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Vorrebbe essere un film

Vorrebbe essere un film
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Consegna prevista Settembre 2023
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Quante volte abbiamo desiderato di vivere in un film? Molto spesso non accettiamo la realtà intorno a noi, affogando nelle riprese cinematografiche di vario genere che consentono di accomodarci in nuove realtà. Vorremmo essere protagonisti di un bel film, con un bel lieto fine conclusivo a suggellare quei valori che tanto rincorriamo nella nostra quotidianità. Ma la nostra vita non ha musiche da Oscar, né attori hollywoodiani o trame edificanti. Per non parlare della facilità di porre una maschera sul viso ed essere altro, a cui paradossalmente lasciamo l’incarico di raccontare meglio noi stessi, mentre ci nascondiamo comodamente dietro l’artefatto del nostro personaggio. A ciò si aggiunge anche la sicurezza della storia, che creeremmo ad hoc progettandone accuratamente ogni snodo.
Sarebbe bello vivere in un film, davvero, ma cosa ne rimarrebbe di noi dopo i titoli di coda?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo testo per avere uno spazio in cui, ad ogni rigurgito di vomito letterario, potevo riversarmi in parole e togliere del veleno dal mio corpo. Tramite la voce di Nico ho voluto far conoscere lati di me più adombrati, in una finzione imbellettata che però serve solo ad evidenziare meglio i miei vuoti. L’ho scritto per fotografare una versione di me che molti non conoscono, con la speranza che tra loro qualcuno possa prendere in mano i propri timori e li racconti in qualche modo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

VORREBBE ESSERE UN FILM
“Scritto e diretto da chi lo sta recitando”

Scena I – Alla fine

Metti su una canzone leggera, rilassante, e guarda.

C’è un grandangolo soleggiato sulla città di Roma. No, non cercare il Colosseo, Piazza Navona o altro, ma perditi nei rugosi vicoli che sanno di ammoniaca, i muri arancioni e le scritte sporche. Annusa: senti Roma. È sanguigna, perché sia viverci sia sfiorarla per un po’ fa sì che una piccola parte di lei inizi a scorrere in te.
Te senti Roma, e Roma te sente.

Ascolta.

Vorrei che la mia vita fosse un film, e un po’ in realtà credo lo sia.
Ci sarebbero anche i personaggi giusti in questo film, e non devo neanche allontanarmi da casa per mostrarteli. Quello ribaltato sul divano, intento a rollare una canna a testa in giù, è Federico. Spoiler: gli cadrà tutto in faccia come le ultime venti volte che ha provato. Discendente di una nobile famiglia capitolina, ha quattro nomi ed è alto e secco come un lampione, al quale somiglia anche per un leggero inarcamento della schiena. Pelle olivastra, moro, occhi verdi e animo pseudo-accademico.

– “Io dovevo nascere nel ‘900” – disse una volta – “A quest’ora mi stavate studiando sui libri”

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Di che materia, però, non si è capito.
La musica alta viene dalla camera di Fausto, che si è di nuovo dimenticato di collegare le cuffie al bluetooth delle casse. Il suo problema di udito è in realtà estendibile all’intera sua personalità, che siccome gli voglio bene esplicherò come ‘particolare. Ricciolo nero, faccia e corpo paffuti, piedi per terra e testa fra i manga. Ad un campionato di nerd non vincerebbe, ma di sicuro parteciperebbe a tutte le gare in programma.
Me la sono cercata, è vero. Quando li ho conosciuti durante il nostro primo semestre universitario, e mi hanno proposto di andare a vivere con loro, dovevo capire cosa mi aspettava.
Fausto mi fa, con la faccia di chi ti ha appena tamponato la macchina per sbaglio:

– “Nico, senti, con Fede volevamo chiederti una cosa… “
– “Ti va di fare una cosa a tre insieme a noi due?” – conclude nel gelo.

– “Ma sono etero” – rispondo.

