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Consegna prevista Novembre 2024
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Del protagonista di questo romanzo non sappiamo il nome. Conosciamo, invece, i suoi pensieri che ad ogni riga, con la forza della loro verità in una sorta di flusso di coscienza che ricorda i libri della Beat Generation, diventano tutt’uno con i nostri. Sono pensieri che si accumulano senza un apparente filo conduttore, ma che raccontano la storia interiore di questo giovane di oggi, che non solo non riesce a trovare il senso della sua vita, né una ragione per viverla, ma che odia sé stesso a tal punto da credersi davvero psicopatico e da vedere intorno a sé demoni come quelli dipinti da Goya. Egli si trascina stancamente tra i vicoli di Genova in cui scorrono tante vite come la sua, in un flusso continuo di disperazione e autocommiserazione. Eppure, da questo scorrere di pensieri e incubi emerge un personaggio di uno spessore sorprendente, che incarna le angosce e le inquietudini della sua generazione.

Perché ho scritto questo libro?

Fin da bambino ho sempre avuto l’esigenza di creare qualcosa. Durante l’adolescenza questo fuoco non si è mai spento e ho trascorso molto tempo a scrivere per autoterapia. Questo libro nasce dalla stessa necessità, ma con una maturità più consapevole. Sentivo una forte urgenza di estremizzare ciò che sono i demoni che ognuno di noi ha dentro di sé e di dare la vita a un personaggio che mi accompagnasse e che si prendesse sulle spalle tutte le mie paure e amarezze.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

 

Nel buio della stanza i demoni sono più potenti. La notte li fortifica, li posso vedere, toccare, la loro puzza mi fa stare male. Sono sette giorni che non esco di casa. Che schifo che faccio, sono il solito codardo. Il letto mi intrappola, faccio parte di lui. Dannata notte che mi laceri il cuore. Dannata vita che mi divori la mente. Accendo una sigaretta. Ne sto fumando troppe, ma non mi interessa. Non so più se sperare di vivere o no. Sono le quattro del mattino e sono ancora sveglio. Non dormo mai di notte, solo di giorno ci riesco. Faccio un sogno ricorrente: fuggo, fuggo sempre. La polizia mi cerca, mi vuole incastrare. Cambiano il posto e le persone, ma mai l’ansia che provo. Certe volte vorrei strapparmi il cervello a morsi. Mi devo riprendere, non posso fare sempre schifo. Devo uscire di casa. Genova di notte fa paura, ma forse mai quanto questa stanza, questo letto. La sigaretta è già finita, cazzo. Non posso fumarne un’altra. Fanculo, me la fumo lo stesso. Il rumore dell’accendino è fastidioso, ma copre per un istante l’insopportabile flusso dei miei pensieri. A volte vorrei riuscire a piangere, ma quando accade mi odio profondamente. Basta, devo riprendermi, non posso rinchiudermi per sempre. È tutta la vita che fuggo, che perdo contro me stesso. Voglio essere una persona migliore, normale. Non ci riuscirò mai. Ho bisogno di urlare, ma non posso, sveglierei tutti. Esplodeste bastardi, vi odio.

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Sono un tipo antisociale,

non ho voglia di fare niente,

sulle scatole mi sta tutta la gente,

Guccini, sì che aveva ragione. Un’isola deserta però per me non andrebbe bene, ho paura di restare solo con me stesso. Grazie, faccio schifo. Non riesco a dormire. Non sto bene con gli altri e ancor meno da solo, cosa devo fare? Ammazzarmi? Sarebbe troppo facile e poi, incredibilmente, non riesco proprio a capirne il motivo, in qualche modo amo la vita. O forse la odio talmente tanto da pensare di amarla. Il confine è sottile come la tela di un ragno. Catullo si sentiva crocifisso, aveva ragione. Tra l’altro come suona bene excrucior. Lingua nobile il latino, insopportabile da studiare, ma nobile. Devo dormire, non ce la faccio più a pensare. Sento un macigno che mi colpisce ad ogni lettera. Basta, da domani cambio. Devo uscire, devo ricominciare. Full torna fra una settimana, non posso farmi trovare così. Bastardo, non fosse partito magari starei meglio, anche solo per non fare schifo agli occhi di qualcuno. Basta, sono cambiato. Non odio più tutti. Da domani sorriderò alla gente, come facevo un tempo, quando c’era lei: con la mente si torna sempre dove si è spezzato il cuore. Meglio dormire, non posso morire ogni notte per colpa sua. Chiudo le palpebre, forse questa volta ho davvero sonno. Scende una lacrima sul cuscino. Mi odio più che mai.

