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Un'altra Vittoria

Un'altra Vittoria

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2022

Vittoria è una giovane donna che sta imparando ad amarsi. Lo sta facendo, però, a proprie spese, scontrandosi con la personalità egotica e violenta di un uomo che le sarà causa di profonde crisi ed enorme sofferenza. Michele piomba, infatti, nella vita della protagonista come un fulmine a ciel sereno, quando sono ancora due adolescenti incapaci di amarsi. Dopo anni, nonostante entrambi ormai siano su strade diverse, con compagni diversi, si rincontrano e scoprono una passione che credevano sepolta da tempo. Lei convive con Luca, fidanzato apatico e distratto. Lui, invece, è sposato e ha una bambina. Per questo amore risbocciato ora clandestinamente, entrambi faranno grandi sacrifici. Tuttavia, ciò che Vittoria non può nemmeno immaginare è a quanto dovrà rinunciare per lui.

Perché ho scritto questo libro?

È una domanda molto complessa. Fin da bambina ho avuto un legame speciale con la scrittura, un legame che è durato nel tempo senza mai esaurirsi. Ho sempre scritto: quando ero triste, quando ero arrabbiata ma anche quando ero felice. Con il tempo ho poi maturato la consapevolezza che la scrittura fosse il mio modo di misurare il modo: uno strumento attraverso cui dare forma ai miei pensieri e all’ immaginazione. Ho scritto questo libro per dare voce a donne e uomini che non ce l’hanno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Solo uno spritz

Che cavolo stai facendo, Vittoria? Perché gli hai dato appuntamento?

Per quale motivo hai insistito per vederlo?

Va bene, respira, razionalizza: ti ha cercata lui!

Sì, dai, eri solo curiosa o forse ti faceva piacere rivederlo, sapere come sta, che vita fa, per sentirti dire quelle frasi di circostanza e finita lì. Sì, sicuramente è così.
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In fondo ho sempre voluto bene a Michele e ho anche sempre pensato a noi due come qualcosa di irrisolto. Pensai. Ma non è per questo che avevo accettato di vederlo. Era solo curiosità la mia, tentai di rassicurarmi. Chi non ne avrebbe avuta al mio posto? E allora per quale motivo il cuore mi batteva all’impazzata mentre lo aspettavo?

Pensa a Luca, Vittoria: Luca non se lo merita. Però è anche vero che non sto facendo nulla di male, questa è solo una cosa mia, Luca non c’entra, non c’entra nulla. Si tratta solo di me. Sta ritardando, non viene. Sicuro non viene.

Che deficiente! Dovevo immaginare che non sarebbe venuto.

Da Michele cosa mi sarei dovuta aspettare?

Mentre mi ripetevo questa frase intravidi la sua sagoma in lontananza.

È sempre magro, forse più magro del solito, sembra quasi più alto, già da lontano potevo vedere il suo sorriso, quello di cui mi ero innamorata da ragazzina. Lui questo non lo sapeva, non lo aveva mai saputo. Mentre si avvicinava quella che era solo una sagoma divenne una figura più definita. Sembrava avere le spalle più larghe, si aveva decisamente le spalle più larghe. I capelli invece erano sempre gli stessi, gli scendevano disordinati appena sopra le sopracciglia scure, scure come i suoi occhi. Scesi dall’auto e piombai nell’imbarazzo più totale. Lo guardai dritto negli occhi.

“Hai visto? Dopo tutto questo tempo ti faccio ancora aspettare!”

Che faccia da schiaffi, ha sempre la solita faccia da schiaffi, pensai tra me e me.

Se avessi tardato ancora non mi avresti trovata.” Risposi con decisione

Ho fatto giusto in tempo, allora.” sorrise.

E ride, guarda questo stronzo che ride.

Ci avviammo verso il bar. “Quindi ti ho fatta arrabbiare?” “Sì, Michele…”

“Non ho cominciato molto bene.”

“Direi di no, ma cosa mi potevo aspettare da te?”

“Perché dici così?”

“Perché sei sempre stato uno stronzo!”

“A dir la verità tu non hai mai capito nulla di me.” “Può essere!” gli dissi un po’ divertita.

[…] “Ma non parliamo più del passato, quello insieme, in- tendo…Parliamo invece di quello che abbiamo fatto negli anni in cui non ci siamo più visti…”

Mentre chiacchieravamo eravamo arrivati davanti al bar. Entrammo.

“Due caf…” feci per dire.

“Due spritz, grazie!” mi interruppe lui. “Ma non dovevamo prenderci un caffè?”

“Beh, sono diventati due spritz.”

“E spritz siano!”, gli sussurrai sorridendo.

Michele aveva sempre la risposta giusta al momento giusto. Ordinammo i due cocktail e ci andammo a sedere con in mano i nostri bicchieri ghiacciati.

