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Un lucherino in gabbia

Un lucherino in gabbia
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Consegna prevista Giugno 2023
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Cina, anni ’50 del XX secolo. Le progressive limitazioni di libertà e l’oppressione crescente del regime di Mao Zedong contro le religioni “non autoctone” giunge anche all’incarcerazione di tre missionari saveriani che operano nella città di Dengfeng. Accuse calunniose e false, legate al loro lavoro di infermieri presso l’ambulatorio missionario, condiscono l’allestimento del processo popolare. Dentro la prigione veniamo a conoscere meglio la vita e le attività di Padre Giovanni Battista Collini che da quasi 15 anni opera in quella Nazione, e siamo trasportati in uno spaccato fresco e vivace di quei primi anni turbolenti della rivoluzione cinese.
Una rielaborazione romanzata del diario di prigionia di padre Collini, arricchito da episodi e riflessioni tratte dalle sue lettere ai parenti. A conclusione di ogni capitolo, alcune righe di suo pugno permettono di toccare e assaporare la viva voce della sua profonda spiritualità, che gli ha permesso di sopportare il dramma della prigionia.

Perché ho scritto questo libro?

In questi ultimi due anni e mezzo, che sono stati per tutti pesanti e pieni di paura, ho sentito il bisogno di trovare un modello e un riferimento solare e positivo che potesse dare luce alle mie giornate e riaccendere quella speranza che più di qualche volta rischiava di ottenebrarsi. In quel contesto ho riscoperto la figura del mio pro-zio missionario, di cui a casa avevo le vecchie lettere, e ho sentito il bisogno di raccontare la sua storia: un raggio di luce per chi pensa di non farcela.

ANTEPRIMA NON EDITATA

28 settembre 1952

Era giornata di visite nelle case, quel giovedì, e Titute preferiva di gran lunga questa opera di apostolato al servizio che svolgeva nella residenza. Soprattutto nell’ultimo anno. E poi gli risultava quasi divertente cercare di depistare i funzionari del governo ed essere più veloce di loro. Sapeva di essere controllato e seguito, lui come tutti gli altri abitanti della missione saveriana, anche se questa cosa era stata più volte negata pubblicamente. Era stato indicato a tutti loro quali fossero i “percorsi consigliati” lungo le vie della città: “sapete, Padri, le strade non sono sicure, ci sono molti cittadini che non tollerano gli stranieri. Lo diciamo per voi, conviene passare per questi tracciati, anche perché sono i più veloci per raggiungere le case dei vostri cristiani. E poi, cosa dovreste fare in altre strade? Non vorrete mica prestare il fianco all’accusa di proselitismo non autorizzato?” Ma a lui piaceva girare in un incrocio imprevisto, ricomparire subito dopo sul percorso ufficiale, sgambettare con il suo passo veloce e con un sorrisetto sempre stampato sulla bocca, salutare gentilmente il venditore ambulante di fiori vicino all’edicola dei giornali, testare il suo accento cinese con persone sconosciute, fare una smorfia imbarazzante ai ragazzini che si fermavano a guardarlo e si dicevano all’orecchio: “che pallido, sembra un fantasma… se non fosse per quella barbona lunga e nera!”.

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Una signora con un bambino in braccio uscì dalla sua casa: nella mano libera teneva un bicchiere con del succo di aloe e litchi. Si avvicinò a Titute, gli diede il succo e parlottarono sottovoce. Una persona, come tante, che aveva bisogno di una parola di speranza o di conforto. Prima di lasciarlo andare gli disse: – poveri missionari. Quanto vi fanno soffrire. Sono tempi duri e stanno stringendo tantissimo attorno a voi. Davvero non so come fate a resistere. Poveri davvero!

– Poveri voi, che tra poco rimarrete senza nessuno che si prende cura di voi – rispose il missionario, facendo un piccolo segno della croce sulla fronte del bambino. Poi riprese il suo cammino.

