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Ulisse, quello che Omero non vi ha detto

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Consegna prevista Febbraio 2025
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Ulisse da quasi 3000 anni ci affascina, indipendentemente dai cambiamenti e dai rivolgimenti culturali, sociali, economici, al di là dalla lingua che parliamo. Eppure, non era esattamente un eroe senza macchia né paura. Aveva spesso paura, rubava se poteva rubare e soprattutto mentiva a tutti, un’abitudine che anche la sua protettrice, Minerva, gli rimprovera. Aveva infatti provato a turlupinare anche la dea.
Non amava affatto la guerra, a differenza di quell’invasato di Achille. In guerra ce lo hanno trascinato. Temeva e molto il mare, lo hanno costretto a fare il marinaio per tornare a casa. Grande amore per Penelope, ma ha passato 7 anni con Calipso, il settimo ha avuto la crisi.
Lo stesso Ulisse, In queste pagine, ci racconta la “sua” storia, un po’ diversa da quella scritta da Omero, si racconta senza troppo nascondersi.

Perché ho scritto questo libro?

Cosa rende Ulisse così unico, cosa ci renda così legati a lui? Ho scritto per cercare risposte, in parte sorridendo, in parte perché queste figure così radicate in noi, sono immagini di noi stessi.
Una riflessione. Ulisse è l’uomo in perenne cammino? Forse no. La mente di Ulisse, quella che a scuola ci hanno spesso descritta come multiforme, ha un solo riferimento, la sua isola. Forse è quello che da sempre tutti cerchiamo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Ulisse, quello che Omero non vi ha detto

I.

Chiamatemi Odisseo, Odisseo, non Ulisse, Odisseo. Il nome Ulisse se lo sono inventato i Latini, che storpiano i nostri nomi e sbagliano tutti gli accenti.

Gli anni della guerra e il mio viaggio li ho raccontati ad Omero in due notti, in una taverna di Itaca, dove lo incontrai. Nella prima notte raccontai, nella seconda Omero mi tirò fuori dettagli e mi tenne sveglio fino all’alba con le sue domande.

Nella taverna dove ci incontrammo e conoscemmo, come in tante altre, Omero si guadagnava da vivere facendo il rapsodo, insomma recitava e cantava, cantava se trovava qualcuno ancora non troppo sbronzo da suonare qualcosa.  Aveva raggiunto una certa notorietà raccontando la guerra di Troia. Per questo lo andai ad ascoltare, dopo il suo sbarco ad Itaca. Non era affatto cieco, ci vedeva benissimo. Non so se più tardi ha avuto problemi di vista, di sicuro al tempo stava bene, successivamente non l’ho più incontrato.

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Pensai che fosse effettivamente bravo, aveva trasformato una guerra, una tragedia durata anni, in una storia di gloria per noi Greci. Forse l’unica gloria di quella faccenda l’ha creata lui.

Le guerre sono una cosa sporca, quella non fece certamente eccezione. Mi chiese di raccontargli la mia storia, la mia parte. Avevo voglia di parlare, di ricordare, forse di sterilizzare ancora più a fondo il ricordo di un’impresa in cui i morti erano stati così tanti, tra amici e nemici. Nemici non miei tra l’altro. Soprattutto, partii da casa con amici e compagni, come loro re, non riuscii a salvarli e tornai solo. Per volere degli dèi? Non lo so, a sentire Omero, fu sostanzialmente così, i parenti dei morti non furono di questo parere, io so soltanto che tornai da solo.

Omero mi chiese il permesso di poter raccontare la mia storia in giro per la Grecia, come faceva per la guerra. Gli dissi di sì, tanto lo avrebbe fatto lo stesso. Ma la storia l’ha aggiustata come voleva lui. Esigenze editoriali diceva. “Conosco il mio pubblico”; “Ho già scritto la prima parte sulla guerra e ci deve essere una continuità”.

Va bene, gli avevo concesso i diritti e la possibilità di introdurre qualche cambiamento. Per la verità anche io avevo colorato un poco il racconto, ma con quello che ho passato mi sembra accettabile, e comunque era la mia storia. Riascoltandola da altri aedi e rapsodi, mi sono accorto che era diventata la storia di Omero, sia pure con il mio nome.

Tardivamente, vorrei cercare di aggiustare le cose.

In quella maledetta guerra non ci volevo andare, non sarei voluto andare in nessuna guerra. Ero un re contadino, con un figlio appena arrivato, felice con mia moglie, nella mia isola. Non ero un guerriero, vivevamo in pace tra noi e con i nostri vicini. Tante piccole isole nelle quali ci conoscevamo tutti e periodicamente ci facevamo visita. Quella poi era una storia di corna, una banale storia di corna e con quelle corna, tra l’altro, io non c’entravo in alcun modo, non avevo nulla contro Paride, né tanto meno avevo mai avuto a che fare con la moglie di Menelao, Elena. Fare una guerra su una terra lontanissima per una questione di infedeltà coniugale era insensato.