Parlammo di questi anni trascorsi senza parlarci. Ci raccontammo le nostre rispettive vite, parlammo del più e del meno come se quel lungo tempo non fosse trascorso.

Mi raccontò del grave infortunio che gli aveva impedito di diventare un nuotatore professionista e di come avesse deciso di intraprendere poi la carriera di istruttore di nuoto. La nascita della piccola Giulia e infine la crisi del suo matrimonio. Sembravamo gli stessi ragazzini che erano diventati amici sulla strada per andare a scuola.

Prendiamo un altro spritz?”

No, un’altra volta magari!” risposi decisa; poi presi sigarette e accendino e li misi in borsa. Ci impiegai almeno mezzo minuto per rendermi conto di avergli lasciato intuire che avevo voglia di rivederlo. Pieno di sé, mi guardò e mi disse:

Te ne stai già andando?” “Sì, è tardi.”

Posso almeno accompagnarti alla macchina?”

Certo!”

La mia Peugeot sembrava distante anni luce dal bar. Quando finalmente arrivammo al parcheggio provai a togliermi dall’imbarazzo con un ciao sputato a denti stretti mentre ro- vistavo le tasche in cerca delle chiavi.

“Ah…così?” Così come?” “Mi saluti così?”

Come dovrei salutarti, scusa?”.

Mentre rispondevo così stizzosa, mi stavo già fiondando verso di lui per baciarlo sulla guancia. Michele provò a darmi un bacio vero. Lo scansai, rivolgendogli un no neanche troppo convincente: mi abbracciò per qualche secondo. Mi staccai in preda al panico, rifugiandomi nell’abitacolo dell’auto. Guardai il telefono e lessi il messaggio di Luca, era fuori con alcuni colleghi a prendere un aperitivo e mi chiedeva se volessi raggiungerlo, lessi senza visualizzare.

Ci vado o no? Pensai. Avevo paura mi si leggesse in faccia che i miei sentimenti per Michele stavano riaffiorando. 

Decisi comunque di raggiungere Luca. Mentre guidavo non riuscivo a smettere di pensare a quello che era appena successo.

Arrivata al bar salutai gli altri distrattamente, baciai Luca sulle labbra. Mi sedetti a fianco a lui e ordinai uno spritz, un altro. Mentre Luca e gli altri parlavano di Dungeons & Dragons e dell’ultimo stupido gioco uscito per la playstation io continuavo a pensare a quell’abbraccio con Michele e a quel bacio mancato. Luca era così preso da quei discorsi inutili che non si accorse neanche che io ero assente. C’ero fisicamente, stavo lì seduta a fianco a lui al solito bar di sempre ma la mia mente era altrove. Lui era troppo distratto e troppo sicuro di noi per accorgersi che mi stavo allontanando. Probabilmente fu in quel momento che decisi neanche troppo inconsapevolmente che tra me e Michele sarebbe accaduto qualcosa. Avete mai sentito parlare della profezia che si auto avvera? Se pensi intensamente e credi che qualcosa accadrà finirai per farlo accadere. Credo che a me sia andata così.

2 gennaio

Scrivo senza fermarmi, senza pensare.

Non so ancora perché ho scelto di scrivere un diario, forse nella speranza che queste mie parole possano aiutare chi vive un incubo simile a quello che ho vissuto io.

Ogni giorno mi alzo e cerco la forza, quella di non chiamarlo, di non tornare in quella comoda prigione potenzialmente mortale in cui mi crogiolavo nella totale abnegazione di me stessa.

Ogni giorno mi parlo, mi rassicuro, mi ripeto di essere final- mente sulla strada giusta.

Muovere questi piccoli passi verso me stessa è stata la cosa più difficile da fare, riappropriarmi di me stessa giorno dopo giorno è difficile, anzi difficilissimo, perché quando ti perdi ritrovarti sembra impossibile. Quando passi mesi a rincor- rere l’amore di qualcuno che ti sta negando non solo l’amore, ma persino la vita, credere che ci sia una via d’uscita sembra utopistico. Ho creduto di essermi persa per sempre.

Oggi so che non è così, so che non mi sono persa e ogni giorno ritrovo qualche pezzo di me, e dico pezzo, perché lui mi ha fatta a pezzi, a migliaia di piccoli pezzi che poi ha na- scosto con cura, per farmi perdere per sempre. La mia lotta quotidiana consiste nel ritrovarli e rimetterli assieme, come da bambina facevo con i puzzle.

Oggi, come da mesi a questa parte sono stata dalla psicologa, e finalmente per la prima volta ho ammesso che non piango più per lui, ma piango per me stessa, piango di rabbia, per avergli permesso di calpestarmi.

