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Venti Racconti e un Velo di Mistero

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Consegna prevista Gennaio 2027
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È una raccolta di venti racconti ognuno indipendente dall’altro. Parlano di mare, di montagna, del passato, del presente ed anche di un’avventura nel futuro. C’è un misterioso motociclista notturno, una tenace donna siciliana, una Baita nella bufera, un’anziana Contessa vedova, la rocambolesca fuga di un uomo esausto, due gemelle misteriose, la singolare eredità di un anziano emigrato negli USA, un Capodanno attorno al mondo e tanti altri personaggi in luoghi diversi. Alcuni di questi racconti sono avvolti da un velo di inquietante mistero, da un particolare che suscita un interrogativo che rimane senza risposta.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è stato scritto in tempi diversi. I primi racconti sono stati scritti almeno 10 anni fa, gli ultimi nei mesi scorsi. Ogni racconto è indipendente dagli altri e i personaggi sono frutto della mia fantasia, nessuno di loro è riconducibile ad una persona veramente esistita. Naturalmente, il libro è una specie di disordinato riassunto della mia vita, una luce gettata su situazioni e persone che ho vissuto e conosciuto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

UNA DOMENICA DI FATICA

Il gruppo ha appena attaccato la salita della Benedetta ed è ancora tutto compatto, nessuna fuga, anche se la corsa è iniziata già da cinque ore e mancano solo 40 chilometri all’arrivo. Davanti ci sono quelli buoni, quelli che devono vincere, ormai si guardano negli occhi, si controllano a vista. I gregari hanno già fatto la loro parte, hanno portato il proprio capitano sano e salvo fino alla Benedetta, ora è lui che deve calare le proprie carte e, se non lo farà, le calerà uno dei suoi avversari ed il capitano deve essere lì, pronto a fuggire o ad inserirsi nella fuga buona, quella che arriva fino in fondo. Ogni segnale è importante: c’è chi ha gettato le scorte che teneva avvolte sulla schiena, chi beve, chi si gira attorno, chi guarda indietro cercando nervosamente un compagno o un temuto avversario. Quando uno cambia o si alza sui pedali, gli altri si allarmano, può essere il segnale decisivo. I primi tornanti sono duri, il fiato è affannoso ed è difficile prendere il passo giusto. Ognuno cerca di capire che rapporto stanno usando gli altri per non farsi trovare impreparato al primo scatto. La salita sarà lunga, venti chilometri in tutto, fino ad arrivare al Santuario della Benedetta, poi giù, per quei dodici chilometri di folle picchiata e poi ancora gli ultimi otto chilometri di falsopiano fino a Castelnuovo, al traguardo.

Rinaldo è lì, davanti, con i buoni. Lui non è il capitano della squadra, quello è Massimo, che, però, oggi non si sente tanto bene, ha le gambe molli: ha chiesto perciò di avere a fianco solo due o tre gregari per aiutarlo nella salita e ha dato carta bianca a Rinaldo, Bernardo e Giuseppe di inserirsi nella testa della corsa per cercare di vincere la gara. Bernardo ha 20 anni e Giuseppe 21 ed è giusto che due giovani così forti possano tentare di vincere. Rinaldo invece di anni ne ha 32 e sa che questa potrebbe anche essere la sua grande occasione. Vincere il Trofeo delle 6 Provincie non è cosa da poco, se sei un giovane ci può scappare un contratto con una squadra professionista, se sei un vecchio avrai qualcosa da raccontare ai nipoti.
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Davanti a Rinaldo c’è Simonelli, va su come una macchina, non si alza mai dal sellino, non parla, sembra non fare fatica, non beve, si direbbe che non sudi neanche. È un ragazzone scuro di capelli, di pelle e di carattere, rispettato per la sua forza e bravura ma senza neppure un amico dentro e fuori la squadra. A fianco a Simonelli c’è Cartoni, una vera promessa del ciclismo, ancora giovanissimo ma con una gran personalità. Purtroppo è fatto per le lunghe corse in linea e non si capisce perché non abbia tentato di fuggire prima, in pianura, lui che ha le gambe così buone ed una squadra formidabile. C’è anche Taramagno, con il suo ciuffo di capelli rossi e la voglia di vincere davanti al suo pubblico. I battistrada cercano di occupare tutta la larghezza della carreggiata per evitare che uno dei favoriti possa lanciare un attacco partendo da dietro, senza essere visto. Non occorre tanto, bastano venti metri liberi, cambi, metti un rapporto duro, ti alzi sui pedali e bruci tutti, li infili secchi. Ma ancora nessuno lo ha fatto, il gruppo è nervoso, attento ma ancora compatto. Ai fianchi della strada i tifosi incitano i corridori, fanno foto ed applaudono. Le due motociclette della Polizia fanno da apripista e i due poliziotti si sbracciano per fare largo ai corridori.

