CAPITOLO 6
LA DIETA DEL FANTINO
Quando mio papà era al lavoro, amava fare battute ai suoi clienti del negozio, spesso, parlando di diete, citava una ipotetica “dieta del fantino”. Alla domanda dei suoi interlocutori su cosa fosse la dieta del fantino rispondeva ridendo: “Ti legano dietro un cavallo e poi lo lanciano al galoppo fin quando non perdi peso”. Ricordo con un po’ di amarezza mio padre, non sono stato abbastanza presente nella sua vita, così come lui non lo è stato nella mia. Ricordo la sua pancia pronunciata, molto pronunciata, tuttavia vantava analisi del sangue impeccabili. Era in buona salute. Aveva un fare pacato, movenze lente e parole dosate, soprattutto in casa. La sua dieta consisteva nel mangiare tutto ciò che voleva, ma solo durante i pasti. Era obeso ovviamente e non gli importava molto di avere un aspetto migliore di quello che aveva. Ho cercato, per quanto possibile di non seguire il suo esempio. Dopo l’ incidente, pesavo 58 chili e avevo perso tutta la muscolatura per via del trauma, degli interventi e dei giorni di ricovero. Mi consigliarono di rinforzare il braccio, così iniziai ad andare in palestra. È stata dura e ancora oggi lo è! Frequentare il tempio del culto del fisico con un corpo segnato da molte cicatrici e con alcuni movimenti limitati ti porta alla mente costantemente i tuoi limiti. Sono stato tenace e perseverante e, nemmeno a dirlo, la cosa mi era sfuggita di mano e, in poco tempo, fui ossessionato dai pesi. Iniziai a crescere e ad usare integratori, per vedere fino a che punto potessi migliorare. Sono diventato discretamente fisicato e onestamente mi sono sentito davvero bene. Mi apprezzavo e venivo apprezzato. Ero in salute, ero in forma. In quel periodo c’era la credenza che bisognasse mangiare solo proteine per crescere, perciò così facevo. Ad un certo punto, tuttavia, smisi di migliorare e iniziai a prendere peso e a non essere così in forma come prima. Non ho le conoscenze per dirvi quale sia la dieta giusta per ognuno di voi, ma vi consiglio di rivolgervi ad un professionista. Ne ho consultati circa una dozzina negli anni. Mi sono serviti tutti, ho perso peso, poi l’ho ripreso, più e più volte. Oggi posso semplicemente dire che la soluzione migliore è un equilibrio sostenibile. Trovate un professionista moderato che sia attento ad ogni aspetto della vostra vita e non soltanto a quello visivo. Quando seguivo le diete, ero ossessionato dal cibo, perennemente in privazione e non vedevo l’ora che arrivasse il sabato per poter avere il mio pasto libero. Oggi mangio consapevolmente tutto ciò che la mia nutrizionista mi ha consigliato, cerco di non esagerare e se lo faccio mi dico “Sticazzi Jack, quanto è stato bello!”. Fate pace con voi stessi, sappiate che cosa state introducendo nel vostro corpo, siate consapevoli delle schifezze che mangiate e pian piano cambierete atteggiamento. Il senso di colpa che vi pervade dopo aver mangiato un dolce è più dannoso del dolce stesso. Mangiate con il sorriso, non parlate di problemi, mentre mangiate, ma siate sereni e consapevoli. Il vostro corpo è davvero fantastico, sapete? Se voi aveste una Ferrari e nel serbatoio metteste della porcheria non partirebbe nemmeno. Invece noi introduciamo cibo spazzatura, più o meno frequentemente e ci svegliamo ogni mattina. Provate a pensare a cosa potremmo fare se mangiassimo degli alimenti di qualità. Cercate di mangiare bene, lo dovete a voi stessi. Amatevi! Ve lo meritate.
