Sono nato in un paese che sta a cavallo tra due mondi: da una parte Bologna, la città grassa e rossa che scende verso la pianura Padana, dall’altra la Toscana, che comincia appena oltre il crinale dell’Appennino e porta con sé un altro modo di parlare, di pensare, perfino di cucinare. Castiglione dei Pepoli sta lì, a settecento metri di quota, aggrappato ai suoi boschi di castagni e abeti, con la sua aria buona che d’estate richiamava famiglie da tutta la provincia e col freddo invernale tornava a essere una cosa solo nostra.
Il nome viene dai Pepoli, la famiglia bolognese che dal Trecento ha governato queste terre poco dopo aver ceduto la signoria di Bologna ai Visconti. Di quella storia, iniziata nel Tardo medioevo e conclusasi a ridosso dell’Ottocento, rimangono i palazzi in Piazza che, ai tempi della mia infanzia, erano solo pietre vecchie, parte del paesaggio, come i muri a secco che dividevano i campi.
Negli anni Sessanta Castiglione era un paese che stava cambiando pelle senza saperlo ancora, anche se era il verde dei prati incontaminati a dominare cromaticamente il paesaggio.
Dopo che la ferrovia Direttissima, quella che collega Bologna a Firenze passando per le viscere dell’Appennino con le sue grandi gallerie, negli Anni Trenta, aveva iniziato a rendere più agevole il collegamento con la città, fu poi l’inaugurazione nel 1960 dell’Autostrada del Sole a rendere Castiglione facilmente raggiungibile in automobile e, di conseguenza, a riempirla di villeggianti.
Chi non aveva un negozio o una bottega lavorava altrove: Bologna o Prato, dipendeva da che parte guardavi. Il paese si svuotava all’alba e si ripopolava la sera.
Politicamente eravamo Emilia, non c’era dubbio. Il Partito Comunista era di casa, la sezione era piena, la Festa dell’Unità era l’evento dell’estate così come lo erano nella vicina Toscana con cui condividevamo il crinale e le idee.
In questo paese sono cresciuto negli anni Sessanta e Settanta, e quando ripenso a quei tempi mi sembra di ricordare non solo la mia infanzia ma qualcosa di più grande, un’Italia che stava diventando moderna a grande velocità, e un angolo di Appennino che cercava di starle dietro senza perdere del tutto sé stesso.
Era l’estate calda ma non troppo del 1958, con il sole che scaldava dolcemente l’Appennino Tosco-Emiliano, e l’aria salubre che si faceva respirare con la solita regolarità. Nacqui in via Manfredi, ai Trogacci, zona periferica non troppo lontana dal centro di Castiglione dei Pepoli, paese emiliano per un’inezia di chilometri geografici, con il cuore amministrativo, culturale e sportivo puntato verso la città delle Due Torri. La vecchia casa di via Manfredi, sulla strada che porta all’Abetaia e ai mille metri del monte Baducco, odorava di antico e legna umida. Mia madre Rina, ventitré anni appena, capelli biondi e dolce sorriso, partorì in casa come tutte le donne di quei tempi remoti. Niente corsie d’ospedale sterile: solo il letto di ferro cigolante, l’ostetrica del paese con le sue mani esperte, le lenzuola madide di sudore e doglie, e il primo vagito che echeggiò tra le pareti della stanza da letto.