Le campane suonano. Bestemmio. Guardo l’ora sulla radiosveglia, è già mezzogiorno. Mi alzo dal letto con un impellente bisogno di andare in bagno. Mi guardo allo specchio e fuggo in cucina. Sono vestito uguale alla sera prima, non so se puzzo più io o la casa. Spalanco tutte le finestre sperando di fare uscire quell’aria così pesante. Il frigo è vuoto da quattro giorni. Tolgo i vestiti e li lancio malamente sul letto sfatto. Entro in bagno e mi butto sotto la doccia. I capelli sono tutti raggrumati. Mi lavo velocemente, non mi è mai piaciuto fare la doccia: amplifica i pensieri.

Dopo essermi asciugato e rivestito con l’ultimo cambio che mi è rimasto, esco di casa. Compio questa azione senza pensarci troppo, spinto dalla fame e dal rincoglionimento di quelle insopportabili campane. Non appena metto piede in via Balbi mi accorgo dell’atto rivoluzionario che sto compiendo. Forse sto davvero cambiando. Che ridicolo che sono: mi esalto perché sono uscito di casa. Decido di fare “colazione” in un bar vicino alla stazione di Principe. Prendo un cappuccino e siedo a un tavolino all’esterno. La cameriera è veramente bella, sveglia e sembra pure simpatica. Mi fissa un po’ ogni volta. Il vecchio me non avrebbe spiaccicato parola, o, se lo avesse fatto, con disprezzo evidente. Ma ora sono diverso, cazzo dovevo cambiare. Per fortuna ho fatto la doccia. Mi annuso le ascelle curandomi di non farmi notare da nessuno, sperando che una settimana di sudore e sporcizia se ne sia andata con una passata frettolosa. Finito di bere attendo al tavolino. Sento una goccia di sudore scivolare lungo il braccio. No, dai, non è possibile che ogni volta inizi a sudare così. Devo calmarmi. Sono una persona normale adesso. Non impazzisco solo perché ci voglio provare con una ragazza. Prendo un bel respiro e chiudo gli occhi per rallentare il battito. Eccola, sta per uscire. Ce la devo fare. La cameriera viene verso di me e sorridendomi mi chiede se desideri qualcos’altro. È il mio momento. Il battito accelera e la voce mi si strozza in gola. Tengo bene chiuse le braccia sperando di non mostrare la probabile chiazza di sudore sotto le ascelle.

– Sì, le rispondo titubante. Lei mi guarda attendendo il proseguo del discorso, ma la voce si blocca tra i denti rifiutandosi di uscire. Dai, non posso essere così psicopatico, ti prego di’ qualcosa. Qualsiasi cosa. Mi farebbe piacere avere il tuo numero. A che ora finisci il turno o anche un banalissimo vorrei il conto. Cristo sto impazzendo. Perché non me ne sono stato in casa. Improvvisamente ho un colpo di fortuna: prima di sembrare pietrificato, viene chiamata da un altro cliente, seduto con un amico in un tavolo opposto al mio. Si scusa e mi promette di tornare subito. Meno male. Mi rilasso un momento e accendo una sigaretta. Mi guardo le ascelle e vedo che, per fortuna, il sudore non ha trapassato ancora la felpa. Tento di riflettere bene sul discorso da fare. Opto per un semplice appuntamento quando stacca dal lavoro. Quando torna la sigaretta è finita e il mio panico pure.

– Scusa mi stavi dicendo che desideravi qualcos’altro giusto?, mi chiede dolcemente con la penna pronta ad annotare sul taccuino delle ordinazioni.

– In realtà volevo semplicemente chiederti se quando staccavi qui avevi voglia di fare due passi, butto fuori di getto. Quasi non mi accorgo di aver davvero pronunciato quelle parole. Forse sto veramente cambiando, forse posso essere normale. Inizio a sorridere. Non mi interessa la risposta, sono felice di avercela fatta. Che bello, finalmente. Lei sorride e arrossisce timidamente. Mi guarda e risponde che avrebbe accettato se mi fossi prima presentato, come avrei dovuto fare la prima volta che ci eravamo scambiati uno sguardo. Le dico il mio nome e lei il suo. Si chiama Chiara. Che bel nome!

