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Una reazione tardiva

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Tomaso Vedova è un consulente aziendale e il suo lavoro lo trascina in giro per il mondo senza permettergli di sistemare la sua vita privata, che intanto sta andando in frantumi. L’incarico alla Bank of Mankind di Londra e le frequenti incursioni in Turchia lo mettono in contatto con una realtà spietata, schiava del denaro e della sete di potere. La sua vita precipita quando Timothy Callister, membro del Cda della Bank of Mankind muore in circostanze sospette sul suo stesso volo per Istanbul.

Tomaso si ritrova così in un mare in tempesta e l’unica ancora di salvezza è la sua terra natale, le Marche, dove di tanto in tanto fa ritorno per riprendere fiato dopo una lunga apnea.

Il 737 della Turkish tocca terra con dolcezza, i soliti annunci, poi di nuovo l’intervento del comandante. Non può farci sbarcare, dice, dovremo pazientare. Si appella a qualche generica verifica tecnica.

Faccio di sì con la testa, fra me e me. Attorciglio, nervoso, la cintura di sicurezza del sedile accanto al mio.

Allaccio e slaccio la fibbia in un clanc metallico.

L’aereo si ferma, siamo in piazzola, il pontile oltre l’ala si muove nella mezza oscurità per appiccicare all’aereo la sua bocca spalancata. Ci chiedono di fare di nuovo la sacrosanta cortesia di rimanere seduti.

Altro movimento di hostess lungo il corridoio all’altezza dei primi posti, verso la fila dieci o giù di lì.

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Fuori dal finestrino, su Istanbul, è l’alba. Sono le cinque del mattino, le tre a Londra, le quattro a Roma: sto vivendo su tre fusi orari. Un punteruolo picchia alla base della mia nuca. Alito sul vetro e disegno un punto interrogativo con un dito. La condensa si dissolve su un’ambulanza che irrompe a gran velocità e a sirene spiegate. Nel giro di pochi secondi raggiunge l’ala del Boeing sotto cui sembra accucciarsi. Le sirene si spengono, le luci rosse e blu mi rigano il volto a intermittenza.

Una puzza acida di piedi mi costringe a coprirmi il naso con la mano. Arriva dal sedile lì di fianco. La madre del bambino, che non riesce di nuovo a placare il pianto del sangue del suo sangue, si è tolta le scarpe.

Il capitano ci chiede di pazientare ancora, si scusa, ma non dipende da lui.

Il bambino non la smette.

Dall’ambulanza vedo uscire quattro infermieri. Il primo della fila sembra un marine, ha i capelli rasati e da dove sono io riesco a notare anche una cicatrice profonda sulla fronte. Si muove a strattoni come un rapper su un palco, la spalla destra, più bassa, lo tira verso l’aereo. Salgono a bordo scortati da due hostess. La palpebra sotto il mio occhio trema incontrollata. La donna dondola il bambino, senza successo.

 I medici, o infermieri, non saprei dirti, raggiungono la zona del trambusto, il rapper rasato è in testa al piccolo corteo. Provo a mia volta a vedere meglio tirandomi su, ma una mano da dietro mi ricaccia di peso sul sedile provocandomi uno spaventoso balzo del cuore. La stessa hostess che cercava un dottore.

Obbedisco, ma provo comunque a sporgermi. Non vedo nulla.

Rimaniamo fermi, ancora.

Sull’aereo sta accadendo qualcosa, mi sembra evidente.

Sull’aereo è accaduto qualcosa.

Accendo il telefono; ci mette un po’ a settarsi sul fuso turco. Ma poi in un attimo compaiono quattro SMS, tre dei quali sono chiamate di Renato a cellulare spento. Mi chiede di telefonargli prima della riunione a Istanbul. Non rispondo.

Il trambusto delle prime file prosegue. Le luci dell’autoambulanza sono ancora accese.

Mando una e-mail alla segretaria di Dirk, inoltrando il documento. Avverto che sto male e rimarrò in albergo, ma che io e Renato ci collegheremo comunque in call alle dieci, se Dirk vorrà.

Finalmente la voce del capitano dagli altoparlanti ci dà l’autorizzazione a scendere. Adesso, però, io sono come bloccato, vorrei non farlo, vorrei tornare indietro. Un rewind furibondo mi riporta mesi addietro, anni addietro, mi risucchia sul parquet della nostra palestra dentro le mie Kronos e sotto le tue grinfie. Che oggi, ad anni di distanza, mi sembrano carezze benedette. Ripiombo dentro la Fiat Argenta di mio padre, immerso nell’odore del mastice, delle pelli, delle barbe incolte, dei fiati pesanti, dei pasti saltati dai suoi operai per i turni infiniti alla manovia del calzaturificio, per le scatole di scarpe impilate e da consegnare a notte fonda. Vorrei immergermi nell’Adriatico, davanti alla piattaforma rossa dell’ENI, in mezzo al mare e alla bellezza di un futuro ancora dentro il cellophane e proteso verso l’eternità. Voglio indietro i miei ricci alla Riccardo Cocciante, rifugiarmi nella mia cameretta con il balcone affacciato sugli ulivi e sulle arnie ronzanti, vorrei solo infilare la testa sotto il cuscino.

Mi alzo e risalgo per intero il corridoio dell’aereo, guardo la zona dei sedili intorno a cui c’era il trambusto, continuo verso il portellone, saluto le hostess che non fanno caso a me e confabulano fitte fra loro, proseguo nel ronzio dei neon. Percorro il pontile a passo pesante, il respiro affannato come per uno sforzo fisico improvviso.

Dalle finestrelle vedo che una barella viene caricata a bordo dell’ambulanza. Regge un uomo, un uomo che riconosco, il cui volto, coperto da un lenzuolo per metà, sembra quello di un cadavere.

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Commenti

  1. Profilo GP

    (proprietario verificato)

    Un consulente aziendale di alto livello, ambizioso e “connesso” 24 ore su 24, in prima battuta, sembra possedere tutte le caratteristiche, che accomunano molti giovani della City londinese, arrapati e in perenne corsa per il successo, mossi all’ossessivo desiderio di ricoprire, nel minor tempo possibile, la poltrona del numero uno. Sempre sotto pressione, Tomaso, il protagonista del romanzo, ci prova con tutte le sue forze a raggiungere la vetta, anche se questo implica dover correre dei rischi, in primis, con la sua Camelia. Nel corso del progetto più importante per la sua carriera, il protagonista dovrà scontrarsi a brutto muso con gli equilibri del potere e con i rapporti cinici, calcolati e borderline dei suoi pari. In un crescendo di fatti e situazioni che sembrano strangolare il giovane consulente, Tomaso comprende che il suo unico appiglio è rifugiarsi nella sua terra d’origine: là ritroverà le radici fatte di consuetudini, di odori, di colori, di ritmi e di tentativi di rimanere a galla, pur non smettendo di sperare che le cose cambino in meglio. Ripetere certe abitudini come quella d’entrare in palestra, di misurarsi con i tiri a canestro sotto gli occhi vigili del suo vecchio allenatore e di tanti altri ragazzini alle prime battute, saranno per lui la chiave di volta.
    Lo consiglio: è un romando che tiene incollati alle parole, con un ritmo crescente e un leitmotiv nostalgico e ironico che diverte e cattura.
    Grazia Previato

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Luca Verducci
È nato nelle Marche, in pieno distretto calzaturiero. "Una reazione tardiva" è il suo secondo romanzo.


L’autore devolverà l’intero ricavato dalla vendita di questo libro a UNHCR.
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