Il respiro rumoroso succhia vorace ossigeno puro, limpido, che da quella grossa bombola grigia, che odora di metallo, attraverso una scia fine e trasparente di tubi senza peso, inonda il suo petto stanco, alleviando la fatica di quell’atto ritmico e vitale. Il rumore del piccolo marchingegno che spinge quel fluido trasparente risponde a tempo ai battiti del silenzio della stanza.
Ha già indosso il vestito buono, quello messo solo una volta, tanti anni prima, tredici per la precisione. È marrone scuro, tessuto pesante, buono per l’inverno e per chi, come lui, ha sempre un po’ di freddo addosso. Odora di buio e di fiori appassiti, stretti in grossi mazzi, violentati dal dolore e da un’aria densa e umida che scivola su marmi lisci e silenziosi, bianchi, candidi, eretti a barriera di confine tra chi c’è e chi non c’è più.
Quella giacca, quei pantaloni, quella camicia stirata con mestiere: lui aveva già da tempo deciso che li avrebbe indossati nuovamente in altre due sole occasioni. Una era solo questione di tempo, mentre l’altra dipendeva da se quello stesso tempo, che zoppicava e andava lento ma non dimenticava mai i suoi passi, gliene avesse concesso la possibilità. Possibilità intesa come evento umanamente sostenibile, contornato dal filo di serenità e dalla forza necessaria a renderla tale. Nel caso in cui questa seconda delle due occasioni fosse stata solo un trascinamento straziante senza scopo né senso, contornato di spilli di dolore e sofferenza che bucano senza sosta la basilare decenza umana, be’, in quel caso quella stoffa cucita e conservata a dovere poteva fottersi e rimanere dov’era fino alla successiva irrinunciabile e, per lui, impronunciabile occasione.
Le occasioni quindi, guidate dalla storia e dalla caparbietà e, senza che se lo ripetesse tanto spesso, anche dalla buona sorte, sarebbero state infine, appunto, due.
Quella mattina, fino all’atto dell’inusuale vestizione, tutto è scorso allo stesso modo nel quale erano fluite le porzioni di tempo di tutti i giorni degli ultimi anni ammucchiati sopra le sue spalle.
Sveglia regolata dalla volubilità dell’alba, l’atto lungo e faticoso di tirarsi su dal letto, l’affaccio del figlio, nominato con il “tu”, e al seguito la nuora, appellata con il “voi” di altri tempi, che chiedono come va. Lenti passi appoggiati al bastone verso il bagno, ritorno in camera per cambiare il pigiama con abiti da casa, facili e comodi. Passi un poco più spediti verso la cucina e la colazione già pronta, con il sottofondo familiare dei programmi mattutini che scorrono sullo schermo del televisore già acceso – che lui non guarda –, interessato solamente a quella tazza di latte sporcato di caffè che lo attende al suo posto: l’istinto inviolabile del desiderio di nutrimento come unico e fondamentale segno di salubrità.
Poi, se quel giorno fosse stato un giorno con il nome di tutti gli altri giorni, si sarebbe diretto a passi lenti verso la sua poltrona, per una mattinata di immagini distratte sullo schermo, sonnecchi, pensieri, respiri profondi dentro quel suo mondo diventato semplice, ornato solo dall’indispensabile in fatto di oggetti e movimenti, ma bisognoso delle manifestazioni umane irrinunciabili quali l’affetto, l’emozione, la tenerezza.
Ma quel giorno si portava addosso una nominazione diversa, privilegio per pochi. Giorno di stupore e complimenti, di frasi dette sottovoce e col tono dedicato ai momenti solenni: “Lui è uno con la corazza. Dopo tutto quello che ha passato, guardalo, è incredibile che sia ancora qui. E chi lo ammazza uno così”. Frasi dette da chi sa tutto e da chi non sa niente, da chi gli vuole bene e da chi gli ha voluto male. Tutto quel tempo addosso genera sorpresa, ammirazione e rispetto.
A lui, ora, male non gliene vuole più nessuno.
Dunque quel giorno i suoi passi cambiano, sono un po’ più forti nella sua testa e un poco più tremolanti nelle sue gambe, emozionate, spaventate dalla versione particolare di quelle prossime ore. Ritorna nella sua stanza e manca di indossare la cravatta, il maglioncino da mettere sopra la camicia e poi, per ultima – ma non adesso –, la giacca lisa e un po’ grande. Non lo era a quel tempo.
Si siede sul letto nel frattempo rifatto. Nulla è variato. Penombra, rivolo di aria nuova, sentore sospeso e rarefatto di un movimento inusuale che sa di cose antiche, smosse dalla loro staticità quasi dimenticata. Fibre intrecciate, fiori diventati polvere.
Si concede un tempo non misurato per riprendere quel fiato necessario, calmare gli animi già un po’ troppo sollecitati, comporre i giusti pensieri, lenti, confinati come lo sono già da tempo entro gli attimi del presente e un poco verso il futuro, ma mai troppo. L’illusione a lui fa male.
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