Ricapitolando:
- Mentre mangiamo, non parliamo di problemi (se siamo da soli, cerchiamo di non pensare ai problemi)
- Cerchiamo di mangiare cibi sani e siamo consapevoli di ciò che mangiamo
- Non improvvisiamo le diete, la nutrizione è una scienza, ognuno ha il suo approccio
- Sorridiamo, sempre
CAPITOLO 26
SALIRE SULLA PROPRIA CARRIOLA
Quando ho deciso di scrivere settantasette capitoli, pensavo di avere molteplicità di cose da scrivere. Arrivato più o meno ad un terzo dell’opera, mi sto rendendo conto di quanto sia ancora lontano dal compiere la mia impresa. All’età di diciannove anni, ricevetti una corposa somma di denaro, come risarcimento assicurativo a seguito del mio incidente. Indeciso sul da farsi e pieno di voglia di rivalsa, decisi di aprire una mia attività. L’esempio dei miei genitori e della loro florida attività con il loro negozio di alimentari mi ha dato l’ispirazione. Sapete? Ogni cosa sembra facile da fare, se si guarda farla da qualcuno capace. Senza chiedere aiuto a nessuno, andai a cercare un negozio, dove avviare la mia attività. Negli anni ‘90, nelle grandi città, iniziavano ad aprire i primi negozi che vendevano tutto a mille lire. Non avevo la minima idea di come si dovesse fare il lavoro che volevo intraprendere ma ero pieno di entusiasmo. Immaginavo già il mio negozio pieno di persone, che compravano e io che guadagnavo soldi come un vero imprenditore. La mia idea era di aprire un negozio in cui le persone potessero trovare oggetti di ogni tipo a prezzi convenienti. Andai cercare i miei fornitori, che avessero degli stock di merce varia da comprare a poco prezzo. Acquistai l’arredamento e poi iniziai. Avevo trovato uno stock di abbigliamento, degli oggetti vari per la casa, scarpe, occhiali da sole, oggetti di elettronica, e altro. Avevo conosciuto una persona che ritirava l’invenduto della famosa rivista Postal Market. Da lui acquistavo merce varia con l’intenzione di rivenderla. La realtà non fu per nulla come me l’ero immaginata. Le spese di gestione erano altissime e la gente non veniva a comprare nulla. Rimasi aperto giusto il tempo di finire ogni risparmio e poi chiusi bottega. Trovai altri lavori, alternando periodi in cui lavoravo con i miei genitori. Dopo circa sette anni, cominciai a lavorare come addetto al reparto carni di un supermercato. Gli ordini del reparto macelleria di quel punto vendita erano gestiti direttamente da noi addetti. La carne era di ottima qualità e il prezzo era davvero molto basso, rispetto alla media dei fornitori
delle zone limitrofe. Questo mi spinse a chiedere al titolare dell’ingrosso se avessimo potuto collaborare insieme, nel caso in cui avessi voluto mettermi in proprio. Ovviamente lui acconsentì ed era contento di questa mia scelta. Era un signore corpulento con uno spiccato accento bresciano. Quando mi stringeva la mano, sentivo tutta la sua forza. Pochi mesi più tardi si presentò l’occasione di rilevare una macelleria vicino al negozio di alimentari dei miei genitori. Sono andato in banca a chiedere il mio primo prestito, perché tutti i soldi che avevo erano finiti in gran parte per il primo progetto fallito. Ero convinto di poter fare la differenza con un prodotto di qualità ad un prezzo più conveniente. Avviai tutte le pratiche per aprire il mio negozio e anche questa volta, pieno di entusiasmo chiamai il fornitore per fare il mio primo ordine. Rispose al telefono e mi disse che c’era un problema, il titolare del supermercato in cui lavoravo, gli disse che se mi avesse dato la carne, lui non avrebbe più acquistato da lui. Era dispiaciuto, ma mi spiegò che non poteva rischiare di perdere tutti quei soldi. Avevo una macelleria e non avevo il fornitore di carne. Ottimo inizio direte voi. Il papà di un mio amico aveva un piccolo macello e mi affidai a lui per avere la carne. Costava esattamente il doppio rispetto al fornitore, che avevo scelto e dal quale ero stato scaricato. Guadagnavo pochissimo, non coprivo le spese. Avevo