Sposata l’anno prima nella chiesa del paese, poche centinaia di metri sotto casa, con Ferdinando, che tutti chiamavano Feruccio per una ragione cupa che poi vi svelerò, mia madre mi diede alla luce in quella penombra familiare. Ma la mia storia aveva già preso avvio, intrisa di tragedia. Pochi giorni prima della mia nascita, il nonno paterno Antonio era uscito all’alba e si era recato nel bosco sovrastante, per bruciare sterpaglie e ripulire il terreno. Accese il fuoco con gesti sapienti, fiammiferi sfregati contro la scatola ruvida, ma il vento appenninico, traditore crudele, cambiò direzione all’improvviso. Le fiamme, prima docili, si alzarono voraci, lo accerchiarono in un turbine arancione, lo lambirono vivo tra urla soffocate dal crepitio. Lo trovarono gravemente ustionato tra gli alberi contorti, una corsa alla casa di cura del paese ma non ci fu niente da fare. La casa si riempì di un lutto palpabile: nonna in lacrime, fratelli distrutti, odore di fumo che si insinuava ovunque, impregnando vestiti e anime. Poi, la mia nascita, un bagliore di gioia crudele su quel buio.
“Quel fuoco ha marchiato la tua personalità”, mi confiderà anni dopo la psico-terapeuta, con occhi che mi scrutavano dentro. Per questo, abbandonarono Claudio, nome amato da mamma, e mi chiamarono Antonio, come lui, eredità di cenere e dolore. Custodisco nel comodino di camera mia una filastrocca manoscritta, un foglio fragile a metà tra religioso e superstizioso, che mio nonno lesse forse ogni sera nelle trincee dolomitiche della Grande Guerra, sussurrandola contro il gelo e i cannoni. Mio padre me la diede, qualche tempo prima di morire: “È di tuo nonno. Fanne da conto”.
La famiglia Rapezzi era devota al punto che la zia di mio padre, Ada, era la perpetua del prete: ogni giorno percorreva senza deviazioni quelle poche centinaia di metri dalla sua camera, dotata di un altare alla Madonna, alla sacrestia, con passi ritmati sull’incedere del rosario.
Non conosco il motivo della scelta che fu fatta quando io avevo, più o meno, tre anni ma sta di fatto che i miei genitori decisero di andare a vivere ai Poggiali, nella casa dei miei nonni materni, dove l’aria era molto più laica.
Prima di lasciar svanire i Trogacci, emergono ricordi nebbiosi, non so se veri o ricamati sui racconti familiari: la camera della mia nascita, oggi di mia cugina Floriana, l’ultima parente diretta rimasta dei Rapezzi di via Manfredi, e di suo marito Mario, dove pipistrelli saettavano contro la lampadina nuda, con ali frementi che proiettavano ombre danzanti. Mia madre ne era terrorizzata.
E io, non ancora tre anni, sgattaiolai via solo, sulla strada fortunatamente priva di automobili verso la casa dei nonni materni; mi recuperarono amici di famiglia, ridendo tra il sollievo: “Piccolo esploratore, ti riportiamo da tua madre!”.
Oltre alla zia Ada, nella casa dei Trogacci c’era mia nonna Polonia, rimasta vedova, e i fratelli di mio padre, Giovanni, per tutti Nanni, con sua moglie Pina e la loro figlia Floriana e Paolo, per tutti Paolino che non era sposato. Nella casa accanto, separata da un muro sottile, ci abitavano i cugini poi trasferitisi a Bologna come tanti altri di quella generazione.
Mia nonna Polonia la ricordo poco, perché poi noi ce ne andammo ai Poggiali e lei morì qualche anno dopo, mentre i fratelli di mio padre, soprattutto Paolino, li ho conosciuti bene e con mia cugina Floriana, seppur da lontano, ho ancora un bel rapporto di affetto.
A Castiglione, come ovunque anche oggigiorno, si usano diminutivi o vezzeggiativi per chiamare le persone e così fu per Nanni e Paolino. Ferruccio, invece, nome con cui era conosciuto in paese mio padre, non c’entra nulla con quello registrato all’anagrafe di Castiglione nell’agosto del 1928, che era Ferdinando, nome altisonante e troppo barocco che pronunciavo con un po’ di vergogna alle elementari.
Ma perché, chiesi da ragazzo, papà viene chiamato con un nome che di simile al suo ha solo l’iniziale? Non credo me la raccontarono tanto presto, la storia che si nascondeva dietro quel cambio di nome. E non fu certo mio padre a farmene parola: altro sangue nel bosco!