Aveva molti cristiani o catecumeni da andare a visitare quel giorno. Ma non riuscì a completare il giro. Mentre entrava nel cortile dei Signori Zhou sentì una voce giovane che lo chiamava, da lontano, ansimando. Riconobbe subito il timbro: era il suo confratello cinese, padre Li Luigi, che portava avanti l’ambulatorio e faceva da assistente al medico laico, anch’egli cinese. Padre Li era molto apprezzato dalla gente: aveva fatto molta pratica, durante gli anni di formazione religiosa, con il dottor Lio Stocco, un fratello missionario saveriano medico che era di istanza a Zhengzhou). Padre Li era giovanissimo: era stato ordinato sacerdote solo tre anni e mezzo prima ed era pieno di entusiasmo.

– Giovanni Battista! È successa una cosa gravissima! Vieni! Vieni con me subito! Dobbiamo rientrare in residenza! Il nostro superiore ci deve parlare con urgenza.

– Va bene arrivo. Aspetta però. Riprenditi un attimo che hai corso come un matto. Cos’è successo di così grave?

– Non posso. Non posso qui. Dobbiamo rientrare subito!

– Ma è successo qualcosa in ambulatorio… – un timore lo ghiacciò all’istante – …di nuovo…?

– No. Non riguarda noi. Andiamo, ho ripreso fiato, corri!

Titute non riusciva a stargli dietro… padre Li era giovane e atletico… lui un po’ meno, ma arrivarono in poco tempo alla loro casa. Prima di entrare nella residenza, Titute diede un’occhiata triste al muro di cinta, imbrattato con vernice. C’era una scritta che gli faceva male ogni volta che la vedeva: “IMPERIALISTI CHIESA CATTOLICA = SUPERSTIZIONE”. Era stata fatta ancora più di sei mesi prima ma non erano riusciti a cancellarla del tutto. Quel lontano giorno di febbraio avevano anche trovato un foglio, appeso sulla porta di casa, scritto con ideogrammi molto grandi: “Confiscare la residenza cattolica”. Una brutta storia, davvero, da dimenticare. O meglio, una delle tante brutte storie…

Vicino al cancello di casa c’era la solita sentinella spavalda e insolente, come ogni giorno da anni ormai, mandata dal commissario della Polizia “per garantire l’ordine pubblico e proteggere i missionari”… ma non c’era nessuno da cui proteggerli, non tra la gente, almeno. A Titute si strinse il cuore: “sono loro i padroni a casa nostra”.

Padre Giovanni Urbani li aspettava proprio al cancello e fece loro cenno di salire subito nelle stanze private della comunità, lontani da qualsiasi occhio o orecchio indiscreto: – Giovanni Battista, Luigi Li, salite su di sopra, subito.

L’ambulatorio era stato chiuso. Le suore cinesi che davano loro una mano e condividevano alcuni ambienti della residenza erano già in refettorio. Padre Urbani era tutto sudato.

– Abbiamo appena saputo una notizia terribile. Il giovane Yang Hongqiang, che tutti conosciamo come “Bandiera Rossa”, è stato fucilato.

– Ma chi? L’infermiere di Lingbao? – chiese Suor Song, impallidendo

– Si. Proprio lui. Da qualche anno dava una mano all’infermeria missionaria dei nostri confratelli. Gli hanno fatto un processo sommario e il giudizio popolare ha chiesto la fucilazione.

– Sembra che il governo abbia una speciale predilezione per gli infermieri cinesi. Però lui non era un doppiogiochista… – padre Li parlava senza riflettere troppo, solo per coprire la paura che lo stava assalendo, e non si rendeva conto che le sue parole sembravano senza senso – era bravo, buono, molto credente, e non si vergognava del suo essere cristiano. Aveva preso il nome di Giuseppe, nel battesimo, come mio fratello.

Padre Urbani riprese la parola: – Temiamo che la sua esecuzione sia, in realtà, l’ennesimo messaggio per noi saveriani europei. Sanno che noi soffriamo molto di più della morte degli altri che della nostra, e sanno che ci sentiamo responsabili della vita dei nostri fedeli. E lui era un capro espiatorio perfetto.

Suor Song tentò una domanda: – lo chiamavamo burlescamente Bandiera Rossa (Hong qi) storpiando il suo cognome, vero? Proprio perché di comunista non aveva assolutamente nulla. Povero ragazzo, fare quella fine. Ma che accuse hanno trovato contro di lui?

