Avanzavano, rapide, per il vialetto, quattro ragazze con un passo di diversa lunghezza ma con la stessa necessità di scappare, con lo stesso occasionale desiderio di lasciare tutto e correre lontano da se stesse, rifugiandosi nell’esistenza di qualcun altro, nel corpo di un albero, in una panchina. Qualsiasi cosa, per un po’, per mettersi in pausa, respirare e vedere cosa sarebbe successo se il fiume dei loro pensieri avesse smesso di scorrere impetuoso sotto le loro tempie coperte da capelli più o meno scuri, più o meno arricciati o sottili; forse, allora, avrebbero trovato il loro baricentro. Bloccandone il moto, un corpo si ferma. Qualche ultima oscillazione e poi fatto: trova il suo equilibrio. Magari potesse essere così semplice anche per l’animo delle persone. Lilith, Gil e Rosa erano passate a prendere Gemma e, dopo qualche sbrigativo saluto, si erano avviate per la vietta costeggiata da faggi in fondo alla quale vi era la casa di Lilith. Trovarono il cancelletto di una graziosa villetta color crema aperto per loro. Lilith lo oltrepassò, gli anfibi che sprofondavano sui sassolini bianchi del vialetto che portava al cortile. Le tre ragazze indugiarono un istante sullo stretto marciapiede, un istante che assunse forma e misure diverse per ognuna di loro. Entrare nella casa di qualcuno non è una cosa da poco: è entrare, per un breve periodo, dentro alla vita di questa. Dentro alla sua famiglia. Tra le pareti che a lei sono tanto familiari, i mobili la cui disposizione si impara a memoria da prima di imparare a camminare. Tra le persone che l’hanno messa al mondo o che l’hanno amata come se l’avessero fatto, tra i profumi della casa, ai quali, chi ci abita, non fa più caso.
Ci vuole coraggio per entrare nella vita di una persona, anche solo per qualche ora, poiché significa, in un qualche modo, abbandonare per poco la propria, attraversare il cortile di una seconda e scegliere se, la porta di casa tua – della tua vita – lasciarla chiusa oppure spalancata, ponendo a confronto ogni cosa con il posto in cui stai per entrare. Pauroso, vero?
Rosa, ferma sotto all’ultimo faggio della via, nascosta tra le ombre ondulate dei contorni delle foglie, pensava a quanto le avrebbe fatto bene staccare anche solo per due ore dalla nostalgia che le allagava il cuore da tutta l’estate e che ancora non se ne voleva andare. Entrare in una vita attraverso una porta, inspirare profondamente il profumo di una casa che non le ricordasse l’odore dell’aria salmastra che le faceva pizzicare il naso, che tanto amava e che tanto l’aveva ferita, portandosi via col vento anche pezzi del suo cuore e frammenti dei suoi grandi occhi nocciola, assieme ai granelli di sabbia che, talvolta, le capitava di trovare ancora tra le pagine dei libri ma, ormai, non più sulle lenzuola, non più tra i capelli… Il profumo della casa di un’amica: se vi avesse dovuto dare una definizione, avrebbe detto che sapeva della fragranza dell’ammorbidente che la rispettiva donna di casa – di solito la madre – usava per fare le lavatrici; il profumo di tè e l’odore della gomma dei pezzi di puzzle di un fratellino piccolo che gioca sul parquet, coi pezzetti sparsi ai piedi, gattonando attorno al divano per cercarne altri, inconsapevole d’aver tutto ciò che gli serve tra le mani, ma di non saper ancora come usarlo. La vita era un po’ come un puzzle, pensò Rosa; si strinse la borsa di tela blu sotto il braccio destro ed oltrepassò a passi misurati il cancelletto fino a risalire il vialetto di sassi. I piedi affondavano appena sulla distesa di sassolini bianchi che tanto aveva fatto sprofondare i Dr Martens di Lilith poco prima. Era un trucco che aveva imparato in spiaggia: distribuire bene il peso su tutto il piede in modo da non sprofondare troppo nella sabbia ad ogni passo, rallentando la camminata del gruppo, mentre si dirigevano al campo da Beach Volley