DICEMBRE 1989.
Era una domenica di metà dicembre quando la vita di Lorenzo Monaco subisce un leggero subbuglio, vissuto in Liguria per i suoi primi vent’anni e trasferitosi a Padova per l’università, dopo la laurea e un primo lavoro come ragioniere si stava occupando di sua nonna e del suo trasferimento in una casa di cura. Si, perché Lorenzo non ha vissuto in una famiglia normale, come la maggior parte dei bambini, sua mamma è venuta a mancare quando aveva solo nove anni e ad occuparsi di lui è stata nonna Elvira, la stessa nonna che ora faticava a ricordarsi di lui o a riconoscerlo. La sua adorata nonna a cui aveva dedicato tutte le fatiche dello studio e dei lavori notturni e ora lo stipendio non bastava per pagarle le cure di cui aveva tanto bisogno. Eppure, quell’una in punto di quella domenica di dicembre fu un vero è proprio colpo di fortuna. Nel vecchio armadio della madre stava cercando il cappottino nero della nonna e dopo aver spostato le varie camicette scoprii una vecchia cassetta di legno che rapì la sua fervida curiosità. Aprì la cassetta mentre si sedeva sul letto matrimoniale di quella che un tempo era la camera dei suoi nonni. Lorenzo leggendo, quelle che erano le parole di sua madre, le ultime righe che sua madre gli aveva scritto prima di morire. Era così strano, non si ricordava il suono della sua voce, non si ricordava il suo profumo; eppure, era come se la potesse vedere dinanzi ai suoi occhi, così bella e così fiera.
Quelle poche righe provocarono un turbinio di emozioni in quell’uomo dai capelli neri, dalla postura garbata e dagli occhi scuri ma tanto gentili. Uomo che alla soglia dei suoi trent’anni si era fatto da solo, senza chiedere aiuto a nessuno e soprattutto senza ricevere sconti dalla vita. Un po’ come tutti noi. Le lacrime gli rigarono il volto sbarbato, era cresciuto con l’idea di averlo perduto un padre e invece era stato il destino a negargli questa possibilità. Ma ora, Lorenzo, sapeva di averlo. Sapeva di aver un padre e allo stesso momento sapeva anche come aiutare sua nonna.
Poche ore dopo si trovava in stazione per arrivare a Napoli, quando la sua attenzione venne catturata da una donna poco più giovane di lui. Dai capelli corti e ricci, dal viso gentile e occhiali marroni Padra a coprirle il viso. Era ben vestita e dal suo dialetto pareva napoletana. La donna si sedette proprio di fronte a lui e dopo una chiacchierata di circa mezz’ora con la mamma Concetta estrasse dalla borsa “Via col Vento”.
«Crede di riuscire a finirlo?», la voce curiosa di Lorenzo prese l’attenzione di Maria e quest’ultima fu costretta ad alzare gli occhi dal libro.
«Lo conosco a memoria, lo rileggo sempre durante le tratte dei viaggi lunghi. I libri mi tengono compagnia!», la voce dolce rispecchiava ciò che appariva di lei.
«Anche mia madre amava i libri», Lorenzo le sorrise.
«Dove deve andare?», Maria apparve incuriosita da quell’uomo elegante e dagli occhi vivi che si trovava di fronte.
«Sono diretto a Napoli e lei?».
«Anche io, vivo e lavoro lì, ma sono stata in Liguria per un corso di aggiornamento», gli spiegò lei mentre lui si toglieva la giacca per adagiarla sul sediolino vuoto accanto a lui.
Maria e Lorenzo trascorsero tutta la sera a chiacchierare di progetti, idee e prospettive di futuro e arrivati alla stazione quando si salutarono. Lorenzo non capii la necessità di stringerla tra le braccia eppure l’abbraccio forte e lei stretta forte e con il viso adagiato sul suo petto sospirò, come se per la prima volta riuscì a trovare riparo in un corpo e in un profumo che non era il suo. Dopo quell’abbraccio Lorenzo raggiunse il taxi mentre Maria entrò nell’auto dei suoi genitori e dopo due settimane decise di non sposare colui che doveva diventare suo marito. Lorenzo restò a Napoli per una sola settimana, aggirandosi tutti i giorni in quella che era la casa di suo padre, Carlo Caracciolo, ma non trovò il coraggio di parlargli e così ritornò in Liguria per assistere sua nonna.