– Lo hanno accusato di cospirare contro il governo e aiutare i dissidenti, per aver ospitato in casa sua il suocero, ricco possidente e quindi automaticamente nemico del governo… non è un caso isolato. Ma in realtà il messaggio nascosto è che siamo noi europei imperialisti i veri nemici che lui ha aiutato. Ci risulta che Bandiera Rossa sia intervenuto diverse volte con il Commissario di Lingbao per difendere l’attività e l’opera dei missionari.

– E poi non nascondeva il suo essere cristiano. Ogni domenica era il primo ad arrivare in chiesa – insistette padre Li, dondolandosi sulla sedia e fissando il vuoto davanti a sé.

– E ora che facciamo? Stanno mostrando con sempre maggiore spudoratezza il loro vero volto – era Suor Liniù che parlava, e si vedeva che era angosciata – siamo sotto il torchio della tribolazione. Han buttato la maschera e mostrano il marchio dell’anticristo. Già due anni fa hanno arrestato il Vescovo, Monsignor Bassi, ricordate? Insieme a padre Zotti e a padre Teodori. Era una accusa infondata, legata all’attività del loro ambulatorio. Ne avevano parlato tutti i giornali, mettendo voci infamanti su di loro. Poi avevano rilasciato il Vescovo e avevano fatto fare tre mesi di carcere “preventivo”, in attesa delle indagini, ai due saveriani che erano con lui. Già allora avevano tentato di mettere in piedi un tribunale popolare, pubblico, in piazza, ma per qualche motivo non riuscirono nel loro intento.

– Non solo – aggiunse Suor Song – ma sapete cosa mi ha raccontato Mons. Bassi? Cose dell’altro mondo! Hanno pubblicamente letto la condanna finale, che scagionava il Vescovo ma condannava uno dei due padri, non ricordo più quale, a un anno di carcere e un anno di stretta osservazione in cui non poteva visitare i malati nell’ambulatorio della residenza. Oltre ovviamente alla multa di 8 quintali di grano… Poi sapete cosa hanno fatto? Scendendo dal palchetto della piazza, nell’applauso generale della gente, il funzionario si è avvicinato a Monsignore e gli aveva detto, sottovoce: “in realtà siamo molto clementi e il governo è davvero molto buono, per cui diversamente da quanto abbiamo appena detto abbiamo abbuonato la prigione e rimane solo la sorveglianza e la multa. Dopotutto, c’è piena libertà religiosa nel nostro paese, e vogliamo che ve ne rendiate conto!”. Un modo subdolo per non smentire le accuse pubblicamente, e addirittura sembrare magnanimi! E intanto creare pretesti per una futura accusa di “disobbedienza alla condanna assegnata”.

– È il loro modo di agire, è quasi la loro firma – Titute aveva quell’espressione a metà tra il serio e l’ironico, l’espressione di chi ha la battutina pronta che potrebbe sdrammatizzare ma anche appesantire ancora di più il clima – mi ricordo ancora quando nel ’48 occupavano le città, una per una, militarmente. Ero proprio a Luoyang e occuparono tutti i nostri ambienti, e ogni giorno ci toglievano un pezzetto: una stanza, una scrivania… Eppure lo facevano sempre con il sorriso e con le buone maniere. Anche adesso: vedete? Non ci attaccano direttamente, non ancora. Già allora pensavamo: Guarda come sono molto educati, e non pensano di ucciderci, e neanche di farci del male, e neanche di cacciarci via su due piedi! Ma di fare le cose con maniera, un passo alla volta, fino a quando ci butteranno fuori dal nido!

– In effetti questo progressivo appesantirsi della situazione, passetto dopo passetto, preoccupa anche me – padre Urbani si stava lisciando nervosamente la barba

– Vi ricordate quando i comunisti stavano ancora combattendo la guerra civile? – disse Suor Song – Il Vescovo, Mons. Bassi, invitava anche noi a fare la nostra piccola parte di resistenza, proprio restando.