con un pallone sempre troppo leggero sotto ad un braccio ed il sale nei capelli. Ma ora è il turno di Gemma. Per lei non era strano andare a casa di Lilith; ci andava spesso, erano migliori amiche. Ma per Gemma nessuna casa era casa, nemmeno la sua, anche se voleva tanto bene a sua madre e suo padre; detestava quel freddo appartamento arredato in chiave moderna, tutto nero e grigio e senza tappeti morbidi dai motivi barocchi o quadretti di borghi all’alba e di porti ghermiti di marinai in pieno lavoro. Ad ogni modo, nessun edificio sapeva farla sentire protetta o per lo meno a suo agio, non giudicata, rilassata e tranquilla con se stessa. Questo perché quando ciò che ti fa paura è una parte di te, beh, non puoi sfuggirgli. Siamo immancabilmente attaccati ad ogni lato della nostra persona, ad ogni sua sfaccettatura, ad ogni fessura essa scopra o variazione di note sprigioni. Come staccarsi da qualcosa che è dentro di te? A volte avrebbe voluto essere una chiocciola: il corpo come il guscio, l’anima come quell’animaletto viscido decorato da due simpatici occhietti. Poter avere la possibilità di sgusciarvi fuori, come l’acqua dalle cavità di una conchiglia vuota che si riempie e ripulisce con essa tra la bassa e l’alta marea. A volte il problema era che si sentiva esattamente come il guscio di quella conchiglia: vuoto, lavato di tutto ciò che le restava, e freddo, in attesa dell’alta marea – in attesa di qualcosa che potesse riempirla. Pablo Neruda diceva che “Si possono anche recidere tutti i fiori, ma non si potrà mai fermare la primavera”, e a tale maniera il veleno che scorreva dentro di lei non sarebbe mai sparito, così come la verde linfa delle piante e dei fiori resta viva per tutto l’inverno, aspettando di attivarsi al momento giusto. Anche se si spezzassero gli steli dei delicati fiori, questa vi continuerebbe a scorrere e da quello stelo spezzato ne farebbe germogliare un altro; così, le sue ferite si ricucivano e poi si aprivano di nuovo. Poteva anche cercare di sussurrare a se stessa mille insulti per lacerarsi l’anima, ma quella linfa nera non se ne sarebbe andata: ad ogni taglio sul cuore ricucito dopo una dormita tranquilla o una giornata di sole, quel veleno avrebbe creato un solco per scorrervi ed allungare nuovamente i suoi rami. Come la primavera, ma di una pianta infestante. Prese un respiro profondo, riscuotendosi dall’impetuoso scorrere dei suoi sfuggevoli pensieri. Inspiro dal naso, espiro dalla bocca. Come le aveva insegnato suo padre. “A lavoro, quando i clienti mi fanno innervosire, faccio così e conto fino a dieci. Funziona, tesoro, provaci.” Percorse il vialetto raggiungendo Lilith e Rosa sul portico, le Converse alte che sprofondavano creando vere e proprie buche sul poroso strato ghiaioso; lei non avrebbe mai imparato a regolare il suo peso sui piedi, così come non sapeva controllare se stessa e il suo buio. Raggiunte le due ragazze a sguardo basso, si voltò per notare Gil, ancora ferma accanto al cancelletto. “Gil.” la chiamò, perplessa. Un sorriso improvviso in risposta ed una camminata pimpante, e anche la quarta ragazza era sotto al portico con loro. Il cuore le batteva forte; non era la prima volta che entrava in una casa, – per casa si intende casa vera e propria, con cucina, camere da letto, salotto, famiglia, – ma per lei era un’emozione unica, ogni volta. Sperava, un giorno, di poter portare lei stessa degli ospiti nella sua casa, farli passare per il suo vialetto, sostare sotto al suo portico e far ruotare la mano attorno alla maniglia della sua porta di casa. Dura, avere un sogno e sentirlo allo stesso tempo terribilmente vicino e terribilmente lontano. ‘Vicino’, perché Gil era conscia che quelli fossero gli ultimi anni in cui avrebbe avuto la possibilità di venire adottata. Le persone che volevano adottare un bambino ne sceglievano sempre uno più piccolo, lo