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Via Torre 151

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Consegna prevista Ottobre 2026
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La casa dei nonni viene venduta e svuotata. Tra gli scatoloni pieni di oggetti da portare via, che sembrano essere ormai rottami di un tempo felice, un quadernetto sgualcito raccoglie polvere su una colonna di giornali vecchi e cruciverba consumati.
Fogli ingialliti e assottigliati dal tempo, scritti a pagina piena con inchiostro nero, sottratti alla fine peggiore che può fare una storia… quella di essere buttata via, dimenticata. Era la biografia che Giovanni aveva iniziato a scrivere durante la malattia chiamandola “La mia avventura da quando sono nato”. Una nipote trova il manoscritto e cerca di darvi seguito intraprendendo un percorso di conoscenza delle le sue origini e di se stessa. Ambientato in un paese di pescatori affacciato sullo Stretto di Messina, “Via Torre 151” narra una storia iniziata cento anni fa, di uomini e donne sopravvissuti alla tempesta, alla guerra, alla povertà e all’emigrazione, richiamando il valore delle tradizioni e della memoria.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere questo libro nel tentativo di completare un diario, scritto da mio nonno, raccontando la sua vita non soltanto dal punto di vista storico, ma anche umano e familiare. Volevo mantenere vivo il ricordo dei luoghi della mia infanzia felice e mentre scrivevo la sua vita riscoprivo le origini della mia, tra ricordi ed emozioni, esorcizzando la paura di dimenticare. La conoscenza del passato è divenuta consapevolezza del presente, la tradizione è il modo per rivivere i ricordi

 

Caro lettore, con la tua adesione al progetto editoriale contribuirai a  sostenere l’ Associazione Talità Kum ETS impegnata sul territorio Catanese nel contrasto alla povertà educativa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

L’ultima volta che mi recai da quelle parti fu quasi un caso. Aspettavo che si facesse l’ora per andare ad un appuntamento di lavoro in zona, e mi trovai a transitare sulla strada del paese. La giornata era grigia umida e senza ombre, ed ero davvero in anticipo, così parcheggiai all’inizio della strada principale per camminare un po’. Mi sedetti sulla panchina nella piazzetta fronte mare con il telefono in mano, che subito conservai in borsa perché non mi andava di guardare il mare da lontano. Posato lo zaino in spiaggia, mi avvicinai alla riva per ascoltare meglio il rumore del mare. Rumore secondo me non è la parola giusta, direi piuttosto essere un suono simile ad un fruscio, lo scoppiettio di bollicine di acqua di mare che si può apprezzare quando intorno a te c’è il silenzio giusto. E’ il respiro del mare, che nel suo ultimo movimento di ritorno alla terra, sprofonda in lei. Quel suono non mi era nuovo… mi riportava ad un tempo che sembrava troppo lontano, in cui l’estate era lenta e il caldo sopportabile. Dalla casa dei miei nonni si sentiva bene il mare, soprattutto nelle ore più calde del giorno in cui tutti sono in casa a ristorarsi nella speranza di un po’ di frescura. Le persiane accostate e la tenda che si muoveva appena. In quei pomeriggi lenti mi sentivo cadere in una voragine di noia alla quale oggi vorrei tonare, che tutto sommato credo sia stata necessaria per dare spazio alla mia fantasia giovanile. Allora per me, sentire le onde sfiorare la sabbia fin dentro casa era un supplizio e allo stesso tempo un doveroso rispetto delle regole secondo le quali a quell’ora non si andava da nessuna parte! Ed era vero! Nelle ore più calde non c’era nessuno per strada e il silenzio invadeva il paese. Facevamo il bagno sotto casa, finché dalla terrazza non giungeva a noi il fischio di mio nonno che ci chiamava per il pranzo. Alzai lo sguardo in quella direzione, come ad obbedire a quel richiamo, e la tenda a righe bianche e verde stesa per ombreggiare la terrazza, le persiane verniciate da poco, aperte e accoglienti con il loro verde scuro lucido, scolorivano, lasciando il posto ad una facciata bianca, pulita. Una lastra di vetro delimitava il balcone al posto della ringhiera in cui stendevamo i teli intrisi di sale dopo il bagno, nessun tessuto colorato sventolava al vento e nessuna voce proveniva da lì. Anche l’ingresso era diverso, nessun numero civico ad indicare l’abitazione. Quel fischio, che mi parve di risentire così vivo, si perse allontanandosi nel vento e le risate dei bimbi che facevano il bagno e si attardavano sul bagnasciuga, si spensero in un lieve brusio. Il silenzio di quelle voci sovrastava il suono del mare. La casa era lì, ma io non riuscii ad avvicinarmi abbastanza e a guardala davvero per come era. Restai con i piedi nudi piantati nella sabbia rifugiandomi nell’immagine che conservavo nei ricordi d’infanzia. Ogni volta che guardavo in quella direzione sentivo il cuore appesantirsi di una tristezza profonda quasi fisica, quella di quando perdi irrimediabilmente qualcosa a qui tieni tantissimo. Sentii di poterla quasi disegnare la casa, cosi’ come la ricordo prima che fosse svuotata e poi venduta. Chiudendo gli occhi rividi l’arredamento e i quadri appesi al muro, il crocifisso all’ingresso e il quadro con la medaglia al valore di mio nonno. Ricordai perfettamente tutto dov’era e com’era fin nei dettagli più minuti. I disegni delle piastrelle di ceramica sul pavimento, il pomello della porta con al centro il tasto tondo, lo scricchiolio del cancelletto in legno alla fine della scala d’ingresso. Il copriletto di ciniglia arancione con decori floreali color beige e marrone. Compariva sul letto sancendo la fine, se pur a singhiozzi, della stagione estiva. Leggero al punto giusto, perfetto per accompagnare le fresche sere d’autunno per poi ricomparire in primavera inoltrata. Era il copriletto buono, quello che, insieme alla coperta matrimoniale di lana, costituiva il corredo di coperte della giovane sposa. La prima esperienzadi soffice tepore che ricordo e che fece da mantello alle chiacchierate riservate solo a noi donne, in cui episodio per episodio, una domenica dopo l’altra, si svelavano le storie di famiglia. Ogni episodio raccontato e vissuto in quelle mura che mi tornava in mente, attenuava quella nostalgia, era potente e allo stesso tempo effimero. Era tutto nella mia memoria ed iniziai a temere che non fosse sufficiente, che avrei potuto un giorno dimenticare.

