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Un giorno il mondo esploderà per me

Un giorno il mondo esploderà per me

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Consegna prevista Ottobre 2024
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Il racconto di un uomo speciale che vive una vita normale. Ma vivere in un mondo che non senti tuo può portare a tanta sofferenza. Ercole è un ragazzo immortale. Sarà lui a narrare la sua storia trasportandoci dentro la sua mente, raccontando a noi mortali dei suoi sogni e delle sue paure e svelandoci il suo più grande segreto.

Perché ho scritto questo libro?

Spero non sia necessario rispondere a questa domanda, è un po’ come chiedermi perché sono venuto al mondo. Non lo so. È sicuramente nato da un’esigenza personale. Non so dare risposte, ho solo domande. L’ho scritto perché voglio che scrivere sia la mia professione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

IL LANCIO DEL BAMBOLOTTO

La vita mi è cambiata quando avevo pochi mesi. Non ho ricordi di quel giorno ma i racconti di mia madre sono continui e, alla fine, è come se di quel giorno e di quel momento ricordassi tutto. Ero avvolto in un comodo telo, stretto nelle forti braccia di mio padre che mi cullava, la situazione sembrava serena e io ero pronto ad addormentarmi ma mio padre, dopo lunghi giochi di sguardi con mia madre, fece un respiro profondo e sotto gli occhi terrorizzati della moglie mi lanciò giù dalla finestra del nostro appartamento al quinto piano.

Ecco. Ora vi starete chiedendo se sia effettivamente io il bambino di pochi mesi che è stato lanciato dal quinto piano. Vorrei temporeggiare con la risposta a questo quesito ma non credo sarebbe poi così tanto divertente per chi legge e quindi… Sì, il sopravvissuto sono io. Ora ho ventisei anni e sono un adulto. Sono adulto? Ma quando si diventa adulti? Forse a ventisette anni quando i grandi artisti decidono di ammazzarsi, forse proprio perché capiscono di essere diventati adulti.

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In questi ventisei anni e pochi mesi dopo il lancio del bambolotto non ho combinato poi un granché nella mia vita ma, a questo, ci arriveremo. Perché, ora, tutti ci stiamo chiedendo: come cazzo sono sopravvissuto ad una cosa del genere!? Ovviamente domanda che ha accompagnato anche me per tutta la mia crescita. La risposta me la diede un giorno mia madre: “Tu sei un bambino speciale”. Questa, però, è una frase che molte madri italiane come la mia dicono ai propri bambini, iniziando a ingannarli fin dalla giovane età e non chiarisce il come io sia sopravvissuto. Mia madre, però, in quella frase non stava esagerando nonostante nella sua vita fosse portata a farlo. Io ero un bambino speciale. Alla mia nascita ero viscido, brutto e piangevo come tutti gli altri bambini ma i medici comunicarono ai miei genitori subito dopo le prime analisi che sì, ero un bambino fatto come tutti gli altri ma che un particolare cromosoma di cui non so nulla mi rendeva una persona immortale. I medici si dissero certi di questa cosa. “Il bambino ha tutti i sensi sviluppati tanto quanto quelli degli altri bambini ma è nato con una coppia di cromosomi in più. Ciò lo rende immortale”. Insomma, ero un bambino normale che si apprestava a vivere una vita normale ma senza l’ansia della morte. Sono immortale. Ecco spiegato il perché del lancio dalla finestra di mio padre. I miei genitori, come probabilmente chiunque, non ci credettero e allora mio padre si fece coraggio e mi lanciò per verificare la veridicità della cosa. Ed eccomi qui. Era tutto vero: io non muoio. 

Dopo questa premessa vorrei iniziare a raccontarvi un po’ della mia vita ma prima vorrei chiarire delle cose. Non sono un supereroe. Non ho alcun tipo di potere: non corro più veloce degli altri, non picchio più forte degli altri, non volo, non mi arrampico, non sputo fuoco e non faccio tutte quelle mille cose fighe che sanno fare i supereroi. Io invecchio come tutti gli altri essere umani, provo dolore fisico, ho paura, soffro, gioisco e sono raramente felice, proprio come tutti. So che non morirò. Ho questa certezza come gli altri esseri umani hanno la loro certezza che è quella della morte. Crescendo mi sono interrogato più volte su quale fosse il senso della vita e, data la mia caratteristica, ho dovuto spostare in fretta il pensiero su un’altra domanda: qual è il senso della morte? Come fanno le persone a vivere le loro vite sapendo che la morte li aspetta? E Come faccio io a vivere la mia vita sapendo che nessuno mi aspetta? Sto andando incontro ad un destino crudele. La morte è raffigurata in nero e con una falce tra le mani ma io me la immagino come un lampo di luce che ti libera da un dolore. La desidero. Vedete, sono proprio come tutti gli altri esseri umani: desidero quello che non ho.