Titute annuì: – Dovremmo noi essere da meno dei nazionalisti gialli che durante l’occupazione comunista tornavano subito sul posto con i loro funzionari, appena i Rossi partivano e lasciavano una città, anche se questo era pericolosissimo, e spesso andava a finire che cadevano nelle loro mani? E perché dovremmo lasciarci battere dai mercanti che continuano a rischiare la pelle, girando da un paese all’altro e barattando merci con amici e nemici del governo, per un po’ di guadagno? Noi dobbiamo avere almeno altrettanto spirito di sacrificio, altrettanto coraggio quanto loro, non vi pare? – poi però si accorse di quello che aveva detto, e aggiunse: – ma cerchiamo anche di rimanere nell’obbedienza… senza fare inutilmente gli eroi. Se potessimo trovare un’altra soluzione, se ci fosse un’altra soluzione…

– Hai ragione Giovanni Battista, – gli rispose padre Urbani, poi si girò verso le suore – però la situazione sta degenerando. Tre giorni fa ho incontrato per strada il segretario del Partito, avete presente? Quello che lavora fianco a fianco con il Commissario Tang. L’ho salutato e mi ha urlato (eravamo per strada, per cui tutti hanno sentito): “Falso! Sei un Europeo falso e doppiogiochista!”. Ho cercato di non stare al gioco e mi sono avvicinato per chiedergli se c’era qualcosa che non andava, ma lui ha fatto due passi indietro e ha continuato a parlarmi a voce molto alta: “Noi comunisti abbiamo piegato tutti; privati e Associazioni sono venuti a farci il koutou di sottomissione; solo la Chiesa Cattolica resiste, superba. Ma la piegheremo con le buone o con le cattive”. Ho subito girato i tacchi e cambiato strada… ma tutto questo non promette niente di bene.

– Forse – chiosò Titute – non arriveranno a ucciderci, anche per evitare complicazioni internazionali. Non sono stupidi. Ma possono tormentarci, farci impazzire, torturarci… e forse anche deportarci.

Suor Nali, che fino a quel momento era stata zitta, scoppiò a piangere: – io non ce la faccio più! Sono tre anni che stringono, stringono, ci tolgono un pezzetto di libertà per volta, aggiungono regole su regole. Ci portano allo sfinimento! Non so quanto potrò ancora resistere!

Rimasero in silenzio, a lungo, guardandosi negli occhi. Poi, quasi senza mettersi d’accordo ma come spinti da un unico comune desiderio, scesero in Chiesa e recitarono insieme il Rosario.

– – – – – – – –

Carissimi p. Morandi e p. Sguazzi, tutta l’aria qui è pregna di ostilità. Senza l’aiuto del Signore non si riesce a superare queste prove. È il prezzo dell’essere rimasti. Non rimpiangiamo, ma la prova è rude. Siamo alla loro mercé ed ormai tutto può capitare. Forti ancora in cuore, e pronti alla prova, purché il Signore moltiplichi la sua Grazia, siamo rassegnati a tutto. Siamo fieri di patire per la nostra causa, giacché quanto avviene e quanto si prepara è persecuzione. [Lettere, 01/03/49]

2022-09-23

Aggiornamento

Dopo due settimane abbiamo già raggiunto le 100 copie prenotate! Grazie a tutti voi per aver sostenuto questo primo step della campagna di pubblicazione. Ora serve un ulteriore aiuto da parte di tutti: far conoscere questa bella iniziativa a più persone possibili: se avete cominciato a sbirciare la bozza avete visto che è una storia che vale la pena di essere conosciuta e condivisa. Grazie ancora a tutti per la fiducia e l'interesse! CONTINUIAMO COSI'!!! Aldo Castenetto

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Aldo Castenetto
Musicista, salesiano e insegnante, Aldo Andrea Castenetto è da sempre impegnato nel mondo dell'educazione ed è convinto che ciò che serve di più al mondo d'oggi è la bellezza, in tutti i sui ambiti. Questo ideale lo ha sempre reso curioso nei confronti del mondo artistico, che ha esplorato soprattutto come musicista e compositore. Nel mondo della scuola si è reso conto che una bella storia, ben narrata, può risvegliare nelle persone il desiderio di tirar fuori il meglio di sè, e il coraggio di vivere secondo grandi ideali e valori. Dopo alcuni brevi romanzi biografici per ragazzi, scritti per i suoi studenti, prova ora a cimentarsi in un romanzo per adulti.
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