Pochi giorni dopo la nascita di mio padre, il più piccolo dei tre fratelli Rapezzi, la loro zia era andata a funghi in un castagneto sopra i Trogacci quando un uomo la assalì, tentò la violenza sessuale e respinto la uccise con un sasso in testa. In paese si pensava, senza alcuna prova, che il colpevole fosse un certo Ferdinando. Anni dopo, il vero assassino, fuggito in Francia, confessò il delitto con una lettera di scuse alla famiglia. Troppo tardi: il nome di mio padre era macchiato, e fu “Ferruccio” per sempre, anzi “Feruccio” con la doppia ‘erre’ fatta scomparire dal dialetto.
Ai Poggiali
Trasloco ed eccoci alla casa dei Poggiali ristrutturata in proprio da mio nonno: pollaio, cortile e legna accatastata.
Ai Poggiali, la casa dei nonni materni Lino e Luigina si ergeva su tre piani di legno scricchiolante e memoria. Piano terra: camera dei nonni con letto matrimoniale, cucina regina dominata dalla stufa a legna su cui si cuocevano i pasti e si scaldava il ferro da stiro, sala spoglia per rari raduni familiari, bagno minuscolo senza vasca, solo un catino di plastica per abluzioni frettolose. Scale interne ripide portavano ai piani superiori.
Al primo piano ci stavano i miei zii Rosa e Francesco, ancora senza prole. Al secondo noi: letti alti che d’inverno accoglievano il “prete”, così chiamavamo lo scaldaletto tradizionale dotato di terrina in ceramica colma di braci ardenti per combattere il gelo notturno e pavimento di assi di legno irregolari, dove si infilavano spesso e volentieri i figurini dei calciatori collezionati ossessivamente fin da piccolo.
Lì nacque mia sorella nel settembre 1961, anche lei in casa, anche lei tra lenzuola umide e doglie. Mia madre, filosovietica ante litteram, la voleva chiamare Aurora, eco dell’incrociatore che sparò il primo colpo della Rivoluzione Russa del ’17. Ma io insistetti, caparbio: “Antonella! Mia sorella si chiama Antonella”. E così fu anche se quasi subito divenne per tutti Lella, con l’esclusione di mio padre che per tutta la vita l’ha chiamata con il suo nome completo.
Ero felice di avere una sorellina che, spesso e volentieri, prendevo per mano.
In casa non c’erano i termosifoni: stufe economiche a legna, una per piano, rosseggianti solo in cucina, camere e bagno in un freddo mordente. Il cortile esterno accoglieva fiori che piantava mia nonna e due alberi di ciliege marasche, frutti bruschi, acidi come limoni, che non ho mai apprezzato, a differenza di altri in famiglia. Una famiglia proletaria e unita, come avrebbe voluto Gramsci!
I miei nonni Lino e Luigina
A casa dei miei nonni materni non si respirava certo aria di chiesa, anzi posso dire, senza tema di smentita, che era una casa comunista, filosovietica addirittura.
Mio nonno Leonello, chiamato Lino Lino perché quando parlava ripeteva le ultime parole di una frase, era stato un minatore che, pur di non prendere la tessera del fascio, era stato costretto ad andare a lavorare in Africa e a girare l’Europa per scavare in miniera e riempirsi i polmoni di quella polvere maledetta che l’ha fatto morire in anticipo rispetto al tempo che gli avrebbe concesso il suo fisico tosto.
Lino era stato partigiano nella Brigata Stella Rossa, quella del comandante Lupo, ma, essendo di carattere mite e incapace di fare del male a una mosca, non ha mai combattuto con le armi e ha svolto compiti alternativi allo sparare.