I vantaggi di essere immortali non sono tanti ma uno in particolare c’è: sono molto coraggioso. Con coraggio intendo quel coraggio che ti porta a praticare paracadutismo o fare un tuffo da una scogliera altissima o girare alle quattro di notte in vie buie della città ma non chiedetemi di scacciare una cimice o un nido di vespe perché penso che per quelle cose potrei anche morire. Ah! E con coraggio non intendo neanche il saper ammettere ad una donna che non sta bene con un vestito. E’ proprio un coraggio del tipo: “Vabbè faccio questa cosa tanto so che non muoio” Che poi: è coraggio questo? Boh.

Spesso mi trovo a parlarne con il mio miglior amico, Michael, uno stupido mortale, che, nonostante questa sua fine certa di vita, è molto più coraggioso di me. Insieme facciamo discorsoni sul fatto che loro, i mortali, sono perennemente angosciati dalla paura di morire. Cerca di spiegarmi che non è che lo pensino costantemente ma è un subconscio che li accompagna. Cioè, con un esempio banale, mi ha fatto capire quanto influisca la paura di morire nella mente dell’uomo: “Quelli che hanno paura di prendere l’aereo, hanno paura di prendere l’aereo o hanno paura di morire?” Secondo lui tutte le grandi paure dell’uomo sono riconducibili ad un’unica paura che è quella della morte. Non mi spiego come allora io abbia paura di affrontare una cimice.

La realtà è che io mi sono sempre sentito un po’ più impavido degli altri ma non per carattere o educazione ma perché non avevo paura di morire.

Primi giorni di prima superiore: mi rovescio il cappuccino delle macchinette sul pantalone e mi si crea la solita macchia imbarazzante in zona pube, sono pronto ad essere sfottuto dai liceali più grandi e iniziare in salita i miei anni di superiori. È così già al primo corridoio. Un ragazzotto alto con capelli lunghi portati alla Jesse Mccartney dei tempi d’oro mi vede e, con un’ indiscussa creatività, mi urla: “Oh, non hai trovato i bagni?” Facendo la classica risatina verso i due amici accanto a lui che fanno solo palesemente finta di divertirsi, al che io penso al da farsi e mi dico: “vacci a botte tanto non puoi morire” e gli rispondo: “e tu hai mai pensato di trovarti un parrucchiere?” Il tizio smette di ridere e mi si avvicina incazzato, avevo fatto il gradasso ma non ero pronto alla cosa. Mi molla un pugno e io cado per terra e ne esco con un occhio nero, un gran dolore e comunque una figura di merda con la strada che è rimasta in salita per i miei anni di liceo. Ho portato questo esempio al mio amico Michael per spiegargli che, da quel giorno, mi è rimasta comunque la paura di rispondere male a qualcuno più grosso di me perché il dolore fisico che ho provato mi è rimasto e mi ha spaventato. Quindi gli ho posto questa domanda che, ora, è diventata anche una sua domanda: “Noi esseri umani abbiamo paura della morte o del dolore?” Lui d’istinto mi ha risposto che vorrebbe morire senza accorgersene. Ma la domanda gli è rimasta dentro, glielo leggo negli occhi.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Federico Nardella
Sono Federico Nardella, nato a Milano da genitori pugliesi, cresciuto in Brianza, attualmente vivo a Roma dove mi sono spostato per lavoro.
Mi sono diplomato in recitazione, regia e scrittura cinematografica dopo difficoltosi studi liceali. Ho una voglia innata di lasciare un sorriso alla gente, i segni migliori da lasciare nel nostro passaggio in questo mondo, i sorrisi.
Non saprei come altro presentarmi, ho 28 anni se serve saperlo ma, ogni anno, il giorno del mio compleanno, aumento di uno, pare funzioni così per tutti. Anche se mio padre dice di essersi fermato a trentasei.
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