Mi si presentò Menelao, che tra l’altro non era affatto biondo come l’ha raccontato Omero, ma nero di capelli, un poco calvo e ben peloso. Non stupisce che la moglie abbia fatto ben più di un pensiero su quel ragazzino. Menelao mi chiese di aiutarlo a ristabilire il suo onore. Gli dissi, amico mio, se ne è andata, mi dispiace per te, ti capisco, ma datti pace e trova un’altra moglie. Va bene era bella, bellissima, una più bella non la troverai, ma probabilmente potrai trovarla meno bella, ma più innamorata. Se è scappata, si vede che tanto bene con te non stava.

Detto tra noi, Sparta, con quelle sue manie di virilità, esercitazioni estenuanti, coraggio e mascolinità, è sempre stata veramente pesante. Non glielo dissi, ma sapevo che tutti la pensavano così, forse anche alcuni spartani.

Come mi avevano avvisato, Menelao non venne solo, venne con il fratello, Agamennone, un borioso assetato di potere e più ancora di soldi e assolutamente determinato a “vendicare l’onore familiare” leso da quel cicisbeo di Paride.

Mi avevano avvisato che quei due sarebbero venuti insieme a cercarmi. Senza invocare tutte quelle storie, inventate da Omero, sulla mia astuzia e il multiforme ingegno, avevo capito facilmente che se quel babbione di Menelao voleva il delitto d’onore (e fare una guerra per questo era un veramente esagerato, ripeto che glielo dissi, sia pure con parole opportune), quell’avido furbacchione del fratello voleva il bottino e smettere di pagare il dazio ogni volta che le sue navi passavano per lo stretto controllato da quell’altro strozzino di Priamo.

A me non interessava nulla di tutto questo. Oltre un’umana simpatia, non mi interessavano le sfortune coniugali di Menelao, non avevo navi che andassero fin laggiù, a Troia. Itaca mi bastava e avanzava. Forse “avanzava” no. Avevo sempre avuto la curiosità di viaggiare, vedere cosa c’è in giro. A Itaca, a fare il giro dell’isola a piedi ci metti un paio di giorni, poi è finito il mondo. Ci conosciamo tutti, figuriamoci se il re può andarsene in giro senza essere riconosciuto.

Così, un giorno sono arrivati tutti e due i fratellini per convincermi a fare la guerra per loro. Ma diamine, andare a fare una guerra là in fondo al Mediterraneo non è esattamente viaggiare! Però, c’era il patto. Avevamo pattuito che ci saremmo aiutati a vicenda in caso di problemi. Senza specificare il genere di problemi. Ingegno multiforme o no, come potevo pensare ad una faccenda del genere, una guerra per una moglie che scappa con uno più giovane e belloccio del marito! Era chiaro che le avventure di Elena, per Agamennone, erano solo un fortunato pretesto per i suoi interessi di denaro e potere, e che avrebbe usato le disavventure coniugali del fratello senza vergogna (tanto Elena aveva piantato Menelao, non lui). Per questo si era portato dietro Menelao come testimonianza dell’onta. Bella figura ci faceva Menelao in questo giro di reclutamento! Altra attenuante significativa per la moglie.

Mi sono finto pazzo. Cosa potevo fare? Ho saputo che anche quell’invasato e mezzo schizzato di Achille3 aveva provato a scantonare, fingendosi addirittura una fanciulla e tradendosi in modo degno di ciò che poi si è rivelato essere. Mi chiedo ancora come gli fosse venuta un’idea tanto stupida da mascherarsi da fanciullina e mescolarsi ad altre ragazze (vere). Glielo ho chiesto, sotto Troia, mi ha risposto che qualcuno gli aveva dato questo consiglio per i suoi “bellissimi capelli biondi”. Gli stupidi raramente vanno da soli.

Naturalmente, se Achille e i suoi consiglieri non erano aquile, Agamennone, in fondo, non era un piccione. Hanno messo monili da donna e armi davanti ad Achille, vestito da verginella e in compagnia di altre fanciulle reclutate allo scopo. Il pollo si è buttato a guardare le armi…. Fingermi pazzo mi era sembrata una buona idea, o almeno la migliore possibile, certamente più raffinata di quella di Achille.

Mi misi ad arare un campo con un aratro tirato da un ciuchino, seminando sale: la messa in scena era perfetta, almeno mi era sembrato. Ma uno di quelli che i due fratelli avevano già incastrato, un tale Palamede, trovò il modo di smascherare il trucco. Quel disgraziato mi ha buttato davanti all’aratro mio figlio neonato. Non potei che fermarmi e i rompiscatole capirono che non ero affatto pazzo. Non solo mi toccò partire, ma partii tra i lazzi di quei due (tre con lo spione).