Il povero Faustino si prende uno schiaffo sulla nuca da Fede, che chiarisce il misunderstanding:

– “Il fenomeno, qui, intendeva dirti che, siccome avevi intenzione di prendere casa in affitto vicino all’università, se ti va puoi venire da noi che abbiamo una terza stanza libera”

Il mio sorrisetto di risposta segna l’inizio della convivenza.

Appena giunto a Roma non ero un pesce fuor d’acqua, ma direttamente una sogliola sulla padella pronta ad essere cotta. Gli stessi occhi a palla e lo stesso tremolio m’accompagnavano nel via vai di una grande città, e non c’era alcuna persona a cui ero legato accanto a me. Lasciare tutto al paese e fare le valigie è stato un passo troppo grande per il mio piccolo corpicino, che si dimena tra i giganti edificati e i frastuoni della capitale. Federico e Fausto hanno riposto il pesce in una brocca d’acqua pulita, che significa una casa accogliente non tanto per l’ordine – ti immagini che Caporetto che è qui dentro – ma per quell’abbraccio caldo di tranquillità che emana.

I primi mesi fui un continuo gambero: sempre pronto a spostarmi all’indietro per tornarmene a casa coi miei. Ma ero costantemente affascinato da qualcosa di indefinito che mi ha trasportato fino a dove sono; qualcosa di talmente potente da sottomettermi a suo schiavo. Fu l’energia che pompava al cuore che mi legò a questo posto con un doppio nodo. Quel senso di vago e scomposto delle giornate di sole, l’odore degli alberi in autunno, le note delle persone che conosco di volta in volta. Il potere del ‘tutto può accadere’, gli abnormi cartelloni pubblicitari, la ragnatela della metro. Non lo so cos’è che mi fa svegliare la mattina e cosa mi fa addormentare di notte, ma so che è invincibile. Vorrei poter inviarti migliaia di cartoline di ogni giorno, o comunque imprimere immagini qui per farti capire cosa significa quando pizzica l’animo e non riesci a contenerti. Quando la mente si apre come pane caldo appena tagliato e vola e nuota e viaggia, tanto da non farsi bastare niente. Se ho battito al polso aria nei polmoni e sangue nelle vene, lo devo al bisogno incessante di annegare in tutto ciò. Fino a morirne un giorno, stanco e appagato. I miei due ciceroni mi han sempre guidato spericolatamente tra le curve spiegazzate di Roma e non hanno mai fatto mancare risa ai momenti. L’università? Ho dato qualche esame, ma chissenefrega del futuro quando hai un presente vivo e colorato come l’amore in primavera.
Ma la primavera dura pochi mesi, e dopo l’estate il cielo torna ad oscurarsi di nuvole scoppiettanti. La vanità dei giorni diventa superficialità; la brillantezza dei colori perde fiducia e tornano toni di grigio. Il polso batte più lentamente, l’aria nei polmoni si affumica di sigarette e il sangue si innamora del veleno.

Sogni mai di trovarti in una situazione complicata e di non riuscire a muover un muscolo? Oppure in una situazione di pericolo, ma non riesci a chiedere aiuto? Ecco, l’apatia mi prende quando mi sento così.
Nel bel mezzo del cammino m’accorgo di essere fermo su un punto, e da lì fisso il soffitto. Osservo le ragnatele all’angolo, le 47 crepe, l’intonaco ammaccato; se prima trasformavo tutto nel frullatore della fantasia ora rimane un soffitto ambrato e incupito dagli anni e dalle paranoie. Sul letto comodo affranco il mio corpo e guardo su. Passa un pensiero, un altro e un altro ancora fino ad accumularsi tutti sullo stomaco. Blocco il rigurgito di vomito in un groppo in gola, sgrano gli occhi e trattengo un sorriso da mostrare al resto del mondo fuori dalla mia stanza. Che cosa può avere mai un ragazzo di vent’anni? Aprirei il vaso di Pandora in faccia a chi si fa questa domanda, ma cercherò di essere riassuntivo.