Le ho letto quello che avevo scritto, le parole che di getto lo scorso martedì mi erano scivolate giù dal polso, le ho parlato del click nella mia testa, del rancore che ho nei suoi confronti, di lui, che per me non ha più un nome, perché non voglio più neanche pronunciarlo.

Adesso non ho più il desiderio di dimenticarmi di lui, anzi: adesso voglio ricordarmelo per sempre, perché non devo mai dimenticare che nessuno può permettersi di portarmi via, di strapparmi dalla mia essenza, di calpestare e distruggere così la mia anima, la mia vita.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”: così cantava De André e se è vero che i poeti dicono la verità, allora la mia anima adesso dovrebbe somigliare a un prato fiorito, perché nell’ultimo anno ho navigato in un oceano di merda, la sua merda, quella in cui lui mi ha buttata e nella quale sono rimasta intrappolata come dentro sabbie mobili.

Chiudo il quaderno e rimango in silenzio a lisciare un po’ la copertina di pelle nera. Prendo un respiro profondo. Guardo le pareti gialle della mia stanza, la stessa di quando ero bambina, quella in cui sono cresciuta. Nell’angolo a sinistra della porta ci sono ancora incise delle piccole linee: ricordo che obbligavo mio padre a misurare la mia altezza ad ogni compleanno. Lo facevo per vedere quanto fossi cresciuta rispetto all’anno precedente. Avevo così fretta di crescere. Mentre fisso l’ultima linea forse quella dei dodici anni – realizzo che per la prima volta da quando sono tornata a stare dai miei mi sento a casa.

Anna aveva ragione, scrivere mi ha fatto bene.

Durante la nostra ultima seduta mi aveva detto di scrivere ogni qualvolta mi sentissi assalire dal panico e dalla disperazione. Era una specie di esercizio che dovevo fare, una terapia che mi avrebbe aiutato ad attenuare la sensazione di malessere. Ammetto di essere stata scettica quando me lo ha proposto. Questa sera, però, quando quell’orribile sensazione di panico mi ha invaso, ho deciso di provare a seguire il suo consiglio. Aveva ragione: mentre scrivevo sul diario, il mio dolore mi era sembrato già un po’ più sopportabile.

Rovisto sulla scrivania in cerca di un fazzoletto per asciugarmi gli occhi. Mi bruciano. Ormai sono cosciente di tutto quello che è accaduto, eppure mi sembra ancora tutto così irreale. Non sentire più la sua voce. Non ricevere più un suo messaggio. Stare senza di lui. Ci riuscirò? Ogni volta che il pensiero torna a lui mi si chiude la gola. Mi manca l’aria. Quella sensazione di sollievo che mi aveva pervaso una volta chiuso il quaderno di colpo mi abbandona. Sprofondo di nuovo nel buio. Mia mamma appare sulla porta.

“Vittoria, tutto bene?”   

“Sì, mamma!”

Mi guarda e mi rifletto nel blu dei suoi occhi. Io     non sono capace di mentire, lui forse su questo dissentirebbe,           ma i miei occhi parlano sempre, anche quando io vorrei farli tacere.

“Piangi?”, mi chiede con la voce cambiata.

“Sì, mamma, piango, perché non è per niente facile, perché non so da che parte ricominciare e perché una parte di me, porca puttana, continua ancora a sperare…”

Gli occhi sono di nuovo ricolmi di lacrime che non riesco più a ricacciare indietro. Lei mi guarda con comprensibile disapprovazione. E io la comprendo davvero.

“Vittoria, io non so proprio dove sia finita la tua intelligenza!” “Mamma, ti prego…”

Dalla sala in quel momento arriva autoritaria la voce di mio padre: “Claudia, smettila, le serve tempo, non tormentarla!” Grazie, papà…penso tra me e me.

Mia madre si chiude alle spalle la porta della mia stanza, mentre io mi alzo dalla scrivania trascinandomi verso il letto. Clara non è ancora rientrata a casa, avrei così tanto bisogno di lei adesso.

Mi stendo sul letto. Fisso il soffitto. I pensieri corrono, ma io vorrei che si fermassero. Vorrei che a un certo punto anche i pensieri si stancassero di ripetere sempre il solito giro vertiginoso. Non li sopporto più. Non mi sopporto più. Mi rigiro nel letto. Lui è lì, lui è nella mia testa. Io non riesco a fare pace con tutta questa storia. Non riesco a capire.

Ho sempre avuto bisogno di capire.

Due anni prima

Lo stavo facendo davvero? Non ci potevo credere. Come mi era venuto in mente? Dire a Luca che mi sentivo male e staccare il telefono. Dovevo aver perso completamente la testa. Non avrebbe mai potuto reggere come scusa. Luca era fuori per lavoro, almeno così mi aveva detto, e non sarebbe rientrato fino a lunedì questo un po’ mi tranquillizzava.