– Bene allora io stacco alle 18, ci vediamo qua fuori?, mi chiede.

– Si direi che è perfetto, rispondo rilassato.

Chiara scrive velocemente il suo numero su un foglietto.

– Ti lascio il mio numero di telefono così, se per caso hai un contrattempo, mi avverti.

Rimango un attimo impietrito. E ora che cosa le dico? Mi prenderà per pazzo se le confesso che non uso più il cellulare. No, va beh dai, può sembrare una cosa interessante alla fine. Basta non darle motivazioni. Che schifo che faccio, anormale del cazzo. Lo odio il cellulare, tutto il giorno ad aspettare chiamate che non arriveranno mai. Si vive molto meglio senza.

– Eh, guarda lo prenderei volentieri, ma non uso più il telefono, le rispondo sforzandomi di ricollegarmi con la realtà.

Mi guarda un po’ stranita. Lo sapevo, ho rovinato tutto. Come minimo pensa che mi stia tirando indietro. Mi affretto a precisare la mia affermazione mostrandole le tasche. A quel punto lei inizia a sorridere e a ridacchiare compostamente.

– Sei un tipo strano tu eh, mi dice ed io, fingendo che la cosa non mi provochi ogni giorno decine di paranoie, faccio una faccia come dire: eh sì, un pochino, ma alla fine sono una persona normale. Chiara mi fissa ancora un attimo.

– Molto, molto strano, ma questo per me è un grande complimento, tranquillo. Non capisco solo come mai ti sei svegliato dopo tutto questo tempo, aggiunge pensierosa.

– Diciamo che non sono un tipo molto sicuro di sé, rispondo brevemente.

Le pago il cappuccino e la saluto con un banalissimo “a dopo”. Sto iniziando a vivere di nuovo, finalmente. Sono un grande. Proseguo la mia passeggiata verso la stazione. Non ci vado più a casa, devo vivere. Anche l’aria sembra più buona, come se non mi raggiunga più la puzza dei miei mostri. Sorrido alla gente, mi sento rinato. Arrivato in stazione continuo scendendo verso l’Acquario. Sto iniziando ad avere seriamente fame, ma la cosa non mi turba, prima o poi troverò qualcosa. Dall’Acquario mi dirigo verso il porto antico e mi fermo in un bar che vende panini. Non ci sono mai stato, ma nulla mi può fermare. Vedo passare due miei compagni e, invece di far finta di non vederli, li saluto gioiosamente. Loro rimangono un po’ stupiti, ma, tutto sommato, ricambiano volentieri. Penseranno che sia impazzito del tutto, che spettacolo!

Mangio velocemente il panino accompagnato da una birra fresca e penso a come occupare il tempo fino alle 18. Full non c’è e non conosco praticamente nessun altro o, comunque, non così tanto da passarci del tempo insieme. Poi sono senza cellulare come faccio a mettermi d’accordo con qualcuno? Questa cosa sta bloccando il nuovo me. Forse dovrei comprarne uno nuovo, sperando non finisca come quello di prima, lanciato fuori dal treno fra Quarto e Sturla. No, ormai sono cambiato, posso stare tranquillo.

Chiara è una ragazza stupenda. Mora, abbastanza alta e con due enormi occhi neri. Si veste in modo un po’ strano, ma comunque bene. Ha labbra sottili ed un corpo mozzafiato. Parliamoci chiaro: è veramente buona. Sicuramente troppo per me. Chissà cosa le è saltato in testa, anche lei non deve essere normale. Se ne renderà conto dopo cinque minuti che non sono strano, ma psicopatico. Faccio schifo, come sempre. Ed eccolo lì un demone, rimasto incastrato tra le pieghe della felpa, uscire e tormentare il mio povero cuore. Non oggi, cazzo! Devi ritornare da dove sei venuto. Mi accorgo solo dopo di stare praticamente urlando, perciò, imbarazzato, mi alzo dal tavolino e scappo. Devo calmarmi, non sono più quello di prima.