Un ragazzo a questa età ha il suo futuro in mano e potrebbe non avere il coraggio di reggerlo. Potrebbe pensare di non essere pronto, o potrebbe aver paura di farlo cadere. Un ragazzo alla mia età è appena arrivato nel mondo degli adulti, e vede tutto più grande di sé non sentendosi all’altezza. Può arrivare a vedersi tutto scorrere intorno e addosso, senza il coraggio di seguire il flusso. Un ragazzo di vent’anni come me ha paura di esporsi, di uscire allo scoperto, di scoprirsi davvero o di non scoprirsi mai del tutto. Siamo tutti pesci fuor d’acqua e proviamo a respirare lo stesso. Affoghiamo ogni giorno nelle delusioni e nelle false speranze, e comunque troviamo quel poco d’aria che basta per svegliarci ancora e ancora. È un continuo sopperire alle situazioni, a quegli adulti che ti danno del bambino, che ti vedono come l’ultimo arrivato e che ti vogliono per forza dare lezioni sulla vita, perché pensano che la saggezza si acquisisca con il sopravanzare dell’età. Cerchiamo le vie per esprimere noi stessi, anche se là fuori ogni cosa sembra sconsigliarcelo. Che può avere un ragazzo di vent’anni?

Paura.

Io ho paura.

Paura praticamente di tutto. Di farmi male, di non piacere, di non riuscire in niente, di essere solo un inetto, inutile e capriccioso. Ho paura di me stesso e di quello che posso essere, di non scoprirmi mai e di non amarmi mai abbastanza. Ho semplicemente paura che sia tutto una montatura e di non saper mai la verità. Ho paura perché non si fa altro che erigere il male a qualcosa di assoluto e inevitabile, mentre il bene sembra solo l’eccezione che conferma la regola. Ho solo paura della vita, e l’alienazione che sento è il segnale che l’ho tolta da me stesso per non percepire più quel muto urlare che infesta le mie ore. Innamorato del mio ego, avvelenato vago e cerco di godermi quel che posso quando invece riesco a sentirmi di nuovo battere il cuore. Ogni tanto vedo i colori; ogni tanto sono cieco.

Mi domando spesso a cosa serve iniziare, quindi.
Forse, nessuno comincia mai e niente ha davvero una partenza. Magari siamo solo burattini del tempo che credono di poter tirare i fili da soli, per poi ritrovarci ad una fine che non sappiamo ancora spiegare. E balliamo in un teatro di pupi siciliano per un pubblico ignoto e malevolo, e poi cala il sipario. Certo che è brutto pensare che tutto ruota attorno a ciò che facciamo prima della fine. La nostra, intendo. Ci sforziamo di dare un senso al mondo perché almeno, prima della fine, ne sarà valsa la pena. Prima della fine avvengono così tante cose che, forse, neanche interessa più il finale. La magia, quindi, sta proprio nel perdersi tra le cose per poi perdersi la fine. Forse io sono già perso da tempo, solo che c’ho messo troppo a capirlo.

È come addormentarsi prima della fine del film.
Chi è che disse: ‘la vita è ciò che succede mentre la programmi’?
Titoli di coda.

Vorrei che la mia vita fosse un film, ma è solo una vita.
È solo una vita, mi ripeto.
Solo una vita;
è una sola.

È una vita sola, alla fine.

Buio.

Scena II – Il documentarista

Se questo fosse un film avresti già cambiato canale, quindi meglio cambiare discorso.

È mattina presto, e come le altre mattine cala la nebbia fuori dalla finestra. Il tempo sembra non curarsi degli esseri umani e tira dritto. Qualcuno ancora dorme beato, mentre io indosso un viso presentabile e esco al volo dalle mie ansie.