Salvai mio figlio, ma quanto ci ho messo per rivederlo, ormai grande, uomo fatto! Non venti anni tra guerra e viaggi come ha scritto quell’esagerato di Omero, ma comunque troppi anni. Palamede ho fatto in modo che venisse ucciso dai nostri stessi compagni di guerra: costruii una storia per la quale lo ritennero un traditore e lo lapidarono. Omero disse che questa bega non era necessario raccontarla, poteva essere tolta, perché c’era il pericolo che qualcuno del pubblico non capisse bene, fraintendesse e nessuno avrebbe voluto sentire il resto della storia. Io lo affermo chiaramente, ho fatto in modo che Palamede venisse ucciso con l’inganno, per vendicarmi, e non sento il bisogno di giustificarmi della mia vendetta. Palamede fu abbastanza furbo da smascherare il mio fingermi pazzo, ma non riuscì a dimostrare che le accuse che mossi contro di lui erano false e non scampò. Palamede mi ha rubato vent’anni di vita. Lasciai Telemaco, la mia isola, piccola, ma c’ero nato e cresciuto, ne conoscevo i singoli alberi, gli animali. Abbandonai mio padre già anziano e mia madre, che morì di dolore per la mia partenza. E lasciai Penelope. L’amavo veramente, avevamo avuto Telemaco da poco. Mi sono trovato scaraventato in anni e anni di guerre e morti… tutte le volte che ci penso…una fregatura colossale, altro che gloria e avventure! Tutto per un patto, una moglie troppo bella e in fuga e soprattutto per l’avidità e l’arroganza di Agamennone, che nascondeva i suoi veri interessi.

Partii per la guerra, andai con dei compagni. Vennero, chi per devozione, chi per necessità non avendo di meglio in vista. Come dire che, tra debiti, situazioni familiari cui sfuggire o altri impicci che rendono la vita difficile, se la passavano veramente male. Si fidarono di me, ma sono tornato solo, non riuscii a riportarli alle loro famiglie, alle loro case.

Ero e sono un contadino, non un guerriero, e neppure un navigatore. Gurriero e navigatore lo diventai per poter tornare a fare il contadino. Certamente non cercavo la “gloria” della battaglia e per nulla affatto cercavo una “morte gloriosa”.  Sarei stato felice di trovarmi vecchio a casa mia. Certe idee le lasciavo volentieri ad Achille e ai suoi ammiratori. Dopo tanti anni, ora che sono tornato, al di là delle promesse di immortalità di Omero, quegli anni furono eccezionali, ma per il dolore che li segnarono. Sono uno scampato, mi porto dietro il peso di quei tempi amari, che pure mi fecero capire tanto.

Partii per mare, con la gioia che un contadino può provare se costretto a navigare. Omero ha fatto di me un marinaio per antonomasia. Fui costretto a farmi marinaio, temendo il mare, costretto ad andare sopra il mare, per una guerra non mia, per un ritorno desiderato più di ogni altra cosa, facendo del ritorno la mia ragione di vita. Fui costretto a farmi guerriero. Ad Itaca avevo ucciso solo animali nelle cacce, dovetti imparare ad essere guerriero, ad uccidere chi non mi stava affatto antipatico. In fondo, quello che accade a quasi tutti i soldati. Imparare ad uccidere ti cambia. Mi fu utile quando tornai a casa. Fu l’ultima volta che dovetti uccidere, per fortuna.

Mi trovai in compagnia di una banda di testoni, alcuni mi furono cari amici, ma erano tutti dei veri bestioni, dal caporione, inetto, arrogante e pieno di sé e della sua avidità, fino all’ultimo oplite. Una montagna di anni senza concludere nulla, in quel posto umido, ventoso, accampati su una spiaggia, mangiando male e dormendo peggio. Ci furono inverni lunghi e freddi. Per fortuna d’inverno non si combatte. Furono anni che mi indurirono, posso solo dire che nella vita occorre anche indurirsi. A patto di non perdere il cuore. I ricordi provvidero a conservarmelo.

No, per la verità Troia era splendida e il posto era bellissimo.

Troia era magnifica, su un colle con una vista spettacolare, il clima mite tutto l’anno, come ad Itaca, ma la terra era più fertile, molto meno sassosa. C’erano fonti con acqua da bere, fiumi limpidi e c’erano campi coltivati, boschi e prati. Ma, per bello che sia il luogo, se sei lì per fare la guerra la questione cambia. Bruciammo tutto, anche le acque limpide. Abbiamo dormito per anni nelle tende davanti alle navi, sulla spiaggia, per proteggere la nostra possibilità di ritorno. Per una volta che abbiamo abbassato la guardia, i Troiani ne hanno bruciate non poche. Mesi per ripararle. Quelle navi rappresentavano l’unico legame con le nostre case. Furono anni vissuti solo con altri uomini abbrutiti, con puzza di sudore e peggio, ferite che non si curavano, compagni progressivamente uccisi. Tutto per una storia di corna e di bottino, mascherata da gloria.

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Guido Maria Filippi
Laureato in Medicina, segue successivamente il triennio di Ingegneria, ho lavorato per due anni a Parigi presso il Laboratoire de Neurophysiologie du College de France svolgendo attività di ricerca sulla funzione del Sistema Nervoso e dei muscoli. Ad oggi, professore Associato in Fisiologia Umana presso l’Università Cattolica di Roma, facoltà di Medicina e Chirurgia, dove unisce l’attività di didattica a quella di ricerca. Da quando ero ragazzo, dipingo (non raro tra i medici). Questo racconto è di esordio, tutte le altre pubblicazioni sono di carattere scientifico su riviste specializzate internazionali.
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