In un modo o nell’altro le vite di Lorenzo e Maria si intrecciarono in un filo poco visibile all’occhio umano, ma quest’ultimo era un filo resistente, così resistente al quale nessuno poteva opporsi. Un filo che da lì a poco sarebbe ritornato a cucire in un orlo le esistenze di questi due giovani che da lontano apparivano totalmente opposti.
CAPITOLO 1.
SONO TUO FRATELLO.
28 GENNAIO 1990.
Federico Caracciolo si dirigeva in fabbrica come ogni lunedì mattina, la fabbrica che gestiva da circa cinque anni, quando lasciò il suo primo e grande amore “Napoli”, dopo un litigio furioso con suo padre. Federico e Carlo proprio non riuscivano ad andare d’accordo, il primo incolpava il padre di aver reso infelice Elena sua mamma, e in più continuavano ad avere visioni diverse sul destino dell’impresa di famiglia e così durante una discussione furiosa Carlo gli disse «Vattene, all’impresa di famiglia ci penso io!», Federico lo prese alla lettera, inserì tutti i suoi affetti in delle valige, comprò un biglietto per il nord, la città che più di tutte odiava “Milano”, diede un bacio sulla fronte alla madre e non si voltò indietro. Certo Milano gli aveva permesso di fare carriera e di diventare il direttore di una fabbrica che produceva guanti di pelle, ma come faceva a spiegare a quei milanesi con la puzza sotto al naso che loro si avevano le fabbriche, i mezzi di trasporto puntuali, ma non avevano il mare, il sole, la vitalità, il senso di aggregazione che si respirava appena si metteva piedi nei paesi campani. Le strade a Milano non profumavano di pastiera o di sfogliatelle appena sfornate e la salsedine non ti restava appiccicata sulla pelle, a Milano c’erano le piscine, ma con l’acqua cristallina e con l’aria di mare che ha respirato da ragazzino poteva mica accontentarsi di un’insipida e tiepida acqua ricolma di cloro. Eppure, aveva fatto una scelta, stare lontano da suo padre, sentiva con regolarità le sue sorelle Marta, Anna e Clara, ma anche le prime due si erano allontanate dalla famiglia andando a vivere all’estero, tranne Clara che essendo la più piccola viveva ancora con mamma Elena nella facoltosa villa che affacciava sul mare di Bacoli. Clara a quanto gli aveva raccontato ancora non sapeva cosa volesse fare nella vita e quindi nel frattempo lavorava nell’impresa di famiglia come commessa in quello che un tempo era solo un laboratorio ed ora invece era una bottega, una boutique di prodotti artigiani come corni, statuine del presepe e altre particolarità. Quando ieri come di consueto chiamò a casa per la sua chiacchierata domenicale con la mamma rispose il padre, cosa insolita e soprattutto che lo infastidì molto. Secondo suo parere da figlio maggiore e che aveva visto i suoi genitori divorziare quando sua sorella Clara aveva solo due anni, suo padre doveva stare lontano da sua madre. I due uomini di famiglia si scambiarono i giusti convenevoli e poi Carlo gli passò Elena e lui non indagò oltre riguardo la presenza del padre in quella che un tempo era la casa in cui la famiglia Caracciolo viveva riunita. Eppure, quella presenza ancora oggi lo inquietava, suo padre Carlo era una presenza così ingombrante, da influenzare non più solo il passato ma anche il presente.
Arrivato in fabbrica, ad accoglierlo sull’orlo della porta del suo ufficio c’era il suo fidato segretario Lucio, uomo di ormai sessant’anni prossimo alla pensione e che per Federico era stato un vero punto di riferimento.