– “Buongiorno”
(Fede): – “Buongiorno Nico, vuoi un caffè?”
– “Magari, ma è finito; dovevamo passare all’Eurospin”
(Fede): – “Che problema c’è, passo da nonna”

Nonna non ha nessun legame di sangue con noi, ma è come se lo avesse perché lei è semplicemente la nonna di tutti. Suona il campanello del suo appartamento al secondo piano, sottostante al nostro. Sulla porta legnosa spicca la placca dorata con su scritto ‘Fioretti Annuccia’. Si sente il graffiato ciabattare e il rumore dello spioncino.

(Fede): – “Signora Fioretti! Sono io, Federico Giulio Maria Antonio, del terzo piano”

La porta cigola rivelando un metro e sessanta di anziana in vestaglia a quadretti.

(Nonna): – “Fijo bello, ma mi toglieresti una curiosità?”
– “Tutto quello che vuole, signora Fioretti” – risponde Fede mentre mette piede nell’appartamento.
(Nonna): – “Ma perché t’annunci ogni vorta manco fossi l’imperatore de sto cazzo?”

Il tutto condito dalla semplice bonarietà di una voce romanesca e dolcemente ironica. Finisce come al solito: Federico rimane a fare due chiacchiere con lei, e io rimango senza caffè. Almeno ho l’opportunità di presentare un altro personaggio. Stavolta a suonare è il campanello di casa nostra. Io non guardo mai allo spioncino, né chiedo chi è. Mi scordo, non so perché.

Giuliano Terzilli. Anni: facciamo 45, non ne sono sicuro. Professione: padrone di casa.
Segni particolari: neo sotto alla narice destra.
Situazione sentimentale: divorziato, probabilmente per la sua fastidiosa mania di rompere le palle.

– “Buonasera” – esordisce come un venditore di aspirapolveri.
– “Buongiorno”
(Terzilli): – “Che facciamo? Questo mese lo paghiamo in tempo o torniamo al caro e vecchio credito?”

Tentenno e cerco di inventarmi qualcosa per prendere tempo. Mi gratto il collo e mugugno.

– “Ehm… La seconda che ha detto credo sia più appropriata ad un periodo del genere”

Poi decoro, prima che apra bocca per attaccare il pippone.

– “Ma non lo dico io. Sa che l’Italia è in perenne recessione, i lavori non pagano più come una volta, e per noi studenti è ancora più difficile perché chi potrebbe farlo non crede nelle nostre abilità, mentre chi lo fa non potrebbe darcene perché anch’egli è affossato dall’incombenza di questa maledetta crisi”

Giuliano resta senza fiato, atterrito dalla mia scappata. Per portarla a casa punto sul suo tallone d’Achille.

– “Maledetto governo!”

Sorrido e chiudo la porta in fretta. Tiro un sospiro di sollievo. Fausto sbircia dallo stipite della sua camera e mi rivolge un piccolo inchino, condito da un “Maestro, insegnami” che fa piacere al mio ego.
Mr. Padrone di casa prende il suo neo peloso, chiude la bocca, abbassa lo sguardo e abbandona la lotta, cosciente del fatto che comunque il coltello dalla parte del manico rimane a lui.
Devo ricordarmi di trovare un lavoro, uno di questi giorni.