sapeva bene. Vedeva come gli occhi degli adulti che entravano e uscivano dall’ufficio di Edith scorressero indifferenti sulla sua immagine e come, invece, si illuminassero al passaggio chiassoso di una coppia di bambini che si rincorrevano in cortile. ‘Terribilmente lontano’, invece, potrebbe qui assumere due diverse interpretazioni, ognuna di queste disegnate come due ardite tanto quando impraticabili vie nell’ipotetico futuro che era avvolto come un nastro nel petto della nostra Gil e che, a volte, minacciava di soffocarla. Ed erano i seguenti: nel primo ‘terribilmente lontano’ vi era una ragazza dai capelli biondo cenere e le spalle strette, una valigia in una mano ed un mazzo di chiavi nell’altra. La Gil del futuro sta aprendo la porta di una graziosa casetta a schiera di un quartiere tranquillo e pieno di colori, dall’altra parte della città e accanto all’agenzia in cui lavora. Gil è sola, è cresciuta alla casafamiglia e poi si è trovata un lavoro, è riuscita finalmente a comprarsi un appartamento, non vede l’ora di arredarlo. La sua valigia però è così piccola, le sue spalle sono ancora così strette. Nell’altro ‘terribilmente lontano’ vediamo una nuvola. Ma no, guardiamo meglio: è una nave. E una lucina vi vola attorno in moti circolari, spandendo la nebbia sopra ai tetti delle case in modo da nascondere l’imbarcazione fluttuante da occhi indiscreti. Gil sta dormendo e sente un soffio gelido di aria sulle guance, nonostante si ricordi d’aver chiuso la finestra prima di coricarsi. Helene, la sua compagna di stanza, sta dormendo e non sembra accorgersi di nulla. Un paio di occhi vispi, grandi, di mille colori, si intravedono attraverso la tenda panna che ora ondeggia, mossa dall’insolita brezza. Una macchia di capelli chiari, troppo in alto per appartenere a qualcuno… sembrerebbe appartengano ad un essere volante. Ed ecco che in un attimo è dentro alla stanza: è lui, è Peter Pan. ‘Vieni con me, Gil, vieni con me nell’Isola Che Non C’è, dove non dovrai più preoccuparti di cosa ne sarà di te da grande. Vivere può essere un grandiosa e fantastica avventura…’. Gil vacilla, la vestaglia sembra starle più grande del solito, si gonfia con la brezza della notte e lei non si accorge che sta fluttuando; ora ha i piedi all’altezza del davanzale. Prende per mano Peter e vola verso le stelle, sorvola la nave avvolta dalle nuvole, carezza le vele, umide nella notte, soffia una stella facendola rotolare contro un’altra nel cielo blu inchiostro, troppo brillante per essere vero. Perché nella realtà le stelle non rotolano, la notte non sa di miele e un bambino non può avere gli occhi di mille colori, e Peter Pan è già rimasto deluso da Wendy molto tempo fa, non tornerà certo a prendere bambini dalle loro case un’altra volta.
Gil cercò di regolare il respiro, mentre Lilith girava la chiave sul portone; si sorprese nell’accorgersi di quanto fosse ancora terribilmente attaccata a quel sogno, più di quanto non credesse di esserlo dall’ultima volta che ci aveva pensato, anni addietro. Sapeva che, dentro, era ancora quella bambina. Per un momento si immaginò lei e le tre amiche salpare con il Ragazzo Perduto nella nave volante verso ‘la seconda stella sulla destra, dritto fino alla mattina’; se le immaginò nei panni dei bambini perduti dell’Isola, con i vestiti sporchi, le armi rudimentali allacciate in vita con una cintura, gli occhi ridenti e dimentichi della propria casa, di ogni dramma, di ogni vacanza finita. “Entrate, ragazze, mamma sta preparando il tè!”, le invitò Lilith. Una dietro l’altra, coi loro passi tanto diversi quanto combacianti tra loro, si fecero strada lungo il piccolo corridoio dell’entrata, Gil in fondo al gruppo e con un vago sorriso che le aleggiava sulle labbra, il petto scaldato dai rimasugli di un sogno che scoprì non aver mai dimenticato.
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