«Uè e tu qua stai?», gli domanda smorzando la tensione del lunedì mattina.
«Capo, ieri vi abbiamo stracciati!», se la ride l’uomo più anziano mentre ripensa alla partita Napoli – Juve di ieri sera.
«Non mi ci far pensare!», Federico scuote il capo «Ciò ancora il groppone sullo stomaco per il nervosismo», con la mano destra libera dalla valigetta si tocca la bocca dello stomaco e l’anziano segretario se la ride. Federico si avvicina alla maniglia della porta per aprirla «Capo, io in realtà non sono qui solo per gongolare riguardo i risultati della partita», la voce roca di Lucio si insinua nei pensieri di Federico che lo osserva costernato. Lucio era un lavoratore instancabile, era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. Non si lamentava mai eppure la difficoltà del momento era palpabile «Stamattina quando sono venuto ad aprire c’era un uomo fuori al cancello. Mi ha chiesto di lei. Ho cercato di mandarlo via ma non ha voluto sentire ragioni. Ora, è nel suo ufficio, è poco più giovane di lei e gli assomiglia!», le parole di Lucio lo lasciarono atterrito. Non aspettava nessuno e soprattutto a parte le sue sorelle non aveva rapporti con altri parenti giovani. Fece cenno all’uomo di scendere e di avviare il lavoro, qui ci avrebbe pensato lui, perché dei problemi di famiglia era lui che se ne occupava. Ma dentro di se, sapeva che Lucio grazie ai suoi anni di esperienze aveva capito già il seguito degli eventi, senza che qualcuno glieli avrebbe dovuti spiegare.
«Salve, mi hanno detto che ha chiesto di me!», Federico entrò in quello che era il suo ufficio ma che ora gli appariva una gabbia.
«Si. Salve!», la voce forte di un uomo che realmente gli assomigliava. Alto, muscoloso, occhi scuri e capelli scuri proprio come i suoi. Se lo trovava di fronte ma non sapeva cosa dire, l’uomo di cui non conosceva neppure il nome gli stava porgendo la mano e lui gliela afferrò in una stretta forte «Mi chiamo Lorenzo Monaco».
«Bene, è qui per qualche affare in particolare?», Federico si tolse il cappotto e lo mise sull’attaccapanni per poi raggiungere la scrivania.
«No, sono qui perché tu sei mio fratello. E di conseguenza io sono tuo fratello, sono il figlio non riconosciuto di Carlo Caracciolo», a questa affermazione Federico rimase immobile, inerme. Era sempre stato convito che il padre non avesse poi tanto rispetto il patto di fedeltà promesso alla madre, ma non riusciva a pensare che poteva avere altri fratelli e sorelle sparsi in giro per il mondo e di cui non sapeva l’esistenza.
Lorenzo notando il suo volto sorpreso poggiò sul tavolo la lettera scritta da sua madre e che lui stesso qualche mese prima aveva ritrovato, così che anche suo fratello maggiore potesse leggerla. Federico afferrò con delicatezza la lettera e leggendo quelle poche righe si commosse, porse la lettera al legittimo proprietario «La prego di andarsene!», sospirò.
«Io sono consapevole che tutto questo possa apparire surreale, ma io sono qui per un motivo!», cercò di spiegargli Lorenzo.
«Lei è qui per un motivo? Lei mi sta dicendo di essere figlio a mio padre. Il padre che mi ha cresciuto e di cui io stesso non ho poi così tanta stima e mi vuole pure spiegare il motivo!», la sua affermazione fu carica di sarcasmo «Io una famiglia c’è l’ho già. E ora, se ne vada!», Federico raggiunse la porta, la aprii con forza invitando la sua fotocopia ad andare via.
«Va bene, me ne vado!», prima di uscire Lorenzo gli porse un bigliettino da visita con un numero di telefono invitandolo a chiamare quando si sarebbe calmato perché doveva parlargli urgentemente.