Il ritmo delle pedalate, prima stanco, si è fatto più incalzante e sempre di più tutti si rendono conto che deve succedere qualcosa. Ecco, uno scatto di uno della Ottoleni, si riconosce per la maglia gialla. Subito Taramagno gli si mette a ruota, così anche Giuseppe, poi tutti gli altri, e la fuga muore sul nascere, ma è stato come dare fuoco ad una miccia: ora gli scatti si susseguono a ritmo forsennato. Ogni volta che uno scatta viene ripreso, ma l’inseguitore si trasforma in attaccante, così, appena raggiunto il fuggitivo, il ritmo non cala, aumenta. Rinaldo è lì, le gambe tengono, il fiato pure e anche se non ha mai tentato uno scatto, è però lì davanti, con ancora tutto da giocare. I primi hanno già svoltato il primo tornante della Malberta: è il primo di una serie di sette tornanti terribili, da tagliare le gambe. Dopo l’ultimo tornante c’è l’Osteria della Malberta, con il suo parcheggio che traboccherà di auto e tifosi ansiosi di veder transitare gli eroi della domenica. Di solito nessuno tenta la fuga alla Malberta, è un tratto così duro che ognuno pensa solo a passare indenne, ed è già tanto. Quest’anno non è così. Appena svoltato il terzo tornante, un giovane, piccolo, magro, con le gambe storte, si alza sui pedali e scatta facendo ondeggiare la bicicletta a destra e a sinistra ad ogni colpo di gamba. Rinaldo non sa chi sia, non è Simonelli, neppure Cartoni e nessuno dei capitani. Si legge bene la scritta sulla schiena del ragazzo: “Cementi Lapella”. Per qualche istante il gruppo resta folgorato da questo gesto atletico prepotente ed inatteso. Il ragazzo non si è ancora seduto ed è già all’imbocco del quarto tornante quando Taramagno dalla seconda fila urla:” Merda!! Lasciatemi andare o pedalate!!!” Giuseppe si scuote, guarda per un attimo Simonelli, mette un rapporto più duro e poi scatta sbuffando. Lo seguono tutti, Cartoni, Taramagno ed anche Rinaldo. Sotto il quarto tornante Rinaldo alza lo sguardo e scorge tra le gambe dei tifosi il ragazzo della Lapella, ancora sui pedali. Sarà almeno sei metri più in alto di lui e la folla lo incita persino brutalmente urlandogli nelle orecchie ad ogni metro. La rincorsa è faticosissima. Davanti Simonelli pedala senza posa, rabbioso come al solito, dietro di lui gli altri serrano i denti e cercano di non perdere il contatto. Alle loro spalle il gruppo è spezzato: davanti i dieci che inseguono il fuggitivo e, dietro, gli altri che continuano la grande fatica con il passo che hanno scelto di tenere, senza nessuno da prendere e nessuno da staccare. In vista della Malberta il giovane battistrada si siede di nuovo sul sellino. Ha pedalato come un forsennato per più di due chilometri senza mai mollare, senza mai girare lo sguardo per vedere cosa succedeva alle sue spalle. Appena seduto di nuovo sul sellino è come se le energie gli fossero sparite. La ruota davanti ondeggia un poco perché la velocità diminuisce ed i pedali sembrano di marmo. La folla se ne accorge e lo incita, qualcuno tenta anche di spingerlo ma il Direttore di Gara, dall’alto dell’Alfa cabriolet, urla al megafono di lasciare stare il corridore. I dieci inseguitori si accorgono che il giovane è in difficoltà ed aumentano il loro ritmo per raggiungerlo il prima possibile. Un istinto animale li spinge a gioire internamente nel vedere la preda in difficoltà, sapendo che ormai non avrà scampo. Cinquanta metri dopo la Malberta i dieci passano il giovane che è aggrappato al manubrio, con la schiena curva che ad ogni pedalata oscilla di qua e di là. Neppure uno sguardo, neppure una parola: passato questo pericolo, i dieci continuano a marcarsi l’un l’altro senza mai distrarsi dal loro unico scopo: vincere la gara. Rinaldo non crede a quello che sta succedendo, è lì con i primi, è scattato anche lui su per i tornanti e non è suonato, sta bene, sente che ha birra nelle gambe. È in seconda fila, dietro Simonelli che ad un tratto, senza alcun preavviso, si alza e scatta. Rinaldo gli si incolla alla ruota e non vede altro se non la schiena di quel giovanottone antipatico ma fortissimo. Dietro nessuno è stato