Cammino diritto cercando di pensare ad altro. Le ore passano lentamente. Le lancette dell’orologio mi rimbombano in testa. Nervosamente proseguo abbassando la testa. Mi ritrovo improvvisamente in via del Campo. La gente mi fa paura, sono solo, alla mercé di qualsiasi malintenzionato. Ora sì che Genova mi opprime. Il mio unico pensiero diventa non incrociare lo sguardo di nessuno e accelerare il passo senza farlo notare.

Via del Campo c’è una graziosa

gli occhi grandi color di foglia

tutta la notte sta sulla soglia

vende a tutti la stessa rosa.

Graziose non ne vedo, ma puttane tante, nascoste nei vicoli limitrofi. Il battito accelera, il sudore mi bagna la schiena. Continuo a cantare sottovoce il capolavoro di De André:

Via del Campo c'è una bambina

con le labbra color rugiada

gli occhi grigi come la strada

nascon fiori dove cammina.

Appena termino la strofa vedo una bambina indiana. Sorride mentre corre dietro a un piccolo cane. È felice, non ha paura di nulla. L’illuso sono io. Di cosa ho paura? Di me stesso. La bambina non ha gli occhi grigi, ma due bellissimi occhi marroni. La sua risata copre ogni tristezza, ogni dolore. La gonna del vestito, più grande almeno di due taglie, spazza per terra, ma a lei non importa. Non crescono fiori dove cammina, ma forse li immagina. Quanto possiamo imparare dai bambini! Dimentichiamo sempre che lo siamo stati tutti. Alzo la testa, smetto di agitarmi. Guardo quella gente, la miseria intorno. Un uomo mi chiede sottovoce se volessi della droga, ma non mi spaventa, mi fa solamente pena.

Un bambino può cambiare il mondo, sicuramente quella piccina aveva cambiato una testa. Per quanto ci sarebbe riuscita? Probabilmente uscito dalla via, alla prima svolta, me la sarei dimenticata. O forse no, magari non sarei cambiato, ma quel sorriso difficilmente sarebbe uscito dalla mia mente.

Sono marcio dentro. Alcune persone emanano luce, io emano solo oscurità. Chi voglio prendere in giro? Non cambierò mai. Vedo i demoni accanto a me, passeggiare tranquillamente. Sono come loro e non posso condividerli con nessuno, non sarebbe giusto. Chiara è bella, sorridente e ha un’aurea sognante intorno a lei. La imbruttirei solamente. Ho già portato tante persone nel mio inferno, lei non se lo merita. Non provo niente per lei, ma è diversa dalle altre, non posso farle questo.

Esco da via del Campo e mi ritrovo davanti all’Annunziata, il bar è solo ad un centinaio di metri ed io sono perfettamente in orario. Proseguo in via Balbi, ma ormai ho preso la mia decisione. Non soffrirà molto nel non vedermi, magari le rovinerò la giornata, ma è il giusto prezzo da pagare per non avere la vita distrutta. Mi nascondo non molto lontano e la vedo uscire. È bellissima. Ha sciolto i capelli neri e mi accorgo che sono mossi. Il sorriso risplende nella via ormai illuminata dai lampioni. Mi aspetta per mezz’ora. Per tutto questo tempo la guardo lentamente rabbuiarsi. Sto male nel vederla così, sono tentato più volte di andare lì e spiegarle il motivo, ma non deve saperlo. Sono un uomo di merda. Starà pensando le peggiori cose su di me e non ne starà sbagliando nessuna. Mi odio, ma per la prima volta so di fare la cosa giusta. Se ne va e trattengo le lacrime. Prendo per mano i miei demoni e torno a casa.

 

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Davide Scarlasetta
Davide Scarlasetta nasce a Genova il 2 aprile 1996. Fin dall’adolescenza scrive poesie e canzoni che accompagna con la chitarra, utilizzando la scrittura come valvola di sfogo e auto-psicoterapia. Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico Marconi a Chiavari, si iscrive all’Università di Letteratura Moderna a Genova che, però, non conclude mai, in quanto sceglie di intraprendere la carriera come Bartender, affascinato dall’alchimia dei liquori e dalla voglia di creare sempre nuovi gusti e abbinamenti. Ancora oggi è barman di un locale di Chiavari. Nel 2019 autopubblica con Amazon una raccolta di poesie dal titolo “Avete vinto voi”, selezione di tutti i suoi scritti dai quindici ai ventitré anni, presentati in ordine cronologico.
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