E se la tua vita potesse scorrere su due binari? Uno che resta. Uno che chiama. Ma quale dei due è davvero casa?
Giulia ha costruito una quotidianità solida: un lavoro stabile, una casa a Milano, legami duraturi. Eppure sente un vuoto sottile, ostinato, che ha il volto luminoso di Seoul e il suono morbido di una lingua lontana. Quando le viene offerta un’occasione irripetibile – sei mesi come traduttrice in Corea del Sud – si apre un bivio: lasciare ciò che rassicura per inseguire ciò che fa battere il cuore, o restare, chiedendosi per sempre “e se…?”
Capitolo 1.
Rimanere o partire?
Rimanere o partire?
Continuavo a ripetermi questa domanda, come se farlo potesse far magicamente apparire una risposta, una rivelazione improvvisa che mi salvasse da quel tormento. Ma niente, solo il ticchettio dell’orologio nella cucina. Un suono monotono, meccanico, che sembrava farsi sempre più insistente, come a sottolineare il tempo che passava, inesorabile.
Il caffè davanti a me era ormai freddo, una pozza nera che rifletteva il neon della cucina. Non mi ero nemmeno accorta di averlo preparato.
Sul tavolo, due fogli di carta mi fissavano. Non erano solo fogli: erano due pezzi di futuro, due vite completamente diverse che sembravano sfidarsi, come pugili in un ring.
Da una parte, la lettera con l’intestazione elegante e il logo del programma di scambio culturale a Seoul. Una delle migliori case editrici della Corea mi aveva offerto un’opportunità straordinaria: sei mesi come traduttrice. Non era solo un lavoro. Era la mia occasione per vivere in una città che avevo sognato per anni, per immergermi in una cultura che adoravo e che avevo studiato con passione. Era tutto quello che desideravo.
Dall’altra parte, il contratto della scuola dove insegnavo da quattro anni. Stabile. Sicuro. Prevedibile. Ogni riga di quel documento urlava “ragionevolezza”. La mia famiglia lo avrebbe approvato senza esitazioni. I miei colleghi avrebbero detto che era una scelta matura.
“Giulia, pensa alla sicurezza” mi risuonò nella testa la voce di mia madre. “Avere un lavoro stabile è fondamentale. Non buttarti in cose strane.”
Mi venne da ridere, ma era una risata secca, amara. “Non buttarti in cose strane” era la sua frase preferita. Un mantra che mi aveva ripetuto in ogni decisione importante: dal liceo alla scelta dell’università, fino alla casa che avevo affittato a Milano. Ma questa volta non riuscivo a ignorare quanto quelle parole mi stessero strette.
Mi alzai e mi avvicinai alla finestra. La pioggia colava sui vetri, disegnando scie tremolanti. Nonostante l’estate che si stava avvicinando, Milano era grigia, come sempre. Un uomo con un ombrello rosso correva sul marciapiede, le auto scivolavano sull’asfalto bagnato, i clacson rompevano il silenzio con quella familiarità quasi fastidiosa. Tutto normale.
Ma io? Io non mi sentivo normale. Mi sentivo come se stessi vivendo la vita di qualcun altro, intrappolata in una routine che mi stava divorando. Gli stessi autobus ogni mattina, le stesse facce sonnolente, gli stessi discorsi. Era davvero questa la vita che volevo? Oppure il fatto che mi stessi ancora facendo questa domanda era già la risposta?
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Il telefono vibrò sul tavolo, spezzando i miei pensieri. Era un trillo improvviso, quasi violento, che mi fece sobbalzare. Lo presi con un sospiro. Sapevo già chi fosse. Era mia madre.
Allora, hai deciso? Non dimenticare che il lavoro alla scuola è una certezza. Non buttarti in cose strane. Ti voglio bene.
Posai il telefono accanto alla lettera e al contratto, come se aggiungere quel messaggio al caos sul tavolo potesse chiarirmi le idee. Non aiutava.
La verità è che avevo già deciso, almeno una parte di me. Lo avevo deciso mesi fa, quando avevo compilato la domanda per il programma di scambio. Inviare la domanda era stato facile, non avevo un curriculum più interessante della media e i miei ventotto anni mi rendevano una possibile candidata per il rotto della cuffia. Ero praticamente sicura che non mi avrebbero accettata, ma quando, due settimane prima, avevo trovato nella posta una lettera da Seoul il mio cuore aveva sobbalzato. Trattenni il respiro mentre con voracità tentavo di aprire la busta, i miei occhi passarono sillaba per sillaba il contenuto e quando si posarono su La sua domanda di partecipare al programma è stata accettata il mio respiro esplose e dei gridolini pieni di gioia mi uscirono dalla bocca ancora ansimante.
Trenta secondi fu il tempo che mi servì per rendermi conto che ero fregata.
Ora avrei dovuto scegliere per davvero.
Il suono del citofono mi fece sobbalzare. Mi diressi alla porta e dalla telecamera scorsi il viso sorridente di Andrea, mio amico e unico collega preferito. Aprii senza pensarci e, pochi secondi dopo, lui entrò nella mia cucina con il suo solito sorriso ironico e una bottiglia di vino sottobraccio.
«Di solito portiamo il vino solo nelle occasioni speciali. Quale sarebbe di preciso?» chiesi seriamente incuriosita.
«Dobbiamo assolutamente porre fine alla tua situazione» disse, mettendo la bottiglia sul tavolo e osservando la scena: il caffè freddo, i fogli sparsi e la mia faccia esausta. «Non puoi stare così per sempre. Decidiamo ora e appena avremo fatto stappiamo questa bottiglia comprata in saldo al negozio qui sotto.»
Lo guardai, sospirando, ma non potei fare a meno di ridere. «Pensi davvero che possa decidere nei prossimi due minuti se non ci sono riuscita nelle ultime due settimane?»
«Ti ho lasciata sola per non influenzare le tue scelte ma è chiaramente arrivato il momento» rispose sedendosi accanto a me. «Sei lì da settimane, Giulia. E sai cosa penso? La tua indecisione non è un problema di scelte. È paura.»
Non risposi subito ma istintivamente alzai gli occhi al cielo. Il problema non era solo scegliere tra due opzioni, ma affrontare tutto quello che quella scelta avrebbe significato. Ero davvero pronta a rischiare tutto per andare a Seoul solo sei mesi? E se avessi fallito? Ma allo stesso tempo, potevo sopportare di restare, sapendo che avrei sempre rimpianto di non essere partita?
Rimanere o partire. Le due parole ronzavano ancora nella mia testa mentre Andrea apriva la bottiglia di vino con un ottimismo snervante.
Che stesse scherzando o meno, aveva ragione, avrei dovuto decidere presto. Forse quella sera. Forse prima che le lancette dell’orologio facessero un altro giro completo.
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