Era un ritaglio di ferro battuto blu appeso al muro, orlato di ruggine e salsedine, il numero che mi lasciai alle spalle chiudendo la porta di casa dei miei nonni per l’ultima volta. Un numero che indicava il luogo in cui si erano cristallizzati i miei più intimi e profondi ricordi d’infanzia. Pomeriggi di pioggia e di vento trascorsi, nel lettone con la nonna, a ricostruire, un racconto alla volta, la storia delle loro vite. Assolati giorni di Novembre, dal sapore decisamente estivo, nei quali sembrava ancora lecito ridere di episodi buffi accaduti in paese. Giornate cupe, rivestite di nostalgia e silenzio, che affondavano nei monologhi di mio nonno sulla patria e la guerra, e iniziavano sempre con :“ Ai miei tempi!”.Quei racconti, che all’orecchio di una bambina sembravano troppo duri, li ritrovai anni dopo scritti a penna nera in un quadernetto, in cima ad una colonna di riviste e cruciverba usati. Era un diario dalle pagine ingiallite, scritto da mio nonno sulla sua vita, incompiuto e dimenticato. Iniziò così la ricerca di frammenti di memoria, con una casa da svuotare e gli scatoloni da riempire. Fra tutti gli oggetti che mi passarono tra le mani, tenni il diario, con la promessa di mettere insieme tutti i pezzi e custodire una memoria capace di resistere alla minaccia del tempo, e di scrivere una storia che sapesse di casa. Per non dimenticare.
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”L’ultima volta che mi recai da quelle parti fu quasi un caso. Aspettavo che si facesse l’ora per andare ad un appuntamento di lavoro in zona, e mi trovai a transitare sulla strada del paese. La giornata era grigia umida e senza ombre, ed ero davvero in anticipo, così parcheggiai all’inizio della strada principale per camminare un po’. Mi sedetti sulla panchina nella piazzetta fronte mare con il telefono in mano, che subito conservai in borsa perché non mi andava di guardare il mare da lontano. Posato lo zaino in spiaggia, mi avvicinai alla riva per ascoltare meglio il rumore del mare. Rumore secondo me non è la parola giusta, direi piuttosto essere un suono simile ad un fruscio, lo scoppiettio di bollicine di acqua di mare che si può apprezzare quando intorno a te c’è il silenzio giusto. E’ il respiro del mare, che nel suo ultimo movimento di ritorno alla terra, sprofonda in lei. Quel suono non mi era nuovo… mi riportava ad un tempo che sembrava troppo lontano, in cui l’estate era lenta e il caldo sopportabile. Dalla casa dei miei nonni si sentiva bene il mare, soprattutto nelle ore più calde del giorno in cui tutti sono in casa a ristorarsi nella speranza di un po’ di frescura. Le persiane accostate e la tenda che si muoveva appena. In quei pomeriggi lenti mi sentivo cadere in una voragine di noia alla quale oggi vorrei tonare, che tutto sommato credo sia stata necessaria per dare spazio alla mia fantasia giovanile. Allora per me, sentire le onde sfiorare la sabbia fin dentro casa era un supplizio e allo stesso tempo un doveroso rispetto delle regole secondo le quali a quell’ora non si andava da nessuna parte! Ed era vero! Nelle ore più calde non c’era nessuno per strada e il silenzio invadeva il paese. Facevamo il bagno sotto casa, finché dalla terrazza non giungeva a noi il fischio di mio nonno che ci chiamava per il pranzo. Alzai lo sguardo in quella direzione, come ad obbedire a quel richiamo, e la tenda a righe bianche e verde stesa per ombreggiare la terrazza, le persiane verniciate da poco, aperte e accoglienti con il loro verde scuro lucido, scolorivano, lasciando il posto ad una facciata bianca, pulita. Una lastra di vetro delimitava il balcone al posto della ringhiera in cui stendevamo i teli intrisi di sale dopo il bagno, nessun tessuto colorato sventolava al vento e nessuna voce proveniva da lì. Anche l’ingresso era diverso, nessun numero civico ad indicare l’abitazione. “Era un ritaglio di ferro battuto blu appeso al muro, orlato di ruggine e salsedine, il numero che mi lasciai alle spalle chiudendo la porta di casa dei miei nonni per l’ultima volta. Un numero che indicava il luogo in cui si erano cristallizzati i miei più intimi e profondi ricordi d’infanzia. Pomeriggi di pioggia e di vento trascorsi, nel lettone con la nonna, a ricostruire, un racconto alla volta, la storia delle loro vite. Assolati giorni di Novembre, dal sapore decisamente estivo, nei quali sembrava ancora lecito ridere di episodi buffi accaduti in paese. Giornate cupe, rivestite di nostalgia e silenzio, che affondavano nei monologhi di mio nonno sulla patria e la guerra, e iniziavano sempre con :“ Ai miei tempi!”.Quei racconti, che all’orecchio di una bambina sembravano troppo duri, li ritrovai anni dopo scritti a penna nera in un quadernetto, in cima ad una colonna di riviste e cruciverba usati. Era un diario dalle pagine ingiallite, scritto da mio nonno sulla sua vita, incompiuto e dimenticato. Iniziò così la ricerca di frammenti di memoria, con una casa da svuotare e gli scatoloni da riempire. Fra tutti gli oggetti che mi passarono tra le mani, tenni il diario, con la promessa di mettere insieme tutti i pezzi e custodire una memoria capace di resistere alla minaccia del tempo, e di scrivere una storia che sapesse di casa.”
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Quella sera dell’ 8 Settembre, io facevo la guardia da sotto nocchiere con il fischietto. Stavamo per ricevere lo Stato Maggiore a bordo e mentre saliva dalla passerella si levo’ un grido che diceva “Armistizio Armistizio!” e con tutti quelli che erano a poppa della nave ci abbracciammo contenti che la guerra era finita. L’equipaggio trascorse la serata con gioiosa scherzosità e dopo cena abbassarono un telone per la proiezione di un film.
Quello fu uno dei pochi momenti di leggerezza vissuto a bordo della nave che mio nonno trascrisse nelle sue memorie. Finito il film tutti si premurarono di tesare le brande per andare a dormire. Non fu facile prendere sonno, la mente era confusa dalle emozioni della giornata, ma appena la stanchezza prese il sopravvento e i pensieri si calmarono, Giovanni ripensò alle parole del Capo di Stato. Mentre tutti gioivano e festeggiavano per la notizia dell’Armistizio, che per quei giovani ragazzi rappresentava la fine della guerra e il ritorno a casa, Egli, quasi spegnendo quell’entusiasmo, si rivolse loro dicendo: “ Ragazzi, perché festeggiate? la guerra comincia ora!”.
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