Qui mi vedi mentre faccio una delle cose che più adoro: passeggiare per la città.
Un bel mezzo busto da davanti, che risalta gli occhi azzurri, i ciuffi biondo cenere, ma lascia soltanto intravedere, astutamente, il fisico snello e poco armonico che mi contraddistingue. Fin da piccolo ero convinto di essere il principe azzurro; o meglio, me lo lasciavano credere gli altri. Sai, quella storia del ragazzo alto, biondo, con gli occhi chiari? Ecco, il problema è sempre stato il resto, che non andava mai bene alle principesse. Torniamo a noi.
Lo sfondo si compone delle aiuole che delimitano le villette di Via Garbini, i secchioni della differenziata e svariate comparse che continuano incoscienti il loro flipper tra le strade. Ci pensi mai che ogni comparsa che vedi ha degli impegni, dei pensieri e delle preoccupazioni? Ognuna di loro ama, odia, si arrabbia, parcheggia, fa la spesa, si pettina – a meno che non sia pelata, ovvio. È che, siccome compaiono per pochi secondi e basta, ci si scorda che hanno anch’esse una moltitudine di tempo in più di quello mostrato. Curioso, vero?
Ma restiamo sul passeggiare, flemmatico e distratto, dentro le tentacolari viscere di una città piena di odori, movimento, suoni, sfumature. Quando cammino sfioro le vite delle persone che mi passano accanto, che magari mi adocchiano al volo, o logicamente neanche mi cagano. Accarezzo i loro pensieri che li tengono assorti ed impegnati, e che li trasportano verso una meta e li trascinano nel vivere. Immagino sempre delle fantomatiche linee di percorrenza, mentre sono sul mio binario del marciapiede: vedo questi percorsi invisibili che mi permettono di non scontrarmi con le loro direzioni, e tutto ciò perché devo rimanerne fuori. Non voglio disturbare quando cammino; non voglio impicciare le giornate altrui, ma soltanto osservarle da fuori. Come un documentarista che, intento ad ammirare il genere umano in un individuo, si gode il romantico sentimento del tutto. Quel tutto che intreccia il beep del clacson, il verde del semaforo, l’urlo del fruttivendolo, la puzza di fumo, la musica indiana, le strisce bianche, i netturbini arancioni, il turista inglese, il grattato di una scopa, la donna alla finestra, l’albero frusciante; stridono le gomme di una macchina che inchioda allo stop ad un passo da me. Respiro ciò che c’è, perdendomi in quello che invece no.

In un film questa è la parte in cui dovrei farti capire di cosa si parlerà, o perlomeno di che genere di film si tratti. La verità è che non so che dirti.
In 20 anni di onorata carriera su questa terra mi sono accaduti fatti degni di nota, come quella sera che mi ritrovai sul lungomare di Ostia a salvare un uomo da un tizio mascherato da Gerry Scotti che voleva accoltellarlo. Per il resto sono un ragazzo normale, ma qualcosa devo pur raccontarti quindi parto proprio da una di quelle passeggiate.

Sommario

I) Alla fine
II) Il documentarista
III) Chiamatemi Gio pt.1
IV) Chiamatemi Gio pt.2
V) Homo Romanticus
VI) Buongiorno
VII) Buonanotte
VIII) Lo stufato di patate
IX) Driin, driin
X) Nuove compatibilità
XI) Dalle finestre
XII) Manichini in vetrina
XIII) La ragazza dal naso rosso pt.1
XIV) La ragazza dal naso rosso pt.2
XV) La ragazza dal naso rosso pt.3
XVI) Le notti bianche
XVII) Il vecchio e il mare
XVIII) Tre statue
XIX) Il vero malato immaginario
XX) Cronache di guerra
XXI) Hangover astemio
XXII) Ad Agosto finito
XXIII) Grida
XXIV) Non un inizio

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alessandro Maestri
Mi chiamo Alessandro Maestri, ho 26 anni e studio Letteratura, Musica e Spettacolo all'Università 'Sapienza' di Roma. Da quando ho scoperto la forza terapeutica della scrittura, che sostiene i vari alti e bassi della quotidianità, non ho più smesso. La avvicino alla musica e alla mia generale passione per l'arte, perché credo che l'essere umano può salvarsi solo esprimendosi il più possibile. Vengo da un paese in provincia di Viterbo, ma cerco di puntare gli occhi sempre verso l'orizzonte. Vivo come posso, alla costante ricerca di qualcosa che forse, un giorno, si paleserà nel momento sbagliato e nel modo che non m'aspettavo. Per il resto, lascio i miei pensieri al fumo di innumerevoli sigarette e a tutte le notti che accompagnano amorevoli le mie dita sulla tastiera.
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