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Le rare volte che ho visto mio nonno fare il bagno al mare era sempre nell’acqua bassa, nella spiaggetta sotto casa protetta da una schiera di massi a 10 metri dalla riva.  Mia nonna non veniva mai a fare il bagno intenta com’era a preparare il pranzo. D’estate ci ritrovavamo tutti a casa dei nonni, che era davvero troppo piccola per ospitarci così mio nonno aveva organizzato la terrazza con i tavoli e uno stanzino dove mia nonna potesse cucinare. La sua gioia era quella di cucinare per tutti a dispetto del gran caldo, friggendo melanzane mentre il sugo di pomodoro fresco ribolliva dalle prime luci dell’alba. Mentre tagliava i pomodori per il sugo al mattino, con qualche fetta farciva un panino, aggiungendo sale olio e origano per fare colazione. Il sapore deciso e autentico di quel semplice pasto, lo assaporo distinto solo nei miei ricordi nonostante non occorra una ricetta per replicarlo. Io non abitavo vicino casa dei miei nonni e d’estate era più facile spostarsi per andare da loro, anche perche’ era molto comodo per andare al mare, ma passata la stagione estiva l’appuntamento era  fissato di domenica a pranzo. Non era solo una abitudine, era piuttosto una tradizione che con il passare del tempo e l’avanzare dell’età divenne una necessità. Quasi magicamente appena giungevamo alla porta si apriva al primo trillo del campanello, anticipato da mio nonno che faceva da vedetta alla finestra fino al nostro arrivo. Salendo la scala la voce di mia nonna ci accoglieva canticchiando: “Le belle di nonna sono qua!” ed era subito festa! L’odore di buono sbuffava in forme di vapore dai coperchi caldi. La tavola aspettava noi per essere apparecchiata e durante il pranzo argomenti politici e storici accompagnavano i pasti sempre super abbondanti. E quando i toni diventavano un po aspri mia nonna interveniva con una battuta: “ Pina!!! Si ittau i fora!” riferendosi al caffè, e si finiva sempre per ridere perché mia mamma scappava ogni volta a spegnere il fuoco che nessuno aveva acceso. La Vecchia Romagna per correggere il caffè e poi velocemente sistemavamo tutto per andare a fare il riposino pomeridiano, tutte insieme, tutte donne nel  lettone con mia nonna. Anche se noi non volevamo dormire il suo russare aveva un effetto soporifero su tutte e alla fine riposavamo, ma al risveglio iniziavano i momenti più belli e intimi, in cui parlavamo di tutto, fatti e storie di famiglia ma anche dicerie di paese. Più erano stravaganti o proibiti gli argomenti più mia nonna si concedeva qualche confidenza, era quasi una liberazione per lei parlare di certe cose… e lo faceva in un modo tutto suo, pudico e malizioso allo stesso tempo tanto da imbarazzandosi da sola per quello che diceva. Ci siamo rattristate a volte, ma abbiamo anche riso tanto.

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Quella sera dell’ 8 Settembre, io facevo la guardia da sotto nocchiere con il fischietto. Stavamo per ricevere lo Stato Maggiore a bordo e mentre saliva dalla passerella si levo’ un grido che diceva “Armistizio Armistizio!” e con tutti quelli che erano a poppa della nave ci abbracciammo contenti che la guerra era finita. L’equipaggio trascorse la serata con gioiosa scherzosità e dopo cena abbassarono un telone per la proiezione di un film.