così pronto come Rinaldo, ma Cartoni e Taramagno scattano dai lati opposti della strada per poi trovarsi dopo 500 metri assieme alla rincorsa delle due lepri. Simonelli ora è seduto e tiene un rapporto impossibile; come sempre è composto, senza espressione, determinato, crudele. Per non perdere la sua ruota Rinaldo deve ogni venti pedalate alzarsi sui pedali perché non riesce a salire con un rapporto così duro. Mancano quattro chilometri alla Benedetta e tutto può ancora succedere. Simonelli non si è girato per vedere se qualcuno lo ha seguito: sa di essere forte e lo dimostrerà vincendo. Le azioni precedenti hanno solo lavorato in suo favore, hanno contribuito a demolire la resistenza degli avversari. Non chiede il cambio, non si fida di niente e di nessuno, vuole comandare lui la gara ed imporre il suo ritmo. Rinaldo ogni tanto arranca e sta per finire l’acqua nella borraccia, ma sente di poter ancora resistere, magari fino in alto. Dietro, Cartoni e Taramagno si aiutano a vicenda nella rincorsa ma sono staccati ormai più di un minuto. I due si sono messi d’accordo: ci si aiuta fino alla Benedetta, poi ognuno è libero di fare come vuole. Ancora più ritardati tutti gli altri, che ora salgono senza più speranze, regole e riferimenti. Ad un chilometro dalla vetta Simonelli si gira e vede Rinaldo, si gira ancora per vedere e lo guarda incredulo, come a chiedersi come mai lui lo segua; poi si porta dall’altra parte della strada per vedere se dietro l’auto del Direttore di Gara si scorga qualcuno dei capitani, magari Cartoni, Taramagno o Sitella, un suo gregario che se ne è andato dalla squadra tre anni fa dopo un violento litigio proprio con Simonelli. Nessuno, Simonelli non vede nessuno di quelli che credeva capaci di tenere il suo passo, c’è solo questo tipo col naso lungo, un gregario che lui avrà visto in cento corse ma del quale non conosce neanche il nome. Intanto Rinaldo è passato in testa e fa l’andatura. Subito Simonelli lo passa di nuovo senza una parola e continua con la sua pedalata pulita, rotonda, elegante e martellante. “Se vuole stare davanti, meglio per me – pensa Rinaldo – non devo preoccuparmi di niente, solo di pedalare, tanto oggi sono in forma, sono fresco, vado proprio bene.” In vetta i due hanno quasi due minuti da Cartoni e Taramagno e tre da tutti gli altri. Di solito le ultime pedalate di una salita si danno per inerzia, senza troppa energia, tanta è la voglia di abbandonarsi alla discesa. Non è così per Simonelli, che, giunto sulla spianata della Benedetta, taglia il traguardo della montagna senza cambiare passo e si getta pedalando in discesa continuando ad accelerare fino a quando il primo tornante lo obbliga a tirare i freni. Dopo il tornante, via, ancora pedalate fino a quello seguente. Rinaldo si getta dietro Simonelli senza pensare al pericolo di imboccare quella discesa ripida, rabbiosa, con quella foga.  “Ma perché lo fa? Ha paura di me? Mi vuole staccare? O forse ha paura che gli altri lo prendano?” In effetti, dietro, Cartoni e Taramagno a loro volta si sono precipitati nella discesa senza risparmiare un solo colpo di pedale. Ogni tanto guardano avanti, per scoprire dove sono Simonelli e Rinaldo ma non li vedono, sentono solo il rumore delle moto della Polizia, più giù, dopo qualche tornante. Scendere a quella velocità è già folle, ma il pericolo è aumentato dal vento. Una volta passato il colle della Benedetta, i corridori hanno scoperto che nell’altra vallata tira un vento forte, costante, teso. Scendendo lungo la discesa il vento è prima a favore e poi contrario alla corsa ma è comunque molto pericoloso e Rinaldo fatica spesso a tenere gli occhi bene aperti. Nelle curve Simonelli si piega come un uccello in picchiata e Rinaldo lo segue da dietro nella sua azione folle ma pulita, perfetta. “Di sicuro non sarò bravo come lui, ma gli sono dietro, sono qui.” L’ultimo tratto di discesa è dritto, senza curve e Simonelli lo compie piegato sulla canna della bicicletta, senza mai scomporsi; Rinaldo gli è dietro come un’ombra e segue tutti i suoi impercettibili ondeggiamenti.