No, non avrebbe mai retto come scusa. “Merda!”, esclamai guardando l’orologio, se non mi fossi sbrigata avrei fatto tardi all’appuntamento con Michele.

Non mi sembrava vero, stavo uscendo con lui, e lo stavo facendo di nascosto. Avevo un amante? Non ancora. Fissai la mia immagine riflessa nello specchio, concentrandomi nel dare un po’ di volume ai miei capelli troppo lisci,      poi passai il rossetto rosso sulla bocca. Non mi era mai piaciuta la mia bocca, troppo piccola, certo abbastanza carnosa, ma comunque troppo piccola. Avevo come l’impressione di non essere io quella riflessa, mi sembrava di essere un’altra. Nella mia testa continuavo a ripetermi che in fin dei conti non c’era stato niente, c’eravamo semplicemente scambiati dei messaggi, certo, ma questo non implica l’aver commesso un peccato. Non ci eravamo neanche baciati, non ancora. Anche se lui ci aveva provato dopo il nostro caffè che poi era diventato uno spritz. Sorrisi al pensiero. Alle nove in punto mi stavo già dirigendo verso Piazza dei Cavalieri. Si avvicinava il Natale e Pisa era più bella del solito. Le luci e i colori erano più caldi, adoravo quell’atmosfera. Lo vedevo in lontananza. Il cuore era già balzato in gola. Man mano che mi avvicinavo il battito del mio cuore accelerava sempre di più. Credevo mi sarebbe uscito dal petto. Ero davanti a lui. Timida e impacciata, esattamente come anni fa. Abbozzai un sorriso.

“Ciao, come stai?” gli dissi così piano che per qualche istante pensai che non mi avesse sentita.

“Ciao Viki, sto bene, e tu?”

“Benegrazie!”, esclamai tutto d’un fiato. Porgendogli frettolosamente la guancia.

Calò uno strano silenzio. Ero imbarazzata, probabilmente lo era anche lui, era tutto così strano, surreale. Avete presente quella sensazione di vuoto e di disumano silenzio dentro al petto, scandito solo dai battiti del cuore? Era quello che capitava a me in quel momento. Provai a rompere immediata- mente quel silenzio fastidioso:

“Non passiamo di qui per favore, potrebbero vedermi…”

“Io non ho problemi, questa per me è una zona sicura, difficilmente potrei incontrare qualcuno che mi conosce”, disse con la sua solita sicurezza. Aggrottai le sopracciglia.

“Mi fa piacere per te, ma io qui ci abito, non sarebbe carino se Luca lo sapesse dal barista che ci fa il caffè tutte le mattine, sai?”, il mio tono era diventato decisamente sarcastico. “Scusami, potresti essere un po’ meno acida, eh! Adesso ci credi, hai visto? Sono qui.”

“Sì, ti vedo, adesso ci credo!”, aggiunsi con un tocco di amarezza. Quando realizzai che era proprio lui, come l’avevo bramato, lui a fianco a me, aggiunsi:

“Sei sicuro di essere tu, vero?”

“Scema, non te ne accorgeresti se non fossi io?”, mi diede una leggera spallata e sorrise. Era così bello quando sorrideva. Quel dannatissimo sorriso. Sorrisi anche io, in maniera incontrollata. “Quando sorridi sei più bella, lo sai?”

Le mie guance si infiammarono. Mi rannicchiai dentro le spalle, abbassando istintivamente lo sguardo.

Possibile che mi facesse ancora quell’effetto? Possibile che

davanti a lui mi sentissi sempre così impacciata? Provai in fretta a dire qualcosa per distrarlo dal rossore delle mie guance:

“Hai delle idee su dove andare a cena senza essere visti da occhi indiscreti?”, dissi precipitosamente, ma dalla sua risposta capii che il mio tentativo era fallito miseramente. “Ancora ti imbarazzi così tanto? Non sei cambiata per niente.”

2022-03-07

Aggiornamento

Vuoi conoscere meglio la protagonista del mio romanzo? Lo spiego nel mio ultimo post ⬇️ https://www.instagram.com/p/CarlothApXV/
2022-03-04

Aggiornamento

https://www.instagram.com/p/CarlothApXV/?utm_medium=copy_link

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Francesca Bertolini
Nata ventinove anni fa a Carrara, cresciuta nella capitale del marmo e da quasi tre anni adottata dalla città di Milano.
Da sempre affascinata dallo studio della semantica, della linguistica e della comunicazione tout court. Studia Lettere Moderne e si laurea con una tesi in Filologia Medievale Umanistica. Amante del mare, della cucina e dell'arte in tutte le sue forme. Attualmente lavora presso un’azienda milanese, riuscendo sempre a coltivare la sua passione più grande: la scrittura.
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