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Vademecum per piccole carogne

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Un bidello di una scuola elementare conduce un’esistenza fatta di gesti ripetuti, pulizia meticolosa e silenzi. Nulla sembra poter incrinare l’equilibrio fragile ma ordinato del suo mondo, finché una notte un incontro inatteso lo costringe ad affacciarsi su una realtà diversa. Gli viene proposto un patto singolare: assistere, nell’arco di cinque giorni, a cinque “carognate”, atti crudeli nella loro banalità, inflitti da persone comuni ad altrettante vittime inconsapevoli. Nessuna violenza plateale, nessun clamore. Solo piccoli gesti capaci di lasciare segni profondi.

In un mondo dove il Male non urla ma sussurra, e dove l’innocenza convive con l’opportunismo, ci si interroga su responsabilità, desiderio e compromesso, perché anche le scelte più insignificanti, a volte, hanno un prezzo. E non sempre chi osserva può dirsi innocente.

Sabato, prima di mezzanotte

Sebbene il Creatore non gli avesse concesso il dono dell’immaginazione, Orazio Marchedini, bidello della scuola elementare Leonardo da Vinci, si chiese se stava sognando quando, accesa la luce, trovò un estraneo in cucina, accomodato su una sedia con un piattino carico di semi di zucca davanti a sé.

Orazio sentì i muscoli del corpo sfilacciarsi, ma riuscì a mantenere l’equilibrio e non disse nulla.

L’ospite inatteso si era voltato verso di lui, lo aveva soppesato con indolenza ed era tornato a contemplare il lavandino alla sua sinistra.

Orazio si era svegliato perché aveva sete, ma viste le circostanze rinunciò ad avvicinarsi al rubinetto. L’unica cosa che il buon senso gli ordinò di fare fu di sedersi dalla parte opposta del tavolo.

Studiò l’intruso, stringendo gli occhi feriti dalla luce del lampadario.

Era convinto di non aver mai visto né conosciuto quell’uomo, anche se non poteva esserne certo.

L’estraneo aveva la barba di un giorno, della stessa lunghezza dei capelli tagliati con il rasoio elettrico, dando l’impressione che non ci fosse un vero confine tra il nord e il sud del suo volto. Le braccia erano prive di peli, e benché fosse inverno, l’uomo indossava solo una polo azzurra da golfista.

Orazio cercò di ammucchiare le bucce dei semi di zucca allungando le braccia sul tavolo, ma senza invadere lo spazio dell’intruso. Mosse le labbra per chiedergli chi fosse, ma in quel momento l’uomo si sollevò dalla sedia. Orazio si irrigidì. L’estraneo si limitò a infilare una mano sotto il tavolo. La risollevò dopo qualche istante: tra le dita stringeva un foglio a quadretti.

Sopra c’era scritto: “Mi dica qualcosa, please

Orazio s’inceppò sull’ultima parola. Era sicuro che fosse scritta in inglese, ma non sapeva come pronunciarla, visto che a scuola lo avevano esonerato dallo studio delle lingue straniere, per lui troppo complicate.

L’uomo riprese il foglietto e lo fece sparire da dove lo aveva preso.

«Mi scusi, dove ha trovato i semi di zucca? Pensavo di averli finiti» disse il bidello con una voce impacciata, simile a quella di un bambino della seconda C quando gli chiedeva di accompagnarlo in bagno.

Solo in quel momento notò la luce del forno accesa, riflessa nel piccolo crocifisso d’argento sul lobo sinistro dell’estraneo. Il quale sfoggiò un sorriso bonario dall’ampiezza invidiabile, senza però mostrare i denti, che sporgevano in maniera non comune per un sapiens.

«Grazie» disse, incrociando le mani sul petto. «Se non iniziate voi a parlare, per noi è impossibile farlo.» Si passò la lingua sui denti e fece l’occhiolino al bidello. «Sa, alcune cose non cambiano sotto il cielo né sopra di esso. Le regole sono regole, ab aeterno gloria Dei

L’uomo appoggiò il braccio destro sul tavolo, scoprendo un tatuaggio sul deltoide. Orazio iniziò a fissarlo con le labbra semiaperte. Quando non capiva qualcosa, smetteva di respirare dal naso senza accorgersene, aprendo così la bocca. Era un riflesso condizionato, che lo accompagnava dalla tenera età in cui i bambini iniziano a chiedere il perché delle cose, seguito da un tic tra i più comuni: la gamba ballerina, ora in movimento.

L’intruso si accorse dell’attenzione destata dal tatuaggio e grattandosi le scapole disse:

«Ammetta che siamo oltre la pop art e abbiamo doppiato il ciarpame intellettualoide dell’arte contemporanea. L’ha disegnato un mio amico: mano fina e di un’irriverenza squisita, pieno d’idee barocche. Ammetta di non aver mai visto la testa di Che Guevara sul corpo obeso del Buddha, con una nuvola da fumetto, dove c’è scritto: “Hasta el Nirvana siempre”. Al primo non sarebbe piaciuta, era di una serietà ammorbante, mentre il secondo ne avrebbe riso, chiedendomi però di spiegargli cosa fosse il Nirvana. E mi permetta un caustico ah! ah!, più che altro di scherno.»

Il bidello non reagì.

«Dove eravamo rimasti?» chiese l’estraneo. «… Yes! Ai termini del contratto, my lord

Orazio appoggiò una mano sulla gamba per placarne l’isteria.

«Mi scusi, dottore,» disse «quale contratto?» Era abituato a chiamare le maestre e il preside della scuola con il loro appellativo post laurea. Nessuno gli aveva mai chiesto di fare altrimenti, e a lui quella parola piaceva, perché era più pratica da ricordare di tanti nomi propri.

L’intruso si diede un colpetto sulla fronte.

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Francesco Montori
Nasce a Bologna e si laurea in Lingue straniere. Vive in diversi Paesi, fra cui Francia, Polonia, Egitto e Siria. Dopo la crisi economica globale, ottiene un master in Germania e inizia a lavorare a progetti internazionali, in Africa, Medio Oriente e Caraibi. Vive tuttora in Olanda con la sua famiglia. Vademecum per piccole carogne è il suo secondo libro.
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