Quello fu uno dei pochi momenti di leggerezza vissuto a bordo della nave che mio nonno trascrisse nelle sue memorie. Finito il film tutti si premurarono di tesare le brande per andare a dormire. Non fu facile prendere sonno, la mente era confusa dalle emozioni della giornata, ma appena la stanchezza prese il sopravvento e i pensieri si calmarono, Giovanni ripensò alle parole del Capo di Stato. Mentre tutti gioivano e festeggiavano per la notizia dell’Armistizio, che per quei giovani ragazzi rappresentava la fine della guerra e il ritorno a casa, Egli, quasi spegnendo quell’entusiasmo, si rivolse loro dicendo: “ Ragazzi, perché festeggiate? la guerra comincia ora!”.

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Attraversato a piedi un piccolo paese dopo l’altro, Giovanni giunse alle porte del suo. Un passo dopo l’altro, una casa dopo l’altra. Immaginate gli occhi curiosi e impauriti dietro le persiane, te li senti addosso. Vedono un soldato, senza riconoscere sotto quale bandiera combatta. Lui cammina sperando in un’accoglienza diversa, spera che qualcuno lo riconosca e che gli corra incontro. Lui, che ha combattuto senza paura ed ha rischiato la sua vita in ogni momento, ha servito il paese, ne ha portato alto l’Onore! Eppure sembra un estraneo che percorre un paese deserto. Lui è Giovanni il figlia di Giovanna. E’ tornato! Mio figlio non ha avuto la stessa fortuna. Che Dio l’abbia in Gloria! Alla fine della strada, dopo la curva, si sporge camminando per vedere in anticipo se c’era ancora la casa. Appena intravide quella sagoma amata, di scatto, fece scivolare via lo zaino, e così, leggero corse veloce alla piazzetta. Da lì si che si vedeva bene nella sua interezza la sua casa! L’ultima volta che vi era giunto correndo vi trovò la morte.

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E se non torno più? Tanto meglio! Stava per dire per ribattere la moretta… e dopo tante insistenze si convinse a combinare un incontro fortuito, lontano da occhi indiscreti. Lei avrebbe detto soltanto un posto e un ora, nulla di più. Ma bada bene Giovanni! Nuddu l’avi a sapiri! Che nessuno l’abbia a sapere ciò che io c’entro qualcosa! Nemmeno fosse un segreto di Stato! L’indomani come promesso, Giovanni, nel luogo e all’ora indicata, incrociò Maria sulla strada e le andò incontro. Si offrì di darle una mano con la cesta delle consegne e finalmente Giovanni e Maria si parlarono. Ma il tempo volò e i due ben presto si dovettero salutare. Giovanni fece scivolare qualcosa nella tasca del grembiule di Maria. Una moneta come pegno del suo amore avvolta in un foglio di carta con scritta la promessa di scriverle ogni giorno dopo la sua partenza.

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Nel buio del fondo del mare trovarono la loro tomba quasi 2000 uomini senza che nessuno gli tenesse la mano, senza un estremo saluto. Quant’è lontana la loro casa! Nessuna bara e nessun fiore.
Generosamente accolti dal mare che mai più li restituirà alla vita. Mio nonno non si scomponeva mai e sembrava un tipo “tutto d’un pezzo”, ma quando raccontava questo episodio cedeva alla commozione con rabbia pacata. Era il racconto per eccellenza, “l’episodio” che rievocava tutto l’orrore della guerra, un punto di frontiera che non consente una marcia indietro, il momento in cui lui, fermo al timone per ordini ricevuti, sentì la sua giovinezza definitivamente strappata via. La sua guerra e la resa.

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Le stagioni volavo così tra piccole gioie domestiche. Lo zampognaro passava di casa in casa per le novena di Natale, a recitare la sua cantilena sempre uguale, ogni anno davanti al presepe in cartone e sughero quello con la Sacra Famiglia in ceramica, che ho portato in salvo a casa mia. Il catechismo e la messa della Domenica, la scuola e poi l’estate con le feste padronali, e i falò nella la spiaggia sotto casa. I bagni a mare prolungati finché faceva caldo fino al periodo scolastico. La festa dei Morti per onorare i Defunti e la radio accesa a volume bassissimo per ascoltare le canzoni di Sanremo nelle giornate di inverno, di vento e mare forte da far paura. Le partite dei mondiali a casa dello zio Ciccio che la tv l’aveva in bianco e nero e il sogno di sposarsi  e andare in viaggio di nozze a Parigi insieme, come via di libertà per le fanciulle di quella casa.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Letizia Adragna
Nasce a Messina nel 1980 e fino all'età di 3 anni vive nel piccolo paese di Torre Faro, luogo rimasto particolarmente caro in quanto paese di origine dei nonni. Gli studi di Architettura e Design e la passione per la Fotografia, la portano a spostarsi in diverse parti di Italia, pur restando sempre legata alla sua terra natia. Appassionata di arte, trae ispirazione dal confronto con le diversità di culture e luoghi esplorati nei suoi viaggi. Nella Fotografia trova la sua forma espressiva e creativa, e nella Scrittura il momento di riflessione su tematiche forti e attuali quali, la differenza di genere, la memoria, il valore della tradizione e il pensiero libero che si nutre di cultura, strumento di ristoro per il genere umano.
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