60 anni e Libero 65. Erano passati dieci anni dall’inizio di quel tramonto dei ricordi, da quel disconoscersi graduale che faceva tremare i polsi a Libero e al resto della famiglia. «Chi sei?»: quella domanda, Libero, quando se la sentì proporre la prima volta… fu un colpo al cuore. Non parlò per un giorno. E da quel momento, non dormì tante notti. «Chi sei?» cominciò a chiedere a Mara, ad Umberto, a Riccardo. E poi, uno ad uno, ai nipotini. Perfino all’ultimo arrivato, Giorgio, toccò la stessa sorte. Un terrore che scuote le fondamenta. Non solo i ricordi, ma le relazioni stesse. Libero non si diede mai per vinto: provò il tutto per tutto e non smise di raccontare, di mostrare video e foto, di portare sua moglie sui posti antichi e recenti pur di preservare la memoria. Ma Alzheimer sembrava sempre più forte. Un passaggio a livello serrato. Un treno che non si ferma più in stazione e procede imperterrito e infermabile: e tu non conosci la destinazione. Prima appariva come un treno merci: porta via qualcosa e poi qualcos’altro e poi tanto altro. Poi, si mostra per com’è: porta via tutto. Porta via non solo quello che sei stato. Porta via te stesso. E Libero non poté fare altro che avvenisse.

Cinque anni di lotta. E poi il nulla.

Virginia andò via. «Chi sei?», chiese ancora. Libero stava per risponderle, ancora una volta, come sempre. Ma lei lo guardò, serena e felice, come avvinta da un ultimo lampo di presenza. «Ciao, Amore mio Libero». E chiuse gli occhi. Per sempre.

Quella a Libero sembrò una vittoria. Il ricordo aveva vinto. Il loro amore aveva vinto.

E così, con quel suono di «Amore mio Libero» nelle orecchie, il nostro simpatico ferroviere in pensione continuava la sua vita da non lavoratore. Quel suono era diventato come una spinta per il cuore e gli aveva permesso di sperare ancora, di lottare ancora per quella “cosa” chiamata vita che – più passavano gli anni, più gli appariva così – sembrava ingiusta e per certi versi dannosa. «Amore mio Libero» era la poesia brevissima (che ad Ungaretti fa un baffo) che era come un ritmo pulsante per cuore e cervello. Una poesia “ermeticissima”, la cui densità era imperscrutabile per tutti (quasi tutti, in realtà) ma dalla grinta inenarrabile.

Si chiuse, dietro le spalle, il portone di casa. Libero era pronto per una nuova giornata. Il vento, per lui, era quasi un amico: mentre scendeva verso la stazione, un po’ lo spingeva ed un po’ lo sosteneva. A tratti, sembrava dargli qualche energizzante spintone; a tratti, sembrava prenderlo sottobraccio e dialogare con lui. Quasi fosse un compagno di vecchia data. C’è qualcosa di più “vecchio” del vento?

E poi, il mare: mentre si abbarbicava con le consumate scarpe verso la parte bassa di Cogoleto, Libero tuffava lo sguardo nell’orizzonte bagnato dal mare ligure. Un orizzonte fortunato, destinato a diventare famoso. Un orizzonte scrutato da ben noti scopritori. Nonostante l’età, quell’orizzonte ogni mattina sembrava nuovo di zecca e coccolava di cielo e di acqua il volto anziano di Libero. Sembrava quasi un’operazione da pittore o da scultore: cielo e acqua “sollevavano” senza toccarle le labbra di Libero. E disegnavano un sorriso, che lo accompagnavano per tutto il giorno. In paese, sembrava non si potesse passare giornata senza quel sorriso: tutti lo conoscevano. Anzi, tutti lo desideravano. Lo desiderava Luca, che aveva preso il suo posto di lavoro in stazione. O Francesca, la panettiera senza peli sulla lingua ma sfornatrice della focaccia più deliziosa della zona. Lo cercavano Paolo e Carla, pasticceri di fiducia dell’anziano e produttori di notissimi amaretti locali. Anche il giornalaio, Daniele, aspettava l’arrivo di Libero per il quotidiano da piazzargli tra le mani. Ed il caffè “monello” (non perché non buono, ma perché il bar ha un nome simile) alle soglie della stazione era pronto a calarsi nella tazzina, rigorosamente goduto dopo un frizzantissimo bicchiere d’acqua fresca. Anche il caffè sperava nel sorriso di Libero.

Insomma… tutti conoscevano Libero. Tutti erano ben contenti di salutarlo. Dopo la morte di Virginia, poi, si sentivano quasi “in dovere” di non abbandonarlo, di stargli accanto. I figli vivevano fuori città. Lui abitava solo soletto nel suo delizioso appartamento. Tutti si sentivano debitori delle attenzioni che i due coniugi non si precludevano di avere per chiunque avesse bisogno. Ora sembrava il tempo del ricambiare. Ma era proprio così?