speso tanti soldi per fare i miei volantini. Li ho voluti a colori, non come quelli che si vedevano in giro. I miei erano stampati su entrambi i lati. Erano davvero belli. Non servirono un granché. Avevo 25 anni e mi piaceva molto godermi la vita. Restavo aperto solo la mattina, perché nel pomeriggio andavo in giro. Non ho dato il massimo. Mi sono arreso, quando il fornitore mi disse che non mi poteva fornire la carne da vendere. Oggi sarei andato in macchina a comprare la carne o avrei mandato chiunque a prenderla al posto mio. E oggi direi a quel ragazzino di tenere aperto il negozio tutti i giorni anche nel pomeriggio. Come avrete intuito, chiusi anche questa seconda attività. Una volta chiuso il mio negozio, il mio orgoglio mi ha spinto a cercare lavoro fuori dall’ambito familiare. Mi sembrava umiliante andare dai miei genitori a lavorare. Mi sentivo un fallito. Trovai lavoro presso un’agenzia interinale, che prestava lavoro ad una società partecipata del comune della mia città, che si occupava di igiene urbana. Sei andato a fare lo spazzino? Sì, amici miei, e anche con
orgoglio! I primi mesi, in cui non avevamo ancora il permesso di uscire per strada, ci facevano fare dei lavori all’interno dell’area, in cui vi erano i mezzi, i depositi e i rifiuti divisi per categorie. Era ottobre e pioveva forte. Indossavo una mantella gialla di gomma molto spessa, che limitava i movimenti. Avevo i guanti, gli stivali e usavo una grande scopa di saggina per pulire un enorme piazzale. Ero solo e il destino mi diede una lezione, che ancora non dimentico. Assieme all’immondizia, che stavo ammucchiando in piccole montagnette per poi raccoglierle, c’era un mio volantino. Mi sono fermato, ho raccolto quel volantino bagnato e sono scoppiato a piangere. In uno dei miei libri letti in questi anni, il fondatore della Dale Carnegie Italia, Sergio Borra, racconta una storia, che, a mio avviso, è fantastica. In un paesino di provincia, arriva un artista di strada. Va dal sindaco di quel paese e gli dice di essere in grado di mettere una stretta tavola di legno tra due palazzi e di passare da una parte all’altra, portando una carriola. Il sindaco, incredulo, dice che l’impresa è difficile da compiere e manifesta la sua perplessità. L’artista di strada lo convince e dice di organizzare una festa in paese, affinché tutti siano testimoni di quel prodigio. Il sindaco si convince, chiama la banda musicale, chiude il traffico e invita tutto il paese ad assistere all’evento. Il funambolo si prepara, tutto il paese tiene il fiato, un primo passo, poi un altro e piano piano l’artista arriva dalla parte opposta con la carriola. Non appena l’uomo arrivò al sicuro sul palazzo di destinazione, il paese esplose in un boato di applausi e la banda iniziò a suonare. Il sindaco salì sul palazzo per complimentarsi con quell’uomo straordinario.
“Bravo! Bravissimo! All’inizio non credevo che ce l’avrebbe fatta ma ora sono davvero contento di averle dato ascolto!” – disse il sindaco con voce piena di entusiasmo. Il funambolo lo guardò e gli disse: “Lei prima non mi credeva, ma ora è convinto che io sia in grado di farlo ancora?” – “Ma certo!”
– rispose il sindaco – “E se le dicessi che io sono in grado di tornare indietro, ma questa volta con la carriola piena, lei mi crederebbe?” – “Assolutamente sì! Sono sicuro che sarebbe capace di farlo”, replicò il sindaco. Il funambolo lo guardò, impugno i manici della carriola e gli disse:” Bene allora salga su!”. Oggi se penso ai miei progetti passati, probabilmente non salirei mai su quella
carriola. Spesso siamo talmente presi da risolvere problemi inerenti alla realizzazione di un nostro sogno, che ci dimentichiamo di chiederci quanto crediamo in ciò che stiamo inseguendo. Il sogno è davvero il nostro? O è ciò che si aspettano le persone che ci hanno accompagnato in questo viaggio fino a questo momento? Voi salireste sulla vostra carriola?
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.