Federico quando fu solo, scaraventò un pugno lungo la scrivania. Era chiaro agli occhi di tutti che la sua di certo non era la famiglia del Mulino bianco, seppur queste ultime stentano ad esistere, eppure, ora, era come accettare l’amara verità che la sua famiglia era fondata su un castello di bugie. Bugie che non potevano più essere nascoste. E la cosa che gli faceva più male era l’idea che il responsabile di tale sofferenza era sempre il padre. Sempre e solo lui.
Passarono due giorni, fino a quando Federico si decise ad impugnare il telefono e fissare un appuntamento con colui che millantava di essere suo fratello. La stessa sera di quel giorno di Gennaio i due si incontrarono per un caffè al bar del centro.
«Da quanto tempo sai che siamo…», Federico deglutì a fatica guardò negli occhi Lorenzo «Ecco sai…che siamo fratelli!», sospirò tutto d’un fiato.
«Da un mese», disse senza esitazione «Stavo rovistando nel vecchio armadio di mia mamma per prendere il cappotto di mia nonna. E ho trovato la lettera che mia madre ha scritto prima di morire, proprio come sospettava, mia nonna ha taciuto il segreto per trent’anni. Sai in un primo momento sono andato a Napoli, volevo affrontare tuo padre» e lì la sua narrazione si bloccò, tirò un sospiro per poi continuare pesando le parole «Cioè nostro padre. Ma non c’è l’ho fatta. Ho visto da lontano Clara, la più piccola che lo stringeva, orgogliosa di averlo accanto e non me la sono sentita di rovinare la visione idilliaca che quella ragazza ha di suo padre».
Federico lo osservava e più lo scrutava e più si rendeva conto che dietro quell’ammasso di uomo alto e muscoloso si nascondeva tanta sofferenza. Una sofferenza che forse lui poteva solo immaginare o che da lato poteva comprendere se guardandosi indietro ripensava all’ostilità vissuta con suo padre. Ostilità che lo ha allontanato dalla sua stessa famiglia, da sua madre e dalle sue sorelle.
«Perché allora sei qui?», gli chiese sorseggiano il caffè, che per inciso i milanesi proprio non sapevano fare.
«Come ti ho detto io sono cresciuto con mia nonna. Nonna Elvira che ora a malapena mi riconosce a causa dell’Alzheimer. Ho lavorato notte e giorno per pagarle che cure e ancora prima per pagarmi gli studi alla facoltà di economia, ma da maggio si è aggravata e io non posso più fare niente. C’è questo primario che potrebbe darle delle cure nuove, ma io non ho i soldi per pagarle e quindi volevo provare a chiedere il vostro aiuto, ma solo ora dicendo queste parole ad alta voce mi accorgo che non è stata la scelta più giusta. È solo che mia nonna è tutto ciò che ho e non voglio perderla, vorrei poter stare con lei ancora un po’», il racconto di Lorenzo stretto in una morsa di lacrime finì per commuovere anche Federico che difficilmente si lasciava scalfire dai vissuti e dai problemi altrui. Eppure, questa volta nessuna parola gli fu indifferente, forse perché era in grado di percepire un legame con colui che era suo fratello. Il maggiore si avvicinò all’altro e dandogli una leggera pacca sulla spalla «Io ti aiuterò. Ti prometto che proveremo a salvare tua nonna».
«Grazie», sospirò Lorenzo «Ma perché lo fai?».
«Perché tu non hai mai avuto un padre, ma io non ho mai avuto una nonna!», Federico gli sorrise per poi spiegarli che però lui tutti quei soldi non c’è li aveva. Era giunto il momento di tornare a Napoli dopo anni di solitudine e con lui ci sarebbe andato anche Lorenzo, per affrontare le verità che fino a quel giorno rimasero nascoste. La mattina seguente i due fratelli con due bagagli più o meno piccoli salirono sul treno e uno accanto all’altro siglarono il loro arrivo a Napoli.
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