Tutti conoscevano Libero. Ma solo Virginia conosceva ciò che lo rendeva unico.

Come potremmo chiamarlo: sesto senso? Potere magico?

Libero “sentiva” quando qualcuno attorno a lui stava per prendere una decisione. Come se una forza misteriosa lo attirasse verso quella persona. Come se quella forza non potesse che fargli attenzionare quell’uomo o quella donna che era lì, sul punto di scegliere. Ma non finisce qui. Quella persona istintivamente era portata a confidarsi con Libero nel momento in cui il nostro vecchietto fosse riuscito a guardarlo negli occhi. Confidarsi per chiedere un parere, per avere un consiglio. Per ottenere un altro punto di vista sui fatti raccontati. Ed eventualmente ripensare alla decisione da prendere. Solo Virginia conosceva questa “particolarità” di Libero. Solo Virginia si rendeva conto di quando “il fatto” stava accadendo. Evidentemente, i due avevano fatto un patto: Libero non avrebbe usato il suo “sesto senso” con sua moglie.

Mai Libero aveva dimenticato il primo di quei “fatti”: aveva 10 anni ed era a scuola. Jurj, il suo migliore amico, aveva appena litigato con un compagno di classe. Ed in effetti, aveva ragione lui: Alessandro gli aveva detto per l’ennesima volta che era solo uno sciocco, che non sapeva nemmeno quanto facesse 1+1 e che nella vita non avrebbe combinato mai nulla di buono. E, dopo mille insulti, Jurj aveva deciso: si sarebbe vendicato. Voleva fargliela pagare e, durante l’intervallo in cortile, era deciso a prenderlo a botte. Era furioso, non voleva sapere ragioni. E così, come un toro imbestialito e con la voglia di andare fino in fondo, si mise a correre verso il “nemico”. Ma, improvvisamente, incrociò gli occhi del piccolo Libero. E accadde tutto in un momento: Jurj dovette fermarsi e raccontare tutto al suo “magico” compagno di classe. Libero non comprendeva quello che stesse accadendo. Ma si lasciò andare e convinse Jurj a desistere dal suo proposito.

O quella volta, alle superiori, quando Ludovico – che frequentava la classe quinta, mentre lui era al terzo anno – voleva lasciare la scuola: non aveva fatto amicizia con nessuno, tutto gli sembrava buio e noioso. Fino a che, in quel piovoso giorno di dicembre, stava letteralmente per scappare dalla classe. Ed in corridoio, per caso, trovò Libero: questi sentì di doversi fermare a parlargli; sentì di dover guardare Ludovico nei suoi occhi arrabbiati (ormai conosceva questa sua capacità). E ancora una volta, accadde: Ludovico dovette dirgli tutto. Libero riuscì a farlo ragionare. A fargli capire quanto è importante la Scuola. E che non era ancora detta l’ultima parola. Proprio su niente. Che se lui avesse voluto, anche quel posto “difficile” poteva trasformarsi in un luogo importante, in un luogo dove non solo chiedere e pretendere, ma dove poter lasciare il segno.

Non dimenticherà Martina: avevano entrambi 23 anni e lei era sul punto di lasciare Edoardo. Ancora un incontro di sguardi porterà i due a parlarsi, a confrontarsi. Libero mostrerà a Martina che Edoardo non era un “duro” per natura (la sua freddezza era un vero e proprio problema per lei), ma che aveva solo bisogno di affetto: la sua, infatti, era stata un’infanzia difficile. E Libero questo lo sapeva molto bene: ricorda tutti i sacrifici della madre di lui, rimasta sola a crescere due figli.

E di racconti così, in realtà, ce ne sarebbero molti.

Ma intanto il nostro Libero è arrivato in stazione: il vento sembrava si fosse leggermente attenuato. E così, con il garbo che lo contraddistingueva, prende posto sulla panchina del binario 1: era la sua panchina. Ogni giorno lo si poteva incontrare lì. Portava con sé perfino qualcosa per il pranzo (non che mangiasse molto, in verità). Al tramonto, poi, puntualmente si riavviava verso casa sua.

Ma quel giorno, nulla sarebbe andato come al solito.

2024-05-11

IL CITTADINO

IL CITTADINO parla di TIME STATION...grazie alla penna di Jennifer Caspani e alla Redazione! Buona lettura!

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Michele Di Gioia
Nasce in Puglia, in provincia di Foggia. Dopo il diploma conseguito presso il liceo classico di Lucera, si specializza negli studi filosofico-antropologici e consegue la laurea magistrale in Filologia moderna. Attualmente è docente nella provincia di Monza e Brianza.
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