Lo ricordo nella sua cucina davanti alla radio (la televisione non c’era ancora) che parlava dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia mentre malediceva non certo gli invasori bensì coloro che avevano osato opporsi all’avanzata dei proletari verso il Sol dell’Avvenire. Ma era in perfetta buona fede e credeva veramente che in Russia si fosse creata quella società perfetta in cui tutti gli uomini erano uguali e avevano gli stessi diritti e non credette mai che Stalin fosse quel criminale che poi fu consegnato alla Storia.
Poi c’era mia nonna Luigia, detta Luigina, che faceva la sarta in casa, fumava le Esportazioni senza filtro, quelle che avevano sul pacchetto la caravella su sfondo verde e mi adorava tanto che è sempre stata accusata dagli altri familiari di avermi eletto a suo nipote preferito.
A mia nonna del comunismo importava poco, era credente e mi cacciava via il malocchio quando mi facevo male. Nel cortile di casa, guardandomi, pronunciava parole che non ricordo e buttava della cenere oltre la mia schiena. Purtroppo il giorno dopo capitava che mi facessi male un’altra volta facendomi venire il dubbio che quel rito contasse veramente qualcosa.
In principio mio padre faceva l’operaio tessile a Prato e mia madre faceva camicie a Castiglione, poi decisero, come diverse altre coppie castiglionesi, di mettersi in proprio nel campo tessile: acquistarono due telai con cui tessevano le tele per un’industria di Prato, all’epoca capitale del settore.
Visto che entrambi i miei genitori lavoravano, io sono stato ‘allevato’ dai miei nonni materni di cui conservo un ricordo affettuoso e molti episodi che mi tornano nitidi in mente ancora oggi.
Io ero piuttosto birichino e, quando avevo più o meno dieci anni, approfittavo del fatto che mia nonna lasciava appoggiata alla stufa economica una sigaretta per andare subito a dare un tiro. Non se ne è mai accorta e, nel contempo, mi mandava sempre dal Bar Masi, quel bar-negozio-tabaccheria tuttofare chiamato anche Granchio, dove mi prendevano anche le bustine di figurine, a comprare dieci Esportazioni senza filtro che venivano vendute anche sciolte.
Mia nonna non frequentava la chiesa ma era una seguace di Santa Rita di cui aveva attaccato una stampa in bianco e nero in cucina. Non è un caso se, in tutte le fotografie che mi fecero il giorno della mia Prima Comunione, ero con mia nonna che, addirittura, mi portò da Montiglioni, il fotografo del paese, a fare le foto ufficiali della grande giornata.
L’anello d’oro che mi regalarono quel giorno e che non ho mai portato, oggi lo porta mia figlia Matilde e ne sono felice.
Mia nonna era capace di partire e andare a casa di quel bambino più grande di me che mi aveva picchiato a dirgliene quattro. Mio nonno, invece, mi insegnava i solitari con le carte da briscola e mi raccontava le storie di quando lavorava all’estero, che mi incantavano sempre.
Mi facevo spesso ripetere quella in cui in Francia, sopra una teleferica sospesa nel vuoto, lui che non soffriva di vertigini tenne abbracciato lungo tutto il viaggio un suo collega, di cui non ricordo il nome ma sempre castiglionese, che aveva una fifa tremenda.
Mio nonno comprava l’Unità che gli veniva recapitata a casa la domenica dal giornalaio Eugenio Bardazzi il quale faceva il giro di Castiglione per portare i giornali casa per casa. Dell’Unità io leggevo solo la pagina sportiva ed ero completamente disinteressato a cosa succedeva nel mondo con grande rammarico di mio nonno e dei miei genitori che avrebbero preferito da parte mia un interesse più politico che sportivo.
Mia nonna aveva inventato una merenda straordinaria che dava anche ai miei amici i quali si meravigliavano di questa leccornia inaspettata: tagliava una fetta di pane toscano insipido su cui poi spalmava uno strato di Nutella e sopra uno di marmellata di ciliegie: buonissimo ma non l’ho più mangiato da quei tempi.
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