Finalmente sono a valle, passano il ponte di pietra sul torrente Mera dal quale inizia la salita non ripida ma costante fino a Castelnuovo: sono otto chilometri in mezzo ai campi, ai vigneti ed alle case di campagna. Subito dopo il ponte Simonelli si gira di scatto, vede Rinaldo, si gira dall’altra parte, sputa, cambia il rapporto ed inizia a tirare. Rinaldo gli sta sempre in coda. I muscoli si sono raffreddati nella pazza discesa, la schiena è intorpidita ed il fiato fatica ad entrare nei polmoni. E poi c’è il vento, questo forte vento continuo che ora soffierà in senso contrario fino a Castelnuovo. Simonelli sembra indistruttibile e continua a tirare composto e potente. Rinaldo, stando dietro, sente meno il fastidio del vento, ma appena alza la testa o esce dalla scia si sente rallentare dall’aria. La folla applaude ed incoraggia i due. Rinaldo vede la gente vestita con i maglioni e le giacche a vento, adulti e bambini che restano composti ai lati della strada, che forse non vedono l’ora che la corsa passi per poi tornare a casa al caldo o in un bar per vedere l’arrivo. Nessuno incita Simonelli, lui è di Imperia e qui non lo conoscono. Neppure Rinaldo è conosciuto: è di un paese non lontano da Castelnuovo ma non è un capitano, uno noto, uno bravo, uno dei forti. Rinaldo è un gregario, è sempre stato un gregario, ha sempre faticato per i suoi capitani, per farli vincere. Sull’asfalto e sui muri a fianco della strada ci sono molte scritte dei tifosi ed alcuni mostrano anche degli striscioni improvvisati con i nomi dei loro beniamini. Alla partenza, a Cortella, c’era anche un pullman di tifosi di Cartoni che sono venuti a seguire la gara: avevano anche una piccola banda con le trombe. Ora le voci dei tifosi sono una specie di bisbiglio che inizia da lontano, diventa voce, poi urlo, per poi sparire dietro le spalle, intervallato dalle sirene delle moto della Polizia e dal fastidioso clacson dell’auto del Direttore di Gara. Il vento è impietoso, non molla un attimo, Rinaldo pedala e respira con la bocca aperta ed ha la gola terribilmente secca. Non perde mai di vista Simonelli, la sua ruota, la sua schiena immobile, con il numero 35 cucito sul lato destro. I due transitano davanti alla Pesa Pubblica del paese ed ora Rinaldo sa che mancano solo due chilometri. “Cosa fare? In volata Simonelli vincerebbe facilmente, se invece gli sto dietro, vince comunque.” Rinaldo non sa cosa fare, sta bene, è maledettamente infastidito dal vento, dall’aria che gli taglia la faccia, ma sta bene, sente di poter andare bene. Però davanti a lui non c’è uno qualsiasi, c’è quella locomotiva di Simonelli, quel cane antipatico, freddo, odioso ma imbattibile di Simonelli. Il vento aumenta di intensità ed ora rallenta sensibilmente l’andatura. Simonelli accusa l’urto della folata e si china sul manubrio, come per farsi piccolo e tagliare l’aria. Rinaldo, che gli è dietro, sente meno l’impatto contrario ed approfitta per scattare, uscire dalla scia ed affiancarsi al battistrada. I due sono in piedi sui pedali ed accennano uno scatto sulla salita che gradatamente li conduce alle prime case di Castelnuovo. Incredibilmente, lo scatto si trasforma in una brusca frenata: il vento ora è così forte che il solo fatto di ergersi in piedi sui pedali provoca tanta resistenza da frenare i due ciclisti, che ripiombano sul sellino e riprendono il faticosissimo cammino. Rinaldo e Simonelli sono affiancati, lenti, si controllano con la coda dell’occhio e si temono. Si, anche Simonelli ora sembra in difficoltà, non è più così composto, si inarca, cerca le forze che si sono perse chissà dove. Ora sono tra le case, ma il vento continua, non li lascia mai. Manca un chilometro, la gente si affaccia alle finestre, urla, ma il vento porta via le loro voci.

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Ferruccio Minzoni
Nato nel 1957, si laurea in Chimica e conclude gli studi con il dottorato di ricerca in Scienze dell’Ambiente. Ha lavorato per una grande industria alimentare, viaggiando molto all’estero. Ha vissuto in Francia e Germania. Grazie a queste esperienze, ha appreso come vivono e pensano persone distanti dal suo ambiente abituale. Ora in pensione, si dedica al volontariato e a lunghe camminate con amici. Ama la vita all’aria aperta, viaggiare e continuare a conoscere posti e culture diverse.
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